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L’ALLEANZA TERAPEUTICA CON LA SCUOLA

L'ALLEANZA TERAPEUTICA CON LA SCUOLA

Com’è possibile costruire una rete efficace tra psicologo della riabilitazione, scuola e insegnanti attraverso PDP e PEI ?

Alcuni suggerimenti per rendere sinergico il lavoro in rete.

  • Dal lavoro “in stanza” al lavoro “in rete”

Nella pratica clinica dell’età evolutiva, uno dei rischi più frequenti è la parcellizzazione dell’intervento. Il bambino giunge in studio, lavora con lo psicologo della riabilitazione all’interno di un contesto protetto, apprende strategie di compensazione e autoregolazione, per poi ritornare quotidianamente in un ambiente ecologico — la scuola — dove tali competenze devono superare la prova della realtà.  Un intervento riabilitativo ristretto entro le quattro mura della stanza di terapia rischia di rimanere un’esperienza isolata. I progressi neuropsicologici o comportamentali ottenuti in sede clinica stentano a generalizzarsi se non trovano un terreno ricettivo e coerente nell’ambiente scolastico. Il bambino non apprende e cresce in un vuoto relazionale: la sua giornata si snoda tra la famiglia, il setting riabilitativo e la classe. Costruire un’alleanza terapeutica con la scuola non significa semplicemente scambiarsi informazioni o delegare compiti, ma fondare una vera e propria rete sistemica. In questo ecosistema, la prospettiva dello psicologo, il sapere pedagogico dei docenti e l’esperienza quotidiana dei genitori non si sovrappongono né entrano in competizione, ma si integrano per offrire al bambino un quadro di sostegno solido e privo di fratture.

  • Superare i limiti del “burocratismo”: PDP e PEI come strumenti vivi

Troppo spesso, nell’esperienza scolastica e clinica, il Piano Didattico Personalizzato (PDP) e il Piano Educativo Individualizzato (PEI) vengono vissuti con un senso di adempimento burocratico. Per gli insegnanti rappresentano moduli complessi da compilare sotto la pressione delle scadenze; per i clinici, documenti da firmare formalmente; per le famiglie, una certificazione tangibile delle difficoltà del proprio figlio. È fondamentale promuovere un cambio di paradigma: PDP e PEI devono trasformarsi in mappe dinamiche del funzionamento del bambino. Per raggiungere questo obiettivo, la diagnosi neuropsicologica (ricca di codici ICD, punteggi e deviazioni standard) deve essere tradotta dallo psicologo in indicazioni pedagogico-didattiche concrete e spendibili in classe. Non basta riportare una diagnosi di dislessia o di ADHD: occorre spiegare agli insegnanti come quel fattore incide sul carico cognitivo durante una verifica, sulla tenuta attentiva nelle ore pomeridiane o sulla tolleranza alla frustrazione durante i lavori di gruppo.  Inoltre, un PDP o PEI davvero efficace non può basarsi esclusivamente sui deficit. Deve contenere una mappatura chiara dei punti di forza del bambino (es. spiccate abilità visuo-spaziali, passione per argomenti specifici, buona capacità di cooperazione tra pari). Identificare e valorizzare le risorse significa agganciare l’intervento riabilitativo alla motivazione intrinseca del bambino, permettendogli di sperimentare il successo formativo anziché la sola frustrazione della rinuncia.

  • Ruoli e sinergie: chi fa cosa nella rete

La costruzione di una rete efficace si fonda sulla chiarezza dei ruoli e sulla valorizzazione delle specifiche competenze. Quando le responsabilità sono definite con trasparenza, si evitano le sovrapposizioni e si potenzia l’efficacia globale dell’intervento.

