Ricerca per:

Il nostro studio

Servizi

Ci occupiamo di valutazione, riabilitazione e consulenza nell'ambito di tutti i disturbi nel neurosviluppo.

Equipe di professionisti

Siamo un'equipe multiprofessionale che si occupa di te e del tuo benessere psicofisico.

Formazione

Organizziamo corsi di formazione per genitori, insegnanti e professionisti del mondo dell'educazione.

I nostri articoli
Leggere tra le righe

Ansia e paura del nuovo: quando il mondo fuori sembra troppo grande

Leggere tra le righe è la rubrica di Studio Progetto Vita che, ogni mese, attraverso le pagine dei libri esplora un tema psicologico, accompagnando bambini, ragazzi e adulti a osservare un po’ più da vicino emozioni, relazioni ed esperienze che attraversano la vita quotidiana.

Le storie non ci offrono necessariamente risposte, ma possono diventare uno spazio in cui riconoscersi, incontrare prospettive diverse e trovare parole nuove per esperienze che, a volte, è difficile descrivere.

Questo mese parliamo di ansia e paura del nuovo, di ciò che accade quando quello che non conosciamo magari ci incuriosisce ma, allo stesso tempo, ci spaventa; del bisogno di sentirci al sicuro e della possibilità di continuare a esplorare anche quando non possiamo conoscere in anticipo ciò che accadrà.

La paura ci prepara a ciò che non conosciamo

Il nuovo può incuriosire, entusiasmare, aprire possibilità. Ma può anche impaurire, o generare vera e propria ansia.
Perché ciò che è nuovo ha una caratteristica inevitabile: non sappiamo ancora esattamente che cos’è o cosa succederà.

 

Nel linguaggio quotidiano, nei titoli di manuali di auto-aiuto e nei post gridati sui social media, troppo spesso si additano l’ansia e la paura come emozioni da eliminare ma entrambe hanno una funzione importante.

La paura ci permette di riconoscere un possibile pericolo e prepara il nostro organismo a rispondervi. L’ansia si  sveglia ancor prima che qualcosa accada: ci porta ad anticipare scenari, immaginare ciò che potrebbe succedere e prepararci ad affrontarlo.


Entrambe ci permettono di tenerci al sicuro, un po’ come due guardie del corpo.

In una certa misura, quindi, essere in ansia o provare timore davanti a qualcosa di nuovo non significa che ci sia un problema (o un disturbo!).

 

Un bambino che entra per la prima volta in una nuova classe può chiedersi se riuscirà a fare amicizia e sentire il pancino agitato. Un adolescente può preoccuparsi di non essere accettato dal gruppo e non parlare con nessuno perché ogni parola potrebbe essere quella che lo metterà in ridicolo. Un adulto, prima di iniziare un nuovo lavoro, può temere di non essere all’altezza e trascorrere notti intere a guardare il soffitto e pensare che ha sbagliato ad accettarlo.

 

Il nostro sistema di allerta si attiva perché si trova davanti a qualcosa che ancora non conosce.
È una risposta naturale, fisiologica e, se la usiamo bene, anche funzionale.

 

Ciò che caratterizza il disagio, le difficoltà e i disturbi ansiosi è il fatto che l’incertezza viene percepita esclusivamente (o quasi) come una minaccia e il bisogno di sentirsi al sicuro diventa così forte e vitale da portarci a evitare sistematicamente ciò che non possiamo prevedere o controllare.

 

Evitare ci fa stare meglio… ma solo per un po'

Quando qualcosa ci fa paura, evitarlo funziona. Nell’immediato!

Se ho paura di parlare davanti agli altri e decido di non farlo, è molto probabile che sentirò diminuire rapidamente la mia ansia. Se temo di andare in un luogo che non conosco e resto a casa, proverò sollievo e distensione. Se penso che qualcosa possa andare storto e rinuncio, per qualche momento potrò sentirmi nuovamente “a posto”.

 

È quel sollievo a rendere l’evitamento una strategia così potente.

 

Il problema è che, se diventa la nostra principale strategia per gestire la paura, rischia progressivamente di restringere il nostro mondo.

Ogni volta che evitiamo qualcosa ci priviamo della possibilità di scoprire che forse avremmo potuto affrontarla, che forse l’ansia sarebbe diminuita anche rimanendo nella situazione o che ciò che di negativo avevamo immaginato forse non si sarebbe verificato.

 

A poco a poco si può creare un circolo vizioso: più evito ciò che mi spaventa, meno occasioni ho di sperimentare di poterlo affrontare; meno mi sento capace di affrontarlo, più avrò bisogno di evitarlo.

