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ESSERE GENITORI: IL “MESTIERE” PIÙ DIFFICILE DEL MONDO

ESSERE GENITORI: IL “MESTIERE” PIÙ DIFFICILE DEL MONDO

Oggi, 1° giugno 2026, come ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dei genitori.

Questa giornata è stata istituita per onorare l’impegno, la dedizione e il ruolo fondamentale di mamme e papà nell’educazione e nella crescita dei figli. Questa ricorrenza riconosce la responsabilità genitoriale come pilastro per lo sviluppo armonico dei bambini. È doveroso, quindi, celebrare i genitori di tutto il mondo per il loro ruolo cruciale, spesso silenzioso, nel sostenere e crescere le nuove generazioni.

Ma cosa si intende realmente per genitori?

La nostra società sta cambiando, è innegabile… Attualmente esistono infatti tanti tipi di famiglie. Ci sono bambini che non hanno uno o entrambi i genitori, per motivi diversi; ci sono storie complesse, anche dolorose. Noi, come Studio Progetto Vita, siamo qui per aiutare questi bambini a parlare di affetti, relazioni e pluralità delle loro famiglie. Famiglie che, quotidianamente, si mettono alla prova per affrontare numerose sfide evolutive e noi siamo qui anche per questo, per accompagnare il genitore a comprendere come cambia il suo ruolo dall’infanzia all’adolescenza. Offriamo, infatti, percorsi di sostegno alla genitorialità in cui discutere in primis della relazione genitori-figli, ma anche riconoscere i segnali di stanchezza eccessiva e incentivarli a chiedere aiuto. 

Vi facciamo un piccolo regalo… vi offriamo delle strategie per nutrire la relazione Genitori-Figli:

  • Dedica ogni giorno un momento di attenzione esclusiva in cui metti da parte lo smartphone. Ascolta non solo le parole dei tuoi figli, ma anche le emozioni che ci sono dietro, validando i loro sentimenti senza giudicarli o cercare di risolvere subito il problema. Il “tempo di qualità” non è un evento eccezionale, ma un rituale quotidiano: sono quei dieci minuti prima di dormire, la risata durante il tragitto verso scuola o il preparare la tavola insieme. È la presenza mentale, non la durata, a nutrire il legame. Spegnere lo smartphone per mezz’ora non è solo un regalo che fate a loro, ma è uno spazio di benessere che regalate anche a voi stessi.
  • Il clima familiare migliora quando si investe nel gioco e nella condivisione di attività piacevoli, non legate a doveri o regole. Questi momenti creano una “riserva emotiva” di fiducia a cui attingere quando arriveranno i momenti di tensione, i conflitti o le sfide dell’adolescenza.
  • Invece di criticare il comportamento del figlio (“Sei sempre il solito disordinato”), prova a esprimere come ti senti tu (“Mi sento stanco e frustrato quando vedo la stanza in disordine perché vorrei che collaborassimo di più”). Questo riduce le difese e apre la strada ad una cooperazione più autentica.
  • Le regole sono fondamentali per dare sicurezza, ma funzionano meglio se applicate con costanza e fermezza gentile, piuttosto che con autoritarismo. Spiegare il “perché” dietro un limite aiuta il bambino o l’adolescente ad interiorizzare il valore della regola, invece di subirla passivamente.

Ricordiamoci che non servono gesti eroici per migliorare il clima in casa; spesso è la qualità delle piccole interazioni quotidiane a fare la differenza.

La Giornata Mondiale dei Genitori è un piccolo promemoria, ma la relazione si scrive ogni giorno, un gesto alla volta. Inizia oggi: chiediti non “cosa devo fare con mio figlio?”, ma “chi voglio essere per lui oggi?”. La risposta, quasi sempre, si trova in un momento di pura condivisione.

E tu, quale sfida senti più complessa nel tuo ruolo di genitore?

Dott.ssa Chiara Zaghini

Psicologa dell’Età Evolutiva

Leggere tra le righe: Diritti LGBTQ+: accogliere le differenze, costruire appartenenza

Leggere tra le righe

Diritti LGBTQ+: accogliere le differenze, costruire appartenenza

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che aiutano a comprendere meglio le relazioni, nei film che danno forma a esperienze emotive e identitarie spesso difficili da raccontare.

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare lo sguardo sul mondo interno, sulle relazioni e sulla complessità dell’esperienza umana.

Questo mese affrontiamo il tema dei diritti LGBTQ+, parlando di identità, appartenenza, famiglia e riconoscimento.

Parlare di diritti è parlare di salute mentale

Parlare di diritti LGBTQ+ va oltre gli aspetti politici e sociali: dal punto di vista psicologico, riguarda profondamente il benessere emotivo e relazionale delle persone.

Sentirsi riconosciuti, poter esprimere la propria identità senza incontrare rifiuto, crescere in contesti che accolgano le differenze, sono fattori che hanno un impatto diretto sullo sviluppo dell’autostima, sulla regolazione emotiva e sul senso di sicurezza personale.

Nel lavoro clinico emerge spesso quanto la sofferenza non derivi dalla propria identità sessuale o di genere in sé, ma dall’esperienza di invisibilità, giudizio o mancata appartenenza.

Per questo parlare di inclusione significa anche parlare di salute mentale, relazioni sicure e possibilità di costruire la propria identità, senza doversi nascondere.

Infanzia: esistono molti modi di essere famiglia

Il libro Per fare una famiglia (Lavieri, 2020) offre ai bambini uno sguardo accogliente sulla pluralità delle forme familiari.

Attraverso immagini da Paese delle Meraviglie e un linguaggio semplice, il libro mostra che ciò che definisce una famiglia non è una struttura unica e rigida, ma la presenza di legami significativi, di cura e appartenenza incondizionate.

Dal punto di vista dello sviluppo emotivo, poter esplorare rappresentazioni differenti delle famiglie aiuta i bambini a costruire un’immagine del mondo più inclusiva e meno basata sulla contrapposizione tra normale e diverso.

La rappresentazione conta: vedere la propria esperienza riconosciuta nelle storie favorisce sicurezza e senso di esistenza psicologica.

