Ricerca per:

Il nostro studio

Servizi

Ci occupiamo di valutazione, riabilitazione e consulenza nell'ambito di tutti i disturbi nel neurosviluppo.

Equipe di professionisti

Siamo un'equipe multiprofessionale che si occupa di te e del tuo benessere psicofisico.

Formazione

Organizziamo corsi di formazione per genitori, insegnanti e professionisti del mondo dell'educazione.

I nostri articoli
STIMOLARE IL LINGUAGGIO DEL BAMBINO: 6 strategie semplici da usare ogni giorno

STIMOLARE IL LINGUAGGIO DEL BAMBINO: 6 strategie semplici da usare ogni giorno

Stimolare il linguaggio del bambino non significa chiedergli continuamente di parlare, ripetere parole o rispondere alle nostre domande. Spesso sono proprio i piccoli cambiamenti nel modo in cui l’adulto comunica con il bambino a creare le occasioni migliori per favorire lo sviluppo del linguaggio.
La quotidianità offre moltissime opportunità: il gioco, il momento del pasto e del bagno, la lettura di un libro o una semplice passeggiata possono diventare preziosi momenti di scambio.
Vediamo insieme allora 6 semplici strategie da utilizzare ogni giorno, durante il gioco e nelle normali routine di famiglia.

1. Segui il suo interesse

Il primo passo è semplice: osserva il bambino. Con cosa sta giocando? Cosa ha attirato la sua attenzione?
Se è concentrato su una macchinina, quello è il momento giusto per parlare della macchinina: “La macchina corre!” “La macchina è rossa!” “La macchina va veloce!”.
Seguire ciò che interessa al bambino rende il linguaggio più significativo, perché le parole vengono inserite all’interno di un’attività che in quel momento lo coinvolge.

2. Parla meno, ma parla meglio

Per stimolare il linguaggio del bambino non è importante riempire tutti i silenzi. Utilizza un linguaggio chiaro, semplice e adeguato alle sue competenze, parlando con calma e utilizzando frasi molto brevi. Mettiti all’altezza del bambino, e cerca di stabilire il contatto visivo prima di parlare, così da facilitare l’attenzione condivisa. Anche gesti, espressioni del viso e intonazione possono aiutare a rendere il messaggio più comprensibile.
Ad esempio, mentre il bambino mangia la mela potremmo dire: “Mangi la mela!”, “La mela è buona!”.
Poche parole, ma strettamente collegate a quello che sta vivendo.

3. Commenta, senza trasformare il gioco in un’interrogazione

“Cos’è?”, “Come si chiama?”, “Che colore è?”
Fare domande non è sbagliato, ma se sono troppe l’interazione rischia di assomigliare ad un’interrogazione.
Prova invece a commentare quello che il bambino sta facendo: “Hai preso la palla!”, “Il cane corre!” “Il sole è giallo!”.
Quando fai una domanda, lasciagli il tempo necessario per rispondere. Se il bambino utilizza ancora poche parole, puoi offrirgli una scelta: “Vuoi la palla o la macchina?”

4. Espandi ciò che il bambino dice

Una strategia molto utile consiste nel partire proprio dalle parole del bambino e aggiungere qualcosa.
Se dice “Cane” potresti rispondere “Si, il cane corre!”. In questo modo gli offrirai un modello leggermente più ricco senza chiedergli necessariamente di ripeterlo.
Anche quando commette un errore, prova a restituire semplicemente la forma corretta ed evita continue correzioni dirette.

5. Aspetta: anche il silenzio può diventare comunicazione

Gli adulti che conoscono bene un bambino spesso sanno già cosa vuole prima ancora che lo chieda. Ma proviamo a non anticipare tutto!
Dopo una domanda o un commento, lascia qualche secondo di pausa: il bambino potrebbe utilizzare quello spazio per guardare, indicare, vocalizzare, pronunciare una parola.
Non completare immediatamente ciò che sta cercando di dire e non mettiamogli fretta nel dirlo.

6. Gioca, leggi e crea nuove occasioni per comunicare

Le occasioni per favorire la comunicazione si trovano ovunque, anche nei momenti più semplici della giornata: preparare una torta insieme, fare la spesa, vestirsi permettono di introdurre parole nuove e costruire piccole frasi.
Il gioco e la lettura condivisa rappresentano momenti preziosi! Durante la lettura, ad esempio, non è necessario leggere ogni parola dall’inizio alla fine: potresti osservare le immagini, commentarle e seguire ciò che incuriosisce il bambino.
Anche le nuove esperienze possono diventare occasioni per arricchire il linguaggio: una giornata allo zoo, una visita in fattoria, una passeggiata in un luogo nuovo permettono al bambino di scoprire, conoscere e vivere situazioni diverse.

Stimolare il linguaggio non significa fare terapia a casa.

Significa creare, nella quotidianità, occasioni piacevoli nelle quali il bambino abbia possibilità di comunicare!
Osservare, aspettare, ascoltare, commentare e offrire un buon modello linguistico sono piccoli accorgimenti che possono entrare naturalmente nella giornata.

