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ADHD in età adulta: quando una diagnosi aiuta a rileggere la propria storia

ADHD in età adulta: quando una diagnosi aiuta a rileggere la propria storia

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di ADHD negli adulti. Molte persone arrivano a una diagnosi a 30, 40 o 50 anni, dopo un percorso caratterizzato da difficoltà che per lungo tempo non hanno trovato una spiegazione chiara.

Questo aumento delle diagnosi non significa necessariamente che l’ADHD sia diventato più frequente. Piuttosto, la ricerca scientifica e la pratica clinica stanno permettendo di riconoscere meglio una condizione che in passato veniva spesso associata esclusivamente all’infanzia. Oggi sappiamo che l’ADHD può accompagnare la persona lungo tutto l’arco della vita e manifestarsi in modi diversi a seconda dell’età, del contesto e delle caratteristiche individuali.

L'ADHD non riguarda solo l'attenzione

Quando si pensa all’ADHD, l’immagine più comune è quella di un bambino particolarmente vivace o distratto. Nell’età adulta, però, il quadro può essere molto diverso.

Le persone con ADHD possono sperimentare difficoltà nell’organizzazione quotidiana, nella gestione del tempo, nella pianificazione delle attività, nel mantenere la concentrazione su compiti ripetitivi o poco stimolanti. Possono inoltre essere presenti impulsività, procrastinazione e una sensazione costante di affaticamento mentale dovuta allo sforzo necessario per gestire le richieste della vita quotidiana.

Le ricerche più recenti stanno evidenziando anche il ruolo della regolazione emotiva. Molti adulti con ADHD descrivono una particolare intensità emotiva, una maggiore sensibilità allo stress e difficoltà nel gestire frustrazione, ansia o sovraccarico cognitivo. Alcuni studi hanno inoltre osservato una correlazione tra ADHD, qualità del sonno e capacità di regolare le emozioni.

Perché alcune persone ricevono una diagnosi solo in età adulta?

Le ragioni possono essere molteplici.

In alcuni casi i sintomi erano presenti fin dall’infanzia, ma non sono stati riconosciuti. In altri, le capacità cognitive, il supporto familiare o l’impegno personale hanno permesso alla persona di compensare le difficoltà per molti anni.

Particolare attenzione è stata rivolta negli ultimi anni alle donne, spesso sottodiagnosticate rispetto agli uomini. Diversi studi evidenziano come le manifestazioni dell’ADHD femminile possano essere meno evidenti sul piano comportamentale e più legate a disattenzione, sovraccarico mentale, perfezionismo e strategie di adattamento che tendono a mascherare il disagio. Questo può contribuire a ritardi diagnostici significativi.

Cosa significa scoprire di avere l'ADHD da adulti?

Ricevere una diagnosi in età adulta rappresenta spesso un momento importante sul piano personale.

Molte persone riferiscono un senso di sollievo nel poter finalmente dare un significato a difficoltà sperimentate per anni. Esperienze apparentemente scollegate: problemi organizzativi, fatica nello studio o nel lavoro, difficoltà relazionali, senso di inadeguatezza, possono acquisire una nuova comprensione all’interno di una cornice più ampia.

Una recente ricerca sulle donne diagnosticate in età adulta ha evidenziato come la diagnosi venga frequentemente vissuta come un’esperienza di validazione personale, capace di favorire una maggiore auto-comprensione, l’accesso a strategie più efficaci e una riduzione dell’autocritica. Allo stesso tempo, possono emergere emozioni complesse, come rabbia, tristezza o il rimpianto per il supporto non ricevuto negli anni precedenti.

La diagnosi non definisce la persona

È importante ricordare che una diagnosi non rappresenta un’etichetta né una definizione della propria identità.

L’obiettivo della valutazione clinica è comprendere il funzionamento della persona, individuare punti di forza e aree di difficoltà, e costruire eventuali percorsi di supporto adeguati. Ogni individuo possiede caratteristiche, risorse e modalità di adattamento uniche che non possono essere ridotte a una singola diagnosi.

Quando l’ADHD viene riconosciuto e compreso, può diventare possibile sviluppare strategie più efficaci nella gestione della vita quotidiana, migliorare il benessere psicologico e costruire una relazione più consapevole con sé stessi. 