 

Questo non significa che la soluzione sia obbligare sé stessi ad affrontare qualsiasi paura o spingere un bambino dentro una situazione per la quale non si sente ancora pronto.

Possiamo avvicinarci a ciò che ci spaventa un passo alla volta, con un livello di fatica e difficoltà che riusciamo tollerare e, soprattutto durante l’infanzia, accompagnati da qualcuno con cui ci sentiamo al sicuro.

Che difficile!: quando ciò che sembra semplice richiede un grande sforzo

Ci sono azioni che osservate dall’esterno possono sembrare semplicissime.
Uscire di casa. Salutare qualcuno. Rispondere a una domanda. Entrare a scuola. Parlare con i compagni.

Eppure non lo sono per tutti.

 

In Che difficile! (Kite Edizioni, 2023), per il piccolo protagonista, trovare la forza di esprimersi e far sentire la propria voce è proprio difficile. Anche la routine di una qualsiasi giornata di scuola si trasforma in una gigantesca sfida. Ciò che per qualcun altro avviene quasi automaticamente può richiedere, per lui, un enorme lavoro interno.

 

Ed è forse questo uno degli aspetti più preziosi dell’albo: ci invita a non usare la nostra fatica come metro per misurare la fatica dell’Altro.

Dire a un/a bambino/a “non è niente“, “non devi avere paura” o “tutti gli altri lo fanno” spesso viene fatto con il desiderio o l’intenzione di rassicurarlo; ma rischia involontariamente di comunicargli che ciò che sente non dovrebbe esserci, che in qualche modo è sbagliato o fuori posto.

 

Riconoscere la sua difficoltà equivale a dire “vedo che per te questa cosa è difficile”. E allora possiamo capire insieme come affrontarla.
Questo non conferma che quella situazione sia realmente pericolosa, né significa rinunciare ad accompagnarlo verso una maggiore autonomia. Si tratta di distinguere tra accogliere un’emozione e assecondare ogni evitamento: meglio riusciamo a farlo noi nei suoi confronti, meglio lo imparerà anche lui/lei.

 

Possiamo riconoscere la paura e, contemporaneamente, trasmettere la nostra fiducia nella possibilità e capacità del bambino di fare un piccolo passo (che non significa arrivare subito al risultato finale, ma è già un successo da celebrare!).

Non sempre quello che agli occhi di un adulto appare come un progresso minimo lo è anche per chi lo sta compiendo. Per qualcuno dire una parola, entrare in una stanza o rimanere qualche minuto in una situazione nuova può rappresentare una vera conquista.

 

Crescere è anche poter fare esperienza di questo: era difficile, avevo paura, eppure qualcosa sono riuscito a fare.

Le catastrofi del giorno: quando il pericolo ci sembra ovunque

In Le catastrofi del giorno (Camelozampa, 2020) Majken ha dodici anni e vede possibili catastrofi praticamente ovunque.

 

Legge notizie di incidenti, attentati, disastri ambientali, inquinamento e riscaldamento globale e le annota scrupolosamente nel suo diario. Cerca di tenere lontani i germi, ma insieme ai germi finisce per tenere lontane anche le persone.

Le sue paure non sono completamente inventate: molte delle cose che teme possono realmente accadere (noi oggigiorno lo sappiamo fin troppo bene!).


Ma essere al sicuro non significa avere la certezza che nulla di spiacevole accadrà.

Possiamo informarci, prevenire alcuni rischi e prenderci cura di noi stessi, ma una parte della vita rimane inevitabilmente imprevedibile. Quando proviamo a eliminare completamente questa incertezza, il tentativo di proteggerci può diventare una gabbia.

 

L’ansia tende infatti a porci una domanda insistente: “E se succedesse?”.
La mente cerca allora risposte, immaginando scenari, raccogliendo informazioni, controllando, anticipando ogni evenienza. Tutto con l’obiettivo di raggiungere finalmente una certezza sufficiente per sentirsi finalmente tranquilli.

 

Ma la certezza assoluta non è cosa umana.

Nel romanzo di Jackert, l’isolamento di Majken comincia a incrinarsi grazie a degli incontri fortunati; perché in fondo sono i legami, il contatto con la vita e con gli Altri, fuori dalle proprie paure, a dare un respiro diverso alla nostra esistenza. Non quello sussultante della paura, non quello affannoso dell’ansia, ma quello ampio e fresco della vitalità.

Perché proteggerci da tutto ciò che potrebbe farci male può tenerci distanti anche da ciò che potrebbe sorprenderci, emozionarci o farci stare bene.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Una splendida rappresentazione dell’ansia e della paura che possiamo provare quando incontriamo qualcosa di sconosciuto ci arriva dal film d’animazione Wolfwalkers – Il popolo dei lupi (2020).