Dott.ssa Benegiamo Enrica
Logopedista

Bibliografia

  • Girolametto, L., Bello, A., Onofrio, D., Remi, L., & Caselli, M. C. (2017). Parent-coaching per l’intervento precoce sul linguaggio. Percorsi di lettura dialogica nel programma “Oltre il libro”. Erickson.
  • Bonifacio, S., & Hvastja Stefani, L. (2010). L’intervento precoce nel ritardo di linguaggio. Il modello INTERACT per il bambino parlatore tardivo. FrancoAngeli.
  • Girolametto, L., Marotta, L., & Onofrio, D. (2019). Crescere parlando nella scuola dell’infanzia. Strategie per la promozione della comunicazione e del linguaggio. Erickson.
Motivazione e apprendimento: introduzione all’argomento.

Motivazione e apprendimento: introduzione all’argomento.

Sentiamo spesso parlare di motivazione, associandola un po’ a tutto quello che facciamo, ma sappiamo realmente cos’è? 

Motivazione deriva dal latino “motus” e indica quindi un movimento, uno stimolo verso qualcosa. La motivazione può essere infatti considerata una spinta a fare, o a non fare, qualcosa; indica quindi la direzione e la forza del nostro agire, influenza le nostre scelte, la nostra persistenza e le nostre prestazioni. La motivazione è presente, pertanto, in tutte le azioni che chiunque di noi compie ed è inevitabilmente presente e importante anche in tutti i processi di apprendimento. I fattori che la determinano sono molti, tuttavia alcuni studiosi hanno delineato una formula apparentemente molto semplice in grado spiegarla. Wigfield e Eccles (2000) definiscono infatti la motivazione come il prodotto tra aspettative e valori. 

Per aspettative si possono qui intendere convinzioni intrinseche, come credere di saper svolgere bene o male un determinato compito nonché le credenze legate alle nostre abilità, o estrinseche, ovvero legate all’idea che abbiamo su quel determinato compito, come per esempio la sua facilità o difficoltà.

Tra i valori gli autori comprendono invece il valore al raggiungimento, legato all’importanza data all’obbiettivo, ovvero l’importanza data al buon svolgimento di un determinato compito, il valore intrinseco, ossia il piacere che si prova nello svolgere un determinato compito, l’utilità percepita e il costo, ovvero quanto lo svolgimento di un’attività può limitare lo svolgimento di altre (il costo può essere materiale ma anche fisico/energetico o psichico/emotivo).

Secondo tale modello per essere veramente motivati a fare qualcosa è importante siano presenti entrambi questi fattori. Quando possediamo delle aspettative positive su quelle che sono le nostre capacità e su quella che sarà la nostra prestazione al compito e a quel compito attribuiamo un valore elevato la nostra motivazione sarà sicuramente alta e saremo quindi ben disposti a impegnarci per ottenere il miglior risultato possibile; viceversa, se ci sentiamo poco bravi e crediamo che il compito sia troppo difficile per noi e gli attribuiamo una scarsa importanza, allora probabilmente saremo disposti a impegnarci molto meno e a essere poco interessati al risultato.

Cosa possiamo fare quindi per motivare una persona che non lo è? 

Innanzitutto, potrebbe essere utile capire la causa: si tratta di un problema di aspettative o di valore? Se ci percepiamo poco capaci è importante capire se è effettivamente un problema di competenza o di percezione. Nel primo caso potrebbe essere utile potenziare la competenza, riducendo anche la difficoltà della richiesta; riuscire a portare termine qualcosa e sperimentare successo è di per sé motivante e può favorire anche una maggior percezione delle proprie competenze. Per aumentare invece il valore dato al compito è possibile lavorare su più fronti: per esempio se viene data poca importanza all’obbiettivo può essere utile che l’importanza venga trasmessa dall’esterno; se non viene percepita utilità allora potrebbe essere efficacie cambiare punto di vista (es. spesso gli studenti a scuola pensano “ma a che mi serve studiare questa materia?”, potrebbe essere efficacie trovare in questi casi dei risvolti pratici nella vita dei tutti i giorni, oppure cambiare punto di vista e vedere un’utilità futura o globale). Spesso può essere anche il costo percepito il problema, in questo caso si tratta di capire cos’è a far si che il compito venga percepito come così “costoso” e agire su quello, anche con una ristrutturazione dei pensieri disfunzionali.

Quello della motivazione è un campo ricco di studi e su cui si potrebbero spendere molte parole. Con questo piccolo articolo introduttivo spero di aver avvicinato e incuriosito alcune persone all’argomento. Questo tema verrà sicuramente trattato anche in articoli futuri con declinazioni specifiche a bambini/ragazzi e scuola.

Dott. Nicolò Rigato

Bibliografia: 

Cornoldi, C. (2018). Processi cognitivi, motivazione e apprendimento / Cesare Cornoldi … [Et al.]. il Mulino.