  • Lo psicologo della riabilitazione assume il ruolo di “traduttore clinico”. Il clinico funge da mediatore tra la complessità del funzionamento neuropsicologico del bambino e il contesto scolastico. Il suo compito include:
  • spiegare i meccanismi sottostanti alle condotte o alle difficoltà dell’alunno (es. deficit di memoria di lavoro, fatiche di inibizione della risposta, lentezza di decodifica);
  • suggerire strategie di autoregolazione emotiva e comportamentale adattabili al contesto classe;
  • offrire indicazioni sui tempi di recupero e sulla gradazione del carico di lavoro per prevenire l’affaticamento cognitivo;
  • Gli insegnanti assumono il ruolo di osservatori sul campo. I docenti non sono esecutori di prescrizioni cliniche, ma professionisti dell’apprendimento e osservatori privilegiati della dinamica di gruppo. Il loro apporto è cruciale per:
  • osservare l’efficacia pratica degli strumenti compensativi e delle misure dispensative;
  • adattare la didattica senza snaturare gli obiettivi formativi;
  • monitorare il clima relazionale e favorire l’inclusione del bambino nel gruppo dei pari;
  • La Famiglia come ponte. I genitori rappresentano il filo conduttore dell’esperienza del bambino. La loro partecipazione attiva garantisce che le strategie condivise tra clinico e scuola trovino un riscontro coerente anche a casa (es. gestione dei compiti, routine serali, comunicazione emotiva), riducendo la percezione di messaggi discordanti da parte dell’alunno.

 

  • Strategie pratiche per un’alleanza efficace

Per far sì che l’alleanza terapeutico-scolastica non rimanga un’intenzione teorica, è utile adottare alcuni strumenti e modalità operative concrete:

  • Incontri di rete strutturati e obiettivi semplici.

I momenti di confronto non devono ridursi a una lettura passiva dei verbali. Gli obiettivi inseriti nei documenti devono soddisfare i criteri definiti SMART:

  • Specifici (es. “umentare il tempo di attenzione sostenuta durante la lettura autonoma” e non “migliorare l’attenzione”).
  • Misurabili (definire indicatori chiari di progresso).
  • Accessibili (commisurati al potenziale di sviluppo del bambino).
  • Rilevanti (significativi per la sua autonomia scolastica e sociale).
  • Temporizzati (con verifiche intermedie previste nel corso dell’anno scolastico).

 

  • Le criticità più comuni e come superarle

Nel corso del lavoro di rete è normale incontrare ostacoli o punti di frizione. Riconoscerli in anticipo permette di gestirli con professionalità ed empatia:

  • esistenza al cambiamento o senso di sopraffazione: alcuni docenti possono percepire le indicazioni cliniche come un ulteriore carico di lavoro in classi complesse. In questi casi, lo psicologo deve porsi in un atteggiamento di ascolto, calibrando i suggerimenti sulla reale sostenibilità della classe;
  • sconfinamento di ruolo: ognuno deve rispettare la specificità dell’altro. Il clinico non deve impartire lezioni di didattica, così come la scuola non deve formulare giudizi diagnostici o terapeutici;
  • la gestione del tempo: la mancanza di ore dedicate al confronto interistituzionale è un limite reale. L’uso mirato di schede di monitoraggio sintetiche e incontri brevi ma focalizzati può ottimizzare le risorse disponibili;

 

  • Conclusione

L’alleanza tra psicologo della riabilitazione, scuola e famiglia è il motore principale dell’efficacia clinica in età evolutiva. Quando le figure adulte di riferimento parlano una lingua comune e condividono una visione integrata, il bambino smette di percepire la sensazione di frammentazione tra i suoi mondi di vita. Un PDP o un PEI costruiti su basi clinico-pedagogiche solide cessano di essere una formalità amministrativa per diventare la bussola condivisa che orienta l’inclusione, tutela la salute mentale e promuove la crescita armonica dell’alunno.

Lara Breda

Psicologa Clinica e della Riabilitazione

BIBLIOGRAFIA

  • Ianes D., Cramerotti S., Fogarolo F. (2021). Il nuovo piano educativo individualizzato in una prospettiva Bio-Psico-Sociale ed ecologica. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Fogarolo F. (2014). Costruire il Piano Didattico Personalizzato. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Barbera F., Fogaarolo F. (2025). Piano Didattico Personalizzato. Cosa fare (e non). Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Lo Presti G., Vio C. (2014). Diagnosi dei disturbi evolutivi. Modelli, criteri diagnostici e casi clinici. Aggiornato al DSM-5. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
Leggere tra le righe: La meraviglia delle piccole cose

Leggere tra le righe: La meraviglia delle piccole cose

Ci sono storie che ci aiutano a dare un nome a qualcosa che appartiene anche a noi.

Leggere tra le righe è la rubrica di Studio Progetto Vita che, ogni mese, parte dalle pagine di un libro per esplorare un tema psicologico, accompagnando bambini, ragazzi e adulti a guardare un po’ più da vicino emozioni, relazioni ed esperienze che attraversano la vita quotidiana.

 

Le storie non ci offrono necessariamente risposte, ma possono diventare un luogo in cui riconoscersi, incontrare punti di vista diversi dal proprio e trovare parole per esperienze che, a volte, è difficile raccontare.

 

Questo mese parliamo della meraviglia delle piccole cose quotidiane, quelle che, alla fine, ci regalano il benessere nella vita di tutti i giorni.

Tra piccole gioie e ombre

Ci sono momenti in cui ci accorgiamo di quanto ci basti davvero poco per stare bene.


Una cosa che ci fa ridere, una persona che ci viene incontro, una passeggiata, una raggio di luce, il profumo di qualcosa che ricordiamo con gioia, una storia ascoltata prima di dormire.
Piccole esperienze che, prese singolarmente, possono sembrare quasi insignificanti e invece, messe insieme, contribuiscono a dare forma alle nostre giornate.

 

Altre volte, ahimè, capita a tutti di fare molta più fatica a rendercene conto.


Quando siamo preoccupati, stanchi o attraversiamo un periodo difficile, la nostra attenzione tende facilmente a concentrarsi su ciò che non funziona, su quello che manca, su ciò che dobbiamo ancora risolvere. È comprensibile ed è un meccanismo automatico: ciò che ci preoccupa richiede attenzione e spesso finisce per occupare molto spazio.


Ma il fatto che esistano “ombre” nelle nostre giornate,  non significa che nel frattempo non accadano anche altre cose meritevoli di attenzione.


Possiamo avere una giornata faticosa e, dentro quella stessa giornata, esserci sentiti bene per qualche minuto. Possiamo essere preoccupati per qualcosa e, nello stesso tempo, aver riso sinceramente con qualcuno. Possiamo attraversare un periodo complesso e continuare ad avere luoghi, persone o attività che ci fanno sentire un po’ più a casa e un po’ più al sicuro.


Accorgersi di questo non significa in alcun modo negare il resto.
Ma permette alla nostra esperienza di essere più ampia del problema che stiamo vivendo.

Grazie per la notte, per il giorno e le bolle di sapone

In Grazie per la notte, per il giorno e le bolle di sapone (Lapis, 2024), Jarvis accompagna il lettore attraverso una serie di piccoli elementi della quotidianità: la notte, il giorno, la natura, gli animali, i giochi, le persone e quelle esperienze semplici che possono suscitare meraviglia e piacere.

È un albo che parla di gratitudine, ma possiamo leggerlo anche in un altro modo: un invito ad accorgersi.

Per un bambino, una bolla di sapone può essere davvero qualcosa di straordinario. Una pozzanghera può diventare un gioco. Un animale può catturare completamente l’attenzione. Una persona può rappresentare sicurezza, divertimento, affetto.

Con la crescita, però, molte di queste esperienze rischiano di diventare così familiari da smettere di essere viste. Non perdono valore, ma noi abbiamo smesso di prestarvi attenzione.


Dal punto di vista psicologico, imparare a riconoscere ciò che ci fa stare bene è tutt’altro che secondario. Significa costruire, poco alla volta, una maggiore consapevolezza della propria esperienza.
Che cosa mi piace? Che cosa mi incuriosisce? Che cosa mi fa sentire al sicuro? Con chi sto bene? Quali momenti mi fanno sentire davvero presente?