Adolescenza: il bisogno di essere riconosciuti

Il libro Così come sono (Franco Cosimo Panini, 2021) affronta il tema dell’identità e dell’accettazione di sé durante la crescita.

L’adolescenza è una fase evolutiva in cui il bisogno di appartenenza e riconoscimento diventa particolarmente intenso. Potersi costruire senza sentirsi costretti a nascondere aspetti importanti di sé, o a vestire panni non adatti a noi, è fondamentale per lo sviluppo di un’identità stabile e integrata.

Dal punto di vista clinico, i contesti relazionali accoglienti rappresentano un importante fattore protettivo rispetto a vergogna, ritiro sociale e sintomi depressivi.

Età adulta: identità, corpo e appartenenza

Il romanzo Middlesex (Mondadori, 2002) affronta in modo profondo il tema dell’identità, del corpo e della costruzione del Sé.

Attraverso la storia del protagonista, il libro mostra quanto il bisogno umano di appartenenza si intrecci con il desiderio di essere riconosciuti nella propria autenticità.

Dal punto di vista psicologico, il rapporto tra identità personale, corpo e sguardo dell’Altro rappresenta un tema centrale lungo tutto il ciclo di vita. Quando una persona sente di dover nascondere parti importanti di sé per essere accettata, il rischio è quello di sviluppare vissuti di frammentazione, solitudine e disconnessione.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Anche il linguaggio cinematografico e animato può contribuire a costruire immaginari più inclusivi.

Nell’episodio di BlueyIl mercatino” (Stagione 1, Episodio 20) l’inclusione si respira nell’atmosfera di condivisione e nella comunità rappresentata, ma l’aspetto più interessante della puntata, e di tutta la serie animata, risiede in come viene gestito il gioco di ruolo, in particolare con la sorellina di Bluey, Bingo. In molti episodi (come Il pigiama party o I vecchietti), Bingo e Bluey si travestono ed esplorano liberamente identità e generi diversi attraverso l’immaginazione. Bingo, in particolare, ama calarsi in personaggi maschili complessi, cambiando nome e atteggiamento.
I genitori (Bandit e Chilli) non correggono mai le figlie dicendo loro “questo è da maschi” o “questo è da femmine”. Al contrario, assecondano e rispettano i nomi scelti e le identità temporanee create dalle bambine nel gioco.

Bluey mostra, con il suo rinomato tono naturale e non didascalico, la presenza di differenti configurazioni familiari. Piccoli dettagli come questi contribuiscono a rendere il mondo simbolico dei bambini più ampio, realistico ed inclusivo.

Nel film Strange World (Disney, 2022) per la prima volta in un lungometraggio d’animazione Disney, il co-protagonista è un adolescente apertamente gay e la sua omosessualità non è il fulcro del conflitto, ma un dato di fatto della sua vita. Questo tipo di rappresentazione è importante perché permette ai bambini e agli adolescenti di incontrare identità differenti all’interno di storie accessibili e quotidiane.
Ethan Clade è un ragazzo dolce, coraggioso e molto legato alla sua famiglia di agricoltori ed esploratori, che all’inizio del film, incontra Diazo, un ragazzo della sua stessa età: dai loro sguardi, dai sorrisi e dall’imbarazzo di Ethan, si capisce subito che c’è una forte attrazione reciproca.
Nel film non esiste il momento in cui Ethan deve confessare di essere gay, né ci sono scene di rifiuto, bullismo o discriminazione. Il mondo di Strange World è un luogo dove l’orientamento sessuale è accettato come qualsiasi altra caratteristica personale (come il colore dei capelli o l’altezza).
Per i bambini più piccoli il film offre una rappresentazione lineare ed emotivamente pulita: due persone si piacciono, e la famiglia le sostiene. Per i più grandi, è un ottimo spunto per riflettere su come dovrebbe essere un ambiente familiare accogliente e privo di pregiudizi.

Sentirsi legittimati a esistere

Parlare di diritti LGBTQ+ significa, in fondo, parlare del bisogno umano di poter esistere senza dover rinunciare a parti di Sé per sentirsi accettati.
La possibilità di essere riconosciuti nelle relazioni, nelle storie e nei contesti sociali contribuisce alla costruzione di un senso di sicurezza e di appartenenza, fondamentale per il benessere psicologico di ogni essere umano.

La domanda con cui vogliamo concludere questo mese è semplice: quanto spazio lasciamo, nella quotidianità, ai diversi modi di essere sé stessi?

Perché leggere tra le righe significa anche imparare a riconoscere le esperienze che per molto tempo sono rimaste invisibili.

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

Dispercezione corporea nei Disturbi del Comportamento Alimentare: comprendere un vissuto complesso

Dispercezione corporea nei Disturbi del Comportamento Alimentare: comprendere un vissuto complesso

La dispercezione corporea rappresenta uno degli aspetti più centrali e allo stesso tempo più fraintesi nei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). Spesso ridotta a una semplice “insoddisfazione per il proprio corpo”, essa è in realtà un fenomeno molto più articolato, che coinvolge processi percettivi, cognitivi ed emotivi profondamente intrecciati.

Che cos’è la dispercezione corporea?

Con il termine dispercezione corporea si fa riferimento a un’alterazione del modo in cui una persona percepisce, rappresenta e vive il proprio corpo. Nei DCA, questo si traduce frequentemente in una distorsione dell’immagine corporea: il corpo viene vissuto come più grande, imperfetto o inaccettabile rispetto alla realtà oggettiva.

È importante distinguere tra:

  • Componente percettiva: errori nella stima di dimensioni e forma del corpo 
  • Componente cognitivo-affettiva: pensieri, credenze ed emozioni negative legate al corpo 
  • Componente comportamentale: evitamento dello specchio, body checking, confronto sociale 

Queste dimensioni non sono indipendenti, ma si influenzano reciprocamente, contribuendo al mantenimento del disturbo.

Dispercezione corporea nei diversi DCA

La dispercezione corporea si manifesta con caratteristiche diverse a seconda del disturbo:

– Nell’Anoressia nervosa: spesso è presente una marcata sovrastima delle dimensioni corporee, accompagnata da un’intensa paura di ingrassare, anche in condizioni di sottopeso evidente. 

