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Leggere tra le righe: La meraviglia delle piccole cose

Leggere tra le righe: La meraviglia delle piccole cose

Ci sono storie che ci aiutano a dare un nome a qualcosa che appartiene anche a noi.

Leggere tra le righe è la rubrica di Studio Progetto Vita che, ogni mese, parte dalle pagine di un libro per esplorare un tema psicologico, accompagnando bambini, ragazzi e adulti a guardare un po’ più da vicino emozioni, relazioni ed esperienze che attraversano la vita quotidiana.

 

Le storie non ci offrono necessariamente risposte, ma possono diventare un luogo in cui riconoscersi, incontrare punti di vista diversi dal proprio e trovare parole per esperienze che, a volte, è difficile raccontare.

 

Questo mese parliamo della meraviglia delle piccole cose quotidiane, quelle che, alla fine, ci regalano il benessere nella vita di tutti i giorni.

Tra piccole gioie e ombre

Ci sono momenti in cui ci accorgiamo di quanto ci basti davvero poco per stare bene.


Una cosa che ci fa ridere, una persona che ci viene incontro, una passeggiata, una raggio di luce, il profumo di qualcosa che ricordiamo con gioia, una storia ascoltata prima di dormire.
Piccole esperienze che, prese singolarmente, possono sembrare quasi insignificanti e invece, messe insieme, contribuiscono a dare forma alle nostre giornate.

 

Altre volte, ahimè, capita a tutti di fare molta più fatica a rendercene conto.


Quando siamo preoccupati, stanchi o attraversiamo un periodo difficile, la nostra attenzione tende facilmente a concentrarsi su ciò che non funziona, su quello che manca, su ciò che dobbiamo ancora risolvere. È comprensibile ed è un meccanismo automatico: ciò che ci preoccupa richiede attenzione e spesso finisce per occupare molto spazio.


Ma il fatto che esistano “ombre” nelle nostre giornate,  non significa che nel frattempo non accadano anche altre cose meritevoli di attenzione.


Possiamo avere una giornata faticosa e, dentro quella stessa giornata, esserci sentiti bene per qualche minuto. Possiamo essere preoccupati per qualcosa e, nello stesso tempo, aver riso sinceramente con qualcuno. Possiamo attraversare un periodo complesso e continuare ad avere luoghi, persone o attività che ci fanno sentire un po’ più a casa e un po’ più al sicuro.


Accorgersi di questo non significa in alcun modo negare il resto.
Ma permette alla nostra esperienza di essere più ampia del problema che stiamo vivendo.

Grazie per la notte, per il giorno e le bolle di sapone

In Grazie per la notte, per il giorno e le bolle di sapone (Lapis, 2024), Jarvis accompagna il lettore attraverso una serie di piccoli elementi della quotidianità: la notte, il giorno, la natura, gli animali, i giochi, le persone e quelle esperienze semplici che possono suscitare meraviglia e piacere.

È un albo che parla di gratitudine, ma possiamo leggerlo anche in un altro modo: un invito ad accorgersi.

Per un bambino, una bolla di sapone può essere davvero qualcosa di straordinario. Una pozzanghera può diventare un gioco. Un animale può catturare completamente l’attenzione. Una persona può rappresentare sicurezza, divertimento, affetto.

Con la crescita, però, molte di queste esperienze rischiano di diventare così familiari da smettere di essere viste. Non perdono valore, ma noi abbiamo smesso di prestarvi attenzione.


Dal punto di vista psicologico, imparare a riconoscere ciò che ci fa stare bene è tutt’altro che secondario. Significa costruire, poco alla volta, una maggiore consapevolezza della propria esperienza.
Che cosa mi piace? Che cosa mi incuriosisce? Che cosa mi fa sentire al sicuro? Con chi sto bene? Quali momenti mi fanno sentire davvero presente?

Una vita intera da guardare

Vita. Uno spettacolo straordinario (Rizzoli, 2020) di Lisa Aisato allarga lo sguardo fino a comprendere l’intera esistenza.

 

È un libro prevalentemente visivo, costruito su illustrazioni che attraversano le diverse fasi della vita: l’infanzia, la giovinezza, l’età adulta, la vecchiaia. Aisato parte dalla propria esperienza e da quella delle persone vicine per raccontare, attraverso immagini accostate tra loro, il gioco e la serietà dell’infanzia, il caos della giovinezza, il peso dell’età adulta e la libertà, la nostalgia e la sapienza della vecchiaia.

 

Sfogliandolo, la vita appare per quello che è: un insieme di stagioni molto diverse tra loro.

 

Ci sono momenti di entusiasmo e momenti di fatica, desideri e delusioni, libertà e responsabilità, incontri e separazioni. Ci sono cose che arrivano nuove nella nostra vita e altre che cambiano forma. Ci sono periodi in cui sembra di sapere bene dove si sta andando e altri in cui ci si sente completamente persi, senza direzione.

 

Perché la vita non è straordinaria in ogni suo istante.
Ma solo guardandola nel suo insieme, possiamo accorgerci di quanta ricchezza contiene.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Il film d’animazione scelto per questo mese è Soul (2020). Joe è un’insegnante di musica che per tutta la vita ha desiderato di diventare un grande musicista jazz, ma un imprevisto lo catapulta in un luogo ultraterreno dove le anime sviluppano la propria personalità prima di nascere. Lì incontra 22, un’anima ribelle che rifiuta di andare sulla Terra perché non riesce a trovare la propria “scintilla”, ovvero la passione che dovrebbe dare senso alla vita. Nel tentativo di aiutare 22 e di ritornare alla propria vita, Joe scopre una verità inaspettata: la “scintilla” non è un grande talento, un obiettivo professionale da raggiungere o una missione straordinaria. 22, sperimentando per la prima volta la vita sulla Terra, si meraviglia di dettagli all’apparenza insignificanti: il sapore intenso di una fetta di pizza, il suono del vento tra le foglie, il calore del sole sulla pelle, la bellezza di una foglia che cade a mulinello o una conversazione sincera con una persona cara. Sono proprio queste piccole percezioni quotidiane, spesso date per scontate o invisibili a chi è troppo concentrato sulle proprie preoccupazioni, a rendere la vita degna di essere vissuta.

Soul ci ricorda che il benessere non nasce dall’inseguire a tutti i costi un traguardo o dal trovare una risposta definitiva a ogni problema, ma dalla nostra capacità di stare nel presente e accorgerci e apprezzare ciò che ci circonda. Come ci insegnano le storie di questa rubrica, la vita non è straordinaria solo nei momenti di grande successo: è un insieme di attimi imperfetti, semplici e preziosi. Non serve compiere gesti incredibili o raggiungere obiettivi straordinari per trovare i motivi che ci spingono a fare le cose. A volte, il senso più profondo sta semplicemente nell’imparare ad assaporare ogni giorno la meraviglia delle piccole cose.

Non è questione di essere positivi

Parlare di “meraviglia delle piccole cose” può facilmente far pensare alla necessità di essere più positivi, provare più gratitudine, diventare più capaci di vedere il bello della vita.

 

Ma non è proprio questo il punto.

 

Non abbiamo bisogno di trovare qualcosa di positivo in ogni esperienza, a tutti i costi. Non tutto ciò che accade ha un significato nascosto e non tutte le difficoltà devono (o possono) essere trasformate in un’occasione per migliorarsi.

 

Ci sono le brutte giornate. Ci sono le perdite. Ci sono momenti in cui la fatica è tanta.
E possiamo riconoscerlo senza che questo renda meno autentici i momenti in cui stiamo bene.

 

Le due cose esistono già insieme! Dobbiamo solo capire come concepirlo.

 

Possiamo essere tristi e ridere di gustto.
Possiamo avere paura e sentirci curiosi.
Possiamo essere stanchi e godere di un momento di calma.
Possiamo attraversare una fase dolorosa e continuare a riconoscere ciò che amiamo della nostra vita.

 

Il benessere vero, quello che dura nel tempo, non consiste nel riuscire a eliminare ciò che ci fa stare male, ma nel non perdere completamente il contatto con ciò che, nonostante tutto, continua a farci sorridere il cuore, ad avere valore e darne alle nostre giornate.

Imparare a guardare

Questa capacità può essere coltivata fin dall’infanzia.

Possiamo aiutare i bambini a riconoscere non soltanto ciò che li fa arrabbiare o ciò che li preoccupa, ma anche ciò che li incuriosisce, li diverte, li rassicura.
Aiutarli a dare un nome alle persone con cui stanno bene, alle attività che amano, ai momenti che vorrebbero conservare.

 

E possiamo continuare a farlo anche da adulti.

Perché a volte conosciamo molto bene ciò che ci pesa e molto meno ciò che ci nutre.

Sappiamo dire cosa non vogliamo più, ma facciamo fatica a capire cosa desideriamo.
Sappiamo riconoscere ciò che ci manca, ma non sempre ciò che abbiamo.
Sappiamo quando una giornata è stata difficile, ma non necessariamente quando, dentro quella stessa giornata, c’è stato un momento in cui siamo stati bene.

 

Forse allora fermarsi ad accorgersene non è una cosa piccola per niente.

È un modo per entrare maggiormente in contatto con la propria esperienza e per riconoscere che la nostra vita non coincide mai soltanto con il problema che stiamo attraversando.