Conclusioni

Le nuove ricerche stanno contribuendo a una comprensione più ampia dell’ADHD nell’età adulta. Oggi sappiamo che non si tratta semplicemente di una difficoltà di attenzione, ma di una condizione che può influenzare diversi aspetti della vita, dall’organizzazione alle relazioni, dalla gestione delle emozioni al benessere psicologico.

Per molte persone, ricevere una diagnosi in età adulta non significa cambiare chi sono, ma comprendere meglio la propria storia, e, spesso, iniziare a guardarla con maggiore consapevolezza e meno giudizio.

Dott.ssa Mara Gazzi
Psicologa dell’età evolutiva
Specializzata in Neuropsicologia Clinica
Psicoterapeuta

Bibliografia essenziale

  1. Babinski, D. E., & Libsack, E. J. (2025). Adult Diagnosis of ADHD in Women: A Mixed Methods Investigation. Journal of Attention Disorders, 29(3), 207-219.
  2. Holden, E., & Kobayashi-Wood, H. (2025). Adverse experiences of women with undiagnosed ADHD and the invaluable role of diagnosis. Scientific Reports, 15, 20945.
  3. Krebs, K., & Donnellan-Fernandez, R. (2025). Integrative literature review – the impact of ADHD across women’s lifespan. BMC Women’s Health, 25, 593.
  4. Nordby, E. S., Schønning, V., Barnes, A., et al. (2025). Experiences of change following a blended intervention for adults with ADHD and emotion dysregulation: a qualitative interview study. BMC Psychiatry, 25, 56.
  5. American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5-TR). Washington, DC: American Psychiatric Publishing.
  6. Barkley, R. A. (2021). Taking Charge of Adult ADHD (2nd ed.). New York: Guilford Press.
Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Annoiarsi bene è un’arte (e un dono)

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio le esperienze umane, nei film che danno forma a emozioni e vissuti spesso difficili da raccontare.

Ogni mese la rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare lo sguardo sul mondo interno, sulle relazioni e sui processi di crescita.

Questo mese parliamo di un’esperienza spesso considerata negativa, da evitare o riempire il più velocemente possibile: la noia.

La noia: un’esperienza da eliminare o da ascoltare?

Nella quotidianità moderna siamo spesso immersi in un flusso continuo di stimoli: notifiche, attività organizzate, impegni, contenuti sempre disponibili. Anche a livello visivo, il mondo attorno a noi scorre veloce, trafficato e frenetico, dalle auto sulle strade alle persone dentro un centro commerciale.
Sembra che i momenti vuoti siano soltanto qualcosa da riempire immediatamente.

Quando un bambino dice “mi annoio”, oppure quando un adulto si sente inquieto davanti al tempo libero, la reazione più spontanea è spesso quella di cercare subito una soluzione, cioè qualcosa da fare.

Eppure la noia non è un’emozione negativa.
Dal punto di vista psicologico, rappresenta uno spazio di transizione: un momento in cui gli stimoli esterni diminuiscono e diventa possibile entrare maggiormente in contatto con il proprio mondo interno.

Annoiarsi bene” significa (re)imparare a sostare in quell’intervallo senza doverlo riempire immediatamente, lasciando spazio alla curiosità, all’immaginazione e alla capacità di creare qualcosa di nuovo.

Quando il tempo vuoto diventa scoperta

Il libro Un grande giorno di niente (Topipittori) ci porta dentro la storia di un bambino che si trova immerso in una giornata apparentemente vuota e senza programmi.
Attraverso immagini ricche e poetiche, Beatrice Alemagna accompagna il lettore nella scoperta di come un tempo inizialmente vissuto come noioso possa trasformarsi in un’occasione di esplorazione e meraviglia.

Dal punto di vista dello sviluppo, il gioco libero e i momenti non strutturati sono fondamentali perché permettono al bambino di sperimentare autonomia, creatività e capacità di trovare risorse interne.

Quando ogni momento è riempito dall’adulto, il bambino rischia di avere meno occasioni per chiedersi: “Cosa posso fare? Cosa mi interessa? Cosa posso inventare?”
La noia, in questo senso, crea un primo spazio di scoperta di Sè.