La storia è ambientata nella cittadina irlandese di Kilkenny, stretta attorno a pesanti mura protettive e governata con il pugno di ferro da un severo Lord Protettore. La giovane protagonista, Robyn, arriva in città insieme al padre, un cacciatore ingaggiato per sterminare l’ultimo branco di lupi che vive nella vicina foresta.
Per gli abitanti della città, il mondo esterno è regolato da un unico dogma: la natura, i lupi e tutto ciò che non si può controllare sono minacce mortali, da domare o distruggere.
Ma tutto cambia quando Robyn, spinta da un misto di curiosità e insofferenza per le regole soffocanti del padre, decide di trasgredire i divieti e si avventura nella foresta proibita. Lì incontra Mebh, una bambina selvaggia e libera che appartiene ai Wolfwalkers, un antico popolo di persone che di notte, mentre dormono, si trasformano in lupi.

Nel film la città rappresenta la massima espressione di quel bisogno profondamente umano di sicurezza assoluta e prevedibilità di fronte a ciò che spaventa, ma che, se si esprime con rigidità, si trasforma in una vera e propria gabbia. Il coraggio della protagonista di uscire ed esporsi al nuovo e all’ignoto, permette di scoprire che la paura iniziale era alimentata unicamente dall’ignoranza e dai muri eretti per difendersi da nemici immaginari.

L’atteggiamento risolutore presentato nel film non è quello degli adulti che cercano il controllo assoluto sulle cose, ma quello della giovane protagonista che incuriosita (e anche un po’ impaurita) si apre alla novità e accetta il cambiamento come unica soluzione possibile per non irrigidirsi all’interno di mura auto-costruite, siano esse fisiche o mentali.
Questa storia ci insegna a non aver paura dei cambiamenti e di ciò che è diverso, e che spesso il nuovo di cui tanto avevamo paura all’inizio, spesso riesce a migliorarci e diventare una parte di noi.

Non dobbiamo aspettare che la paura scompaia

Quando qualcuno ha paura di qualcosa, la tentazione in cui possiamo cascare è quella di trovare le parole giuste per convincerlo che non deve preoccuparsi.

Sopprimere le emozioni, però, non ci salva affatto (lo abbiamo imparato nel primo articolo della rubrica!).

Dire “non c’è niente di cui avere paura” non fa sparire la paura. A volte può persino aggiungere un secondo problema al primo: oltre a essere spaventata, la persona inizia anche a pensare che non dovrebbe esserlo, e che se lo è c’è qualcosa che non va in lei/lui.

 

Possiamo invece aiutare le persona impaurite di fronte al nuovo a riconoscere ciò che sta accadendo: questa cosa ti preoccupa; il tuo corpo si sta preparando ad affrontare qualcosa che non conosce ancora.
E poi possiamo aiutarla a chiedersi: qual è il passo più piccolo che posso fare, anche se ho ancora un po’ paura?

 

La sicurezza, soprattutto durante l’infanzia, si costruisce nelle relazioni. La presenza di un adulto disponibile, prevedibile e capace di rimanere accanto all’emozione senza esserne travolto offre al bambino una base sicura che gli permette di esplorare.

 

Non serve che eliminiamo ogni ostacolo dalla strada degli Altri (che siano i figli, le persone che amiamo, i nostri pazienti).

Molto spesso è già abbastanza comunicargli, attraverso le parole ma soprattutto attraverso la nostra presenza, “non devi affrontare tutto in una volta e non devi necessariamente farlo senza paura.”

Paura e curiosità possono vivere insieme

Forse uno degli equivoci più comuni è pensare che per essere pronti a qualcosa dobbiamo prima sentirci completamente sicuri.
Aspettiamo di non avere più paura prima di parlare, partire, conoscere qualcuno, provare qualcosa di nuovo, un cibo, uno sport, un libro, una serie tv, un’attività.

Ma molte esperienze importanti della nostra vita cominciano senza questa certezza.
Non abbiamo certezze su nessuno dei fatti fondamentali della nostra esistenza di esseri umani.

 

E paura e curiosità non sono necessariamente opposte. Possiamo desiderare di scoprire qualcosa e, contemporaneamente, esserne intimoriti. Possiamo voler crescere e avere nostalgia di ciò che ci è tanto familiare. Possiamo avere bisogno di sicurezza e, nello stesso momento, sentire il desiderio di novità e di sensazioni forti.

 

Imparare a tenere insieme questa complessità amplia il nostro mondo, un passo alla volta.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

Quando la memoria cambia: è normale invecchiare o è il momento di chiedere aiuto?