Una bolla di sapone dura pochi secondi.
Un tramonto sfuma e svanisce.
Un abbraccio finisce.


L’infanzia diventa adolescenza, l’adolescenza diventa età adulta, e anche l’età adulta cambia forma ancora e ancora.

 

E non abbiamo bisogno che ciò che ci fa stare bene duri per sempre per riconoscerne il valore.

A volte possiamo semplicemente lasciarlo accadere, accorgercene e tenerne traccia, scriverlo nella nostra storia.


Non tutto ciò che conta nella nostra vita fa rumore.
E forse, tra tutte le cose che oggi abbiamo attraversato senza quasi accorgercene, ce n’è qualcuna che valeva la pena guardare un po’ più da vicino.

Dott.ssa Gaia Zanzottera

Dott. Marco Liviero

STIMOLARE IL LINGUAGGIO DEL BAMBINO: 6 strategie semplici da usare ogni giorno

STIMOLARE IL LINGUAGGIO DEL BAMBINO: 6 strategie semplici da usare ogni giorno

Stimolare il linguaggio del bambino non significa chiedergli continuamente di parlare, ripetere parole o rispondere alle nostre domande. Spesso sono proprio i piccoli cambiamenti nel modo in cui l’adulto comunica con il bambino a creare le occasioni migliori per favorire lo sviluppo del linguaggio.
La quotidianità offre moltissime opportunità: il gioco, il momento del pasto e del bagno, la lettura di un libro o una semplice passeggiata possono diventare preziosi momenti di scambio.
Vediamo insieme allora 6 semplici strategie da utilizzare ogni giorno, durante il gioco e nelle normali routine di famiglia.

1. Segui il suo interesse

Il primo passo è semplice: osserva il bambino. Con cosa sta giocando? Cosa ha attirato la sua attenzione?
Se è concentrato su una macchinina, quello è il momento giusto per parlare della macchinina: “La macchina corre!” “La macchina è rossa!” “La macchina va veloce!”.
Seguire ciò che interessa al bambino rende il linguaggio più significativo, perché le parole vengono inserite all’interno di un’attività che in quel momento lo coinvolge.

2. Parla meno, ma parla meglio

Per stimolare il linguaggio del bambino non è importante riempire tutti i silenzi. Utilizza un linguaggio chiaro, semplice e adeguato alle sue competenze, parlando con calma e utilizzando frasi molto brevi. Mettiti all’altezza del bambino, e cerca di stabilire il contatto visivo prima di parlare, così da facilitare l’attenzione condivisa. Anche gesti, espressioni del viso e intonazione possono aiutare a rendere il messaggio più comprensibile.
Ad esempio, mentre il bambino mangia la mela potremmo dire: “Mangi la mela!”, “La mela è buona!”.
Poche parole, ma strettamente collegate a quello che sta vivendo.

3. Commenta, senza trasformare il gioco in un’interrogazione

“Cos’è?”, “Come si chiama?”, “Che colore è?”
Fare domande non è sbagliato, ma se sono troppe l’interazione rischia di assomigliare ad un’interrogazione.
Prova invece a commentare quello che il bambino sta facendo: “Hai preso la palla!”, “Il cane corre!” “Il sole è giallo!”.
Quando fai una domanda, lasciagli il tempo necessario per rispondere. Se il bambino utilizza ancora poche parole, puoi offrirgli una scelta: “Vuoi la palla o la macchina?”

4. Espandi ciò che il bambino dice

Una strategia molto utile consiste nel partire proprio dalle parole del bambino e aggiungere qualcosa.
Se dice “Cane” potresti rispondere “Si, il cane corre!”. In questo modo gli offrirai un modello leggermente più ricco senza chiedergli necessariamente di ripeterlo.
Anche quando commette un errore, prova a restituire semplicemente la forma corretta ed evita continue correzioni dirette.

5. Aspetta: anche il silenzio può diventare comunicazione

Gli adulti che conoscono bene un bambino spesso sanno già cosa vuole prima ancora che lo chieda. Ma proviamo a non anticipare tutto!
Dopo una domanda o un commento, lascia qualche secondo di pausa: il bambino potrebbe utilizzare quello spazio per guardare, indicare, vocalizzare, pronunciare una parola.
Non completare immediatamente ciò che sta cercando di dire e non mettiamogli fretta nel dirlo.

6. Gioca, leggi e crea nuove occasioni per comunicare

Le occasioni per favorire la comunicazione si trovano ovunque, anche nei momenti più semplici della giornata: preparare una torta insieme, fare la spesa, vestirsi permettono di introdurre parole nuove e costruire piccole frasi.
Il gioco e la lettura condivisa rappresentano momenti preziosi! Durante la lettura, ad esempio, non è necessario leggere ogni parola dall’inizio alla fine: potresti osservare le immagini, commentarle e seguire ciò che incuriosisce il bambino.
Anche le nuove esperienze possono diventare occasioni per arricchire il linguaggio: una giornata allo zoo, una visita in fattoria, una passeggiata in un luogo nuovo permettono al bambino di scoprire, conoscere e vivere situazioni diverse.

Stimolare il linguaggio non significa fare terapia a casa.

Significa creare, nella quotidianità, occasioni piacevoli nelle quali il bambino abbia possibilità di comunicare!
Osservare, aspettare, ascoltare, commentare e offrire un buon modello linguistico sono piccoli accorgimenti che possono entrare naturalmente nella giornata.

Dott.ssa Benegiamo Enrica
Logopedista

Bibliografia

  • Girolametto, L., Bello, A., Onofrio, D., Remi, L., & Caselli, M. C. (2017). Parent-coaching per l’intervento precoce sul linguaggio. Percorsi di lettura dialogica nel programma “Oltre il libro”. Erickson.
  • Bonifacio, S., & Hvastja Stefani, L. (2010). L’intervento precoce nel ritardo di linguaggio. Il modello INTERACT per il bambino parlatore tardivo. FrancoAngeli.
  • Girolametto, L., Marotta, L., & Onofrio, D. (2019). Crescere parlando nella scuola dell’infanzia. Strategie per la promozione della comunicazione e del linguaggio. Erickson.
Motivazione e apprendimento: introduzione all’argomento.

Motivazione e apprendimento: introduzione all’argomento.

Sentiamo spesso parlare di motivazione, associandola un po’ a tutto quello che facciamo, ma sappiamo realmente cos’è? 

Motivazione deriva dal latino “motus” e indica quindi un movimento, uno stimolo verso qualcosa. La motivazione può essere infatti considerata una spinta a fare, o a non fare, qualcosa; indica quindi la direzione e la forza del nostro agire, influenza le nostre scelte, la nostra persistenza e le nostre prestazioni. La motivazione è presente, pertanto, in tutte le azioni che chiunque di noi compie ed è inevitabilmente presente e importante anche in tutti i processi di apprendimento. I fattori che la determinano sono molti, tuttavia alcuni studiosi hanno delineato una formula apparentemente molto semplice in grado spiegarla. Wigfield e Eccles (2000) definiscono infatti la motivazione come il prodotto tra aspettative e valori. 

Per aspettative si possono qui intendere convinzioni intrinseche, come credere di saper svolgere bene o male un determinato compito nonché le credenze legate alle nostre abilità, o estrinseche, ovvero legate all’idea che abbiamo su quel determinato compito, come per esempio la sua facilità o difficoltà.

Tra i valori gli autori comprendono invece il valore al raggiungimento, legato all’importanza data all’obbiettivo, ovvero l’importanza data al buon svolgimento di un determinato compito, il valore intrinseco, ossia il piacere che si prova nello svolgere un determinato compito, l’utilità percepita e il costo, ovvero quanto lo svolgimento di un’attività può limitare lo svolgimento di altre (il costo può essere materiale ma anche fisico/energetico o psichico/emotivo).

Secondo tale modello per essere veramente motivati a fare qualcosa è importante siano presenti entrambi questi fattori. Quando possediamo delle aspettative positive su quelle che sono le nostre capacità e su quella che sarà la nostra prestazione al compito e a quel compito attribuiamo un valore elevato la nostra motivazione sarà sicuramente alta e saremo quindi ben disposti a impegnarci per ottenere il miglior risultato possibile; viceversa, se ci sentiamo poco bravi e crediamo che il compito sia troppo difficile per noi e gli attribuiamo una scarsa importanza, allora probabilmente saremo disposti a impegnarci molto meno e a essere poco interessati al risultato.

Cosa possiamo fare quindi per motivare una persona che non lo è? 

Innanzitutto, potrebbe essere utile capire la causa: si tratta di un problema di aspettative o di valore? Se ci percepiamo poco capaci è importante capire se è effettivamente un problema di competenza o di percezione. Nel primo caso potrebbe essere utile potenziare la competenza, riducendo anche la difficoltà della richiesta; riuscire a portare termine qualcosa e sperimentare successo è di per sé motivante e può favorire anche una maggior percezione delle proprie competenze. Per aumentare invece il valore dato al compito è possibile lavorare su più fronti: per esempio se viene data poca importanza all’obbiettivo può essere utile che l’importanza venga trasmessa dall’esterno; se non viene percepita utilità allora potrebbe essere efficacie cambiare punto di vista (es. spesso gli studenti a scuola pensano “ma a che mi serve studiare questa materia?”, potrebbe essere efficacie trovare in questi casi dei risvolti pratici nella vita dei tutti i giorni, oppure cambiare punto di vista e vedere un’utilità futura o globale). Spesso può essere anche il costo percepito il problema, in questo caso si tratta di capire cos’è a far si che il compito venga percepito come così “costoso” e agire su quello, anche con una ristrutturazione dei pensieri disfunzionali.