Una vita intera da guardare

Vita. Uno spettacolo straordinario (Rizzoli, 2020) di Lisa Aisato allarga lo sguardo fino a comprendere l’intera esistenza.

 

È un libro prevalentemente visivo, costruito su illustrazioni che attraversano le diverse fasi della vita: l’infanzia, la giovinezza, l’età adulta, la vecchiaia. Aisato parte dalla propria esperienza e da quella delle persone vicine per raccontare, attraverso immagini accostate tra loro, il gioco e la serietà dell’infanzia, il caos della giovinezza, il peso dell’età adulta e la libertà, la nostalgia e la sapienza della vecchiaia.

 

Sfogliandolo, la vita appare per quello che è: un insieme di stagioni molto diverse tra loro.

 

Ci sono momenti di entusiasmo e momenti di fatica, desideri e delusioni, libertà e responsabilità, incontri e separazioni. Ci sono cose che arrivano nuove nella nostra vita e altre che cambiano forma. Ci sono periodi in cui sembra di sapere bene dove si sta andando e altri in cui ci si sente completamente persi, senza direzione.

 

Perché la vita non è straordinaria in ogni suo istante.
Ma solo guardandola nel suo insieme, possiamo accorgerci di quanta ricchezza contiene.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Il film d’animazione scelto per questo mese è Soul (2020). Joe è un’insegnante di musica che per tutta la vita ha desiderato di diventare un grande musicista jazz, ma un imprevisto lo catapulta in un luogo ultraterreno dove le anime sviluppano la propria personalità prima di nascere. Lì incontra 22, un’anima ribelle che rifiuta di andare sulla Terra perché non riesce a trovare la propria “scintilla”, ovvero la passione che dovrebbe dare senso alla vita. Nel tentativo di aiutare 22 e di ritornare alla propria vita, Joe scopre una verità inaspettata: la “scintilla” non è un grande talento, un obiettivo professionale da raggiungere o una missione straordinaria. 22, sperimentando per la prima volta la vita sulla Terra, si meraviglia di dettagli all’apparenza insignificanti: il sapore intenso di una fetta di pizza, il suono del vento tra le foglie, il calore del sole sulla pelle, la bellezza di una foglia che cade a mulinello o una conversazione sincera con una persona cara. Sono proprio queste piccole percezioni quotidiane, spesso date per scontate o invisibili a chi è troppo concentrato sulle proprie preoccupazioni, a rendere la vita degna di essere vissuta.

Soul ci ricorda che il benessere non nasce dall’inseguire a tutti i costi un traguardo o dal trovare una risposta definitiva a ogni problema, ma dalla nostra capacità di stare nel presente e accorgerci e apprezzare ciò che ci circonda. Come ci insegnano le storie di questa rubrica, la vita non è straordinaria solo nei momenti di grande successo: è un insieme di attimi imperfetti, semplici e preziosi. Non serve compiere gesti incredibili o raggiungere obiettivi straordinari per trovare i motivi che ci spingono a fare le cose. A volte, il senso più profondo sta semplicemente nell’imparare ad assaporare ogni giorno la meraviglia delle piccole cose.

Non è questione di essere positivi

Parlare di “meraviglia delle piccole cose” può facilmente far pensare alla necessità di essere più positivi, provare più gratitudine, diventare più capaci di vedere il bello della vita.

 

Ma non è proprio questo il punto.

 

Non abbiamo bisogno di trovare qualcosa di positivo in ogni esperienza, a tutti i costi. Non tutto ciò che accade ha un significato nascosto e non tutte le difficoltà devono (o possono) essere trasformate in un’occasione per migliorarsi.

 

Ci sono le brutte giornate. Ci sono le perdite. Ci sono momenti in cui la fatica è tanta.
E possiamo riconoscerlo senza che questo renda meno autentici i momenti in cui stiamo bene.

