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Il disturbo delle abilità visuo spaziali

Il disturbo delle abilità visuo-spaziali

Cari lettori e care lettrici,  

in questo articolo vi presento un disturbo non ancora presente nei principali manuali diagnostici internazionali ma che sta riscuotendo un crescente interesse da parte della comunità scientifica che tratta l’età evolutiva.  

Conosciuto anche come disturbo non verbale, il disturbo delle abilità visuo-spaziali è una condizione caratterizzata da una scarsa competenza nell’elaborazione visuospaziale a fronte di competenze verbali adeguate o addirittura superiori alla media. A livello scolastico, le principali difficoltà si possono riscontrare nella matematica (scorretto incolonnamento nel calcolo scritto e confusione nei riporti, scarsa comprensione di concetti di spazialità legati al numero, difficoltà nella geometria), nella scrittura (scarsa qualità del tratto grafico e inadeguata gestione dello spazio nel foglio), nel disegno e nella comprensione di testi che contengono informazioni spaziali.  

Per alcuni di questi aspetti, un ruolo cruciale sembrerebbe giocare la memoria di lavoro visuospaziale, solitamente deficitaria in queste persone. Particolarmente rilevanti possono essere anche le ripercussioni nella vita di tutti i giorni. Le persone con disturbo delle abilità visuo-spaziali infatti, possono presentare difficoltà a livello grosso-motorio (goffaggine motoria, tendenza a sbattere contro le cose, difficoltà a lanciare o afferrare oggetti, scarso equilibrio, difficoltà nelle attività che possono richiedere coordinazione come la guida della bicicletta) e fino-motorio (difficoltà con bottoni, zip, lacci, forbici, ecc.) e presentare uno scarso senso dell’orientamento. Anche la comunicazione e la socializzazione possono presentare aspetti peculiari: da un lato queste persone sono solitamente caratterizzate da eccessiva verbosità, dall’altro possono presentare criticità nella pragmatica del linguaggio, in particolare nel linguaggio non verbale. 

Sebbene, come già detto, questo disturbo non appaia ancora nei principali manuali diagnostici internazionali, negli ultimi anni, anche grazie all’apporto consistente dei ricercatori dell’Università degli Studi di Padova, si sta giungendo ad un accordo comune su quelli che possano essere i criteri per identificare questo tipo di profilo.  

Chi possiede già informazioni sul tema, si sarà infatti reso conto che le caratteristiche discusse possono essere presenti anche in altre psicopatologie del neurosviluppo, ma è proprio la combinazione di queste (e le aree celebrali compromesse) che determina la peculiarità del disturbo delle abilità visuo-spazili. 

A livello scolastico, bambini e ragazzi con disturbo delle abilità visuo-spaziali sono attualmente tutelati dalla normativa sui bisogni educativi speciali, che consente loro di godere di strumenti compensativi e dispensativi in maniera coerente con le fragilità presenti.  

Dott. Nicolò Rigato

Bibliografia

  • Cornoldi, C. (2023). I disturbi dell’apprendimento (2. ed). Il Mulino. 
  • Mammarella, I. C., & Cornoldi, C. (2020). Nonverbal learning disability (developmental visuospatial disorder). In A. Gallagher, C. Bulteau, D. Cohen, & J. L. Michaud (Eds.), Neurocognitive development: Disorders and disabilities. (Vol. 174, pp. 83–91). Elsevier Academic Press. https://doi.org/10.1016/B978-0-444-64148-9.00007-7 
Il sonno nella prima infanzia: prospettive psicologiche tra crescita, emozioni e legame affettivo

Il sonno nella prima infanzia: prospettive psicologiche tra crescita, emozioni e legame affettivo

Il sonno nei primissimi anni di vita è uno degli ambiti più impegnativi per chi si prende cura di un bambino. Notti agitate, difficoltà ad addormentarsi o improvvisi passi indietro rispetto a una routine ormai acquisita possono alimentare ansie e far sentire i genitori inadeguati. Dal punto di vista della psicologia dello sviluppo, però, il sonno infantile è un processo complesso in continua evoluzione, profondamente connesso alla maturazione del cervello e alla qualità del legame con gli adulti di riferimento. 