Quello della motivazione è un campo ricco di studi e su cui si potrebbero spendere molte parole. Con questo piccolo articolo introduttivo spero di aver avvicinato e incuriosito alcune persone all’argomento. Questo tema verrà sicuramente trattato anche in articoli futuri con declinazioni specifiche a bambini/ragazzi e scuola.

Dott. Nicolò Rigato

Bibliografia: 

Cornoldi, C. (2018). Processi cognitivi, motivazione e apprendimento / Cesare Cornoldi … [Et al.]. il Mulino.

Wigfield, A., & Eccles, J. S. (2000). Expectancy–Value Theory of Achievement Motivation. Contemporary Educational Psychology, 25(1), 68–81. https://doi.org/10.1006/ceps.1999.1015

Caldo e salute mentale: un legame che la psicologia non può più ignorare

Caldo e salute mentale: un legame che la psicologia non può più ignorare

Quando pensiamo agli effetti del caldo, pensiamo soprattutto alla stanchezza, alla disidratazione e ai rischi per la salute fisica. Più raramente ci chiediamo che cosa succeda, invece, alla nostra mente.

Eppure temperatura e benessere psicologico sono strettamente collegati. Le alte temperature possono influenzare il sonno, l’umore, la capacità di concentrarsi e, più in generale, il modo in cui regoliamo emozioni e stress.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda la regolazione emotiva. Gestire un’emozione significa riconoscerla, tollerare il disagio e riuscire a scegliere come reagire. Quando siamo molto accaldati, stanchi o fisicamente a disagio, questo processo può diventare più faticoso.

La soglia di tolleranza alla frustrazione può abbassarsi e situazioni che normalmente riusciremmo a gestire possono sembrarci improvvisamente più pesanti. Non significa che il caldo ci renda automaticamente aggressivi o irritabili, ma che può rappresentare uno stressor aggiuntivo, capace di ridurre le nostre risorse di autoregolazione. La ricerca ha infatti rilevato un aumento di irritabilità e comportamenti aggressivi durante le giornate più calde.

Uno dei principali mediatori tra caldo e salute mentale è il sonno.

Per addormentarci e mantenere un sonno di buona qualità, il nostro organismo deve poter regolare la propria temperatura. Quando le temperature notturne rimangono elevate, il sonno può diventare più frammentato e meno ristoratore.

E dormire male ha conseguenze anche sul piano psicologico: aumenta la stanchezza, rende più difficile concentrarsi e può favorire irritabilità, ansia e difficoltà nella gestione delle emozioni.

Si crea così un possibile circolo vizioso: caldo, sonno peggiore,maggiore stanchezza,minore capacità di regolazione emotiva e maggiore stress.

Il caldo può essere particolarmente impegnativo anche per chi tende a prestare molta attenzione alle proprie sensazioni corporee.

Sudorazione, affaticamento, aumento della frequenza cardiaca o sensazione di mancanza d’aria possono essere normali risposte dell’organismo alle alte temperature. Tuttavia, nelle persone più vulnerabili all’ansia, queste sensazioni possono essere interpretate come segnali di pericolo e contribuire ad aumentare ulteriormente l’attivazione.

Per questo è importante distinguere tra sensazione fisica e interpretazione della sensazione: sentire il corpo più attivato non significa necessariamente che ci sia qualcosa di pericoloso.

 

Le temperature elevate possono influenzare anche il funzionamento cognitivo. Attenzione, memoria di lavoro e velocità di elaborazione possono ridursi, con conseguenze sulla produttività lavorativa e sul rendimento scolastico.

Questo può diventare frustrante: facciamo più fatica a concentrarci, ci sentiamo meno efficienti e rischiamo di interpretare questa difficoltà come un nostro limite, quando in realtà anche le condizioni ambientali stanno contribuendo.

Il rapporto tra caldo e salute mentale non è uguale per tutti. Chi presenta già una condizione psicologica o psichiatrica può essere maggiormente vulnerabile agli effetti dello stress termico. La letteratura ha evidenziato, in particolare, possibili criticità nelle persone con disturbi dell’umore, disturbi psicotici e disturbi d’ansia.

Questo non significa che il caldo provochi necessariamente un peggioramento dei sintomi, ma che può rappresentare un ulteriore fattore di stress da tenere in considerazione. 

E noi cosa possiamo fare?

Non possiamo controllare la temperatura esterna, ma possiamo ridurre il suo impatto sul nostro benessere.

Proteggere il sonno, mantenersi adeguatamente idratati e organizzare le attività più impegnative negli orari meno caldi sono strategie semplici ma importanti. Può essere utile anche mantenere, per quanto possibile, una routine e continuare a dedicarsi ad attività piacevoli e relazioni significative, evitando che il caldo porti a un completo ritiro dalle proprie attività quotidiane.

Per chi è già seguito per una difficoltà psicologica o psichiatrica, è importante prestare attenzione a eventuali cambiamenti significativi nel sonno, nell’umore o nei sintomi e parlarne con il professionista di riferimento. Eventuali modifiche delle terapie farmacologiche devono invece essere sempre concordate con il medico.

Il caldo, quindi, non è soltanto una questione di comfort. È uno stressor ambientale che può coinvolgere corpo, sonno, emozioni e funzionamento cognitivo.

Con il cambiamento climatico che rende le ondate di calore sempre più frequenti, il legame tra temperatura e salute mentale sta assumendo una rilevanza crescente anche in termini di sanità pubblica.

Dott.ssa Giorgia Gennari

Leggere tra le righe

Ansia e paura del nuovo: quando il mondo fuori sembra troppo grande

Leggere tra le righe è la rubrica di Studio Progetto Vita che, ogni mese, attraverso le pagine dei libri esplora un tema psicologico, accompagnando bambini, ragazzi e adulti a osservare un po’ più da vicino emozioni, relazioni ed esperienze che attraversano la vita quotidiana.

Le storie non ci offrono necessariamente risposte, ma possono diventare uno spazio in cui riconoscersi, incontrare prospettive diverse e trovare parole nuove per esperienze che, a volte, è difficile descrivere.

Questo mese parliamo di ansia e paura del nuovo, di ciò che accade quando quello che non conosciamo magari ci incuriosisce ma, allo stesso tempo, ci spaventa; del bisogno di sentirci al sicuro e della possibilità di continuare a esplorare anche quando non possiamo conoscere in anticipo ciò che accadrà.

La paura ci prepara a ciò che non conosciamo

Il nuovo può incuriosire, entusiasmare, aprire possibilità. Ma può anche impaurire, o generare vera e propria ansia.
Perché ciò che è nuovo ha una caratteristica inevitabile: non sappiamo ancora esattamente che cos’è o cosa succederà.

 

Nel linguaggio quotidiano, nei titoli di manuali di auto-aiuto e nei post gridati sui social media, troppo spesso si additano l’ansia e la paura come emozioni da eliminare ma entrambe hanno una funzione importante.

La paura ci permette di riconoscere un possibile pericolo e prepara il nostro organismo a rispondervi. L’ansia si  sveglia ancor prima che qualcosa accada: ci porta ad anticipare scenari, immaginare ciò che potrebbe succedere e prepararci ad affrontarlo.


Entrambe ci permettono di tenerci al sicuro, un po’ come due guardie del corpo.

In una certa misura, quindi, essere in ansia o provare timore davanti a qualcosa di nuovo non significa che ci sia un problema (o un disturbo!).

 

Un bambino che entra per la prima volta in una nuova classe può chiedersi se riuscirà a fare amicizia e sentire il pancino agitato. Un adolescente può preoccuparsi di non essere accettato dal gruppo e non parlare con nessuno perché ogni parola potrebbe essere quella che lo metterà in ridicolo. Un adulto, prima di iniziare un nuovo lavoro, può temere di non essere all’altezza e trascorrere notti intere a guardare il soffitto e pensare che ha sbagliato ad accettarlo.

 

Il nostro sistema di allerta si attiva perché si trova davanti a qualcosa che ancora non conosce.
È una risposta naturale, fisiologica e, se la usiamo bene, anche funzionale.

 

Ciò che caratterizza il disagio, le difficoltà e i disturbi ansiosi è il fatto che l’incertezza viene percepita esclusivamente (o quasi) come una minaccia e il bisogno di sentirsi al sicuro diventa così forte e vitale da portarci a evitare sistematicamente ciò che non possiamo prevedere o controllare.

 

Evitare ci fa stare meglio… ma solo per un po'

Quando qualcosa ci fa paura, evitarlo funziona. Nell’immediato!

Se ho paura di parlare davanti agli altri e decido di non farlo, è molto probabile che sentirò diminuire rapidamente la mia ansia. Se temo di andare in un luogo che non conosco e resto a casa, proverò sollievo e distensione. Se penso che qualcosa possa andare storto e rinuncio, per qualche momento potrò sentirmi nuovamente “a posto”.