 

Le due cose esistono già insieme! Dobbiamo solo capire come concepirlo.

 

Possiamo essere tristi e ridere di gustto.
Possiamo avere paura e sentirci curiosi.
Possiamo essere stanchi e godere di un momento di calma.
Possiamo attraversare una fase dolorosa e continuare a riconoscere ciò che amiamo della nostra vita.

 

Il benessere vero, quello che dura nel tempo, non consiste nel riuscire a eliminare ciò che ci fa stare male, ma nel non perdere completamente il contatto con ciò che, nonostante tutto, continua a farci sorridere il cuore, ad avere valore e darne alle nostre giornate.

Imparare a guardare

Questa capacità può essere coltivata fin dall’infanzia.

Possiamo aiutare i bambini a riconoscere non soltanto ciò che li fa arrabbiare o ciò che li preoccupa, ma anche ciò che li incuriosisce, li diverte, li rassicura.
Aiutarli a dare un nome alle persone con cui stanno bene, alle attività che amano, ai momenti che vorrebbero conservare.

 

E possiamo continuare a farlo anche da adulti.

Perché a volte conosciamo molto bene ciò che ci pesa e molto meno ciò che ci nutre.

Sappiamo dire cosa non vogliamo più, ma facciamo fatica a capire cosa desideriamo.
Sappiamo riconoscere ciò che ci manca, ma non sempre ciò che abbiamo.
Sappiamo quando una giornata è stata difficile, ma non necessariamente quando, dentro quella stessa giornata, c’è stato un momento in cui siamo stati bene.

 

Forse allora fermarsi ad accorgersene non è una cosa piccola per niente.

È un modo per entrare maggiormente in contatto con la propria esperienza e per riconoscere che la nostra vita non coincide mai soltanto con il problema che stiamo attraversando.


Una bolla di sapone dura pochi secondi.
Un tramonto sfuma e svanisce.
Un abbraccio finisce.


L’infanzia diventa adolescenza, l’adolescenza diventa età adulta, e anche l’età adulta cambia forma ancora e ancora.

 

E non abbiamo bisogno che ciò che ci fa stare bene duri per sempre per riconoscerne il valore.

A volte possiamo semplicemente lasciarlo accadere, accorgercene e tenerne traccia, scriverlo nella nostra storia.


Non tutto ciò che conta nella nostra vita fa rumore.
E forse, tra tutte le cose che oggi abbiamo attraversato senza quasi accorgercene, ce n’è qualcuna che valeva la pena guardare un po’ più da vicino.

Dott.ssa Gaia Zanzottera

Dott. Marco Liviero

STIMOLARE IL LINGUAGGIO DEL BAMBINO: 6 strategie semplici da usare ogni giorno

STIMOLARE IL LINGUAGGIO DEL BAMBINO: 6 strategie semplici da usare ogni giorno

Stimolare il linguaggio del bambino non significa chiedergli continuamente di parlare, ripetere parole o rispondere alle nostre domande. Spesso sono proprio i piccoli cambiamenti nel modo in cui l’adulto comunica con il bambino a creare le occasioni migliori per favorire lo sviluppo del linguaggio.
La quotidianità offre moltissime opportunità: il gioco, il momento del pasto e del bagno, la lettura di un libro o una semplice passeggiata possono diventare preziosi momenti di scambio.
Vediamo insieme allora 6 semplici strategie da utilizzare ogni giorno, durante il gioco e nelle normali routine di famiglia.

1. Segui il suo interesse

Il primo passo è semplice: osserva il bambino. Con cosa sta giocando? Cosa ha attirato la sua attenzione?
Se è concentrato su una macchinina, quello è il momento giusto per parlare della macchinina: “La macchina corre!” “La macchina è rossa!” “La macchina va veloce!”.
Seguire ciò che interessa al bambino rende il linguaggio più significativo, perché le parole vengono inserite all’interno di un’attività che in quel momento lo coinvolge.