Come cambia il sonno dalla nascita ai sei anni

Alla nascita il sistema che regola i ritmi sonno-veglia non è ancora formato. Il neonato non ha un orologio biologico consolidato e alterna momenti di sonno e di veglia senza una logica circadiana riconoscibile. I cicli di sonno sono brevi e la fase REM occupa uno spazio molto ampio: è una fase neuronalmente molto attiva, fondamentale per lo sviluppo del cervello e per la costruzione delle reti sinaptiche. Anche la melatonina, l’ormone che risponde ai cicli di luce e buio, raggiunge una produzione stabile solo nei primi mesi. I risvegli notturni, quindi, non sono un campanello d’allarme, ma una caratteristica normale e attesa. 

Nei primi tre mesi il sonno è fortemente frammentato e subordinato ai bisogni corporei fondamentali, come mangiare e mantenersi alla giusta temperatura. Tra i tre mesi e l’anno di vita il ritmo circadiano si organizza progressivamente e il sonno notturno comincia a consolidarsi, anche se i risvegli rimangono possibili. Tra uno e tre anni la durata totale del sonno si riduce e la struttura notturna diventa più definita, sebbene i risvegli continuino, spesso legati a tappe evolutive come l’ansia da separazione, le nuove conquiste motorie o l’esplosione del linguaggio. Tra i tre e i sei anni il sonno tende a diventare più stabile, anche se possono comparire fenomeni come incubi, terrori notturni o sonnambulismo, generalmente transitori e legati alla maturazione del sistema nervoso. 

 

Cosa succede dal punto di vista psicologico

Il sonno non è solo una questione fisiologica: è anche un’esperienza relazionale. Addormentarsi significa separarsi, lasciare la presenza rassicurante dell’adulto per entrare in uno stato di vulnerabilità. In particolare, tra i sei mesi e i tre anni, quando l’ansia da separazione è più intensa, il momento di andare a letto può riattivare un forte bisogno di vicinanza e conforto. I risvegli notturni in questa fase vanno letti più come una richiesta di sostegno emotivo che come un’abitudine scorretta da correggere. Il bambino piccolo non ha ancora sviluppato le capacità per calmarsi da solo e ha bisogno dell’adulto per tornare a uno stato di serenità. 

Molti genitori notano poi che dopo periodi di sonno relativamente tranquillo arrivano fasi di regressione apparentemente inspiegabili. Queste coincidono spesso con grandi cambiamenti evolutivi: imparare a camminare, iniziare a parlare, entrare al nido o alla scuola dell’infanzia. Ogni nuova conquista porta con sé un aumento dell’attivazione mentale ed emotiva, e il sonno, che è per sua natura uno spazio di transizione e quiete, può risentirne temporaneamente. In quest’ottica le notti difficili fanno parte del percorso di crescita. 

Non dimentichiamo i genitori!

Un aspetto che spesso passa in secondo piano è l’effetto che il sonno disturbato ha sul benessere psicologico di chi si prende cura del bambino. La privazione cronica di riposo può amplificare irritabilità, stress e fragilità emotiva, soprattutto nei mesi successivi al parto. Quando si parla di sonno infantile, è quindi necessario tenere a mente non solo il comportamento del bambino ma anche l’energia residua e lo stato emotivo dei genitori. In certi casi un supporto psicologico può essere prezioso per aiutarli a gestire le proprie emozioni e alleggerire il peso del senso di colpa. 

Qualche indicazione pratica

Alcune abitudini possono favorire notti più serene e regolari. Una routine serale prevedibile – sempre le stesse azioni nella stessa sequenza – aiuta il bambino ad anticipare il momento del sonno e a viverlo con maggiore tranquillità, riducendo opposizioni e resistenze. Piccoli rituali come il bagnetto, la lettura di una storia o una breve coccola creano un passaggio graduale dalle attività della giornata al riposo. 

