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Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Esplorazione: partire, scoprire, ritrovarsi

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio noi stessi e gli altri, nei film e nelle immagini che danno voce a esperienze universali.

 

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso letture capaci di accompagnare diverse età della vita. Perché le storie non ci offrono soltanto intrattenimento: ci aiutano a leggere il nostro mondo interno e a dare significato alle esperienze che viviamo.

 

Questo mese parliamo di esplorazione. Un tema che richiama il viaggio, la curiosità e la scoperta, ma che, dal punto di vista psicologico, riguarda soprattutto il modo in cui entriamo in relazione con ciò che ancora non conosciamo, di noi e degli altri.

Esplorare è un bisogno umano

Fin dai primi mesi di vita, il bambino manifesta un naturale desiderio di esplorare il mondo. Osserva, tocca, sperimenta, si allontana e ritorna. Questo movimento continuo tra vicinanza e scoperta, separazione e ri-unione, rappresenta uno dei motori fondamentali dello sviluppo.

 

L’esplorazione, però, non comprende solo i luoghi fisici.
Avviene anche quando si conoscono persone nuove, quando si affrontano cambiamenti, quando si mettono in discussione idee e si sperimentano possibilità diverse e, a volte, quando si scoprono parti di noi che ancora non conoscevamo.

 

Dal punto di vista psicologico, la curiosità e il desiderio di esplorare possono svilupparsi ed esprimersi al meglio quando ci sentiamo sufficientemente al sicuro. Sapere di poter contare su relazioni affidabili ci permette di affrontare l’ignoto con maggiore fiducia.

 

E il viaggio più importante non è necessariamente quello che ci porta lontano, quanto più quello che amplia il nostro modo sguardo sul mondo.

Infanzia: guardare oltre ciò che è visibile

L’albo illustrato Quello che non vedo (Il Barbagianni editore, 2025 – Premio Rodari 2025 come Miglior Albo Illustrato) invita i bambini a esercitare uno sguardo curioso e aperto, ricordando che non tutto ciò che conta può essere visto con gli occhi.

Con immagini evocative e un uso minimale della parola, il libro accompagna i più piccoli a soffermarsi su ciò che spesso sfugge a uno sguardo frettoloso, su tutte quelle dimensioni invisibili che possono dare significato alla nostra esperienza.

 

Dal punto di vista dello sviluppo, questa capacità di andare oltre l’immediato alimenta il pensiero simbolico, la creatività e la flessibilità cognitiva. Esplorare significa anche imparare ad accogliere il fatto che non tutto sia già conosciuto o spiegato. L’esplorazione diventa così un percorso che ci porta oltre l’apparenza, aiutandoci a sviluppare sensibilità, empatia e la capacità di attribuire significato a ciò che non può essere misurato o visto, ma che spesso è una parte fondamentale delle nostre relazioni e della nostra vita.

Il viaggio come esperienza di crescita

Il viaggio di Pippo (Kite, 2015) racconta un viaggio che è molto più di uno spostamento da un luogo all’altro. Come spesso accade nelle storie dedicate ai bambini, il percorso diventa occasione di incontro, cambiamento e scoperta.

 

Ogni viaggio mette alla prova le nostre certezze. Richiede di adattarsi, osservare, fare domande e, qualche volta, modificare il proprio punto di vista.
E come Pippo, a volte, partiamo con la convinzione di dover trovare qualcosa che ci manca, e arriviamo a scoprire che lo portavamo già dentro di noi.

Bastava uscire nel mondo fuori, o esplorare il nostro mondo interno, per svelare quella parte di noi.

 

Dal punto di vista psicologico, questa disponibilità all’esplorazione rappresenta una competenza preziosa lungo tutto il ciclo di vita. Crescere significa anche imparare a stare nell’incertezza, ad affrontare ciò che non controlliamo completamente e a riconoscere che ogni esperienza può trasformarci.

Esplorare anche da adulti

Con il passare degli anni, il desiderio di esplorare rischia di lasciare troppo spazio al bisogno di prevedibilità. Gli impegni, le responsabilità e le abitudini possono portarci a percorrere sempre le stesse strade, non solo in senso geografico, ma anche mentale ed emotivo.

 

Eppure, l’esplorazione continua ad avere un ruolo fondamentale anche nell’età adulta.
Concedersi la possibilità di imparare qualcosa di nuovo, conoscere persone diverse, cambiare prospettiva, mettere in discussione convinzioni consolidate o, semplicemente, fermarsi a osservare ciò che normalmente diamo per scontato, per alcuni adulti diventano vere e proprie sfide, fatiche che, se affrontate, possono nutrire quelle parti che avevamo lasciato indietro.

 

Ogni esperienza, se vissuta con curiosità, amplia il nostro repertorio di significati e contribuisce a costruire una maggiore flessibilità psicologica.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Il tema del viaggio e dell’esplorazione è da sempre uno dei motori più potenti delle storie. Per i bambini e ragazzi, in particolare, il viaggio diventa una metafora del percorso evolutivo per “diventare grandi”.
Oggi vi proponiamo un film d’animazione che tratta in modo straordinario questo tema.

