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Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Il padre: presenza che costruisce

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio professionale, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei saggi che ci aiutano a comprendere meglio le relazioni, nei film che danno forma alle esperienze emotive.

Ogni ultimo venerdì del mese, questa rubrica affronta un tema psicologico attraverso alcune letture che possano accompagnare età diverse della vita.

Il tema di questo mese è la paternità e l’importanza di dare spazio alla presenza dei padri nella vita dei figli.

Dare spazio ai padri

Negli ultimi decenni la ricerca psicologica sullo sviluppo ha progressivamente posto più attenzione alla figura del padre, riconoscendone il ruolo significativo nella crescita emotiva e relazionale dei bambini.

Mentre fino a quel momento si era focalizzata quasi esclusivamente sulla relazione madre-figlio/a, oggi la psicologia evolutiva guarda al rapporto tra padre e figlio/a come a una relazione specifica, con caratteristiche e dignità proprie.

 

Nel lavoro clinico con le famiglie emerge spesso come alcune funzioni genitoriali – in particolare quelle legate alla cura emotiva, alla regolazione degli stati interni e alla gestione della quotidianità – vengano ancora attribuite quasi esclusivamente alle madri. Questo accade spesso per ragioni culturali, organizzative o legate alla storia familiare.

 

Eppure, lo sviluppo del bambino beneficia della presenza di più figure di riferimento, capaci di offrire modalità diverse di relazione, regolazione e sostegno.

La figura paterna, quando può esprimersi pienamente nella relazione con i figli, contribuisce spesso a sostenere l’esplorazione, l’autonomia e la fiducia nelle proprie capacità. Amplia il repertorio relazionale ed emotivo a disposizione del bambino.

Dare spazio alla paternità significa permettere ai padri di costruire il proprio modo di essere presenti, riconoscendo in loro risorse, capacità ed abilità genitoriali nella cura dei figli pari a quelle delle madri.

Nei primi anni: il padre come base di esplorazione

L’albo illustrato Papà Isola (Babalibri, 2014) racconta con delicatezza le paure di un orso che sta per diventare papà, e il legame che potrà costruire con il suo cucciolo, nei primi anni di vita. Attraverso immagini semplici e poetiche, la figura paterna appare nel suo lato più tenero e umano, e al tempo stesso come una presenza solida e accogliente, capace di offrire sicurezza mentre promuove l’apertura verso il mondo.

 

Dal punto di vista della teoria dell’attaccamento, la relazione con il padre può favorire nel bambino la possibilità di sperimentare il movimento tra protezione ed esplorazione, tanto quanto la relazione con la madre. Quando il bambino percepisce la presenza di un adulto affidabile, può allontanarsi con maggiore sicurezza per conoscere l’ambiente, con la certezza di poter tornare alla relazione quando avrà bisogno di ritrovare sicurezza.

Un legame che attraversa tutta la vita

Il libro illustrato Papà (Terredimezzo, 2023) propone uno sguardo affettuoso e universale sulla figura paterna. Attraverso scene quotidiane e momenti condivisi, racconta la molteplicità dei modi in cui si può esprimere la paternità: nello sguardo amorevole su un neonato che dorme, in una melodia suonata per la figlia, diventando esempio per i propri bambini…

 

È un libro che parla a tutte le età perché mostra qualcosa di essenziale: la relazione con il padre non si esaurisce nell’infanzia, ma continua a trasformarsi nel tempo, accompagnando le diverse fasi della crescita.

Le relazioni genitoriali non sono statiche, evolvono insieme ai figli, assumendo forme diverse ma mantenendo una funzione importante nella costruzione dell’identità e del senso del Sé.

Quando i figli diventano adulti

Bye Bye Vitamine (NNeditore, 2019), un romanzo di Rachel Khong, attraverso uno sguardo ironico e profondamente umano, esplora la complessità dei legami familiari e il modo in cui la relazione con il padre possa trasformarsi nel tempo, restando presenza significativa nonostante le mancanze.
È il racconto delicato di una figlia che deve costruire un nuovo modo di vivere con un padre che perde colpi per l’Alzheimer ma ha ancora qualcosa da donarle, come genitore. 

Queste pagine amorevoli ci consegnano alcuni ingredienti per la ricetta dell’essere figli adulti: anche dopo essere fuggiti lontano “per mettere in salvo la perfezione di un ricordo” possiamo accogliere l’imperfezione dei nostri padri e delle nostre vite, e godere di ogni risata condivisa, preziosa quanto le giornate più storte insieme a loro.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Per il mese di marzo, in cui festeggiamo i nostri papà, vi proponiamo la visione di un altro film Disney Pixar: Alla ricerca di Nemo.

Marlin è un pesce pagliaccio, il papà di Nemo, e non è un eroe nè un super papà, ma un genitore che a seguito della perdita della moglie, si ritrova a crescere da solo il figlio. Viene presentato da subito come un papà ansioso e iperprotettivo, che fatica a fidarsi del mondo esterno, finendo per soffocare involontariamente la curiosità del figlio. Nemo è speciale, perché ha una “pinna fortunata”, una pinna che è rimasta più piccola dell’altra, e questo rende Marlin ancora più preoccupato che il figlio non riesca ad affrontare i pericoli del mare.

Il susseguirsi degli eventi porterà Marlin ad affrontare le proprie paure e intraprendere un lungo viaggio per ritrovare il figlio, ma soprattutto per ritrovare la fiducia in sé stesso, negli altri e nella vita.

 

Alla ricerca di Nemo è un film d’animazione che può far riflettere noi e i nostri bambini su molti temi come la fiducia, il coraggio, la diversità, la scoperta, l’accettazione, la paura; e che mostra un papà che diventa esempio, non perché sia invincibile o perfetto, ma perché riesce a mettersi in discussione per amore del figlio. Marlin è un papà che capisce di dover cambiare il suo  modo di guardare Nemo, per diventare un genitore migliore.

 

Il ruolo del papà è costituirsi come base sicura, protezione dai pericoli del mondo, che consenta ai figli di vivere le proprie esperienze, anche se potenzialmente rischiose, senza mai sostituirsi a loro, ma restando sempre fermi e presenti quando dovessero avere bisogno di aiuto o conforto. 

Questo non vuol dire comportarsi da incoscienti e lasciarli volontariamente il pericolo, ma capire che a volte le difficoltà non vanno tolte di mezzo dalla strada dei nostri figli, per aiutarli a evolvere.

Se abbiamo fiducia in loro, anche la fiducia in loro stessi aumenterà, perché “se papà (in questo caso) si fida di me, significa che posso farcela!”. 

“Prometto che non ti succederà mai niente, Nemo.”

“È una promessa bizzarra… Se non gli succede mai niente, come fa a succedergli qualcosa?”

(Dal dialogo tra Marlin e Dory) 

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

La paternità richiede presenza, possibilità di sperimentarsi, spazio per trovare il proprio modo di essere padre. Quando questo spazio esiste, i bambini crescono potendo contare su più di una figura capace di offrire sicurezza, regolazione emotiva e sostegno nello sviluppo dell’autonomia. In questo senso, dare spazio alla paternità non significa togliere qualcosa alla maternità, ma arricchire l’esperienza relazionale del bambino.

 

La domanda con cui possiamo lasciarci oggi è: in che modo possiamo ampliare lo spazio della cura affinché i bambini possano contare su piú figure significative?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale



Il disturbo delle abilità visuo spaziali

Il disturbo delle abilità visuo-spaziali

Cari lettori e care lettrici,  

in questo articolo vi presento un disturbo non ancora presente nei principali manuali diagnostici internazionali ma che sta riscuotendo un crescente interesse da parte della comunità scientifica che tratta l’età evolutiva.  

Conosciuto anche come disturbo non verbale, il disturbo delle abilità visuo-spaziali è una condizione caratterizzata da una scarsa competenza nell’elaborazione visuospaziale a fronte di competenze verbali adeguate o addirittura superiori alla media. A livello scolastico, le principali difficoltà si possono riscontrare nella matematica (scorretto incolonnamento nel calcolo scritto e confusione nei riporti, scarsa comprensione di concetti di spazialità legati al numero, difficoltà nella geometria), nella scrittura (scarsa qualità del tratto grafico e inadeguata gestione dello spazio nel foglio), nel disegno e nella comprensione di testi che contengono informazioni spaziali.  

Per alcuni di questi aspetti, un ruolo cruciale sembrerebbe giocare la memoria di lavoro visuospaziale, solitamente deficitaria in queste persone. Particolarmente rilevanti possono essere anche le ripercussioni nella vita di tutti i giorni. Le persone con disturbo delle abilità visuo-spaziali infatti, possono presentare difficoltà a livello grosso-motorio (goffaggine motoria, tendenza a sbattere contro le cose, difficoltà a lanciare o afferrare oggetti, scarso equilibrio, difficoltà nelle attività che possono richiedere coordinazione come la guida della bicicletta) e fino-motorio (difficoltà con bottoni, zip, lacci, forbici, ecc.) e presentare uno scarso senso dell’orientamento. Anche la comunicazione e la socializzazione possono presentare aspetti peculiari: da un lato queste persone sono solitamente caratterizzate da eccessiva verbosità, dall’altro possono presentare criticità nella pragmatica del linguaggio, in particolare nel linguaggio non verbale. 

Sebbene, come già detto, questo disturbo non appaia ancora nei principali manuali diagnostici internazionali, negli ultimi anni, anche grazie all’apporto consistente dei ricercatori dell’Università degli Studi di Padova, si sta giungendo ad un accordo comune su quelli che possano essere i criteri per identificare questo tipo di profilo.  

Chi possiede già informazioni sul tema, si sarà infatti reso conto che le caratteristiche discusse possono essere presenti anche in altre psicopatologie del neurosviluppo, ma è proprio la combinazione di queste (e le aree celebrali compromesse) che determina la peculiarità del disturbo delle abilità visuo-spazili. 

A livello scolastico, bambini e ragazzi con disturbo delle abilità visuo-spaziali sono attualmente tutelati dalla normativa sui bisogni educativi speciali, che consente loro di godere di strumenti compensativi e dispensativi in maniera coerente con le fragilità presenti.  

Dott. Nicolò Rigato

Bibliografia

  • Cornoldi, C. (2023). I disturbi dell’apprendimento (2. ed). Il Mulino. 
  • Mammarella, I. C., & Cornoldi, C. (2020). Nonverbal learning disability (developmental visuospatial disorder). In A. Gallagher, C. Bulteau, D. Cohen, & J. L. Michaud (Eds.), Neurocognitive development: Disorders and disabilities. (Vol. 174, pp. 83–91). Elsevier Academic Press. https://doi.org/10.1016/B978-0-444-64148-9.00007-7 
Il sonno nella prima infanzia: prospettive psicologiche tra crescita, emozioni e legame affettivo

Il sonno nella prima infanzia: prospettive psicologiche tra crescita, emozioni e legame affettivo

Il sonno nei primissimi anni di vita è uno degli ambiti più impegnativi per chi si prende cura di un bambino. Notti agitate, difficoltà ad addormentarsi o improvvisi passi indietro rispetto a una routine ormai acquisita possono alimentare ansie e far sentire i genitori inadeguati. Dal punto di vista della psicologia dello sviluppo, però, il sonno infantile è un processo complesso in continua evoluzione, profondamente connesso alla maturazione del cervello e alla qualità del legame con gli adulti di riferimento. 

Come cambia il sonno dalla nascita ai sei anni

Alla nascita il sistema che regola i ritmi sonno-veglia non è ancora formato. Il neonato non ha un orologio biologico consolidato e alterna momenti di sonno e di veglia senza una logica circadiana riconoscibile. I cicli di sonno sono brevi e la fase REM occupa uno spazio molto ampio: è una fase neuronalmente molto attiva, fondamentale per lo sviluppo del cervello e per la costruzione delle reti sinaptiche. Anche la melatonina, l’ormone che risponde ai cicli di luce e buio, raggiunge una produzione stabile solo nei primi mesi. I risvegli notturni, quindi, non sono un campanello d’allarme, ma una caratteristica normale e attesa. 

Nei primi tre mesi il sonno è fortemente frammentato e subordinato ai bisogni corporei fondamentali, come mangiare e mantenersi alla giusta temperatura. Tra i tre mesi e l’anno di vita il ritmo circadiano si organizza progressivamente e il sonno notturno comincia a consolidarsi, anche se i risvegli rimangono possibili. Tra uno e tre anni la durata totale del sonno si riduce e la struttura notturna diventa più definita, sebbene i risvegli continuino, spesso legati a tappe evolutive come l’ansia da separazione, le nuove conquiste motorie o l’esplosione del linguaggio. Tra i tre e i sei anni il sonno tende a diventare più stabile, anche se possono comparire fenomeni come incubi, terrori notturni o sonnambulismo, generalmente transitori e legati alla maturazione del sistema nervoso. 

 

Cosa succede dal punto di vista psicologico

Il sonno non è solo una questione fisiologica: è anche un’esperienza relazionale. Addormentarsi significa separarsi, lasciare la presenza rassicurante dell’adulto per entrare in uno stato di vulnerabilità. In particolare, tra i sei mesi e i tre anni, quando l’ansia da separazione è più intensa, il momento di andare a letto può riattivare un forte bisogno di vicinanza e conforto. I risvegli notturni in questa fase vanno letti più come una richiesta di sostegno emotivo che come un’abitudine scorretta da correggere. Il bambino piccolo non ha ancora sviluppato le capacità per calmarsi da solo e ha bisogno dell’adulto per tornare a uno stato di serenità. 

Molti genitori notano poi che dopo periodi di sonno relativamente tranquillo arrivano fasi di regressione apparentemente inspiegabili. Queste coincidono spesso con grandi cambiamenti evolutivi: imparare a camminare, iniziare a parlare, entrare al nido o alla scuola dell’infanzia. Ogni nuova conquista porta con sé un aumento dell’attivazione mentale ed emotiva, e il sonno, che è per sua natura uno spazio di transizione e quiete, può risentirne temporaneamente. In quest’ottica le notti difficili fanno parte del percorso di crescita. 

Non dimentichiamo i genitori!

Un aspetto che spesso passa in secondo piano è l’effetto che il sonno disturbato ha sul benessere psicologico di chi si prende cura del bambino. La privazione cronica di riposo può amplificare irritabilità, stress e fragilità emotiva, soprattutto nei mesi successivi al parto. Quando si parla di sonno infantile, è quindi necessario tenere a mente non solo il comportamento del bambino ma anche l’energia residua e lo stato emotivo dei genitori. In certi casi un supporto psicologico può essere prezioso per aiutarli a gestire le proprie emozioni e alleggerire il peso del senso di colpa. 

Qualche indicazione pratica

Alcune abitudini possono favorire notti più serene e regolari. Una routine serale prevedibile – sempre le stesse azioni nella stessa sequenza – aiuta il bambino ad anticipare il momento del sonno e a viverlo con maggiore tranquillità, riducendo opposizioni e resistenze. Piccoli rituali come il bagnetto, la lettura di una storia o una breve coccola creano un passaggio graduale dalle attività della giornata al riposo. 

Anche l’ambiente ha un ruolo importante: luce soffusa, temperatura confortevole, rumori contenuti e pochi stimoli favoriscono l’addormentamento. Può essere utile evitare schermi e giochi troppo attivanti nell’ora che precede la nanna, così da permettere al corpo e alla mente di rallentare. 

Mantenere orari abbastanza costanti per coricarsi e svegliarsi, compatibilmente con l’età e i bisogni del bambino, sostiene il ritmo biologico e rende il sonno più stabile nel tempo. La regolarità, infatti, aiuta l’organismo a “riconoscere” quando è il momento di dormire. 

Infine, rispondere ai risvegli notturni con calma, coerenza e presenza rassicurante trasmette al bambino la certezza di essere al sicuro. Un atteggiamento sereno e prevedibile facilita il riaddormentamento e, nel tempo, sostiene lo sviluppo di una maggiore autonomia nel sonno. 

 

Bibliografia

  • Mark S. Blumberg (2010). Basic neuroscience of sleep in infants. Sleep Medicine Clinics, 5(1), 1–10.
  • Jodi A. Mindell & Owens, J. A. (2015). A Clinical Guide to Pediatric Sleep: Diagnosis and Management of Sleep Problems. Philadelphia: Lippincott Williams & Wilkins.
  • American Academy of Pediatrics (2022). Sleep-related infant deaths: Updated recommendations for reducing infant deaths in the sleep environment. Pediatrics, 150(1).
  • John Bowlby (1969/1982). Attachment and Loss. Vol. 1: Attachment. New York: Basic Books.