Anche l’ambiente ha un ruolo importante: luce soffusa, temperatura confortevole, rumori contenuti e pochi stimoli favoriscono l’addormentamento. Può essere utile evitare schermi e giochi troppo attivanti nell’ora che precede la nanna, così da permettere al corpo e alla mente di rallentare. 

Mantenere orari abbastanza costanti per coricarsi e svegliarsi, compatibilmente con l’età e i bisogni del bambino, sostiene il ritmo biologico e rende il sonno più stabile nel tempo. La regolarità, infatti, aiuta l’organismo a “riconoscere” quando è il momento di dormire. 

Infine, rispondere ai risvegli notturni con calma, coerenza e presenza rassicurante trasmette al bambino la certezza di essere al sicuro. Un atteggiamento sereno e prevedibile facilita il riaddormentamento e, nel tempo, sostiene lo sviluppo di una maggiore autonomia nel sonno. 

 

Bibliografia

  • Mark S. Blumberg (2010). Basic neuroscience of sleep in infants. Sleep Medicine Clinics, 5(1), 1–10.
  • Jodi A. Mindell & Owens, J. A. (2015). A Clinical Guide to Pediatric Sleep: Diagnosis and Management of Sleep Problems. Philadelphia: Lippincott Williams & Wilkins.
  • American Academy of Pediatrics (2022). Sleep-related infant deaths: Updated recommendations for reducing infant deaths in the sleep environment. Pediatrics, 150(1).
  • John Bowlby (1969/1982). Attachment and Loss. Vol. 1: Attachment. New York: Basic Books.
Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Emozioni: dalla confusione alla consapevolezza

Leggere tra le righe è la nostra nuova rubrica, nata dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali e nei nostri studi professionali, ma anche nelle storie che incontriamo.
Negli albi illustrati che rapiscono i bambini, nelle righe dei libri che ci aiutano a conoscere parti di noi, nei film che parlano al nostro mondo interno. E nelle storie di ogni paziente.

Questa rubrica propone, ogni mese, un tema psicologico attraverso due lenti: la lettura e il cinema. Perché leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Per inaugurare, abbiamo scelto un tema fondamentale per il benessere psicologico lungo tutto il ciclo di vita: le emozioni.

Cosa significa davvero comprendere le emozioni?

Nel lavoro clinico con bambini, adolescenti e adulti, una delle difficoltà più frequenti è non capire (e sentire) chiaramente cosa si sta provando.

Confondiamo ansia e agitazione.
Chiamiamo rabbia ciò che è frustrazione.
Definiamo “stress” un sovraccarico emotivo più complesso.

Conoscere le nostre emozioni è un’abilità chiave per la regolazione emotiva: per gestire un’emozione, devo prima riconoscerla, nominarla, capire a cosa mi serve e cosa mi sta comunicando.

Infanzia: costruire le prime mappe emotive

Mappe delle mie emozioni, di Bimba Landmann (2019, Camelozampa) può essere per i bambini uno strumento prezioso di alfabetizzazione emotiva.

Attraverso immagini, colori e metafore visive, le emozioni diventano riconoscibili. Il bambino può associare ciò che sente nel corpo a un nome, a una forma, a un luogo sulla mappa di quell’emozione.

Questo passaggio è cruciale nello sviluppo emotivo: senza parole, l’emozione resta solo attivazione fisiologica. Con le parole, diventa un’esperienza comprensibile e quindi integrabile nel nostro mondo interno (perciò anche regolabile).

Come adulti, possiamo sfogliare questo libro insieme ai bambini e rimanere in ascolto senza correggere o minimizzare, ma mostrandoci curiosi della loro esperienza:

Tu ci sei mai stato nelle colline del tremore?
A me fa una paura il Lago Distruzione, e a te?
E l’Isola dei Desideri secondo te com’è?