Il film è Il pianeta del tesoro (2002), un gioiello Disney, tanto brillante quanto sottovalutato.
Liberamente ispirato al classico di Stevenson, parla di Jim, un ragazzo ribelle e ferito che parte su un galeone spaziale alla ricerca di un leggendario bottino. Ma la caccia al tesoro è solo un pretesto: il vero viaggio di Jim è intimo e psicologico. Sarà proprio la scelta di partire, affrontando tradimenti e ferite, a permettergli di recuperare la fiducia in se stesso, negli altri e nel futuro, che aveva perduto.

Questo film ci invita a riflettere sul fatto che l’esplorazione non sempre serve a cercare qualcosa di nuovo fuori da noi, ma anche a ritrovare parti di sé, talvolta perse a seguito di esperienze dolorose. Uscire dalle zone di comfort e mettersi alla prova diventa un mezzo per imparare cose nuove e insieme guarire ferite emotive o ricucire legami spezzati.
L’esplorazione non è mai semplicemente un’azione rivolta verso l’esterno, ma che ha contemporaneamente due vie, una che scopre qualcosa fuori e una che scopre qualcosa dentro.

Il coraggio di andare incontro verso nuovi orizzonti

Esplorare non significa cercare continuamente qualcosa di straordinario.
A volte basta guardare con occhi nuovi ciò che abbiamo davanti ogni giorno.
Il viaggio più importante è quello che ci permette di uscire, almeno per un momento, dalle nostre abitudini e dai nostri schemi e di lasciare spazio alla curiosità.

La domanda con cui vi facciamo partire questo mese quindi è: Quando è stata l’ultima volta che ci siamo concessi di esplorare qualcosa di nuovo, fuori o dentro di noi?

Perché leggere tra le righe significa anche ricordare che ogni crescita inizia con un piccolo passo verso ciò che ancora non conosciamo.

 

 Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

Guardarsi con occhi nuovi: come la psicoterapia cognitivo-comportamentale accompagna il cambiamento

Guardarsi con occhi nuovi: come la psicoterapia cognitivo-comportamentale accompagna il cambiamento

La psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) è uno degli approcci psicoterapeutici maggiormente studiati e supportati dalla ricerca scientifica. Nel corso degli anni ha dimostrato la propria efficacia nel trattamento di numerose difficoltà psicologiche, tra cui ansia, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, attacchi di panico, disturbi alimentari e problemi legati allo stress.

L’obiettivo  della CBT non è semplicemente ridurre i sintomi: mira infatti ad aiutare la persona a comprendere il proprio modo di funzionare e a sviluppare strumenti concreti per affrontare con maggiore flessibilità le sfide della vita quotidiana.

Alla base della CBT vi è l’idea che pensieri, emozioni, comportamenti e sensazioni fisiche siano strettamente collegati tra loro. Il modo in cui interpretiamo ciò che ci accade influenza infatti le emozioni che proviamo e le azioni che mettiamo in atto. Di fronte a una stessa situazione, persone diverse possono reagire in modi differenti proprio perché attribuiscono significati diversi all’esperienza. Alcuni schemi di pensiero, soprattutto quando diventano automatici e rigidi, possono contribuire a mantenere la sofferenza psicologica e limitare la capacità di affrontare le difficoltà.

Nel percorso terapeutico questi aspetti vengono esplorati insieme al terapeuta in un clima di collaborazione, con l’obiettivo di comprendere come si siano sviluppati nel corso della storia personale e quale funzione abbiano nel presente. La terapia non si limita quindi a individuare ciò che non funziona, ma valorizza anche le risorse della persona, aiutandola a sperimentare modalità nuove e più efficaci di affrontare le situazioni problematiche.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è caratterizzata da un approccio attivo e collaborativo. Terapeuta e paziente condividono gli obiettivi del percorso e lavorano insieme per costruire una comprensione sempre più approfondita delle difficoltà e individuare strategie coerenti con i bisogni della persona. Pur essendo un modello strutturato e basato sulle evidenze scientifiche, ogni intervento viene personalizzato: non esistono protocolli validi per tutti, ma percorsi costruiti sulla storia, sulle caratteristiche e sui valori di ciascun individuo.

Negli ultimi anni questo approccio si è ulteriormente evoluto, integrando contributi provenienti dalle cosiddette terapie di “terza onda”, che pongono particolare attenzione all’accettazione delle esperienze interne, alla consapevolezza e alla possibilità di orientare le proprie azioni verso ciò che è davvero significativo. In questa prospettiva il cambiamento non consiste nell’eliminare ogni emozione difficile, ma nello sviluppare un rapporto più flessibile con i propri pensieri ed emozioni, affinché non siano loro a guidare automaticamente le scelte di vita.

Intraprendere un percorso di psicoterapia significa concedersi uno spazio di ascolto, riflessione e crescita personale. La psicoterapia cognitivo-comportamentale offre strumenti concreti per comprendere meglio se stessi, affrontare le difficoltà con maggiore consapevolezza e promuovere un cambiamento duraturo, nel rispetto dell’unicità e della storia di ogni persona.