– Nella Bulimia nervosa: l’immagine corporea è instabile e fortemente influenzata dall’autostima, con oscillazioni tra momenti di maggiore accettazione e forte disprezzo corporeo. 

– Nel Disturbo da binge eating: prevale un vissuto di vergogna e insoddisfazione corporea, più che una vera e propria distorsione percettiva. 

I meccanismi psicologici coinvolti

Diversi processi contribuiscono alla dispercezione corporea:

  • Bias attentivi: la persona tende a focalizzarsi selettivamente su parti del corpo percepite come difettose 
  • Distorsioni cognitive: pensieri dicotomici (“o perfetto o orribile”), generalizzazioni e catastrofizzazioni 
  • Internalizzazione degli ideali estetici: modelli culturali irrealistici diventano standard personali 
  • Disconnessione interocettiva: difficoltà a riconoscere segnali corporei interni (fame, sazietà, emozioni) 

Un aspetto particolarmente rilevante è il legame tra immagine corporea e identità: nei DCA, il valore personale viene spesso fatto dipendere in modo eccessivo dal peso e dalla forma del corpo.

Il ruolo delle emozioni

La dispercezione corporea non è solo un problema “di percezione”, ma un’esperienza emotiva intensa. Vergogna, ansia, disgusto e senso di inadeguatezza contribuiscono a rafforzare il vissuto negativo del corpo.

In molti casi, il controllo del corpo diventa una strategia per gestire emozioni difficili, creando un circolo vizioso: più aumenta il disagio emotivo, più si intensifica la preoccupazione per il corpo.

Implicazioni cliniche

Comprendere la dispercezione corporea è fondamentale per il trattamento dei DCA. Gli interventi più efficaci includono: la Psicoeducazione sull’immagine corporea; la Ristrutturazione cognitiva delle credenze disfunzionali e tecniche di esposizione allo specchio; la Mindfulness e il lavoro sull’interocezione; infine interventi basati sull’accettazione.

Approcci come la Terapia Cognitivo-Comportamentale migliorata (CBT-E) e le terapie di terza generazione si sono dimostrati particolarmente utili nel lavorare su questi aspetti.

Conclusioni

La dispercezione corporea nei DCA è un fenomeno complesso che va ben oltre l’apparenza fisica. È un’esperienza che coinvolge il modo in cui una persona percepisce sé stessa, attribuisce valore al proprio corpo e regola le proprie emozioni.

Affrontarla richiede un lavoro terapeutico profondo e multidimensionale, capace di integrare corpo e mente, percezione e significato, esperienza interna e contesto sociale.

Dott.ssa Sara Bedeschi

Bibliografia

  • Cash, T. F., & Smolak, L. (2011). Body Image: A Handbook of Science, Practice, and Prevention. Guilford Press. 
  • Fairburn, C. G. (2008). Cognitive Behavior Therapy and Eating Disorders. Guilford Press. 
  • Garner, D. M. (2002). Body Image and Eating Disorders. In T. F. Cash & T. Pruzinsky (Eds.), Body Image
  • Grogan, S. (2016). Body Image: Understanding Body Dissatisfaction in Men, Women and Children. Routledge. 
  • Keel, P. K., & Forney, K. J. (2013). Psychosocial risk factors for eating disorders. International Journal of Eating Disorders
  • Longo, M. R. (2015). Implicit and explicit body representations. European Psychologist
  • Stice, E. (2002). Risk and maintenance factors for eating pathology. Psychological Bulletin
  • Thompson, J. K. (2004). The (Mis)measurement of Body Image
Famiglie diverse, stessi bisogni: il ruolo della comunicazione

Famiglie diverse, stessi bisogni: il ruolo della comunicazione

Le famiglie cambiano, si trasformano, assumono forme sempre più diverse rispetto al passato. Oggi esistono famiglie tradizionali, monoparentali, ricostituite, adottive, omogenitoriali, multiculturali, famiglie composte da nonni e nipoti, oppure da legami affettivi che vanno oltre quelli biologici. La società evolve e con essa cambia anche il modo di vivere le relazioni familiari. Eppure, nonostante queste differenze, esistono bisogni che accomunano tutte le famiglie, ieri e oggi: il bisogno di sentirsi accolti, ascoltati, amati e riconosciuti.

Nella Giornata Internazionale delle Famiglie riflettiamo su ciò che realmente contribuisce al benessere familiare. Non è la struttura della famiglia a determinarne la qualità emotiva, ma il modo in cui le persone riescono a comunicare tra loro. La comunicazione rappresenta infatti il cuore delle relazioni: costruisce vicinanza, crea fiducia, permette di affrontare i conflitti e aiuta ogni componente della famiglia a sentirsi parte di un legame sicuro.

Spesso si pensa alla comunicazione come a uno scambio di parole, ma in realtà è molto di più. Comunichiamo attraverso il tono della voce, gli sguardi, il tempo che dedichiamo agli altri, la capacità di ascoltare senza interrompere o giudicare. In famiglia, soprattutto, i messaggi emotivi passano anche attraverso piccoli gesti quotidiani.

Ogni persona, indipendentemente dall’età, ha bisogno di sentirsi vista e compresa. I bambini hanno bisogno di percepire che le loro emozioni possono essere espresse senza paura di essere sminuite; gli adolescenti cercano ascolto e riconoscimento anche quando sembrano chiudersi o allontanarsi; gli adulti, a loro volta, hanno bisogno di sostegno emotivo e di spazi in cui potersi mostrare fragili senza sentirsi inadeguati.

In molte difficoltà familiari non manca l’affetto, ma la possibilità di comunicarlo in modo efficace. La vita quotidiana è spesso attraversata da ritmi frenetici, stress, lavoro, impegni continui e presenza costante della tecnologia. Si parla tanto, ma ci si ascolta poco. Le conversazioni diventano rapide, funzionali, concentrate su ciò che bisogna fare più che su ciò che si prova. In questo modo il rischio è che, lentamente, si creino distanze emotive anche all’interno di relazioni molto strette.