2. Parla meno, ma parla meglio

Per stimolare il linguaggio del bambino non è importante riempire tutti i silenzi. Utilizza un linguaggio chiaro, semplice e adeguato alle sue competenze, parlando con calma e utilizzando frasi molto brevi. Mettiti all’altezza del bambino, e cerca di stabilire il contatto visivo prima di parlare, così da facilitare l’attenzione condivisa. Anche gesti, espressioni del viso e intonazione possono aiutare a rendere il messaggio più comprensibile.
Ad esempio, mentre il bambino mangia la mela potremmo dire: “Mangi la mela!”, “La mela è buona!”.
Poche parole, ma strettamente collegate a quello che sta vivendo.

3. Commenta, senza trasformare il gioco in un’interrogazione

“Cos’è?”, “Come si chiama?”, “Che colore è?”
Fare domande non è sbagliato, ma se sono troppe l’interazione rischia di assomigliare ad un’interrogazione.
Prova invece a commentare quello che il bambino sta facendo: “Hai preso la palla!”, “Il cane corre!” “Il sole è giallo!”.
Quando fai una domanda, lasciagli il tempo necessario per rispondere. Se il bambino utilizza ancora poche parole, puoi offrirgli una scelta: “Vuoi la palla o la macchina?”

4. Espandi ciò che il bambino dice

Una strategia molto utile consiste nel partire proprio dalle parole del bambino e aggiungere qualcosa.
Se dice “Cane” potresti rispondere “Si, il cane corre!”. In questo modo gli offrirai un modello leggermente più ricco senza chiedergli necessariamente di ripeterlo.
Anche quando commette un errore, prova a restituire semplicemente la forma corretta ed evita continue correzioni dirette.

5. Aspetta: anche il silenzio può diventare comunicazione

Gli adulti che conoscono bene un bambino spesso sanno già cosa vuole prima ancora che lo chieda. Ma proviamo a non anticipare tutto!
Dopo una domanda o un commento, lascia qualche secondo di pausa: il bambino potrebbe utilizzare quello spazio per guardare, indicare, vocalizzare, pronunciare una parola.
Non completare immediatamente ciò che sta cercando di dire e non mettiamogli fretta nel dirlo.

6. Gioca, leggi e crea nuove occasioni per comunicare

Le occasioni per favorire la comunicazione si trovano ovunque, anche nei momenti più semplici della giornata: preparare una torta insieme, fare la spesa, vestirsi permettono di introdurre parole nuove e costruire piccole frasi.
Il gioco e la lettura condivisa rappresentano momenti preziosi! Durante la lettura, ad esempio, non è necessario leggere ogni parola dall’inizio alla fine: potresti osservare le immagini, commentarle e seguire ciò che incuriosisce il bambino.
Anche le nuove esperienze possono diventare occasioni per arricchire il linguaggio: una giornata allo zoo, una visita in fattoria, una passeggiata in un luogo nuovo permettono al bambino di scoprire, conoscere e vivere situazioni diverse.

Stimolare il linguaggio non significa fare terapia a casa.

Significa creare, nella quotidianità, occasioni piacevoli nelle quali il bambino abbia possibilità di comunicare!
Osservare, aspettare, ascoltare, commentare e offrire un buon modello linguistico sono piccoli accorgimenti che possono entrare naturalmente nella giornata.

Dott.ssa Benegiamo Enrica
Logopedista

Bibliografia

  • Girolametto, L., Bello, A., Onofrio, D., Remi, L., & Caselli, M. C. (2017). Parent-coaching per l’intervento precoce sul linguaggio. Percorsi di lettura dialogica nel programma “Oltre il libro”. Erickson.
  • Bonifacio, S., & Hvastja Stefani, L. (2010). L’intervento precoce nel ritardo di linguaggio. Il modello INTERACT per il bambino parlatore tardivo. FrancoAngeli.
  • Girolametto, L., Marotta, L., & Onofrio, D. (2019). Crescere parlando nella scuola dell’infanzia. Strategie per la promozione della comunicazione e del linguaggio. Erickson.