 

È quel sollievo a rendere l’evitamento una strategia così potente.

 

Il problema è che, se diventa la nostra principale strategia per gestire la paura, rischia progressivamente di restringere il nostro mondo.

Ogni volta che evitiamo qualcosa ci priviamo della possibilità di scoprire che forse avremmo potuto affrontarla, che forse l’ansia sarebbe diminuita anche rimanendo nella situazione o che ciò che di negativo avevamo immaginato forse non si sarebbe verificato.

 

A poco a poco si può creare un circolo vizioso: più evito ciò che mi spaventa, meno occasioni ho di sperimentare di poterlo affrontare; meno mi sento capace di affrontarlo, più avrò bisogno di evitarlo.

 

Questo non significa che la soluzione sia obbligare sé stessi ad affrontare qualsiasi paura o spingere un bambino dentro una situazione per la quale non si sente ancora pronto.

Possiamo avvicinarci a ciò che ci spaventa un passo alla volta, con un livello di fatica e difficoltà che riusciamo tollerare e, soprattutto durante l’infanzia, accompagnati da qualcuno con cui ci sentiamo al sicuro.

Che difficile!: quando ciò che sembra semplice richiede un grande sforzo

Ci sono azioni che osservate dall’esterno possono sembrare semplicissime.
Uscire di casa. Salutare qualcuno. Rispondere a una domanda. Entrare a scuola. Parlare con i compagni.

Eppure non lo sono per tutti.

 

In Che difficile! (Kite Edizioni, 2023), per il piccolo protagonista, trovare la forza di esprimersi e far sentire la propria voce è proprio difficile. Anche la routine di una qualsiasi giornata di scuola si trasforma in una gigantesca sfida. Ciò che per qualcun altro avviene quasi automaticamente può richiedere, per lui, un enorme lavoro interno.

 

Ed è forse questo uno degli aspetti più preziosi dell’albo: ci invita a non usare la nostra fatica come metro per misurare la fatica dell’Altro.

Dire a un/a bambino/a “non è niente“, “non devi avere paura” o “tutti gli altri lo fanno” spesso viene fatto con il desiderio o l’intenzione di rassicurarlo; ma rischia involontariamente di comunicargli che ciò che sente non dovrebbe esserci, che in qualche modo è sbagliato o fuori posto.

 

Riconoscere la sua difficoltà equivale a dire “vedo che per te questa cosa è difficile”. E allora possiamo capire insieme come affrontarla.
Questo non conferma che quella situazione sia realmente pericolosa, né significa rinunciare ad accompagnarlo verso una maggiore autonomia. Si tratta di distinguere tra accogliere un’emozione e assecondare ogni evitamento: meglio riusciamo a farlo noi nei suoi confronti, meglio lo imparerà anche lui/lei.

 

Possiamo riconoscere la paura e, contemporaneamente, trasmettere la nostra fiducia nella possibilità e capacità del bambino di fare un piccolo passo (che non significa arrivare subito al risultato finale, ma è già un successo da celebrare!).

Non sempre quello che agli occhi di un adulto appare come un progresso minimo lo è anche per chi lo sta compiendo. Per qualcuno dire una parola, entrare in una stanza o rimanere qualche minuto in una situazione nuova può rappresentare una vera conquista.

 

Crescere è anche poter fare esperienza di questo: era difficile, avevo paura, eppure qualcosa sono riuscito a fare.

Le catastrofi del giorno: quando il pericolo ci sembra ovunque

In Le catastrofi del giorno (Camelozampa, 2020) Majken ha dodici anni e vede possibili catastrofi praticamente ovunque.

 

Legge notizie di incidenti, attentati, disastri ambientali, inquinamento e riscaldamento globale e le annota scrupolosamente nel suo diario. Cerca di tenere lontani i germi, ma insieme ai germi finisce per tenere lontane anche le persone.

Le sue paure non sono completamente inventate: molte delle cose che teme possono realmente accadere (noi oggigiorno lo sappiamo fin troppo bene!).


Ma essere al sicuro non significa avere la certezza che nulla di spiacevole accadrà.

Possiamo informarci, prevenire alcuni rischi e prenderci cura di noi stessi, ma una parte della vita rimane inevitabilmente imprevedibile. Quando proviamo a eliminare completamente questa incertezza, il tentativo di proteggerci può diventare una gabbia.

 

L’ansia tende infatti a porci una domanda insistente: “E se succedesse?”.
La mente cerca allora risposte, immaginando scenari, raccogliendo informazioni, controllando, anticipando ogni evenienza. Tutto con l’obiettivo di raggiungere finalmente una certezza sufficiente per sentirsi finalmente tranquilli.

 

Ma la certezza assoluta non è cosa umana.

Nel romanzo di Jackert, l’isolamento di Majken comincia a incrinarsi grazie a degli incontri fortunati; perché in fondo sono i legami, il contatto con la vita e con gli Altri, fuori dalle proprie paure, a dare un respiro diverso alla nostra esistenza. Non quello sussultante della paura, non quello affannoso dell’ansia, ma quello ampio e fresco della vitalità.

Perché proteggerci da tutto ciò che potrebbe farci male può tenerci distanti anche da ciò che potrebbe sorprenderci, emozionarci o farci stare bene.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Una splendida rappresentazione dell’ansia e della paura che possiamo provare quando incontriamo qualcosa di sconosciuto ci arriva dal film d’animazione Wolfwalkers – Il popolo dei lupi (2020).

La storia è ambientata nella cittadina irlandese di Kilkenny, stretta attorno a pesanti mura protettive e governata con il pugno di ferro da un severo Lord Protettore. La giovane protagonista, Robyn, arriva in città insieme al padre, un cacciatore ingaggiato per sterminare l’ultimo branco di lupi che vive nella vicina foresta.
Per gli abitanti della città, il mondo esterno è regolato da un unico dogma: la natura, i lupi e tutto ciò che non si può controllare sono minacce mortali, da domare o distruggere.
Ma tutto cambia quando Robyn, spinta da un misto di curiosità e insofferenza per le regole soffocanti del padre, decide di trasgredire i divieti e si avventura nella foresta proibita. Lì incontra Mebh, una bambina selvaggia e libera che appartiene ai Wolfwalkers, un antico popolo di persone che di notte, mentre dormono, si trasformano in lupi.

Nel film la città rappresenta la massima espressione di quel bisogno profondamente umano di sicurezza assoluta e prevedibilità di fronte a ciò che spaventa, ma che, se si esprime con rigidità, si trasforma in una vera e propria gabbia. Il coraggio della protagonista di uscire ed esporsi al nuovo e all’ignoto, permette di scoprire che la paura iniziale era alimentata unicamente dall’ignoranza e dai muri eretti per difendersi da nemici immaginari.

L’atteggiamento risolutore presentato nel film non è quello degli adulti che cercano il controllo assoluto sulle cose, ma quello della giovane protagonista che incuriosita (e anche un po’ impaurita) si apre alla novità e accetta il cambiamento come unica soluzione possibile per non irrigidirsi all’interno di mura auto-costruite, siano esse fisiche o mentali.
Questa storia ci insegna a non aver paura dei cambiamenti e di ciò che è diverso, e che spesso il nuovo di cui tanto avevamo paura all’inizio, spesso riesce a migliorarci e diventare una parte di noi.

Non dobbiamo aspettare che la paura scompaia

Quando qualcuno ha paura di qualcosa, la tentazione in cui possiamo cascare è quella di trovare le parole giuste per convincerlo che non deve preoccuparsi.

Sopprimere le emozioni, però, non ci salva affatto (lo abbiamo imparato nel primo articolo della rubrica!).

Dire “non c’è niente di cui avere paura” non fa sparire la paura. A volte può persino aggiungere un secondo problema al primo: oltre a essere spaventata, la persona inizia anche a pensare che non dovrebbe esserlo, e che se lo è c’è qualcosa che non va in lei/lui.

 

Possiamo invece aiutare le persona impaurite di fronte al nuovo a riconoscere ciò che sta accadendo: questa cosa ti preoccupa; il tuo corpo si sta preparando ad affrontare qualcosa che non conosce ancora.
E poi possiamo aiutarla a chiedersi: qual è il passo più piccolo che posso fare, anche se ho ancora un po’ paura?

 

La sicurezza, soprattutto durante l’infanzia, si costruisce nelle relazioni. La presenza di un adulto disponibile, prevedibile e capace di rimanere accanto all’emozione senza esserne travolto offre al bambino una base sicura che gli permette di esplorare.

 

Non serve che eliminiamo ogni ostacolo dalla strada degli Altri (che siano i figli, le persone che amiamo, i nostri pazienti).

Molto spesso è già abbastanza comunicargli, attraverso le parole ma soprattutto attraverso la nostra presenza, “non devi affrontare tutto in una volta e non devi necessariamente farlo senza paura.”

Paura e curiosità possono vivere insieme

Forse uno degli equivoci più comuni è pensare che per essere pronti a qualcosa dobbiamo prima sentirci completamente sicuri.
Aspettiamo di non avere più paura prima di parlare, partire, conoscere qualcuno, provare qualcosa di nuovo, un cibo, uno sport, un libro, una serie tv, un’attività.

Ma molte esperienze importanti della nostra vita cominciano senza questa certezza.
Non abbiamo certezze su nessuno dei fatti fondamentali della nostra esistenza di esseri umani.

 

E paura e curiosità non sono necessariamente opposte. Possiamo desiderare di scoprire qualcosa e, contemporaneamente, esserne intimoriti. Possiamo voler crescere e avere nostalgia di ciò che ci è tanto familiare. Possiamo avere bisogno di sicurezza e, nello stesso momento, sentire il desiderio di novità e di sensazioni forti.

 

Imparare a tenere insieme questa complessità amplia il nostro mondo, un passo alla volta.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

Quando la memoria cambia: è normale invecchiare o è il momento di chiedere aiuto?

Quando la memoria cambia: è normale invecchiare o è il momento di chiedere aiuto?

Una domanda ripetuta più volte, un appuntamento dimenticato, una bolletta rimasta insoluta. Quando questi episodi riguardano un genitore o una persona cara, è naturale chiedersi: «Sarà una normale conseguenza dell’età oppure dovrei preoccuparmi?».

Il 21 settembre, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, vogliamo fermarci proprio su questa domanda. Il tema della campagna internazionale del 2026 è: «Prima lo sai, più puoi fare: una diagnosi di demenza fa la differenza» (Alzheimer’s Disease International, 2026). Riconoscere tempestivamente un cambiamento permette di comprenderne le cause, individuare condizioni trattabili e accedere prima agli interventi e ai servizi disponibili.

Invecchiare significa necessariamente perdere la memoria?

Con l’avanzare dell’età possono verificarsi cambiamenti graduali nella memoria episodica, cioè quella che ci permette di ricordare eventi e informazioni, e nelle funzioni esecutive, coinvolte nell’organizzazione e nel controllo delle attività (Glisky et al., 2022).Può quindi servire più tempo per recuperare un nome, imparare una procedura o ricordare un appuntamento, ciò non indica necessariamente una patologia.

La demenza, invece, non è una normale conseguenza dell’invecchiamento. È una sindrome in cui il declino delle capacità cognitive interferisce con la vita quotidiana e l’autonomia. La malattia di Alzheimer ne rappresenta la causa più comune e può coinvolgere, oltre alla memoria recente, orientamento, linguaggio, attenzione, pianificazione e capacità di prendere decisioni.

Possono comparire anche cambiamenti nuovi e persistenti nel comportamento, nel tono dell’umore, nell’interesse per le attività abituali o nella capacità di prendere iniziativa. Non sono segnali specifici, ma meritano attenzione quando rappresentano una differenza evidente rispetto al precedente modo di essere della persona (Istituto Superiore di Sanità, 2024).

Quindi, più del singolo episodio contano il cambiamento rispetto al passato, la frequenza e le conseguenze sulla vita quotidiana. Può essere necessario approfondire quando la persona:

  • ripete spesso le stesse domande senza ricordare di averle già poste;
  • dimentica con regolarità informazioni o avvenimenti recenti;
  • si perde in luoghi conosciuti;
  • fatica a gestire denaro, farmaci o appuntamenti;
  • non riesce più a svolgere attività prima abituali;
  • mostra cambiamenti rilevanti nel giudizio, nell’umore, nel comportamento o nell’iniziativa.

Nessuno di questi segnali, preso singolarmente, permette di diagnosticare la malattia di Alzheimer. La loro comparsa può però indicare la necessità di chiedere una valutazione accurata.

Non tutte le difficoltà cognitive sono Alzheimer: come possiamo comportarci?

Una difficoltà di memoria può avere molte cause. Stress, ansia, depressione, scarso riposo, problemi di vista o udito, effetti indesiderati di alcuni farmaci, problemi tiroidei, carenze nutrizionali o altre condizioni mediche possono influenzare memoria e concentrazione. Proprio perché le cause possono essere diverse, consultare medici e professionisti è di fondamentale importanza (Istituto Superiore di Sanità, 2024).

Anche i cambiamenti della memoria e del funzionamento quotidiano notati da un familiare possono fornire informazioni clinicamente significative (Kuhn et al., 2023). Prima del colloquio con il medico può essere utile annotare episodi concreti, indicando quando sono comparsi, la loro frequenza e le conseguenze.

Il primo referente può essere il medico di medicina generale, che valuterà eventuali approfondimenti o l’invio a uno specialista o a un Centro per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD) (Istituto Superiore di Sanità, 2024). Per individuare il CDCD più vicino è possibile consultare il portale regionale Una Mappa per le Demenze.

E se mio padre o mia madre non volesse fare la visita?

Parlare di memoria e autonomia può essere delicato: la persona potrebbe sentirsi giudicata o minacciata nella propria indipendenza. In alcuni casi potrebbe non essere pienamente consapevole dei cambiamenti. Non si tratta necessariamente di ostinazione, perché la ridotta consapevolezza può essere parte stessa della condizione clinica.

Dire «Non ricordi più niente» oppure «Devi farti visitare perché ripeti sempre le stesse cose» rischia di aumentare paura e conflitto. Arrabbiarsi o sottolineare gli errori può far sentire la persona attaccata e aumentare la sua chiusura. È perciò preferibile partire da quello che stiamo osservando:

«Ho notato che ultimamente gestire le tue attività ti affatica più del solito. Potremmo parlarne con il medico insieme».

È meglio scegliere un momento tranquillo, evitare discussioni davanti ad altre persone e offrire la propria presenza durante la visita. A volte una sola conversazione non è sufficiente: possono essere necessari tempo, ascolto e più tentativi.

Sostenere questo percorso può diventare faticoso anche per chi è vicino alla persona. I dati italiani mostrano che l’assistenza è sostenuta soprattutto dai familiari e, in particolare, dalle figlie; oltre la metà dei caregiver coinvolti nell’indagine continuava inoltre a lavorare (Paggetti et al., 2025).

Chiedere informazioni, condividere le responsabilità e rivolgersi ai servizi territoriali o a un professionista può essere complesso ma resta fondamentale: significa costruire intorno alla persona e a chi se ne prende cura una rete più sostenibile e preparata.

Di fronte al dubbio, non è necessario avere subito tutte le risposte: il primo passo è scegliere di non affrontarlo da soli.

Dott.ssa Diletta Andreotti

Bibliografia essenziale

“Giochi con me?” Perché è importante che genitori e figli giochino insieme

“Giochi con me?” Perché è importante che genitori e figli giochino insieme

Quante volte sentiamo i bambini chiedere agli adulti di riferimenti, mamme e papà, di giocare insieme a loro? 

Il gioco è un lavoro attraverso cui il bambino acquisisce nuove competenze e abilità, impara a mettersi in gioco e a fare associazioni. Oltre ad acquisire competenze di tipo cognitivo, il gioco permette di affinare e favorire anche nuove capacità relazionali, ma per fare questo il bambino ha bisogno di condividere il proprio gioco con l’altro. Ecco che i bambini iniziano a ricercare altre persone con cui svolgere attività che fino a qualche tempo prima preferivano fare da soli. 

Le neuroscienze hanno scoperto che i circuiti cerebrali del piacere e della gioia sono gli stessi che si attivano quando si è in interazione positiva con un’altra persona. Quindi il bambino prova piacere soprattutto quando può condividere il gioco con qualcuno che rifletta le sue emozioni attraverso la voce e il linguaggio del corpo.

Ma perché le prime persone che vengono incluse nel gioco sono proprio i genitori?

Attraverso il gioco il legame genitore-figlio si modifica: le attività ludiche permettono sia al genitore che al bambino di sperimentare alcune dinamiche che altrimenti difficilmente verrebbero evocate. Quando genitori e figli giocano insieme si instaura una sintonizzazione emotiva che provoca dei cambiamenti sostanziali sia nell’adulto che nel bambino, a livello organico ma anche psicologico. Un buon gioco condiviso porta a un maggior benessere sia della diade genitore-figlio sia dei singoli individui: maggiore serenità, aumentata tolleranza alla frustrazione e allo stress, miglioramento dei ritmi circadiani. 

Inoltre i genitori rappresentano dei riferimenti importanti per i bambini. Grazie ad alcune cellule cerebrali chiamate neuroni specchio, il bambino imita e un po’ alla volta fa propri alcuni comportamenti e competenze che osserva nel genitore e che reputa efficaci, permettendo quindi l’acquisizione di nuove abilità. 

Come faccio a giocare con il mio bambino?

Innanzitutto è importante dedicare il giusto tempo al gioco con il proprio figlio, cercando di avere meno distrazioni possibili per favorire la sintonizzazione emotiva con il bambino. 

Sarà il bambino a gestire il gioco: i bambini manifestano chiaramente le loro preferenze ed è proprio lì che l’adulto si inserisce. L’adulto è un ospite ed è il bambino che conduce il gioco, quindi è bene lasciarsi trasportare da quello che il piccolo inventore sta creando, sia che si tratti di giochi contenenti storie inventate sia che si usino giochi in scatola più strutturati. Infine è importante rimanere concentrati su quello che si sta facendo insieme al bambino in quel momento, cercando di lasciarsi andare e divertirsi il più possibile. 