Dott.ssa Alessia Lazzaretto

Psicologa clinica

Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale

Bibliografia

  • Beck, J. S. (2022). La terapia cognitivo-comportamentale. Teoria e pratica (3ª ed.). Astrolabio Ubaldini.
  • Beck, A. T. (2020). Prigionieri dei pensieri. Come uscire dalla sofferenza e ritrovare il benessere (ed. italiana). Raffaello Cortina Editore.
  • Beck, A. T., Emery, G., & Greenberg, R. L. (2018). L’ansia e le fobie. Un approccio cognitivo. Astrolabio Ubaldini.
  • Perdighe, C., & Mancini, F. (a cura di). (2018). Elementi di psicoterapia cognitiva. Giovanni Fioriti Editore.
  • Sassaroli, S., Ruggiero, G. M., & Lorenzini, R. (a cura di). (2022). Psicoterapia cognitiva dell’adulto. Teoria e pratica clinica. Raffaello Cortina Editore.
  • Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (2014). Acceptance and Commitment Therapy. La terapia dell’accettazione e dell’impegno. FrancoAngeli.
Scuola e BES (Bisogni Educativi Speciali)

Scuola e BES (Bisogni Educativi Speciali)

Bentornati sul nostro blog!

Oggi, come avete letto dal titolo, parleremo di Scuola e BES facendo un bel ripasso di quelle che sono le linee guida.

Vorrei però partire affermando che ciascuno di noi ha un bisogno educativo speciale. In ogni contesto e in ogni ambito. 

Beh.. e quindi? Perché nella scuola viene utilizzata questa denominazione specifica?

Il termine BES viene utilizzato per la prima volta nel 1994 e poi nel 2003. Ciò a cui noi oggi facciamo riferimento è, però, la direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012 la quale estende a tutti gli studenti in difficoltà il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento, in termini di modalità e tempi.

Ma chi rientra in questa categoria?

Rientrano nella categoria BES coloro che presentano:

  • una disabilità tutelata dalla Legge 104/92;
  • disturbi evolutivi specifici:
    • DSA, tutelati dalla L.170/2010;
    • ADHD;
    • Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP);
    • Borderline cognitivo;
    • Disturbo del Linguaggio (DL);
    • Deficit delle abilità non verbali;
    • Deficit della coordinazione motoria (Disprassia);
    • Disturbo della condotta;
  • svantaggio socioeconomico, linguistico, culturale.
Cosa prevede la scuola per gli alunni con BES?

Come detto precedentemente, la direttiva ministeriale prevede la personalizzazione dell’apprendimento. In che modo? Attraverso l’applicazione del PDP, il Piano Didattico Personalizzato.

E di cosa si tratta?

Il Piano Didattico Personalizzato è un documento stilato dagli insegnanti, il quale prevede una personalizzazione su misura su quel singolo studente, sulla base delle sue potenzialità e tenendo conto delle fragilità che lo studente stesso mostra. Il PDP è un documento che gli insegnanti introducono in seguito ad un’osservazione dell’alunno.

Esso diviene un punto di riferimento per gli insegnanti, diventa una guida da seguire nel corso dell’anno scolastico. È opportuno che esso venga redatto entro un tempo ragionevole (entro novembre), che esso venga proposto alla famiglia e con essa condiviso, dopo eventuali confronti. 

All’interno del PDP si susseguono diversi punti ma ciò che si ritiene fondamentale è la stesura degli strumenti compensativi (per esempio: sintesi vocale e audiolibri: convertono il testo scritto in audio, riducendo il carico cognitivo nella lettura; computer o tablet con correttore ortografico: facilitano la videoscrittura, annullando la fatica legata alla disortografia; calcolatrice e tavole pitagoriche: supportano lo studente con discalculia nel calcolo a mente o scritto; mappe concettuali e schemi: supporti visivi che agevolano il recupero delle informazioni durante le interrogazioni o lo studio) e delle misure dispensative (per esempio: dispensa dalla lettura ad alta voce in classe: esonera lo studente da un’attività che provoca elevato stress o ansia; tempi aggiuntivi: viene garantito almeno il 30% di tempo in più per lo svolgimento di verifiche e compiti; dispensa dallo studio mnemonico: esonera dall’imparare a memoria tabelline, poesie o lunghe forme verbali; interrogazioni programmate: si privilegia una pianificazione dei test orali per evitare sovrapposizioni di carichi di lavoro) che si pensa siano necessarie all’alunno per affrontare al meglio l’apprendimento scolastico.

Tutto chiaro?

Spero di essermi spiegata al meglio, ma sei hai qualche dubbio non esitare a contattarci! 

Siamo pronti a darti tutte le informazioni di cui necessiti!

Dott.ssa Giorgia Ghiraldini

Pedagogista



Bibliografia e sitografia

  • D’alonzo Luigi, come fare per gestire la classe nella pratica didattica, Giunti Edu, Firenze, 2016