Quando la memoria cambia: è normale invecchiare o è il momento di chiedere aiuto?

Una domanda ripetuta più volte, un appuntamento dimenticato, una bolletta rimasta insoluta. Quando questi episodi riguardano un genitore o una persona cara, è naturale chiedersi: «Sarà una normale conseguenza dell’età oppure dovrei preoccuparmi?».

Il 21 settembre, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, vogliamo fermarci proprio su questa domanda. Il tema della campagna internazionale del 2026 è: «Prima lo sai, più puoi fare: una diagnosi di demenza fa la differenza» (Alzheimer’s Disease International, 2026). Riconoscere tempestivamente un cambiamento permette di comprenderne le cause, individuare condizioni trattabili e accedere prima agli interventi e ai servizi disponibili.

Invecchiare significa necessariamente perdere la memoria?

Con l’avanzare dell’età possono verificarsi cambiamenti graduali nella memoria episodica, cioè quella che ci permette di ricordare eventi e informazioni, e nelle funzioni esecutive, coinvolte nell’organizzazione e nel controllo delle attività (Glisky et al., 2022).Può quindi servire più tempo per recuperare un nome, imparare una procedura o ricordare un appuntamento, ciò non indica necessariamente una patologia.

La demenza, invece, non è una normale conseguenza dell’invecchiamento. È una sindrome in cui il declino delle capacità cognitive interferisce con la vita quotidiana e l’autonomia. La malattia di Alzheimer ne rappresenta la causa più comune e può coinvolgere, oltre alla memoria recente, orientamento, linguaggio, attenzione, pianificazione e capacità di prendere decisioni.

Possono comparire anche cambiamenti nuovi e persistenti nel comportamento, nel tono dell’umore, nell’interesse per le attività abituali o nella capacità di prendere iniziativa. Non sono segnali specifici, ma meritano attenzione quando rappresentano una differenza evidente rispetto al precedente modo di essere della persona (Istituto Superiore di Sanità, 2024).

Quindi, più del singolo episodio contano il cambiamento rispetto al passato, la frequenza e le conseguenze sulla vita quotidiana. Può essere necessario approfondire quando la persona:

  • ripete spesso le stesse domande senza ricordare di averle già poste;
  • dimentica con regolarità informazioni o avvenimenti recenti;
  • si perde in luoghi conosciuti;
  • fatica a gestire denaro, farmaci o appuntamenti;
  • non riesce più a svolgere attività prima abituali;
  • mostra cambiamenti rilevanti nel giudizio, nell’umore, nel comportamento o nell’iniziativa.

Nessuno di questi segnali, preso singolarmente, permette di diagnosticare la malattia di Alzheimer. La loro comparsa può però indicare la necessità di chiedere una valutazione accurata.

Non tutte le difficoltà cognitive sono Alzheimer: come possiamo comportarci?

Una difficoltà di memoria può avere molte cause. Stress, ansia, depressione, scarso riposo, problemi di vista o udito, effetti indesiderati di alcuni farmaci, problemi tiroidei, carenze nutrizionali o altre condizioni mediche possono influenzare memoria e concentrazione. Proprio perché le cause possono essere diverse, consultare medici e professionisti è di fondamentale importanza (Istituto Superiore di Sanità, 2024).

Anche i cambiamenti della memoria e del funzionamento quotidiano notati da un familiare possono fornire informazioni clinicamente significative (Kuhn et al., 2023). Prima del colloquio con il medico può essere utile annotare episodi concreti, indicando quando sono comparsi, la loro frequenza e le conseguenze.

Il primo referente può essere il medico di medicina generale, che valuterà eventuali approfondimenti o l’invio a uno specialista o a un Centro per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD) (Istituto Superiore di Sanità, 2024). Per individuare il CDCD più vicino è possibile consultare il portale regionale Una Mappa per le Demenze.

E se mio padre o mia madre non volesse fare la visita?

Parlare di memoria e autonomia può essere delicato: la persona potrebbe sentirsi giudicata o minacciata nella propria indipendenza. In alcuni casi potrebbe non essere pienamente consapevole dei cambiamenti. Non si tratta necessariamente di ostinazione, perché la ridotta consapevolezza può essere parte stessa della condizione clinica.

Dire «Non ricordi più niente» oppure «Devi farti visitare perché ripeti sempre le stesse cose» rischia di aumentare paura e conflitto. Arrabbiarsi o sottolineare gli errori può far sentire la persona attaccata e aumentare la sua chiusura. È perciò preferibile partire da quello che stiamo osservando:

«Ho notato che ultimamente gestire le tue attività ti affatica più del solito. Potremmo parlarne con il medico insieme».

