Leggere tra le righe
Leggere tra le righe
Annoiarsi bene è un’arte (e un dono)
Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio le esperienze umane, nei film che danno forma a emozioni e vissuti spesso difficili da raccontare.
Ogni mese la rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare lo sguardo sul mondo interno, sulle relazioni e sui processi di crescita.
Questo mese parliamo di un’esperienza spesso considerata negativa, da evitare o riempire il più velocemente possibile: la noia.
La noia: un’esperienza da eliminare o da ascoltare?
Nella quotidianità moderna siamo spesso immersi in un flusso continuo di stimoli: notifiche, attività organizzate, impegni, contenuti sempre disponibili. Anche a livello visivo, il mondo attorno a noi scorre veloce, trafficato e frenetico, dalle auto sulle strade alle persone dentro un centro commerciale.
Sembra che i momenti vuoti siano soltanto qualcosa da riempire immediatamente.
Quando un bambino dice “mi annoio”, oppure quando un adulto si sente inquieto davanti al tempo libero, la reazione più spontanea è spesso quella di cercare subito una soluzione, cioè qualcosa da fare.
Eppure la noia non è un’emozione negativa.
Dal punto di vista psicologico, rappresenta uno spazio di transizione: un momento in cui gli stimoli esterni diminuiscono e diventa possibile entrare maggiormente in contatto con il proprio mondo interno.
“Annoiarsi bene” significa (re)imparare a sostare in quell’intervallo senza doverlo riempire immediatamente, lasciando spazio alla curiosità, all’immaginazione e alla capacità di creare qualcosa di nuovo.
Quando il tempo vuoto diventa scoperta
Il libro Un grande giorno di niente (Topipittori) ci porta dentro la storia di un bambino che si trova immerso in una giornata apparentemente vuota e senza programmi.
Attraverso immagini ricche e poetiche, Beatrice Alemagna accompagna il lettore nella scoperta di come un tempo inizialmente vissuto come noioso possa trasformarsi in un’occasione di esplorazione e meraviglia.
Dal punto di vista dello sviluppo, il gioco libero e i momenti non strutturati sono fondamentali perché permettono al bambino di sperimentare autonomia, creatività e capacità di trovare risorse interne.
Quando ogni momento è riempito dall’adulto, il bambino rischia di avere meno occasioni per chiedersi: “Cosa posso fare? Cosa mi interessa? Cosa posso inventare?”
La noia, in questo senso, crea un primo spazio di scoperta di Sè.
Crescere imparando ad abitare l’attesa
Il libro Si può (Franco Cosimo Panini) accompagna il lettore in una riflessione variopinta sulle possibilità contenute nelle esperienze quotidiane.
Con parole e immagini essenziali, il libro invita a guardare ciò che accade con uno sguardo più aperto, ricordandoci che anche nei momenti apparentemente semplici possono nascere trasformazioni e nuove possibilità.
Dal punto di vista psicologico, questa capacità di stare nell’attesa, come nell’incertezza, è una competenza importante che si costruisce nel tempo e grazie all’esperienza diretta (non possiamo imparare solo dalla teoria certe abilità psicologiche!).
Imparare a non avere sempre una risposta immediata, un’attività pronta o uno stimolo disponibile aiuta bambini e adulti a sviluppare tolleranza alla frustrazione e flessibilità psicologica.
In pratica, non possiamo esplorare la nostra creatività, intesa a 360 gradi e non solo artistica, se non ci viene mai messo di fronte un foglio bianco (metaforicamente e non).
Dal libro allo schermo con Marco Liviero
Quando si tratta di portare il tema della noia sullo schermo, il cinema d’animazione ci ha regalato un capolavoro assoluto e senza tempo: Il mio vicino Totoro (1988) di Hayao Miyazaki.
Questo film presenta una struttura che si contrappone ai ritmi frenetici del cinema moderno.
La parola “noia” non viene mai pronunciata, eppure la pellicola è impregnata in ampia misura da quello che nella cultura giapponese viene chiamato ma: il vuoto, la pausa, lo spazio calmo tra le cose.
Miyazaki non ci mostra dei bambini che si lamentano e immerge lo spettatore stesso in quel tempo lento. Nella prima parte del film, infatti, non c’è una trama incalzante o un colpo di scena, vediamo semplicemente le due sorelline protagoniste, Satsuki e Mei, esplorare una vecchia casa di campagna, osservare i granelli di polvere nel buio, raccogliere ghiande, azionare una pompa dell’acqua manuale.
È la rappresentazione visiva del tempo non strutturato, dove l’assenza di stimoli preimpostati induce a usare l’immaginazione e ad osservare le cose del mondo, a sperimentarle.
Il film stesso si fa per noi esercizio di questa “noia”: noi, come le bambine, siamo in un intermezzo, un tempo lento in mezzo alle cose che accadono, fatto di dettagli e silenzi da esplorare.
La scena simbolo del film, l’attesa del papà alla fermata dell’autobus sotto la pioggia, incarna perfettamente questo concetto. È un momento sospeso, lungo, quasi statico. Ma è proprio quando le bambine accettano quell’immobilità e quel silenzio che Totoro, il grande spirito della foresta, si palesa accanto a loro.
Il messaggio che il film ci consegna è potente nella sua semplicità: la meraviglia non si manifesta quando corriamo da un impegno all’altro, quando abbiamo mille cose da fare, quando il nostro tempo è sempre pieno; la meraviglia ha bisogno che la mente rallenti, che si “annoi”.
Permettere ai bambini e a noi stessi di attraversare quello scomodo e inusuale “vuoto” iniziale significa sintonizzarsi su una frequenza diversa, dove la noia smette di essere un nemico da sconfiggere e diventa il terreno fertile in cui germogliano idee e ‘immaginazione.
Il mio vicino Totoro non è un film di facile visione per bambini e ragazzi, ma ci permette di mostrare un altro modo di fare le cose e può diventare un momento di rallentamento dagli stimoli frenetici di tutti i giorni.
Lasciare spazio a ciò che può nascere
Naturalmente, non tutta la noia ha la stessa funzione.
Una noia vissuta come immobilità, isolamento o mancanza di senso può essere un’esperienza faticosa, talvolta anche così dolorosa o intensa da richiedere un supporto psicologico per comprenderne il significato.
È la possibilità di trasformarla a fare la differenza, passare da “non so cosa fare” a “ora posso scoprire cosa mi interessa, cosa mi va davvero di fare”.
Per i bambini questo significa avere tempi di gioco libero e possibilità di esplorare.
Per gli adulti significa recuperare spazi non produttivi, in cui non tutto deve avere uno scopo immediato.
In una società che ci invita continuamente a fare, produrre e consumare stimoli, la noia può sembrare un errore.
Eppure, proprio nei momenti meno riempiti può emergere qualcosa di importante per noi: un’idea, un desiderio, una nuova prospettiva su noi stessi.
Imparare ad abitare il vuoto non significa perdere tempo, ma creare spazio affinché, magari, qualcosa di nuovo possa nascere.
La domanda con cui vi salutiamo questo mese è: Quanto spazio concediamo alla possibilità di annoiarci?
Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.
Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica
Dott. Marco Liviero
Educatore sociale