Ascoltare davvero significa fermarsi e concedere spazio all’altro. Significa cercare di comprendere ciò che una persona sta vivendo senza pensare immediatamente a una risposta, a una soluzione o a un giudizio. Molti conflitti familiari nascono proprio dalla sensazione di non sentirsi capiti. Dietro una reazione aggressiva, un silenzio o una chiusura emotiva, spesso si nasconde il bisogno di essere riconosciuti nelle proprie emozioni.

Anche il modo in cui si affrontano le difficoltà fa la differenza. Ogni famiglia attraversa momenti di tensione, incomprensioni e conflitti. Litigare non significa necessariamente avere una relazione sbagliata o fragile. Al contrario, il conflitto può diventare un’occasione di crescita se viene gestito con rispetto e disponibilità al dialogo. I bambini e gli adolescenti imparano molto osservando gli adulti: vedere genitori o figure di riferimento capaci di confrontarsi senza ferirsi insegna che le relazioni possono attraversare le difficoltà senza rompersi.

Le parole hanno un peso importante nel clima emotivo familiare. Critiche continue, svalutazioni, confronti o comunicazioni basate esclusivamente sugli errori possono minare la sicurezza affettiva delle persone. Al contrario, parole che accolgono e riconoscono le emozioni favoriscono relazioni più sane. Frasi semplici come “capisco che sei triste”, “parliamone”, “sono qui” possono avere un impatto molto profondo, soprattutto nei momenti di fragilità.

Naturalmente nessuna famiglia è perfetta. Non esistono relazioni prive di errori o incomprensioni. La differenza non sta nell’assenza di difficoltà, ma nella possibilità di riparare, di ritrovarsi, di mantenere aperto il dialogo anche quando è faticoso. Chiedere scusa, riconoscere un errore, ammettere una fragilità non indebolisce il ruolo educativo degli adulti, ma lo rende più autentico e umano.

Oggi più che mai è necessario superare l’idea di una famiglia “giusta” contrapposta a modelli considerati “diversi”. Dal punto di vista psicologico, ciò che sostiene davvero il benessere delle persone è la qualità delle relazioni che vivono. Una famiglia diventa un luogo sicuro quando offre ascolto, presenza emotiva, rispetto e possibilità di esprimere sé stessi senza paura di perdere il legame.

In una società sempre più veloce e individualista, recuperare il valore della comunicazione familiare significa anche recuperare il senso della vicinanza emotiva. Bastano spesso piccoli momenti di attenzione autentica per rafforzare il senso di appartenenza: una cena condivisa senza distrazioni, una conversazione sincera, il tempo dedicato ad ascoltare davvero chi abbiamo accanto.

Al di là delle differenze, tutte le famiglie condividono lo stesso desiderio profondo: essere un luogo in cui sentirsi accolti, compresi e amati. Ed è proprio attraverso la comunicazione che questo bisogno può trovare spazio, giorno dopo giorno, nelle relazioni quotidiane.

Dott.ssa Giorgia Gennari

Psicoterapeuta cognitivo comportamentale

MIO FIGLIO A SCUOLA NON STA ATTENTO. CHE COSA POSSO FARE?

MIO FIGLIO A SCUOLA NON STA ATTENTO. CHE COSA POSSO FARE?

Torni a casa dopo il colloquio con gli insegnanti e la frase che ti rimbomba in testa è sempre la stessa: “È bravo, ma non sta attento. Si distrae con tutto!”. Se questa situazione ti suona familiare, sappi che non sei solo. Molti genitori vivono questa frustrazione, oscillando tra il dubbio che il figlio sia pigro e la preoccupazione che ci sia qualcosa che non va. Spesso l’attenzione non è un interruttore che si accende o si spegne a comando, ma un muscolo che va allenato con le giuste strategie. Ecco una guida pratica per aiutare tuo figlio a ritrovare il “filo del discorso” tra i banchi e a casa.

Perché si distrae?

Prima di passare all’azione, dobbiamo capire che l’attenzione è un processo faticoso. Per un bambino o un ragazzo, restare concentrati significa ignorare il compagno che ride, il rumore dell’ambulanza in strada e i propri pensieri creativi. Spesso dietro la distrazione si nasconde una memoria di lavoro, una sorta di taccuino mentale dove teniamo le informazioni per breve tempo, che si riempie troppo in fretta. Se l’insegnante dà troppe istruzioni insieme, il taccuino si esaurisce. E il cervello stacca la spina.

Strategie da usare a casa

Il lavoro per migliorare l’attenzione inizia tra le mura domestiche, dove l’ambiente è più controllabile.

    • La regola dei “piccoli pezzi”. Quando deve fare i compiti, non dirgli “studia storia“. Aiutalo a dividere il compito in sotto-obiettivi: “Leggi questa pagina, sottolinea tre parole chiave e poi facciamo 5 minuti di pausa”.
    • L’ambiente. La scrivania deve essere un campo di battaglia pulito. Via il telefono (anche se spento, la sua presenza distrae), via troppi giochi o altri elementi che potrebbero distrarlo. Meno stimoli ci sono, più l’attenzione resta sul libro.
    • Il timer. Usa la tecnica dei piccoli passi. Imposta un timer (magari uno di quelli da cucina) per 15 o 20 minuti di lavoro intenso, seguiti da 5 minuti di movimento libero. Sapere che c’è una fine vicina aiuta il cervello a non disperdersi.

Come collaborare con la scuola

Insegnanti e genitori devono andare nella stessa direzione. Ecco cosa puoi suggerire o concordare con i docenti.

  • Posto strategico. Chiedi che tuo figlio sia seduto nelle prime file, lontano da finestre e porte, preferibilmente vicino alla cattedra dell’insegnante.
  • Contatto oculare. Suggerisci all’insegnante di chiamarlo per nome o stabilire un piccolo segnale (un tocco sulla spalla, uno sguardo d’intesa) prima di dare un’informazione importante.
  • Supporti visivi. Una scaletta scritta sulla lavagna con le cose da fare durante l’ora aiuta chi si perde a capire a che punto della lezione si trova.

Strategie Utili vs Errori Comuni

Strategie vincenti:

  • Dare istruzioni brevi e una alla volta.
  • Premiare lo sforzo, non solo il risultato.
  • Usare mappe e disegni per studiare.
  • Fare pause attive.