È meglio scegliere un momento tranquillo, evitare discussioni davanti ad altre persone e offrire la propria presenza durante la visita. A volte una sola conversazione non è sufficiente: possono essere necessari tempo, ascolto e più tentativi.

Sostenere questo percorso può diventare faticoso anche per chi è vicino alla persona. I dati italiani mostrano che l’assistenza è sostenuta soprattutto dai familiari e, in particolare, dalle figlie; oltre la metà dei caregiver coinvolti nell’indagine continuava inoltre a lavorare (Paggetti et al., 2025).

Chiedere informazioni, condividere le responsabilità e rivolgersi ai servizi territoriali o a un professionista può essere complesso ma resta fondamentale: significa costruire intorno alla persona e a chi se ne prende cura una rete più sostenibile e preparata.

Di fronte al dubbio, non è necessario avere subito tutte le risposte: il primo passo è scegliere di non affrontarlo da soli.

Dott.ssa Diletta Andreotti

Bibliografia essenziale

“Giochi con me?” Perché è importante che genitori e figli giochino insieme

“Giochi con me?” Perché è importante che genitori e figli giochino insieme

Quante volte sentiamo i bambini chiedere agli adulti di riferimenti, mamme e papà, di giocare insieme a loro? 

Il gioco è un lavoro attraverso cui il bambino acquisisce nuove competenze e abilità, impara a mettersi in gioco e a fare associazioni. Oltre ad acquisire competenze di tipo cognitivo, il gioco permette di affinare e favorire anche nuove capacità relazionali, ma per fare questo il bambino ha bisogno di condividere il proprio gioco con l’altro. Ecco che i bambini iniziano a ricercare altre persone con cui svolgere attività che fino a qualche tempo prima preferivano fare da soli. 

Le neuroscienze hanno scoperto che i circuiti cerebrali del piacere e della gioia sono gli stessi che si attivano quando si è in interazione positiva con un’altra persona. Quindi il bambino prova piacere soprattutto quando può condividere il gioco con qualcuno che rifletta le sue emozioni attraverso la voce e il linguaggio del corpo.

Ma perché le prime persone che vengono incluse nel gioco sono proprio i genitori?

Attraverso il gioco il legame genitore-figlio si modifica: le attività ludiche permettono sia al genitore che al bambino di sperimentare alcune dinamiche che altrimenti difficilmente verrebbero evocate. Quando genitori e figli giocano insieme si instaura una sintonizzazione emotiva che provoca dei cambiamenti sostanziali sia nell’adulto che nel bambino, a livello organico ma anche psicologico. Un buon gioco condiviso porta a un maggior benessere sia della diade genitore-figlio sia dei singoli individui: maggiore serenità, aumentata tolleranza alla frustrazione e allo stress, miglioramento dei ritmi circadiani. 

Inoltre i genitori rappresentano dei riferimenti importanti per i bambini. Grazie ad alcune cellule cerebrali chiamate neuroni specchio, il bambino imita e un po’ alla volta fa propri alcuni comportamenti e competenze che osserva nel genitore e che reputa efficaci, permettendo quindi l’acquisizione di nuove abilità. 

Come faccio a giocare con il mio bambino?

Innanzitutto è importante dedicare il giusto tempo al gioco con il proprio figlio, cercando di avere meno distrazioni possibili per favorire la sintonizzazione emotiva con il bambino. 

Sarà il bambino a gestire il gioco: i bambini manifestano chiaramente le loro preferenze ed è proprio lì che l’adulto si inserisce. L’adulto è un ospite ed è il bambino che conduce il gioco, quindi è bene lasciarsi trasportare da quello che il piccolo inventore sta creando, sia che si tratti di giochi contenenti storie inventate sia che si usino giochi in scatola più strutturati. Infine è importante rimanere concentrati su quello che si sta facendo insieme al bambino in quel momento, cercando di lasciarsi andare e divertirsi il più possibile. 

 

Il gioco, quando è vissuto insieme, diventa uno spazio educativo privilegiato, capace di rafforzare il legame familiare in modo profondo e duraturo. Quindi giocare insieme non è un semplice passatempo, ma un investimento relazionale che consolida fiducia, dialogo e crescita reciproca. 

  Dott.ssa Ilaria Dissette

Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva

Bibliografia: 

  • Psicologia dello sviluppo, Di Blasio e Camaioni
  • Manuale di terapia psicomotoria dell’età evolutiva, Anne Marie Wille e Claudio Ambrosini
  • Manuale di Psicobiologia, John P. J. Pinel et al.