 

Il gioco, quando è vissuto insieme, diventa uno spazio educativo privilegiato, capace di rafforzare il legame familiare in modo profondo e duraturo. Quindi giocare insieme non è un semplice passatempo, ma un investimento relazionale che consolida fiducia, dialogo e crescita reciproca. 

  Dott.ssa Ilaria Dissette

Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva

Bibliografia: 

  • Psicologia dello sviluppo, Di Blasio e Camaioni
  • Manuale di terapia psicomotoria dell’età evolutiva, Anne Marie Wille e Claudio Ambrosini
  • Manuale di Psicobiologia, John P. J. Pinel et al.
Benessere sessuale: oltre i miti, verso una maggiore consapevolezza

Benessere sessuale: oltre i miti, verso una maggiore consapevolezza

Per la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale, una riflessione su cosa significa vivere la sessualità in modo autentico, rispettoso e libero da stereotipi

Il 4 settembre, la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale rappresenta un’occasione per riflettere su un aspetto fondamentale della salute che purtroppo, ancora oggi, viene spesso trascurato o affrontato con imbarazzo e una lunghissima lista di tabù.

La sessualità fa parte dell’esperienza umana lungo tutto il ciclo di vita.
Non riguarda soltanto i rapporti sessuali, ma comprende il modo in cui ciascuno vive il proprio corpo, l’identità, il desiderio, l’intimità, l’affettività e le relazioni.

Eppure, molte persone (professionisti della salute compresi) faticano ancora a parlarne, anche all’interno di un percorso psicologico.

Che cos'è il benessere sessuale?

La World Health Organization definisce il benessere sessuale come uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale in relazione alla sessualità, e non semplicemente come assenza di malattie o disfunzioni.

Questo cambia profondamente la prospettiva.

Parlare di benessere sessuale significa parlare della possibilità di vivere la propria sessualità in modo consapevole, libero, rispettoso di sé e dell’Altro, all’interno di relazioni consensuali e prive di coercizione, discriminazione o violenza.

Non esiste perciò una sola modalità “corretta” di vivere la sessualità.
Esistono invece modalità che possono essere più o meno soddisfacenti per la persona che le vive.

La sessualità cambia insieme a noi

La sessualità non è una dimensione statica. Si modifica nel corso della vita, accompagnando i cambiamenti del corpo, delle relazioni, delle esperienze e delle diverse fasi evolutive.

L’adolescenza, la costruzione delle prime relazioni intime, la genitorialità, alcune condizioni mediche o semplicemente il passare degli anni possono trasformare il modo in cui viviamo il desiderio, il piacere e l’intimità.

Comprendere questi cambiamenti significa evitare di interpretarli automaticamente come segnali di malfunzionamento e imparare a costruire nuovi equilibri, coerenti con il momento di vita che si sta attraversando.

I falsi miti che influenzano il nostro modo di vivere la sessualità

Molte delle idee che abbiamo sulla sessualità non derivano da conoscenze scientifiche, ma da stereotipi e copioni culturali, educativi e mediatici che abbiamo interiorizzato nel corso della vita.
Anche se non rappresentativi della realtà, questi miti possono influenzare profondamente il nostro benessere.

Mito 1: esiste una sessualità “normale”
La sessualità umana è caratterizzata da un’ampia variabilità. Frequenza dei rapporti, desiderio, fantasie, modalità relazionali, identità, orientamento e preferenze sessuali possono differire notevolmente da persona a persona senza rappresentare un problema clinico.

Mito 2: una sessualità soddisfacente coincide con prestazioni elevate
La qualità della vita sessuale non si misura in termini di frequenza, durata o performance.
Benessere sessuale significa piuttosto vivere esperienze coerenti con i propri bisogni e desideri.

Mito 3: parlare di sessualità è semplice se una relazione funziona
Anche nelle coppie con una buona relazione affettiva può essere difficile comunicare desideri, paure, limiti o bisogni in ambito sessuale, ma questa è una competenza che può essere appresa e allenata.

Mito 4: se c’è un problema, basta aspettare e passerà
Alcune difficoltà possono risolversi spontaneamente, ma quando il disagio persiste o limita la qualità della vita è importante chiedere un supporto professionale, senza viverlo come un fallimento.

Mito 5: il benessere sessuale riguarda solo chi è sessualmente attivo
La sessualità accompagna tutto il ciclo di vita e comprende anche il rapporto con il proprio corpo, l’identità, l’intimità e l’affettività. È una dimensione che riguarda ogni persona, indipendentemente dall’età, dallo stato relazionale o dalla effettiva attività sessuale.

Quando una sessualità è "atipica"?

In sessuologia clinica è importante distinguere ciò che è statisticamente meno frequente (sessualità atipica) da ciò che costituisce un problema clinico (un disturbo o una disfunzione sessuale).

Nel corso della storia molte caratteristiche della sessualità umana sono state considerate patologiche per il solo fatto che si discostano dalla norma sociale del periodo storico in una data cultura di riferimento.

Oggi sappiamo, grazie alla ricerca scientifica e ai dati importanti che ha raccolto, che orientamento sessuale, identità di genere, fantasie, pratiche consensuali o modalità relazionali, per quanto atipiche, non costituiscono di per sé una psicopatologia.

Uno degli elementi centrali nella valutazione clinica è piuttosto la presenza o meno di distress clinicamente significativo, cioè di una sofferenza soggettiva persistente o di una compromissione importante del funzionamento personale, relazionale o lavorativo.

Questo significa che, in sessuologia clinica, non è sufficiente osservare un comportamento per stabilire se sia presente un problema. È fondamentale comprendere come quella persona vive la propria esperienza.

Una pratica sessuale, una fantasia o una modalità relazionale possono essere poco comuni, ma non per questo patologiche.
Al contrario, anche esperienze considerate “normative” possono diventare fonte di intensa sofferenza quando vengono vissute con ansia, vergogna, senso di inadeguatezza o conflitto.

Una persona può vivere una sessualità non convenzionale senza sperimentare alcun disagio.
Come, al contrario, una persona con una sessualità del tutto “normativa” può vivere una profonda sofferenza.

È questo che rende necessaria una valutazione clinica attenta e libera da giudizi morali.

Dalla normalizzazione delle terapie riparative all'accoglienza

La psicologia e la sessuologia hanno attraversato negli anni importanti cambiamenti culturali, teorici e pratici.

Per molto tempo l’obiettivo era ricondurre la sessualità entro modelli considerati “normali”, a cui si ambiva a far aderire tutti i pazienti.

Oggi la prospettiva è profondamente diversa.
L’intervento clinico non mira a modificare identità sessuale o di genere, orientamento sessuale o modalità relazionale del paziente, ma ad accompagnare la persona a una maggior comprensione di sé stessa, alla riduzione della sofferenza e alla costruzione di una vita sessuale coerente con il proprio Sé e soddisfacente.

Accoglienza significa distinguere tra ciò che genera sofferenza e ciò che semplicemente esprime la naturale variabilità della sessualità umana, senza rinunciare alle competenze e metodologie cliniche.

Perché parlare di sessualità nel sostegno psicologico?

Molte persone iniziano un percorso psicologico per ansia, difficoltà relazionali, bassa autostima, blocchi emotivi o problemi molto concreti e quotidiani, senza immaginare che anche la sessualità può avere un ruolo importante.

Il modo in cui viviamo la nostra sessualità è spesso intrecciato con la immagine corporea, la nostra storia relazionale, le nostre competenze comunicative, la nostra abilità di regolazione emotiva, i nostri significati simbolici più profondi.

Parlare di sessualità all’interno del proprio percorso psicologico permette di esplorare il rapporto della persona con il desiderio, il piacere, l’intimità, il bisogno di controllo, e molti altri elementi psicologici che trovano espressione anche in ambiti molto diversi dalla sessualità.

Ignorare questa dimensione rischia perciò di lasciare inesplorata una parte significativa della vita della persona.

Quando può essere utile una consulenza sessuologica?

Una consulenza sessuologica è prima di tutto uno spazio di ascolto, in cui la persona (o la coppia) può affrontare temi spesso vissuti con imbarazzo, paura o senso di solitudine, in un contesto professionale e sicuro.

I primi colloqui hanno l’obiettivo di comprendere la domanda portata dalla persona, raccogliere la storia personale, relazionale e sessuale, valutare i fattori psicologici, relazionali e, quando necessario, anche quelli medici che possono contribuire alla difficoltà.

Non sempre una consulenza porta all’avvio di un percorso psicologico o sessuologico: talvolta è sufficiente offrire informazioni corrette, chiarire alcuni dubbi o fornire indicazioni specifiche.
In altri casi, invece, la consulenza rappresenta il primo passo verso un percorso più strutturato, individuale o di coppia, costruito sulla base delle esigenze della persona.

Ogni caso va considerato nella sua unicità, ma in generale possiamo individuare alcuni elementi che richiederebbero una prima consulenza sessuologica:

  • calo o assenza del desiderio vissuti con sofferenza;
  • dolore durante i rapporti sessuali (per qualsiasi genere);
  • difficoltà di erezione o di eiaculazione per i maschi;
  • difficoltà orgasmiche (per qualsiasi genere);
  • dubbi rispetto alla propria identità o orientamento;
  • vissuti di vergogna o ansia legati alla sessualità;
  • difficoltà comunicative nella coppia o con i partner sessuali;
  • cambiamenti della sessualità dopo malattia, gravidanza, trauma o particolari fasi di vita.