Crescere imparando ad abitare l’attesa

Il libro Si può (Franco Cosimo Panini) accompagna il lettore in una riflessione variopinta sulle possibilità contenute nelle esperienze quotidiane.
Con parole e immagini essenziali, il libro invita a guardare ciò che accade con uno sguardo più aperto, ricordandoci che anche nei momenti apparentemente semplici possono nascere trasformazioni e nuove possibilità.

Dal punto di vista psicologico, questa capacità di stare nell’attesa, come nell’incertezza, è una competenza importante che si costruisce nel tempo e grazie all’esperienza diretta (non possiamo imparare solo dalla teoria certe abilità psicologiche!). 

Imparare a non avere sempre una risposta immediata, un’attività pronta o uno stimolo disponibile aiuta bambini e adulti a sviluppare tolleranza alla frustrazione e flessibilità psicologica.
In pratica, non possiamo esplorare la nostra creatività, intesa a 360 gradi e non solo artistica, se non ci viene mai messo di fronte un foglio bianco (metaforicamente e non). 

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Quando si tratta di portare il tema della noia sullo schermo, il cinema d’animazione ci ha regalato un capolavoro assoluto e senza tempo: Il mio vicino Totoro (1988) di Hayao Miyazaki.

Questo film presenta una struttura che si contrappone ai ritmi frenetici del cinema moderno.
La parola “noia” non viene mai pronunciata, eppure la pellicola è impregnata in ampia misura da quello che nella cultura giapponese viene chiamato ma: il vuoto, la pausa, lo spazio calmo tra le cose.

Miyazaki non ci mostra dei bambini che si lamentano e immerge lo spettatore stesso in quel tempo lento. Nella prima parte del film, infatti, non c’è una trama incalzante o un colpo di scena, vediamo semplicemente le due sorelline protagoniste, Satsuki e Mei, esplorare una vecchia casa di campagna, osservare i granelli di polvere nel buio, raccogliere ghiande, azionare una pompa dell’acqua manuale.
È la rappresentazione visiva del tempo non strutturato, dove l’assenza di stimoli preimpostati induce a usare l’immaginazione e ad osservare le cose del mondo, a sperimentarle.
Il film stesso si fa per noi esercizio di questa “noia”: noi, come le bambine, siamo in un intermezzo, un tempo lento in mezzo alle cose che accadono, fatto di dettagli e silenzi da esplorare.

La scena simbolo del film, l’attesa del papà alla fermata dell’autobus sotto la pioggia, incarna perfettamente questo concetto. È un momento sospeso, lungo, quasi statico. Ma è proprio quando le bambine accettano quell’immobilità e quel silenzio che Totoro, il grande spirito della foresta, si palesa accanto a loro.

Il messaggio che il film ci consegna è potente nella sua semplicità: la meraviglia non si manifesta quando corriamo da un impegno all’altro, quando abbiamo mille cose da fare, quando il nostro tempo è sempre pieno; la meraviglia ha bisogno che la mente rallenti, che si “annoi”.

Permettere ai bambini e a noi stessi di attraversare quello scomodo e inusuale “vuoto” iniziale significa sintonizzarsi su una frequenza diversa, dove la noia smette di essere un nemico da sconfiggere e diventa il terreno fertile in cui germogliano idee e ‘immaginazione.
Il mio vicino Totoro non è un film di facile visione per bambini e ragazzi, ma ci permette di mostrare un altro modo di fare le cose e può diventare un momento di rallentamento dagli stimoli frenetici di tutti i giorni.

Lasciare spazio a ciò che può nascere

Naturalmente, non tutta la noia ha la stessa funzione.
Una noia vissuta come immobilità, isolamento o mancanza di senso può essere un’esperienza faticosa, talvolta anche così dolorosa o intensa da richiedere un supporto psicologico per comprenderne il significato. 

È la possibilità di trasformarla a fare la differenza, passare da “non so cosa fare” a “ora posso scoprire cosa mi interessa, cosa mi va davvero di fare”.
Per i bambini questo significa avere tempi di gioco libero e possibilità di esplorare.
Per gli adulti significa recuperare spazi non produttivi, in cui non tutto deve avere uno scopo immediato.

 

In una società che ci invita continuamente a fare, produrre e consumare stimoli, la noia può sembrare un errore.
Eppure, proprio nei momenti meno riempiti può emergere qualcosa di importante per noi: un’idea, un desiderio, una nuova prospettiva su noi stessi.

Imparare ad abitare il vuoto non significa perdere tempo, ma creare spazio affinché, magari, qualcosa di nuovo possa nascere.

La domanda con cui vi salutiamo questo mese è: Quanto spazio concediamo alla possibilità di annoiarci?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

IL DISTURBO DELLA COMPRENSIONE DEL TESTO: CONOSCERE PER INTERVENIRE

IL DISTURBO DELLA COMPRENSIONE DEL TESTO: CONOSCERE PER INTERVENIRE

Se state leggendo questo articolo, probabilmente vi interessa capire meglio cosa vuol dire comprendere un testo e quando possiamo parlare di disturbo.

Il disturbo della comprensione del testo si manifesta come una difficoltà significativa nel cogliere il significato globale di un testo scritto, nell’integrare le informazioni presenti e nel ricavare inferenze, ovvero significati non esplicitamente espressi nel testo. In ambito internazionale, tali soggetti sono spesso indicati con l’espressione poor comprehenders (“lettori con difficoltà di comprensione”), riferita a individui che, pur presentando adeguate abilità di decodifica, mostrano prestazioni deficitarie nella comprensione del testo.

Nel contesto italiano, la collocazione diagnostica di queste difficoltà è ancora oggetto di dibattito scientifico e clinico. Attualmente, il disturbo della comprensione del testo non è formalmente riconosciuto come una categoria autonoma tra i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA). Tuttavia, in alcuni casi di disturbo della lettura, soprattutto quando sono presenti significative difficoltà nei processi di decodifica, possono emergere anche difficoltà nella comprensione di parole, non parole e testi scritti. Tali aspetti vengono generalmente valutati attraverso specifiche prove cliniche finalizzate ad analizzare i diversi processi coinvolti nella lettura e nella comprensione del materiale scritto.

La comprensione del testo, infatti, non si limita alla semplice decodifica/lettura, ma coinvolge una costruzione attiva del significato, resa possibile dall’integrazione di conoscenze pregresse, abilità di ragionamento e aspetti motivazionali. Il lettore non si limita a recepire passivamente il contenuto, ma lo elabora e lo interpreta in base ai propri schemi cognitivi e ai propri obiettivi. 

Ma quali possono essere dei campanelli d’allarme che ci possono aiutare a intervenire in tempo?

  • difficoltà a fare inferenze (trarre conclusioni sulla base del testo)
  • difficoltà a collegare le informazioni nuove con quelle già conosciute
  • difficoltà a riassumere il testo
  • difficoltà a distinguere tra fatti reali/verosimili e di fantasia
  • difficoltà nell’individuare i personaggi principali e secondari
  • difficoltà nel trovare all’interno del testo eventuali errori o incongruenze

Si può intervenire? Certo che sì. Numerosi interventi volti a migliorare la comprensione del testo si sono focalizzati su diversi ambiti, tra cui le competenze linguistiche (in particolare l’ampliamento del vocabolario), l’insegnamento di strategie specifiche di comprensione come ad esempio aiutarsi con le immagini presenti nel testo o leggere le parole in grassetto se presenti, lo sviluppo della capacità inferenziale e l’incremento della consapevolezza metacognitiva, come ad esempio la sensibilità alla struttura del testo. Quando parliamo di “approccio metacognitivo” non si fa riferimento solo al trasmettere strategie concrete ai nostri ragazzi, ma si favorisce una riflessione sull’efficacia delle strategie stesse in modo da promuovere consapevolezza degli obiettivi prefissati.

Dott.ssa Emanuela Grammatica

Psicologa dell’età evolutiva

Esperta in psicopatologia dell’apprendimento

Bibliografia

  • Cornoldi, C. (2023). I Disturbi dell’Apprendimento. Bologna: Il Mulino.
  • Gagliardini, E. (2021). Leggere leggere 2. Attività di lettura, ragionamento e comprensione per bambini di 8-10 anni. Trento, Erickson.