Wigfield, A., & Eccles, J. S. (2000). Expectancy–Value Theory of Achievement Motivation. Contemporary Educational Psychology, 25(1), 68–81. https://doi.org/10.1006/ceps.1999.1015

Caldo e salute mentale: un legame che la psicologia non può più ignorare

Caldo e salute mentale: un legame che la psicologia non può più ignorare

Quando pensiamo agli effetti del caldo, pensiamo soprattutto alla stanchezza, alla disidratazione e ai rischi per la salute fisica. Più raramente ci chiediamo che cosa succeda, invece, alla nostra mente.

Eppure temperatura e benessere psicologico sono strettamente collegati. Le alte temperature possono influenzare il sonno, l’umore, la capacità di concentrarsi e, più in generale, il modo in cui regoliamo emozioni e stress.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda la regolazione emotiva. Gestire un’emozione significa riconoscerla, tollerare il disagio e riuscire a scegliere come reagire. Quando siamo molto accaldati, stanchi o fisicamente a disagio, questo processo può diventare più faticoso.

La soglia di tolleranza alla frustrazione può abbassarsi e situazioni che normalmente riusciremmo a gestire possono sembrarci improvvisamente più pesanti. Non significa che il caldo ci renda automaticamente aggressivi o irritabili, ma che può rappresentare uno stressor aggiuntivo, capace di ridurre le nostre risorse di autoregolazione. La ricerca ha infatti rilevato un aumento di irritabilità e comportamenti aggressivi durante le giornate più calde.

Uno dei principali mediatori tra caldo e salute mentale è il sonno.

Per addormentarci e mantenere un sonno di buona qualità, il nostro organismo deve poter regolare la propria temperatura. Quando le temperature notturne rimangono elevate, il sonno può diventare più frammentato e meno ristoratore.

E dormire male ha conseguenze anche sul piano psicologico: aumenta la stanchezza, rende più difficile concentrarsi e può favorire irritabilità, ansia e difficoltà nella gestione delle emozioni.

Si crea così un possibile circolo vizioso: caldo, sonno peggiore,maggiore stanchezza,minore capacità di regolazione emotiva e maggiore stress.

Il caldo può essere particolarmente impegnativo anche per chi tende a prestare molta attenzione alle proprie sensazioni corporee.

Sudorazione, affaticamento, aumento della frequenza cardiaca o sensazione di mancanza d’aria possono essere normali risposte dell’organismo alle alte temperature. Tuttavia, nelle persone più vulnerabili all’ansia, queste sensazioni possono essere interpretate come segnali di pericolo e contribuire ad aumentare ulteriormente l’attivazione.

Per questo è importante distinguere tra sensazione fisica e interpretazione della sensazione: sentire il corpo più attivato non significa necessariamente che ci sia qualcosa di pericoloso.

 

Le temperature elevate possono influenzare anche il funzionamento cognitivo. Attenzione, memoria di lavoro e velocità di elaborazione possono ridursi, con conseguenze sulla produttività lavorativa e sul rendimento scolastico.

Questo può diventare frustrante: facciamo più fatica a concentrarci, ci sentiamo meno efficienti e rischiamo di interpretare questa difficoltà come un nostro limite, quando in realtà anche le condizioni ambientali stanno contribuendo.

Il rapporto tra caldo e salute mentale non è uguale per tutti. Chi presenta già una condizione psicologica o psichiatrica può essere maggiormente vulnerabile agli effetti dello stress termico. La letteratura ha evidenziato, in particolare, possibili criticità nelle persone con disturbi dell’umore, disturbi psicotici e disturbi d’ansia.

Questo non significa che il caldo provochi necessariamente un peggioramento dei sintomi, ma che può rappresentare un ulteriore fattore di stress da tenere in considerazione. 

E noi cosa possiamo fare?

Non possiamo controllare la temperatura esterna, ma possiamo ridurre il suo impatto sul nostro benessere.

Proteggere il sonno, mantenersi adeguatamente idratati e organizzare le attività più impegnative negli orari meno caldi sono strategie semplici ma importanti. Può essere utile anche mantenere, per quanto possibile, una routine e continuare a dedicarsi ad attività piacevoli e relazioni significative, evitando che il caldo porti a un completo ritiro dalle proprie attività quotidiane.

Per chi è già seguito per una difficoltà psicologica o psichiatrica, è importante prestare attenzione a eventuali cambiamenti significativi nel sonno, nell’umore o nei sintomi e parlarne con il professionista di riferimento. Eventuali modifiche delle terapie farmacologiche devono invece essere sempre concordate con il medico.

Il caldo, quindi, non è soltanto una questione di comfort. È uno stressor ambientale che può coinvolgere corpo, sonno, emozioni e funzionamento cognitivo.

Con il cambiamento climatico che rende le ondate di calore sempre più frequenti, il legame tra temperatura e salute mentale sta assumendo una rilevanza crescente anche in termini di sanità pubblica.

Dott.ssa Giorgia Gennari