La consulenza sessuologica non è rivolta esclusivamente a chi presenta una diagnosi o una disfunzione, ma anche a chi desidera comprendere meglio il proprio funzionamento e vivere la sessualità con maggiore consapevolezza.

Cosa ci portiamo a casa

Parlare di benessere sessuale significa riconoscere che la sessualità non è un elemento marginale dell’esperienza umana, ma una dimensione che attraversa identità, relazioni, corpo ed emozioni.
Prendersene cura contribuisce a costruire un modo di vivere più autentico con sé stessi, senza inseguire un falso ideale di “normalità”.

Il benessere sessuale non si misura in base alla nostra conformità a uno standard di “normalità”, ma sulla possibilità di vivere la propria sessualità con consapevolezza, libertà e rispetto, per tutti gli esseri umani, nella loro meravigliosa unicità.

dott.ssa Gaia Zanzottera

psicologa clinica

sessuologa clinica in formazione

Hai dubbi o stai vivendo una difficoltà legata alla tua sessualità?
Una consulenza sessuologica può aiutarti a comprendere meglio ciò che stai vivendo, distinguere i cambiamenti fisiologici dalle difficoltà che meritano un approfondimento e individuare, se necessario, il percorso di supporto più adatto. Parlare di sessualità in un contesto professionale significa trovare uno spazio di ascolto competente, rispettoso e libero dal giudizio.

Bibliografia

Documenti istituzionali

  • Defining sexual health: Report of a technical consultation on sexual health. World Health Organization (2006). 
  • Declaration of Sexual Rights.World Association for Sexual Health (2014, aggiornata 2019).

Manuali diagnostici

  • Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – 5 – TR (DSM-5-TR). American Psychiatric Association, 2022.
  • International Classification of Diseases 11th Revision. World Health Organization.

Libri specialistici

  • a cura di Leiblum S.R., Principles and Practice of Sex Therapy. (CIC Edizioni Internazionali, 2004) 
  • Nagoski E., Come as You Are. (Spazio Interiore, 2022) 
  • Pellai, A., Educazione sessuale emotiva. Come parlare di sesso ai ragazzi (e non solo). (Erickson, 2015)
Quando aspettare diventa difficile

Quando aspettare diventa difficile Frustrazione, noia e gratificazione immediata nell’era digitale

DUE STORIE SPECCHIO

Marco ha 11 anni. È sveglio, brillante, va bene a scuola. Ma alle 21, quando i genitori spengono la PlayStation, inizia l’inferno: urla, insulti, porte sbattute.

«È cattivo carattere», dice la mamma.

Luca ha 29 anni. Lavora in un’agenzia, è competente e affidabile. La settimana scorsa, durante una riunione, ha alzato la voce perché il capo aveva rimandato una risposta di appena due ore.

«Non mi ascoltano subito», ha detto.

Poi è andato in bagno e si è messo a scrollare TikTok per calmarsi.

A prima vista, Marco e Luca non hanno nulla in comune. Uno è un bambino, l’altro è un adulto. Uno litiga per una console, l’altro per una risposta che tarda ad arrivare.

Eppure, in studio, possiamo osservare lo stesso meccanismo: una soglia di tolleranza alla frustrazione che si è progressivamente abbassata.

E anche un contesto comune: anni trascorsi dentro un ambiente che ci ha abituati alla rapidità della ricompensa. Un video, un like, una consegna, una risposta, un acquisto: tutto è immediatamente disponibile.

Nel 2026, quando valutiamo un problema comportamentale, non possiamo più limitarci a parlare di «temperamento difficile», «scarsa educazione» o «mancanza di volontà». C’è una variabile ambientale che merita di essere integrata nella valutazione: l’ecosistema digitale nel quale bambini, adolescenti e adulti trascorrono una parte crescente della loro giornata.

Non significa che lo smartphone, i videogiochi o i social «causino» un disturbo del comportamento. Significa qualcosa di più complesso: il contesto nel quale il cervello si allena può influenzare il modo in cui impariamo a gestire attesa, noia, impulso e frustrazione.

E se ignoriamo questo contesto, rischiamo di occuparci soltanto della punta dell’iceberg.

UN CERVELLO ALLENATO ALLA GRATIFICAZIONE IMMEDIATA

Il cervello umano è straordinariamente adattabile. Impara dalle esperienze ripetute e, nel tempo, costruisce aspettative.

Oggi molti bambini e adolescenti crescono in un ambiente caratterizzato da una sequenza quasi ininterrotta di stimoli brevi e ricompense rapide: video che cambiano continuamente, notifiche, videogiochi con premi, contenuti personalizzati dagli algoritmi, feed infiniti.

Fai un’azione e ricevi una risposta. Se un contenuto non interessa, lo salti. Se arriva la noia, cambi stimolo.

La regola implicita può diventare semplice: se qualcosa non mi gratifica subito, posso passare oltre.

Negli adulti il meccanismo non è molto diverso. Cambiano le piattaforme, ma non la logica: notifiche WhatsApp, e-mail, messaggi di lavoro, acquisti con un clic, consegne rapide, social network e aggiornamenti continui.

Anche noi adulti siamo immersi nella cultura dell’immediatezza.

Il problema emerge quando questa modalità di funzionamento entra in conflitto con la vita reale, che continua a essere fatta di attese, risposte che tardano, compiti noiosi, relazioni difficili e desideri che non possono essere soddisfatti immediatamente.

È proprio lì che può comparire la difficoltà.

Cosa osserviamo sempre più spesso?

  1. Una minore tolleranza alla frustrazione.
    Un «no», un’attesa o un limite possono essere vissuti con un’intensità sproporzionata rispetto alla situazione.
  2. Una minore tolleranza alla noia.
    Anche pochi minuti senza uno stimolo possono diventare difficili da sostenere.
  3. Una maggiore irritabilità.
    Soprattutto quando l’uso degli schermi si intreccia con sonno insufficiente, interruzioni notturne, sovrastimolazione e difficoltà a staccare.

Non stiamo necessariamente parlando di dipendenza dai social.

Stiamo parlando di qualcosa di più ampio: come un ambiente caratterizzato da stimoli frequenti e gratificazioni rapide possa modificare le abitudini con cui affrontiamo il disagio.

In psicopatologia dello sviluppo questo elemento è particolarmente importante. Lo stesso problema comportamentale può presentarsi oggi con caratteristiche diverse rispetto a dieci o vent’anni fa: maggiore impulsività, maggiore conflittualità nei momenti di interruzione dello schermo e maggiore difficoltà nel passaggio da un’attività altamente stimolante a una meno gratificante.

I TRE ERRORI CHE POSSONO PEGGIORARE LA SITUAZIONE

Negli ultimi anni, osservando bambini, adolescenti e adulti, ritornano alcuni schemi molto simili.

Sono errori comprensibili. Spesso nascono dalla necessità di spegnere rapidamente un conflitto o ridurre un disagio.

Ma proprio per questo possono diventare controproducenti.

Errore 1: usare lo schermo come calmante

«Basta piangere, ti do il tablet».

Funziona. Ed è proprio questo il problema.

Se ogni volta che compare un’emozione difficile arriva immediatamente uno schermo, il cervello può imparare ad associare il disagio alla necessità di cercare uno stimolo esterno per stare meglio.

A 10 anni può diventare: mi arrabbio, gioco.

A 30 anni: sono ansioso, scrollo Instagram.

Il rischio è che non venga sufficientemente allenata una competenza fondamentale: la capacità di attraversare un’emozione senza doverla cancellare immediatamente.

 

Errore 2: togliere lo schermo come punizione senza offrire alternative

«Mi hai risposto male? Niente telefono per una settimana».

Stabilire regole è necessario. Ma una regola funziona meglio quando è accompagnata da un’alternativa.

Se lo schermo è diventato il principale strumento per scaricare tensione, eliminarlo improvvisamente senza insegnare altri modi per regolare l’attivazione può aumentare il conflitto.

Negli adulti accade qualcosa di simile.

«Da lunedì niente social».

Dopo due giorni, arrivano irritabilità, automatismi, desiderio di controllare il telefono e, spesso, una ricaduta ancora più intensa.

Il punto non è semplicemente togliere. È imparare a sostituire.

 

Errore 3: confini temporali poco chiari

«Va bene, ancora cinque minuti».

Che diventano venti. Poi quaranta.

Il problema non è soltanto la quantità di tempo trascorsa davanti allo schermo. È anche il messaggio implicito: la regola può essere spostata se insisto abbastanza.

In questo modo il conflitto diventa parte della negoziazione.

E qualcosa di simile può accadere all’adulto che non riesce a chiudere il computer alle 18 perché c’è «ancora una mail», poi «ancora una cosa», poi «solo cinque minuti».

Il confine diventa sempre negoziabile.

Questi tre errori non «creano» da soli un disturbo del comportamento. Possono però contribuire a mantenerlo o ad amplificarlo, perché rendono più difficile imparare una competenza fondamentale: sopportare la frustrazione senza doverla evitare immediatamente.

QUATTRO STRATEGIE PER ALLENARE ATTESA, NOIA E FRUSTRAZIONE

Non serve demonizzare la tecnologia.