Cosa evitare:

  • Dare lunghe spiegazioni piene di dettagli.
  • Sgridarlo perché si incanta.
  • Pretende che imparo leggendo testi lunghi.
  • Obbligarlo a stare seduto per ore finché non finisce.

Una riflessione

Tuo figlio non è un computer che ha bisogno di un aggiornamento software, ma un individuo con i suoi tempi. A volte quello che interpretiamo come disattenzione è solo un modo diverso di elaborare il mondo. Validare la sua fatica – “vedo che oggi è difficile restare concentrati, proviamo a fare una pausa?” – è molto più efficace di una critica ed è la strategia riabilitativa più potente che un insegnante e un genitore possa mettere in campo. La realtà è che la memoria di lavoro è una risorsa finita. Se la esaurisce per cercare di stare seduto composto, non ne avrà più per capire la lezione di storia. Con pazienza e con gli strumenti giusti, quel taccuino mentale diventerà ogni giorno un po’ più capiente.

Lara Breda

Psicologa Clinica e della Riabilitazione

Bibliografia

  • Russel A.Barkley (2018). ADHD: strumenti e strategie per la didattica in classe. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Marzocchi G.M., Bongarzone E., Conti S., Ferla L., Liconti E., Tomasono E. (2024). La valutazione e l’intervento per le funzioni esecutive in età evolutiva. Il programma FEREA (3-18 anni). Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Dupaul G.J., Ervin R.A., Hook C.L., McGoey K.E.B. (1998). Peer tutoring for children with attention deficit Hyperactivity disorder: effects on classroom behavior and academic performance. Journal of Applied Behavior Analysis 331, 579-592;
  • Branstetter R. (2016). Impara a organizzarti! Come insegnare l’ordine, la gestione del tempo, la concentrazione e l’autocontrollo. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Celi F. (2025). Manuale di psicopatologia dell’età evolutiva. Assessment e terapia cognitivo-comportamentale. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Celi F., Zagni B. (2025). Casi difficili. Cosa fare (e non) – Scuola Primaria. Guida rapida per insegnanti. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.
Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Spettro autistico: comprendere la differenza, leggere il mondo

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a dare senso alle relazioni, nei film che rendono visibile ciò che spesso resta implicito.

Ogni ultimo venerdì del mese la rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare la comprensione del mondo interno ed esterno.

Questo mese parliamo di spettro autistico, con l’obiettivo di avvicinarci a una comprensione più ampia della neurodiversità e delle diverse modalità di percepire, elaborare ed abitare il mondo.

Comprendere lo spettro autistico

Parlare di autismo oggi non significa più guardare solo a ‘cosa manca’ o a cosa non funziona in una persona, ma riconoscere che esistono modi diversi e naturali in cui il cervello può funzionare e vedere il mondo.

Invece di concentrarci solo sulle difficoltà nel parlare o nello stare con gli altri, dobbiamo renderci conto che il cuore dell’autismo è il modo in cui i sensi percepiscono il mondo. In pratica, è come se persone diverse usassero ‘frequenze’ differenti: la vera sfida è imparare a sintonizzarsi per capirsi davvero.

Non stiamo parlando solo di limiti di una persona, ma della distanza che può crearsi tra modi diversi di sentire e vivere la realtà. Sono mondi differenti che possono arricchirsi solo se cerchiamo un punto d’incontro invece di scontrarci. Per questo, capire l’autismo significa chiederci: quanto la nostra società e i nostri spazi sono pronti ad accogliere e adattarsi a queste diversità?

Infanzia: dare forma all’esperienza sensoriale ed emotiva

Il libro Ad abbracciar nessuno (Uovonero, 2010) accompagna il lettore dentro l’esperienza di un bambino che vive il mondo in modo sensorialmente intenso e spesso travolgente.

Attraverso una narrazione semplice ma profondamente empatica, il libro rende visibile ciò che spesso resta invisibile: la fatica nella gestione degli stimoli, il bisogno di prevedibilità, la difficoltà nella lettura dei segnali sociali dell’Altro.

Dal punto di vista dello sviluppo, uno degli aspetti centrali nello spettro autistico riguarda proprio la diversa elaborazione delle informazioni sensoriali e sociali. Questo può tradursi in difficoltà, ma anche in forme peculiari di attenzione, percezione e memoria.

In età evolutiva, strumenti narrativi come questo diventano fondamentali per aiutare adulti e bambini a costruire significati condivisi.

Adolescenza e adulti: rendere visibile la differenza

Il libro La differenza invisibile (Edizioni LSWR,2018) offre uno sguardo prezioso sull’esperienza dello spettro autistico in età adulta.

Attraverso il linguaggio del fumetto, racconta la quotidianità di una persona neurodivergente, mettendo in luce un aspetto clinicamente rilevante: l’invisibilità della differenza.

 

Molte caratteristiche dello spettro non sono immediatamente riconoscibili dall’esterno, non si vedono a occhio nudo, ma influenzano profondamente la gestione delle relazioni, dei contesti sociali e delle richieste implicite dell’ambiente.

Dal punto di vista psicologico, questo richiama il tema della difficoltà nella decodifica delle regole sociali non esplicite, che spesso vengono date per scontate in contesti neurotipici.

Sfogliare questo fumetto ci ricorda che anche se qualcosa non è visibile, non significa che non abbia effetti, talvolta intensi, dentro gli individui.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Per esplorare queste tematiche attraverso il linguaggio visivo, la Pixar ha realizzato due brevi storie capaci di raccontare con delicatezza cosa significhi vivere e relazionarsi con la neurodivergenza. Entrambi i cortometraggi nascono da esperienze dirette e autentiche dei creatori: queste storie non sono solo semplici racconti, ma riflessioni vere di chi vive e conosce profondamente lo spettro autistico.

Questi racconti ci invitano a riflettere su come ogni persona abbia il proprio modo di sentire e abitare il mondo, ricordandoci che la differenza non dev’essere necessariamente un ostacolo, ma può diventare un’occasione per aprirsi all’Altro e crescere insieme.