Sono solo alcune delle infinite domande che possono accompagnare la condivisione di questo libro con i piccoli.
Un consiglio? Crea le tue domande personali, l’unica regola da seguire è: non suggerire tu le risposte, fai domande aperte che lascino i bambini liberi di darti la loro vera risposta.

Adolescenza ed età adulta: integrare la complessità

Con la crescita, l’universo emotivo si fa più articolato. Le emozioni si mescolano, diventano ambivalenti, a volte addirittura contraddittorie.
E possiamo sentirci in conflitto, per esempio: “come posso essere tanto arrabbiato/a con qualcuno che amo tanto?”.
Tenere insieme la complessità di tante parti di noi che provano e vogliono cose tante diverse può essere difficile, spaventoso e disorientarci.

 

Labirinto dell’anima, di Anna Llenas (2019, Gribaudo), la “mamma” del mostro delle emozioni, accompagna bambini, adolescenti e adulti in un’esplorazione delicata e visiva del mondo interiore. Attraverso le immagini evocative e i brevi testi che caratterizzano la voce dell’autrice, il libro dà forma alle emozioni e agli stati d’animo più dolorosi e complicati, aiutando a riconoscerli senza giudicarli.

 

L’Atlante delle emozioni umane di Tiffany Watt Smith (2021, Utet) propone una mappa ampia delle emozioni più strane, innominabili e nascoste, integrando alla psicologia discipline e arti umanistiche, pescando da lingue e culture di tutto il mondo.

 

La differenziazione emotiva riduce l’impulsività, migliora la comunicazione e sostiene la regolazione emotiva. Per esempio, saper distinguere tra delusione, senso di rifiuto e vergogna cambia il modo in cui reagiamo.

Diventare consapevoli delle nostre emozioni non ne eliminerà l’intensità, ma la renderà abitabile, insegnandoci a starci dentro.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Iniziamo questa nostra nuova rubrica con un grande classico Pixar che probabilmente avrete già visto (e forse rivisto): Inside Out. Nello specifico parliamo del primo capitolo che, oltre ad essere uno dei più famosi e riusciti film d’animazione del nuovo millennio, ci è molto utile per iniziare a parlare con i nostri piccoli di emozioni e per dare un’immagine, un colore, un tono di voce, una caratteristica ai nostri stati d’animo.

Inside Out diventa un caposaldo per l’inizio di una sana alfabetizzazione emotiva, aiutando i bambini a identificare le diverse emozioni e il modo in cui prendono a volte il “controllo dei comandi” di noi stessi.

Con quale chiave di lettura possiamo guardare questo film e accompagnare la visione per i più piccoli? Possiamo far notare come tutte le emozioni, anche quelle più negative, siano indispensabili!
Non ci sono emozioni cattive, infatti in Inside Out non esiste  un cattivo da sconfiggere, ma una situazione imprevista da risolvere con l’aiuto di tutti. L’insegnamento finale è proprio questo: anche le emozioni che vediamo come negative, come Tristezza, che spesso cerchiamo di nascondere e reprimere, sono fondamentali per la nostra crescita e, se riusciamo ad accoglierle e gestirle, ci possono insegnare molte cose.

Qualche spunto di riflessione per guardare il film con uno sguardo più profondo:

Quanto è difficile per noi adulti vedere soffrire i nostri piccoli?
Quanto vorremmo eliminare le cause delle loro emozioni più spiacevoli?

Oppure, quante volte minimizziamo e banalizziamo i motivi della loro tristezza, della loro rabbia o vergogna?

Inside Out è un film per bambini, ma aiuta anche noi adulti a farci queste domande.

Buona visione!

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

Forse la prima domanda con cui possiamo iniziare a esplorare le nostre emozioni è semplice:
quanto è preciso il mio vocabolario emotivo?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale