Ricerca per:

Il nostro studio

Servizi

Ci occupiamo di valutazione, riabilitazione e consulenza nell'ambito di tutti i disturbi nel neurosviluppo.

Equipe di professionisti

Siamo un'equipe multiprofessionale che si occupa di te e del tuo benessere psicofisico.

Formazione

Organizziamo corsi di formazione per genitori, insegnanti e professionisti del mondo dell'educazione.

I nostri articoli
“Giochi con me?” Perché è importante che genitori e figli giochino insieme

“Giochi con me?” Perché è importante che genitori e figli giochino insieme

Quante volte sentiamo i bambini chiedere agli adulti di riferimenti, mamme e papà, di giocare insieme a loro? 

Il gioco è un lavoro attraverso cui il bambino acquisisce nuove competenze e abilità, impara a mettersi in gioco e a fare associazioni. Oltre ad acquisire competenze di tipo cognitivo, il gioco permette di affinare e favorire anche nuove capacità relazionali, ma per fare questo il bambino ha bisogno di condividere il proprio gioco con l’altro. Ecco che i bambini iniziano a ricercare altre persone con cui svolgere attività che fino a qualche tempo prima preferivano fare da soli. 

Le neuroscienze hanno scoperto che i circuiti cerebrali del piacere e della gioia sono gli stessi che si attivano quando si è in interazione positiva con un’altra persona. Quindi il bambino prova piacere soprattutto quando può condividere il gioco con qualcuno che rifletta le sue emozioni attraverso la voce e il linguaggio del corpo.

Ma perché le prime persone che vengono incluse nel gioco sono proprio i genitori?

Attraverso il gioco il legame genitore-figlio si modifica: le attività ludiche permettono sia al genitore che al bambino di sperimentare alcune dinamiche che altrimenti difficilmente verrebbero evocate. Quando genitori e figli giocano insieme si instaura una sintonizzazione emotiva che provoca dei cambiamenti sostanziali sia nell’adulto che nel bambino, a livello organico ma anche psicologico. Un buon gioco condiviso porta a un maggior benessere sia della diade genitore-figlio sia dei singoli individui: maggiore serenità, aumentata tolleranza alla frustrazione e allo stress, miglioramento dei ritmi circadiani. 

Inoltre i genitori rappresentano dei riferimenti importanti per i bambini. Grazie ad alcune cellule cerebrali chiamate neuroni specchio, il bambino imita e un po’ alla volta fa propri alcuni comportamenti e competenze che osserva nel genitore e che reputa efficaci, permettendo quindi l’acquisizione di nuove abilità. 

Come faccio a giocare con il mio bambino?

Innanzitutto è importante dedicare il giusto tempo al gioco con il proprio figlio, cercando di avere meno distrazioni possibili per favorire la sintonizzazione emotiva con il bambino. 

Sarà il bambino a gestire il gioco: i bambini manifestano chiaramente le loro preferenze ed è proprio lì che l’adulto si inserisce. L’adulto è un ospite ed è il bambino che conduce il gioco, quindi è bene lasciarsi trasportare da quello che il piccolo inventore sta creando, sia che si tratti di giochi contenenti storie inventate sia che si usino giochi in scatola più strutturati. Infine è importante rimanere concentrati su quello che si sta facendo insieme al bambino in quel momento, cercando di lasciarsi andare e divertirsi il più possibile. 

 

Il gioco, quando è vissuto insieme, diventa uno spazio educativo privilegiato, capace di rafforzare il legame familiare in modo profondo e duraturo. Quindi giocare insieme non è un semplice passatempo, ma un investimento relazionale che consolida fiducia, dialogo e crescita reciproca. 

  Dott.ssa Ilaria Dissette

Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva

Bibliografia: 

  • Psicologia dello sviluppo, Di Blasio e Camaioni
  • Manuale di terapia psicomotoria dell’età evolutiva, Anne Marie Wille e Claudio Ambrosini
  • Manuale di Psicobiologia, John P. J. Pinel et al.
Benessere sessuale: oltre i miti, verso una maggiore consapevolezza

Benessere sessuale: oltre i miti, verso una maggiore consapevolezza

Per la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale, una riflessione su cosa significa vivere la sessualità in modo autentico, rispettoso e libero da stereotipi

Il 4 settembre, la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale rappresenta un’occasione per riflettere su un aspetto fondamentale della salute che purtroppo, ancora oggi, viene spesso trascurato o affrontato con imbarazzo e una lunghissima lista di tabù.

La sessualità fa parte dell’esperienza umana lungo tutto il ciclo di vita.
Non riguarda soltanto i rapporti sessuali, ma comprende il modo in cui ciascuno vive il proprio corpo, l’identità, il desiderio, l’intimità, l’affettività e le relazioni.

Eppure, molte persone (professionisti della salute compresi) faticano ancora a parlarne, anche all’interno di un percorso psicologico.

Che cos'è il benessere sessuale?

La World Health Organization definisce il benessere sessuale come uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale in relazione alla sessualità, e non semplicemente come assenza di malattie o disfunzioni.

Questo cambia profondamente la prospettiva.

Parlare di benessere sessuale significa parlare della possibilità di vivere la propria sessualità in modo consapevole, libero, rispettoso di sé e dell’Altro, all’interno di relazioni consensuali e prive di coercizione, discriminazione o violenza.

Non esiste perciò una sola modalità “corretta” di vivere la sessualità.
Esistono invece modalità che possono essere più o meno soddisfacenti per la persona che le vive.

La sessualità cambia insieme a noi

La sessualità non è una dimensione statica. Si modifica nel corso della vita, accompagnando i cambiamenti del corpo, delle relazioni, delle esperienze e delle diverse fasi evolutive.

L’adolescenza, la costruzione delle prime relazioni intime, la genitorialità, alcune condizioni mediche o semplicemente il passare degli anni possono trasformare il modo in cui viviamo il desiderio, il piacere e l’intimità.

Comprendere questi cambiamenti significa evitare di interpretarli automaticamente come segnali di malfunzionamento e imparare a costruire nuovi equilibri, coerenti con il momento di vita che si sta attraversando.

I falsi miti che influenzano il nostro modo di vivere la sessualità

Molte delle idee che abbiamo sulla sessualità non derivano da conoscenze scientifiche, ma da stereotipi e copioni culturali, educativi e mediatici che abbiamo interiorizzato nel corso della vita.
Anche se non rappresentativi della realtà, questi miti possono influenzare profondamente il nostro benessere.

Mito 1: esiste una sessualità “normale”
La sessualità umana è caratterizzata da un’ampia variabilità. Frequenza dei rapporti, desiderio, fantasie, modalità relazionali, identità, orientamento e preferenze sessuali possono differire notevolmente da persona a persona senza rappresentare un problema clinico.

Mito 2: una sessualità soddisfacente coincide con prestazioni elevate
La qualità della vita sessuale non si misura in termini di frequenza, durata o performance.
Benessere sessuale significa piuttosto vivere esperienze coerenti con i propri bisogni e desideri.

Mito 3: parlare di sessualità è semplice se una relazione funziona
Anche nelle coppie con una buona relazione affettiva può essere difficile comunicare desideri, paure, limiti o bisogni in ambito sessuale, ma questa è una competenza che può essere appresa e allenata.

Mito 4: se c’è un problema, basta aspettare e passerà
Alcune difficoltà possono risolversi spontaneamente, ma quando il disagio persiste o limita la qualità della vita è importante chiedere un supporto professionale, senza viverlo come un fallimento.

Mito 5: il benessere sessuale riguarda solo chi è sessualmente attivo
La sessualità accompagna tutto il ciclo di vita e comprende anche il rapporto con il proprio corpo, l’identità, l’intimità e l’affettività. È una dimensione che riguarda ogni persona, indipendentemente dall’età, dallo stato relazionale o dalla effettiva attività sessuale.

Quando una sessualità è "atipica"?

In sessuologia clinica è importante distinguere ciò che è statisticamente meno frequente (sessualità atipica) da ciò che costituisce un problema clinico (un disturbo o una disfunzione sessuale).

Nel corso della storia molte caratteristiche della sessualità umana sono state considerate patologiche per il solo fatto che si discostano dalla norma sociale del periodo storico in una data cultura di riferimento.

Oggi sappiamo, grazie alla ricerca scientifica e ai dati importanti che ha raccolto, che orientamento sessuale, identità di genere, fantasie, pratiche consensuali o modalità relazionali, per quanto atipiche, non costituiscono di per sé una psicopatologia.

Uno degli elementi centrali nella valutazione clinica è piuttosto la presenza o meno di distress clinicamente significativo, cioè di una sofferenza soggettiva persistente o di una compromissione importante del funzionamento personale, relazionale o lavorativo.

Questo significa che, in sessuologia clinica, non è sufficiente osservare un comportamento per stabilire se sia presente un problema. È fondamentale comprendere come quella persona vive la propria esperienza.

Una pratica sessuale, una fantasia o una modalità relazionale possono essere poco comuni, ma non per questo patologiche.
Al contrario, anche esperienze considerate “normative” possono diventare fonte di intensa sofferenza quando vengono vissute con ansia, vergogna, senso di inadeguatezza o conflitto.

Una persona può vivere una sessualità non convenzionale senza sperimentare alcun disagio.
Come, al contrario, una persona con una sessualità del tutto “normativa” può vivere una profonda sofferenza.

È questo che rende necessaria una valutazione clinica attenta e libera da giudizi morali.

Dalla normalizzazione delle terapie riparative all'accoglienza

La psicologia e la sessuologia hanno attraversato negli anni importanti cambiamenti culturali, teorici e pratici.

Per molto tempo l’obiettivo era ricondurre la sessualità entro modelli considerati “normali”, a cui si ambiva a far aderire tutti i pazienti.

Oggi la prospettiva è profondamente diversa.
L’intervento clinico non mira a modificare identità sessuale o di genere, orientamento sessuale o modalità relazionale del paziente, ma ad accompagnare la persona a una maggior comprensione di sé stessa, alla riduzione della sofferenza e alla costruzione di una vita sessuale coerente con il proprio Sé e soddisfacente.

Accoglienza significa distinguere tra ciò che genera sofferenza e ciò che semplicemente esprime la naturale variabilità della sessualità umana, senza rinunciare alle competenze e metodologie cliniche.

Perché parlare di sessualità nel sostegno psicologico?

Molte persone iniziano un percorso psicologico per ansia, difficoltà relazionali, bassa autostima, blocchi emotivi o problemi molto concreti e quotidiani, senza immaginare che anche la sessualità può avere un ruolo importante.

Il modo in cui viviamo la nostra sessualità è spesso intrecciato con la immagine corporea, la nostra storia relazionale, le nostre competenze comunicative, la nostra abilità di regolazione emotiva, i nostri significati simbolici più profondi.

Parlare di sessualità all’interno del proprio percorso psicologico permette di esplorare il rapporto della persona con il desiderio, il piacere, l’intimità, il bisogno di controllo, e molti altri elementi psicologici che trovano espressione anche in ambiti molto diversi dalla sessualità.

Ignorare questa dimensione rischia perciò di lasciare inesplorata una parte significativa della vita della persona.

Quando può essere utile una consulenza sessuologica?

Una consulenza sessuologica è prima di tutto uno spazio di ascolto, in cui la persona (o la coppia) può affrontare temi spesso vissuti con imbarazzo, paura o senso di solitudine, in un contesto professionale e sicuro.

I primi colloqui hanno l’obiettivo di comprendere la domanda portata dalla persona, raccogliere la storia personale, relazionale e sessuale, valutare i fattori psicologici, relazionali e, quando necessario, anche quelli medici che possono contribuire alla difficoltà.

Non sempre una consulenza porta all’avvio di un percorso psicologico o sessuologico: talvolta è sufficiente offrire informazioni corrette, chiarire alcuni dubbi o fornire indicazioni specifiche.
In altri casi, invece, la consulenza rappresenta il primo passo verso un percorso più strutturato, individuale o di coppia, costruito sulla base delle esigenze della persona.

Ogni caso va considerato nella sua unicità, ma in generale possiamo individuare alcuni elementi che richiederebbero una prima consulenza sessuologica:

  • calo o assenza del desiderio vissuti con sofferenza;
  • dolore durante i rapporti sessuali (per qualsiasi genere);
  • difficoltà di erezione o di eiaculazione per i maschi;
  • difficoltà orgasmiche (per qualsiasi genere);
  • dubbi rispetto alla propria identità o orientamento;
  • vissuti di vergogna o ansia legati alla sessualità;
  • difficoltà comunicative nella coppia o con i partner sessuali;
  • cambiamenti della sessualità dopo malattia, gravidanza, trauma o particolari fasi di vita.

La consulenza sessuologica non è rivolta esclusivamente a chi presenta una diagnosi o una disfunzione, ma anche a chi desidera comprendere meglio il proprio funzionamento e vivere la sessualità con maggiore consapevolezza.

Cosa ci portiamo a casa

Parlare di benessere sessuale significa riconoscere che la sessualità non è un elemento marginale dell’esperienza umana, ma una dimensione che attraversa identità, relazioni, corpo ed emozioni.
Prendersene cura contribuisce a costruire un modo di vivere più autentico con sé stessi, senza inseguire un falso ideale di “normalità”.

Il benessere sessuale non si misura in base alla nostra conformità a uno standard di “normalità”, ma sulla possibilità di vivere la propria sessualità con consapevolezza, libertà e rispetto, per tutti gli esseri umani, nella loro meravigliosa unicità.

dott.ssa Gaia Zanzottera

psicologa clinica

sessuologa clinica in formazione

Hai dubbi o stai vivendo una difficoltà legata alla tua sessualità?
Una consulenza sessuologica può aiutarti a comprendere meglio ciò che stai vivendo, distinguere i cambiamenti fisiologici dalle difficoltà che meritano un approfondimento e individuare, se necessario, il percorso di supporto più adatto. Parlare di sessualità in un contesto professionale significa trovare uno spazio di ascolto competente, rispettoso e libero dal giudizio.

Bibliografia

Documenti istituzionali

  • Defining sexual health: Report of a technical consultation on sexual health. World Health Organization (2006). 
  • Declaration of Sexual Rights.World Association for Sexual Health (2014, aggiornata 2019).

Manuali diagnostici

  • Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – 5 – TR (DSM-5-TR). American Psychiatric Association, 2022.
  • International Classification of Diseases 11th Revision. World Health Organization.

Libri specialistici

  • a cura di Leiblum S.R., Principles and Practice of Sex Therapy. (CIC Edizioni Internazionali, 2004) 
  • Nagoski E., Come as You Are. (Spazio Interiore, 2022) 
  • Pellai, A., Educazione sessuale emotiva. Come parlare di sesso ai ragazzi (e non solo). (Erickson, 2015)
Quando aspettare diventa difficile

Quando aspettare diventa difficile Frustrazione, noia e gratificazione immediata nell’era digitale

DUE STORIE SPECCHIO

Marco ha 11 anni. È sveglio, brillante, va bene a scuola. Ma alle 21, quando i genitori spengono la PlayStation, inizia l’inferno: urla, insulti, porte sbattute.

«È cattivo carattere», dice la mamma.

Luca ha 29 anni. Lavora in un’agenzia, è competente e affidabile. La settimana scorsa, durante una riunione, ha alzato la voce perché il capo aveva rimandato una risposta di appena due ore.

«Non mi ascoltano subito», ha detto.

Poi è andato in bagno e si è messo a scrollare TikTok per calmarsi.

A prima vista, Marco e Luca non hanno nulla in comune. Uno è un bambino, l’altro è un adulto. Uno litiga per una console, l’altro per una risposta che tarda ad arrivare.

Eppure, in studio, possiamo osservare lo stesso meccanismo: una soglia di tolleranza alla frustrazione che si è progressivamente abbassata.

E anche un contesto comune: anni trascorsi dentro un ambiente che ci ha abituati alla rapidità della ricompensa. Un video, un like, una consegna, una risposta, un acquisto: tutto è immediatamente disponibile.

Nel 2026, quando valutiamo un problema comportamentale, non possiamo più limitarci a parlare di «temperamento difficile», «scarsa educazione» o «mancanza di volontà». C’è una variabile ambientale che merita di essere integrata nella valutazione: l’ecosistema digitale nel quale bambini, adolescenti e adulti trascorrono una parte crescente della loro giornata.

Non significa che lo smartphone, i videogiochi o i social «causino» un disturbo del comportamento. Significa qualcosa di più complesso: il contesto nel quale il cervello si allena può influenzare il modo in cui impariamo a gestire attesa, noia, impulso e frustrazione.

E se ignoriamo questo contesto, rischiamo di occuparci soltanto della punta dell’iceberg.

UN CERVELLO ALLENATO ALLA GRATIFICAZIONE IMMEDIATA

Il cervello umano è straordinariamente adattabile. Impara dalle esperienze ripetute e, nel tempo, costruisce aspettative.

Oggi molti bambini e adolescenti crescono in un ambiente caratterizzato da una sequenza quasi ininterrotta di stimoli brevi e ricompense rapide: video che cambiano continuamente, notifiche, videogiochi con premi, contenuti personalizzati dagli algoritmi, feed infiniti.

Fai un’azione e ricevi una risposta. Se un contenuto non interessa, lo salti. Se arriva la noia, cambi stimolo.

La regola implicita può diventare semplice: se qualcosa non mi gratifica subito, posso passare oltre.

Negli adulti il meccanismo non è molto diverso. Cambiano le piattaforme, ma non la logica: notifiche WhatsApp, e-mail, messaggi di lavoro, acquisti con un clic, consegne rapide, social network e aggiornamenti continui.

Anche noi adulti siamo immersi nella cultura dell’immediatezza.

Il problema emerge quando questa modalità di funzionamento entra in conflitto con la vita reale, che continua a essere fatta di attese, risposte che tardano, compiti noiosi, relazioni difficili e desideri che non possono essere soddisfatti immediatamente.

È proprio lì che può comparire la difficoltà.

Cosa osserviamo sempre più spesso?

  1. Una minore tolleranza alla frustrazione.
    Un «no», un’attesa o un limite possono essere vissuti con un’intensità sproporzionata rispetto alla situazione.
  2. Una minore tolleranza alla noia.
    Anche pochi minuti senza uno stimolo possono diventare difficili da sostenere.
  3. Una maggiore irritabilità.
    Soprattutto quando l’uso degli schermi si intreccia con sonno insufficiente, interruzioni notturne, sovrastimolazione e difficoltà a staccare.

Non stiamo necessariamente parlando di dipendenza dai social.

Stiamo parlando di qualcosa di più ampio: come un ambiente caratterizzato da stimoli frequenti e gratificazioni rapide possa modificare le abitudini con cui affrontiamo il disagio.

In psicopatologia dello sviluppo questo elemento è particolarmente importante. Lo stesso problema comportamentale può presentarsi oggi con caratteristiche diverse rispetto a dieci o vent’anni fa: maggiore impulsività, maggiore conflittualità nei momenti di interruzione dello schermo e maggiore difficoltà nel passaggio da un’attività altamente stimolante a una meno gratificante.

I TRE ERRORI CHE POSSONO PEGGIORARE LA SITUAZIONE

Negli ultimi anni, osservando bambini, adolescenti e adulti, ritornano alcuni schemi molto simili.

Sono errori comprensibili. Spesso nascono dalla necessità di spegnere rapidamente un conflitto o ridurre un disagio.

Ma proprio per questo possono diventare controproducenti.

Errore 1: usare lo schermo come calmante

«Basta piangere, ti do il tablet».

Funziona. Ed è proprio questo il problema.

Se ogni volta che compare un’emozione difficile arriva immediatamente uno schermo, il cervello può imparare ad associare il disagio alla necessità di cercare uno stimolo esterno per stare meglio.

A 10 anni può diventare: mi arrabbio, gioco.

A 30 anni: sono ansioso, scrollo Instagram.

Il rischio è che non venga sufficientemente allenata una competenza fondamentale: la capacità di attraversare un’emozione senza doverla cancellare immediatamente.

 

Errore 2: togliere lo schermo come punizione senza offrire alternative

«Mi hai risposto male? Niente telefono per una settimana».

Stabilire regole è necessario. Ma una regola funziona meglio quando è accompagnata da un’alternativa.

Se lo schermo è diventato il principale strumento per scaricare tensione, eliminarlo improvvisamente senza insegnare altri modi per regolare l’attivazione può aumentare il conflitto.

Negli adulti accade qualcosa di simile.

«Da lunedì niente social».

Dopo due giorni, arrivano irritabilità, automatismi, desiderio di controllare il telefono e, spesso, una ricaduta ancora più intensa.

Il punto non è semplicemente togliere. È imparare a sostituire.

 

Errore 3: confini temporali poco chiari

«Va bene, ancora cinque minuti».

Che diventano venti. Poi quaranta.

Il problema non è soltanto la quantità di tempo trascorsa davanti allo schermo. È anche il messaggio implicito: la regola può essere spostata se insisto abbastanza.

In questo modo il conflitto diventa parte della negoziazione.

E qualcosa di simile può accadere all’adulto che non riesce a chiudere il computer alle 18 perché c’è «ancora una mail», poi «ancora una cosa», poi «solo cinque minuti».

Il confine diventa sempre negoziabile.

Questi tre errori non «creano» da soli un disturbo del comportamento. Possono però contribuire a mantenerlo o ad amplificarlo, perché rendono più difficile imparare una competenza fondamentale: sopportare la frustrazione senza doverla evitare immediatamente.

QUATTRO STRATEGIE PER ALLENARE ATTESA, NOIA E FRUSTRAZIONE

Non serve demonizzare la tecnologia.

Serve imparare a usarla senza permettere che diventi l’unico strumento con cui regoliamo le nostre emozioni.

In altre parole, dobbiamo tornare ad allenare tre «muscoli»: attesa, noia e frustrazione.

  1. Creare finestre senza schermo

Stabilire momenti quotidiani realmente privi di dispositivi.

Per i bambini possono essere alcune fasce dopo la scuola, durante i pasti e prima di andare a dormire.

Per gli adulti, la prima parte della mattina e l’ultima ora della sera possono diventare momenti protetti dalle notifiche.

L’obiettivo non è «resistere» al telefono. È fare esperienza di una cosa semplice ma fondamentale: si può stare bene anche quando non sta succedendo nulla sullo schermo.

All’inizio può esserci agitazione. È normale. La capacità di stare senza stimoli va allenata gradualmente.

 

  1. Introdurre pause regolari

Una semplice regola pratica è quella del 20-20-20: dopo 20 minuti davanti a uno schermo, fare una pausa di circa 20 secondi guardando qualcosa a circa 20 piedi, cioè 6 metri, di distanza.

È una strategia pensata soprattutto per ridurre l’affaticamento visivo, non una cura per il comportamento né un «antidoto dopaminergico».

Ma il principio della pausa resta prezioso: interrompere consapevolmente l’automatismo dello scroll e riportare l’attenzione al corpo e all’ambiente.

 

  1. Dare un nome alla frustrazione

«Lo so che è difficile aspettare. Il tuo corpo vorrebbe avere subito quello che desidera. Fermiamoci trenta secondi e vediamo cosa succede».

Sembra banale, ma non lo è.

Dare un nome all’impulso permette di creare uno spazio tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo.

«Sono arrabbiato» non significa necessariamente «devo reagire».

«Sono annoiato» non significa necessariamente «devo prendere il telefono».

È uno dei passaggi centrali della regolazione emotiva: imparare che un impulso può essere osservato senza essere immediatamente seguito.

 

  1. Sostituire, non soltanto togliere

Se si riducono TikTok, videogiochi o social network, bisogna chiedersi: con cosa li sostituiamo?

Sport, cucina, musica, disegno, lettura, attività manuali, passeggiate, conversazioni, gioco non digitale.

Non perché siano automaticamente «migliori», ma perché permettono di sperimentare una forma diversa di gratificazione: più lenta, meno prevedibile, spesso legata all’impegno.

Il cervello deve tornare a fare esperienza del fatto che non tutte le ricompense arrivano immediatamente.

Non è solo «cattivo carattere»

Quando Marco esplode perché deve spegnere la PlayStation e Luca perde la pazienza perché una risposta tarda ad arrivare, sarebbe facile concludere che entrambi abbiano semplicemente un «brutto carattere».

Ma questa spiegazione è troppo semplice.

Il comportamento nasce dall’incontro tra caratteristiche individuali, storia personale, relazioni, sonno, ambiente e contesto sociale.

Oggi, dentro questo contesto, dobbiamo includere anche l’ecosistema digitale.

 

Dott.ssa Mara Gazzi
Psicologa dell’età evolutiva e della Psicopatologia dell’apprendimento
Specializzata in Neuropsicologia Clinica
Psicoterapeuta Cognitivo-comportamentale