In Loop (2020) due ragazzi devono imparare a navigare insieme su una canoa, nonostante comunichino in modi opposti. Renee è una ragazza autistica non verbale e il suo compagno di viaggio, Marcus, deve imparare a sintonizzarsi con lei senza usare le parole. Quando Marcus smette di pretendere che lei si comporti come lui e inizia ad ascoltare il suo ritmo e i suoi suoni, riesce a creare un ponte che mette avvicina i loro mondi diversi.

Perché non dobbiamo forzare gli altri a entrare nel nostro mondo, ma avere la curiosità di fare un passo verso il loro.

In Float (2019), un bambino vola invece di camminare. Inizialmente il papà prova a nascondere questa sua caratteristica per paura del giudizio altrui, cercando di rendere il figlio normale. Col tempo, però, capisce che la felicità arriva solo quando smette di combattere quella particolarità e decide di lasciare che il bambino si esprima così come è.

È un messaggio potente su quanto sia importante creare ambienti dove nessuno si senta sbagliato perché si muove, o vive, in modo differente

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

Lo spettro autistico ci invita a una riflessione più ampia su cosa significhi comprendere l’Altro, anche quando l’Altro non è neurodivergente rispetto a noi.

Perché leggere tra le righe, in questo caso, significa riconoscere che esistono molteplici modi di percepire, sentire e comunicare, e che la comprensione nasce sempre da un incontro tra le differenze, non dalla loro riduzione.


La domanda con cui possiamo lasciarci oggi è: cosa posso fare per capire il modo di leggere ed abitare il mondo dell’Altro?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

 IL TUO BAMBINO RESPIRA CON LA BOCCA?

IL TUO BAMBINO RESPIRA CON LA BOCCA?

ECCO COSA SUCCEDE QUANDO IL NASO NON LAVORA

Il tuo bambino respira con la bocca invece che con il naso? È abituato a stare spesso con la bocca aperta, anche quando non è raffreddato? Se sì, è importante capire cosa succede quando il naso non sta lavorando come dovrebbe! 

Molti pensano che respirare con la bocca e rimanere spesso con la bocca aperta sia solo un’abitudine; in realtà può essere un segnale molto importante da non sottovalutare!

Ma perché è importante respirare con il naso?  

Il naso svolge delle funzioni fondamentali:

  • Filtra l’aria grazie ai piccoli peli presenti nelle narici,
  • La riscalda,
  • La umidifica, rendendola adatta ai polmoni.

In particolare, durante il passaggio dal naso, l’aria si arricchisce di ossido nitrico, una sostanza molto importante che ha azione antibatterica, antivirale e vasodilatatrice, quindi, aiuta i vasi sanguigni a lavorare meglio.

In poche parole: respirare bene significa ossigenarsi meglio.

Cosa succede se il naso non lavora?

Le conseguenze potrebbero essere più importanti di quello che si pensa: abbiamo detto che, quando un bambino non respira con il naso, non si ossigena in modo corretto e questo inevitabilmente influisce sui diversi aspetti della crescita.

In particolare, può influire su:

  • apprendimento, con sonno non riposante, difficoltà di attenzione, memoria ridotta;
  • linguaggio, con possibile ritardo nello sviluppo causato da continue otiti, infezioni o infiammazioni delle orecchie per l’accumulo di muco; 
  • bocca e denti, con maggior rischio di malocclusione e di posizionamento scorretto della lingua e conseguenze anche a livello della deglutizione;
  • postura, che cambia, adattandosi alla respirazione orale: testa in avanti, spalle chiuse e tensioni cervicali. 

Prova anche tu: resta per un po’ di secondi con la bocca aperta… senti cosa succede al tuo corpo?

Perché mio figlio respira con la bocca?

I motivi sono molteplici e spesso si intrecciano tra loro: nella maggior parte dei casi, il bambino respira con la bocca perché c’è una ostruzione al passaggio di aria, dovuta a:

  • stati infiammatori o infezioni, come sinusiti e riniti e/o raffreddori;
  • caratteristiche anatomiche, come ipertrofia delle adenoidi e delle tonsille o setto nasale deviato;
  • ipotonia dei muscoli del viso: se la muscolatura facciale è poco tonica, il bambino farà fatica a mantenere la bocca chiusa e quindi a respirare con il naso;
  • abitudini viziate, come la suzione del dito o del ciuccio per un tempo prolungato o il morso del labbro inferiore, che possono contribuire a stabilizzare la respirazione orale.

Cosa posso fare se mio figlio non respira con il naso?

Se leggendo questo articolo ti si sono accesi dei campanelli d’allarme, è importante non aspettare!

Rivolgiti ad un medico otorinolaringoiatra, che potrà aiutarti a individuare la causa della respirazione orale, mentre un logopedista potrà valutare le funzioni orali del tuo bambino e guidarti nel percorso più adatto per correggere ed eliminare questa abitudine.

È inoltre fondamentale prendersi cura del naso anche nella quotidianità: una corretta igiene nasale, attraverso lavaggi nasali regolari, aiuta a mantenere libere le vie respiratorie, ridurre le infiammazioni e favorire una respirazione fisiologica.

E tu, avevi mai pensato che la respirazione potesse influenzare così tanto lo sviluppo del tuo bambino?

Dott.ssa Enrica Benegiamo

Logopedista

Bibliografia

  • Levrini, Aurelio. Terapia miofunzionale: rieducazione neuromuscolare integrata. Milano: Masson S.p.A., 1997. 
  • Sartori, Elisabetta. Trattamento Anelys: benessere respiratorio e globale.
E tu, dove lo metti il blu?

E tu, dove lo metti il blu?

Oggi, 2 Aprile 2026, come ogni anno si celebra la Giornata Mondiale della consapevolezza sull’Autismo.

Ma il 2 Aprile non è solo una data da segnare sul calendario, è il giorno in cui il mondo intero si tinge di blu!

Perché è stato scelto proprio questo colore?

Il blu solitamente evoca sensazioni di calma e profondità. Per chi vive nello spettro autistico, il mondo risulta troppo rumoroso e caotico… Il blu, invece, ha il potere di donare quiete e sicurezza. Ma il blu ricorda anche il colore del mare o del cielo, due simboli che richiamano l’idea di profondità e di vastità…la mente autistica non ha confini, è infinita proprio come loro, ma talmente ricca di profondità che necessita di essere compresa ed esplorata in ogni sua sfumatura.

Già, “sfumatura”… Parola chiave quando si parla di autismo. L’autismo viene, infatti, definito lungo uno spettro proprio perché ogni singola persona con autismo è unica e possiede tante sfumature diverse all’interno della propria personalità. Come dice Stephen Shore: “Se hai conosciuto una persona con autismo, hai conosciuto una sola persona con autismo”. Ogni individuo, infatti, è un mondo a sé. Quindi oggi non c’è solo il blu: c’è anche l’azzurro, il celeste, il pervinca, il cobalto, il blu notte, il blu elettrico, il color pavone e molti altri. 

Tutti voi in casa avrete sicuramente qualcosa di blu. L’invito oggi è di indossarlo, con l’obiettivo di dimostrare non solo di essere consapevoli che l’autismo esiste, ma giungere ad un’accettazione e soprattutto ad una vera inclusione, permettendo ad ogni persona di “spiccare il volo” verso un cielo sempre più blu, valorizzando le proprie caratteristiche uniche. 

Oggi, accendiamo il blu per non lasciare nessuno nell’ombra. Perché la diversità non è un limite, ma una preziosa sfumatura della realtà.

Dott.ssa Chiara Zaghini

Psicologa dell’Età Evolutiva

Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Il padre: presenza che costruisce

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio professionale, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei saggi che ci aiutano a comprendere meglio le relazioni, nei film che danno forma alle esperienze emotive.

Ogni ultimo venerdì del mese, questa rubrica affronta un tema psicologico attraverso alcune letture che possano accompagnare età diverse della vita.

Il tema di questo mese è la paternità e l’importanza di dare spazio alla presenza dei padri nella vita dei figli.

Dare spazio ai padri

Negli ultimi decenni la ricerca psicologica sullo sviluppo ha progressivamente posto più attenzione alla figura del padre, riconoscendone il ruolo significativo nella crescita emotiva e relazionale dei bambini.

Mentre fino a quel momento si era focalizzata quasi esclusivamente sulla relazione madre-figlio/a, oggi la psicologia evolutiva guarda al rapporto tra padre e figlio/a come a una relazione specifica, con caratteristiche e dignità proprie.

 

Nel lavoro clinico con le famiglie emerge spesso come alcune funzioni genitoriali – in particolare quelle legate alla cura emotiva, alla regolazione degli stati interni e alla gestione della quotidianità – vengano ancora attribuite quasi esclusivamente alle madri. Questo accade spesso per ragioni culturali, organizzative o legate alla storia familiare.

 

Eppure, lo sviluppo del bambino beneficia della presenza di più figure di riferimento, capaci di offrire modalità diverse di relazione, regolazione e sostegno.

La figura paterna, quando può esprimersi pienamente nella relazione con i figli, contribuisce spesso a sostenere l’esplorazione, l’autonomia e la fiducia nelle proprie capacità. Amplia il repertorio relazionale ed emotivo a disposizione del bambino.

Dare spazio alla paternità significa permettere ai padri di costruire il proprio modo di essere presenti, riconoscendo in loro risorse, capacità ed abilità genitoriali nella cura dei figli pari a quelle delle madri.

Nei primi anni: il padre come base di esplorazione

L’albo illustrato Papà Isola (Babalibri, 2014) racconta con delicatezza le paure di un orso che sta per diventare papà, e il legame che potrà costruire con il suo cucciolo, nei primi anni di vita. Attraverso immagini semplici e poetiche, la figura paterna appare nel suo lato più tenero e umano, e al tempo stesso come una presenza solida e accogliente, capace di offrire sicurezza mentre promuove l’apertura verso il mondo.

 

Dal punto di vista della teoria dell’attaccamento, la relazione con il padre può favorire nel bambino la possibilità di sperimentare il movimento tra protezione ed esplorazione, tanto quanto la relazione con la madre. Quando il bambino percepisce la presenza di un adulto affidabile, può allontanarsi con maggiore sicurezza per conoscere l’ambiente, con la certezza di poter tornare alla relazione quando avrà bisogno di ritrovare sicurezza.

Un legame che attraversa tutta la vita

Il libro illustrato Papà (Terredimezzo, 2023) propone uno sguardo affettuoso e universale sulla figura paterna. Attraverso scene quotidiane e momenti condivisi, racconta la molteplicità dei modi in cui si può esprimere la paternità: nello sguardo amorevole su un neonato che dorme, in una melodia suonata per la figlia, diventando esempio per i propri bambini…

 

È un libro che parla a tutte le età perché mostra qualcosa di essenziale: la relazione con il padre non si esaurisce nell’infanzia, ma continua a trasformarsi nel tempo, accompagnando le diverse fasi della crescita.

Le relazioni genitoriali non sono statiche, evolvono insieme ai figli, assumendo forme diverse ma mantenendo una funzione importante nella costruzione dell’identità e del senso del Sé.

Quando i figli diventano adulti

Bye Bye Vitamine (NNeditore, 2019), un romanzo di Rachel Khong, attraverso uno sguardo ironico e profondamente umano, esplora la complessità dei legami familiari e il modo in cui la relazione con il padre possa trasformarsi nel tempo, restando presenza significativa nonostante le mancanze.
È il racconto delicato di una figlia che deve costruire un nuovo modo di vivere con un padre che perde colpi per l’Alzheimer ma ha ancora qualcosa da donarle, come genitore. 

Queste pagine amorevoli ci consegnano alcuni ingredienti per la ricetta dell’essere figli adulti: anche dopo essere fuggiti lontano “per mettere in salvo la perfezione di un ricordo” possiamo accogliere l’imperfezione dei nostri padri e delle nostre vite, e godere di ogni risata condivisa, preziosa quanto le giornate più storte insieme a loro.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Per il mese di marzo, in cui festeggiamo i nostri papà, vi proponiamo la visione di un altro film Disney Pixar: Alla ricerca di Nemo.

Marlin è un pesce pagliaccio, il papà di Nemo, e non è un eroe nè un super papà, ma un genitore che a seguito della perdita della moglie, si ritrova a crescere da solo il figlio. Viene presentato da subito come un papà ansioso e iperprotettivo, che fatica a fidarsi del mondo esterno, finendo per soffocare involontariamente la curiosità del figlio. Nemo è speciale, perché ha una “pinna fortunata”, una pinna che è rimasta più piccola dell’altra, e questo rende Marlin ancora più preoccupato che il figlio non riesca ad affrontare i pericoli del mare.

Il susseguirsi degli eventi porterà Marlin ad affrontare le proprie paure e intraprendere un lungo viaggio per ritrovare il figlio, ma soprattutto per ritrovare la fiducia in sé stesso, negli altri e nella vita.

 

Alla ricerca di Nemo è un film d’animazione che può far riflettere noi e i nostri bambini su molti temi come la fiducia, il coraggio, la diversità, la scoperta, l’accettazione, la paura; e che mostra un papà che diventa esempio, non perché sia invincibile o perfetto, ma perché riesce a mettersi in discussione per amore del figlio. Marlin è un papà che capisce di dover cambiare il suo  modo di guardare Nemo, per diventare un genitore migliore.

 

Il ruolo del papà è costituirsi come base sicura, protezione dai pericoli del mondo, che consenta ai figli di vivere le proprie esperienze, anche se potenzialmente rischiose, senza mai sostituirsi a loro, ma restando sempre fermi e presenti quando dovessero avere bisogno di aiuto o conforto. 

Questo non vuol dire comportarsi da incoscienti e lasciarli volontariamente il pericolo, ma capire che a volte le difficoltà non vanno tolte di mezzo dalla strada dei nostri figli, per aiutarli a evolvere.

Se abbiamo fiducia in loro, anche la fiducia in loro stessi aumenterà, perché “se papà (in questo caso) si fida di me, significa che posso farcela!”. 

“Prometto che non ti succederà mai niente, Nemo.”

“È una promessa bizzarra… Se non gli succede mai niente, come fa a succedergli qualcosa?”

(Dal dialogo tra Marlin e Dory) 

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

La paternità richiede presenza, possibilità di sperimentarsi, spazio per trovare il proprio modo di essere padre. Quando questo spazio esiste, i bambini crescono potendo contare su più di una figura capace di offrire sicurezza, regolazione emotiva e sostegno nello sviluppo dell’autonomia. In questo senso, dare spazio alla paternità non significa togliere qualcosa alla maternità, ma arricchire l’esperienza relazionale del bambino.

 

La domanda con cui possiamo lasciarci oggi è: in che modo possiamo ampliare lo spazio della cura affinché i bambini possano contare su piú figure significative?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale



Il disturbo delle abilità visuo spaziali

Il disturbo delle abilità visuo-spaziali

Cari lettori e care lettrici,  

in questo articolo vi presento un disturbo non ancora presente nei principali manuali diagnostici internazionali ma che sta riscuotendo un crescente interesse da parte della comunità scientifica che tratta l’età evolutiva.  

Conosciuto anche come disturbo non verbale, il disturbo delle abilità visuo-spaziali è una condizione caratterizzata da una scarsa competenza nell’elaborazione visuospaziale a fronte di competenze verbali adeguate o addirittura superiori alla media. A livello scolastico, le principali difficoltà si possono riscontrare nella matematica (scorretto incolonnamento nel calcolo scritto e confusione nei riporti, scarsa comprensione di concetti di spazialità legati al numero, difficoltà nella geometria), nella scrittura (scarsa qualità del tratto grafico e inadeguata gestione dello spazio nel foglio), nel disegno e nella comprensione di testi che contengono informazioni spaziali.  

Per alcuni di questi aspetti, un ruolo cruciale sembrerebbe giocare la memoria di lavoro visuospaziale, solitamente deficitaria in queste persone. Particolarmente rilevanti possono essere anche le ripercussioni nella vita di tutti i giorni. Le persone con disturbo delle abilità visuo-spaziali infatti, possono presentare difficoltà a livello grosso-motorio (goffaggine motoria, tendenza a sbattere contro le cose, difficoltà a lanciare o afferrare oggetti, scarso equilibrio, difficoltà nelle attività che possono richiedere coordinazione come la guida della bicicletta) e fino-motorio (difficoltà con bottoni, zip, lacci, forbici, ecc.) e presentare uno scarso senso dell’orientamento. Anche la comunicazione e la socializzazione possono presentare aspetti peculiari: da un lato queste persone sono solitamente caratterizzate da eccessiva verbosità, dall’altro possono presentare criticità nella pragmatica del linguaggio, in particolare nel linguaggio non verbale. 

Sebbene, come già detto, questo disturbo non appaia ancora nei principali manuali diagnostici internazionali, negli ultimi anni, anche grazie all’apporto consistente dei ricercatori dell’Università degli Studi di Padova, si sta giungendo ad un accordo comune su quelli che possano essere i criteri per identificare questo tipo di profilo.  

Chi possiede già informazioni sul tema, si sarà infatti reso conto che le caratteristiche discusse possono essere presenti anche in altre psicopatologie del neurosviluppo, ma è proprio la combinazione di queste (e le aree celebrali compromesse) che determina la peculiarità del disturbo delle abilità visuo-spazili. 

A livello scolastico, bambini e ragazzi con disturbo delle abilità visuo-spaziali sono attualmente tutelati dalla normativa sui bisogni educativi speciali, che consente loro di godere di strumenti compensativi e dispensativi in maniera coerente con le fragilità presenti.  

Dott. Nicolò Rigato

Bibliografia

  • Cornoldi, C. (2023). I disturbi dell’apprendimento (2. ed). Il Mulino. 
  • Mammarella, I. C., & Cornoldi, C. (2020). Nonverbal learning disability (developmental visuospatial disorder). In A. Gallagher, C. Bulteau, D. Cohen, & J. L. Michaud (Eds.), Neurocognitive development: Disorders and disabilities. (Vol. 174, pp. 83–91). Elsevier Academic Press. https://doi.org/10.1016/B978-0-444-64148-9.00007-7