Serve imparare a usarla senza permettere che diventi l’unico strumento con cui regoliamo le nostre emozioni.

In altre parole, dobbiamo tornare ad allenare tre «muscoli»: attesa, noia e frustrazione.

  1. Creare finestre senza schermo

Stabilire momenti quotidiani realmente privi di dispositivi.

Per i bambini possono essere alcune fasce dopo la scuola, durante i pasti e prima di andare a dormire.

Per gli adulti, la prima parte della mattina e l’ultima ora della sera possono diventare momenti protetti dalle notifiche.

L’obiettivo non è «resistere» al telefono. È fare esperienza di una cosa semplice ma fondamentale: si può stare bene anche quando non sta succedendo nulla sullo schermo.

All’inizio può esserci agitazione. È normale. La capacità di stare senza stimoli va allenata gradualmente.

 

  1. Introdurre pause regolari

Una semplice regola pratica è quella del 20-20-20: dopo 20 minuti davanti a uno schermo, fare una pausa di circa 20 secondi guardando qualcosa a circa 20 piedi, cioè 6 metri, di distanza.

È una strategia pensata soprattutto per ridurre l’affaticamento visivo, non una cura per il comportamento né un «antidoto dopaminergico».

Ma il principio della pausa resta prezioso: interrompere consapevolmente l’automatismo dello scroll e riportare l’attenzione al corpo e all’ambiente.

 

  1. Dare un nome alla frustrazione

«Lo so che è difficile aspettare. Il tuo corpo vorrebbe avere subito quello che desidera. Fermiamoci trenta secondi e vediamo cosa succede».

Sembra banale, ma non lo è.

Dare un nome all’impulso permette di creare uno spazio tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo.

«Sono arrabbiato» non significa necessariamente «devo reagire».

«Sono annoiato» non significa necessariamente «devo prendere il telefono».

È uno dei passaggi centrali della regolazione emotiva: imparare che un impulso può essere osservato senza essere immediatamente seguito.

 

  1. Sostituire, non soltanto togliere

Se si riducono TikTok, videogiochi o social network, bisogna chiedersi: con cosa li sostituiamo?

Sport, cucina, musica, disegno, lettura, attività manuali, passeggiate, conversazioni, gioco non digitale.

Non perché siano automaticamente «migliori», ma perché permettono di sperimentare una forma diversa di gratificazione: più lenta, meno prevedibile, spesso legata all’impegno.

Il cervello deve tornare a fare esperienza del fatto che non tutte le ricompense arrivano immediatamente.

Non è solo «cattivo carattere»

Quando Marco esplode perché deve spegnere la PlayStation e Luca perde la pazienza perché una risposta tarda ad arrivare, sarebbe facile concludere che entrambi abbiano semplicemente un «brutto carattere».

Ma questa spiegazione è troppo semplice.

Il comportamento nasce dall’incontro tra caratteristiche individuali, storia personale, relazioni, sonno, ambiente e contesto sociale.

Oggi, dentro questo contesto, dobbiamo includere anche l’ecosistema digitale.

 

Dott.ssa Mara Gazzi
Psicologa dell’età evolutiva e della Psicopatologia dell’apprendimento
Specializzata in Neuropsicologia Clinica
Psicoterapeuta Cognitivo-comportamentale

Leggere tra le righe

Leggere tra le righe Creatività: ritrovare il piacere di immaginare

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio noi stessi e gli altri, nelle immagini che danno forma a esperienze spesso difficili da raccontare.

 

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso letture che possano accompagnare diverse età della vita. Perché le storie non sono soltanto occasioni di svago: ci aiutano a osservare il mondo da prospettive nuove e, qualche volta, a guardare noi stessi con occhi diversi.

 

Agosto è spesso il mese in cui il tempo rallenta. Le giornate si fanno meno scandite dagli impegni e possiamo concederci uno spazio diverso. È il momento ideale per riscoprire una risorsa che, crescendo, rischiamo di lasciare in secondo piano: la creatività.

La creatività: molto più di un talento

Quando sentiamo parlare di creatività, pensiamo spesso all’arte, alla musica o al disegno. In realtà, dal punto di vista psicologico, essere creativi significa molto di più.

 

La creatività è la capacità di immaginare possibilità nuove, trovare soluzioni diverse, mettere in relazione idee apparentemente lontane e adattarsi ai cambiamenti senza restare imprigionati in un unico modo di pensare.

 

È una competenza che accompagna tutto il ciclo di vita e che contribuisce allo sviluppo della flessibilità cognitiva, della regolazione emotiva e della capacità di affrontare le difficoltà.
Per questo la creatività non riguarda solo ciò che produciamo, ma soprattutto il modo in cui guardiamo il mondo.

Infanzia: immaginare aiuta a crescere

Il libro Domani inventerò (Terredimezzo, 2014) celebra la forza dell’immaginazione e la libertà di inventare possibilità nuove.

Attraverso una narrazione semplice e ricca di suggestioni, invita i bambini (e i grandi!) a sperimentare, fantasticare e costruire mondi che ancora non esistono.

 

Dal punto di vista dello sviluppo, il gioco simbolico rappresenta uno degli strumenti più importanti per la crescita. Quando un bambino immagina, trasforma un oggetto, inventa una storia o attribuisce nuovi significati alla realtà, non sta semplicemente giocando: sta sviluppando pensiero astratto, capacità di problem solving e competenze emotive.

È in quei momenti che la creatività si fa palestra per la mente.

La creatività nasce dall'ascolto

Il libro In canto (Terredimezzo, 2023) chiede al lettore di rallentare, osservare e lasciarsi sorprendere dalla bellezza nascosta delle cose del mondo.

Attraverso poesia ed acquerelli vividi, ci racconta che la creatività non è soltanto inventare qualcosa di nuovo, ma anche capacità di ascoltare, accogliere e guardare con attenzione ciò che ci circonda.

“E abbiamo fatto una specie di canzone a due mani, che canta le infinite forme di vita che popolano la Terra e il Cosmo, la meraviglia (e anche la responsabilità) che ne deriva per la specie umana.” (Giusi Quarenghi)

Dal punto di vista psicologico, questa disponibilità all’ascolto favorisce la curiosità e l’apertura mentale, due ingredienti fondamentali del pensiero creativo.
Perché per creare qualcosa di nuovo è necessario concedersi prima il tempo di osservare.

Le vacanze come spazio creativo

Durante l’anno siamo troppo spesso orientati alla produttività: organizziamo, pianifichiamo, risolviamo problemi.


Le vacanze ci offrono la possibilità per qualcosa di diverso. Non solo tempo libero, ma tempo non completamente programmato.

È proprio in questi spazi meno strutturati che la mente può riorganizzare le esperienze, fare collegamenti inattesi e lasciare emergere idee nuove.

 

Per i bambini questo significa avere momenti di gioco spontaneo, costruzioni, letture, passeggiate, invenzioni.
Per gli adulti può voler dire concedersi attività senza un obiettivo preciso: scrivere, fotografare, cucinare, camminare, leggere, osservare un paesaggio, provare qualcosa che non si è mai fatto.

La creatività abbonda quando non tutto è già definito.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Il film Hugo Cabret (Paramount Pictures, 2011), diretto da Martin Scorsese e tratto dall’omonimo romanzo illustrato di Brian Selznick, racconta la storia di Hugo, un bambino che vive nascosto nella stazione ferroviaria di Parigi e che, spinto dalla curiosità e dal desiderio di dare un senso alla propria storia, intraprende un viaggio fatto di incontri, scoperte e meraviglia.

 

Attraverso gli occhi del protagonista, il film mostra come la creatività fiorisca dall’osservazione attenta, dalla capacità di porsi domande e dal coraggio di immaginare possibilità nuove, anche quando la realtà sembra segnata dalla perdita o dalla solitudine.
Hugo non si limita a guardare ciò che ha davanti: prova a comprenderlo, a ricomporlo, a immaginare connessioni che altri non vedono. È proprio questo processo creativo che gli permette di costruire nuovi legami, di riscoprire storie dimenticate e, in un certo senso, di ritrovare anche sé stesso.

 

Hugo Cabret ci ricorda che creare non equivale sempre e solo a produrre un’opera d’arte, ma è mantenere vivo uno sguardo curioso sul mondo e su ciò che ancora non conosciamo.
È un invito, rivolto a bambini e adulti, a coltivare l’immaginazione come uno spazio in cui le idee, le emozioni e le relazioni possono prendere forme nuove.

Ed è forse questa una delle sue forme più preziose: permetterci di trasformare il modo in cui guardiamo il mondo e, qualche volta, anche il modo in cui guardiamo noi stessi.

Conclusione: lasciare spazio a ciò che ancora non esiste

La creatività non è una qualità riservata a pochi, ma una possibilità che appartiene a ciascuno di noi.

Ogni volta che immaginiamo una strada diversa, troviamo un modo nuovo di affrontare una difficoltà o ci concediamo il tempo di giocare con le idee, stiamo allenando una parte di noi fondamentale per il benessere psicologico.

Allora la domanda con cui andiamo in vacanza questo mese è: Quando è stata l’ultima volta che abbiamo creato qualcosa senza preoccuparci del risultato?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale