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Famiglie diverse, stessi bisogni: il ruolo della comunicazione

Famiglie diverse, stessi bisogni: il ruolo della comunicazione

Le famiglie cambiano, si trasformano, assumono forme sempre più diverse rispetto al passato. Oggi esistono famiglie tradizionali, monoparentali, ricostituite, adottive, omogenitoriali, multiculturali, famiglie composte da nonni e nipoti, oppure da legami affettivi che vanno oltre quelli biologici. La società evolve e con essa cambia anche il modo di vivere le relazioni familiari. Eppure, nonostante queste differenze, esistono bisogni che accomunano tutte le famiglie, ieri e oggi: il bisogno di sentirsi accolti, ascoltati, amati e riconosciuti.

Nella Giornata Internazionale delle Famiglie riflettiamo su ciò che realmente contribuisce al benessere familiare. Non è la struttura della famiglia a determinarne la qualità emotiva, ma il modo in cui le persone riescono a comunicare tra loro. La comunicazione rappresenta infatti il cuore delle relazioni: costruisce vicinanza, crea fiducia, permette di affrontare i conflitti e aiuta ogni componente della famiglia a sentirsi parte di un legame sicuro.

Spesso si pensa alla comunicazione come a uno scambio di parole, ma in realtà è molto di più. Comunichiamo attraverso il tono della voce, gli sguardi, il tempo che dedichiamo agli altri, la capacità di ascoltare senza interrompere o giudicare. In famiglia, soprattutto, i messaggi emotivi passano anche attraverso piccoli gesti quotidiani.

Ogni persona, indipendentemente dall’età, ha bisogno di sentirsi vista e compresa. I bambini hanno bisogno di percepire che le loro emozioni possono essere espresse senza paura di essere sminuite; gli adolescenti cercano ascolto e riconoscimento anche quando sembrano chiudersi o allontanarsi; gli adulti, a loro volta, hanno bisogno di sostegno emotivo e di spazi in cui potersi mostrare fragili senza sentirsi inadeguati.

In molte difficoltà familiari non manca l’affetto, ma la possibilità di comunicarlo in modo efficace. La vita quotidiana è spesso attraversata da ritmi frenetici, stress, lavoro, impegni continui e presenza costante della tecnologia. Si parla tanto, ma ci si ascolta poco. Le conversazioni diventano rapide, funzionali, concentrate su ciò che bisogna fare più che su ciò che si prova. In questo modo il rischio è che, lentamente, si creino distanze emotive anche all’interno di relazioni molto strette.

Ascoltare davvero significa fermarsi e concedere spazio all’altro. Significa cercare di comprendere ciò che una persona sta vivendo senza pensare immediatamente a una risposta, a una soluzione o a un giudizio. Molti conflitti familiari nascono proprio dalla sensazione di non sentirsi capiti. Dietro una reazione aggressiva, un silenzio o una chiusura emotiva, spesso si nasconde il bisogno di essere riconosciuti nelle proprie emozioni.

Anche il modo in cui si affrontano le difficoltà fa la differenza. Ogni famiglia attraversa momenti di tensione, incomprensioni e conflitti. Litigare non significa necessariamente avere una relazione sbagliata o fragile. Al contrario, il conflitto può diventare un’occasione di crescita se viene gestito con rispetto e disponibilità al dialogo. I bambini e gli adolescenti imparano molto osservando gli adulti: vedere genitori o figure di riferimento capaci di confrontarsi senza ferirsi insegna che le relazioni possono attraversare le difficoltà senza rompersi.

Le parole hanno un peso importante nel clima emotivo familiare. Critiche continue, svalutazioni, confronti o comunicazioni basate esclusivamente sugli errori possono minare la sicurezza affettiva delle persone. Al contrario, parole che accolgono e riconoscono le emozioni favoriscono relazioni più sane. Frasi semplici come “capisco che sei triste”, “parliamone”, “sono qui” possono avere un impatto molto profondo, soprattutto nei momenti di fragilità.

Naturalmente nessuna famiglia è perfetta. Non esistono relazioni prive di errori o incomprensioni. La differenza non sta nell’assenza di difficoltà, ma nella possibilità di riparare, di ritrovarsi, di mantenere aperto il dialogo anche quando è faticoso. Chiedere scusa, riconoscere un errore, ammettere una fragilità non indebolisce il ruolo educativo degli adulti, ma lo rende più autentico e umano.

Oggi più che mai è necessario superare l’idea di una famiglia “giusta” contrapposta a modelli considerati “diversi”. Dal punto di vista psicologico, ciò che sostiene davvero il benessere delle persone è la qualità delle relazioni che vivono. Una famiglia diventa un luogo sicuro quando offre ascolto, presenza emotiva, rispetto e possibilità di esprimere sé stessi senza paura di perdere il legame.

In una società sempre più veloce e individualista, recuperare il valore della comunicazione familiare significa anche recuperare il senso della vicinanza emotiva. Bastano spesso piccoli momenti di attenzione autentica per rafforzare il senso di appartenenza: una cena condivisa senza distrazioni, una conversazione sincera, il tempo dedicato ad ascoltare davvero chi abbiamo accanto.

Al di là delle differenze, tutte le famiglie condividono lo stesso desiderio profondo: essere un luogo in cui sentirsi accolti, compresi e amati. Ed è proprio attraverso la comunicazione che questo bisogno può trovare spazio, giorno dopo giorno, nelle relazioni quotidiane.

Dott.ssa Giorgia Gennari

Psicoterapeuta cognitivo comportamentale

MIO FIGLIO A SCUOLA NON STA ATTENTO. CHE COSA POSSO FARE?

MIO FIGLIO A SCUOLA NON STA ATTENTO. CHE COSA POSSO FARE?

Torni a casa dopo il colloquio con gli insegnanti e la frase che ti rimbomba in testa è sempre la stessa: “È bravo, ma non sta attento. Si distrae con tutto!”. Se questa situazione ti suona familiare, sappi che non sei solo. Molti genitori vivono questa frustrazione, oscillando tra il dubbio che il figlio sia pigro e la preoccupazione che ci sia qualcosa che non va. Spesso l’attenzione non è un interruttore che si accende o si spegne a comando, ma un muscolo che va allenato con le giuste strategie. Ecco una guida pratica per aiutare tuo figlio a ritrovare il “filo del discorso” tra i banchi e a casa.

Perché si distrae?

Prima di passare all’azione, dobbiamo capire che l’attenzione è un processo faticoso. Per un bambino o un ragazzo, restare concentrati significa ignorare il compagno che ride, il rumore dell’ambulanza in strada e i propri pensieri creativi. Spesso dietro la distrazione si nasconde una memoria di lavoro, una sorta di taccuino mentale dove teniamo le informazioni per breve tempo, che si riempie troppo in fretta. Se l’insegnante dà troppe istruzioni insieme, il taccuino si esaurisce. E il cervello stacca la spina.

Strategie da usare a casa

Il lavoro per migliorare l’attenzione inizia tra le mura domestiche, dove l’ambiente è più controllabile.

    • La regola dei “piccoli pezzi”. Quando deve fare i compiti, non dirgli “studia storia“. Aiutalo a dividere il compito in sotto-obiettivi: “Leggi questa pagina, sottolinea tre parole chiave e poi facciamo 5 minuti di pausa”.
    • L’ambiente. La scrivania deve essere un campo di battaglia pulito. Via il telefono (anche se spento, la sua presenza distrae), via troppi giochi o altri elementi che potrebbero distrarlo. Meno stimoli ci sono, più l’attenzione resta sul libro.
    • Il timer. Usa la tecnica dei piccoli passi. Imposta un timer (magari uno di quelli da cucina) per 15 o 20 minuti di lavoro intenso, seguiti da 5 minuti di movimento libero. Sapere che c’è una fine vicina aiuta il cervello a non disperdersi.

Come collaborare con la scuola

Insegnanti e genitori devono andare nella stessa direzione. Ecco cosa puoi suggerire o concordare con i docenti.

  • Posto strategico. Chiedi che tuo figlio sia seduto nelle prime file, lontano da finestre e porte, preferibilmente vicino alla cattedra dell’insegnante.
  • Contatto oculare. Suggerisci all’insegnante di chiamarlo per nome o stabilire un piccolo segnale (un tocco sulla spalla, uno sguardo d’intesa) prima di dare un’informazione importante.
  • Supporti visivi. Una scaletta scritta sulla lavagna con le cose da fare durante l’ora aiuta chi si perde a capire a che punto della lezione si trova.

Strategie Utili vs Errori Comuni

Strategie vincenti:

  • Dare istruzioni brevi e una alla volta.
  • Premiare lo sforzo, non solo il risultato.
  • Usare mappe e disegni per studiare.
  • Fare pause attive.

Cosa evitare:

  • Dare lunghe spiegazioni piene di dettagli.
  • Sgridarlo perché si incanta.
  • Pretende che imparo leggendo testi lunghi.
  • Obbligarlo a stare seduto per ore finché non finisce.

Una riflessione

Tuo figlio non è un computer che ha bisogno di un aggiornamento software, ma un individuo con i suoi tempi. A volte quello che interpretiamo come disattenzione è solo un modo diverso di elaborare il mondo. Validare la sua fatica – “vedo che oggi è difficile restare concentrati, proviamo a fare una pausa?” – è molto più efficace di una critica ed è la strategia riabilitativa più potente che un insegnante e un genitore possa mettere in campo. La realtà è che la memoria di lavoro è una risorsa finita. Se la esaurisce per cercare di stare seduto composto, non ne avrà più per capire la lezione di storia. Con pazienza e con gli strumenti giusti, quel taccuino mentale diventerà ogni giorno un po’ più capiente.

Lara Breda

Psicologa Clinica e della Riabilitazione

Bibliografia

  • Russel A.Barkley (2018). ADHD: strumenti e strategie per la didattica in classe. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Marzocchi G.M., Bongarzone E., Conti S., Ferla L., Liconti E., Tomasono E. (2024). La valutazione e l’intervento per le funzioni esecutive in età evolutiva. Il programma FEREA (3-18 anni). Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Dupaul G.J., Ervin R.A., Hook C.L., McGoey K.E.B. (1998). Peer tutoring for children with attention deficit Hyperactivity disorder: effects on classroom behavior and academic performance. Journal of Applied Behavior Analysis 331, 579-592;
  • Branstetter R. (2016). Impara a organizzarti! Come insegnare l’ordine, la gestione del tempo, la concentrazione e l’autocontrollo. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Celi F. (2025). Manuale di psicopatologia dell’età evolutiva. Assessment e terapia cognitivo-comportamentale. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Celi F., Zagni B. (2025). Casi difficili. Cosa fare (e non) – Scuola Primaria. Guida rapida per insegnanti. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.
Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Spettro autistico: comprendere la differenza, leggere il mondo

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a dare senso alle relazioni, nei film che rendono visibile ciò che spesso resta implicito.

Ogni ultimo venerdì del mese la rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare la comprensione del mondo interno ed esterno.

Questo mese parliamo di spettro autistico, con l’obiettivo di avvicinarci a una comprensione più ampia della neurodiversità e delle diverse modalità di percepire, elaborare ed abitare il mondo.

Comprendere lo spettro autistico

Parlare di autismo oggi non significa più guardare solo a ‘cosa manca’ o a cosa non funziona in una persona, ma riconoscere che esistono modi diversi e naturali in cui il cervello può funzionare e vedere il mondo.

Invece di concentrarci solo sulle difficoltà nel parlare o nello stare con gli altri, dobbiamo renderci conto che il cuore dell’autismo è il modo in cui i sensi percepiscono il mondo. In pratica, è come se persone diverse usassero ‘frequenze’ differenti: la vera sfida è imparare a sintonizzarsi per capirsi davvero.

Non stiamo parlando solo di limiti di una persona, ma della distanza che può crearsi tra modi diversi di sentire e vivere la realtà. Sono mondi differenti che possono arricchirsi solo se cerchiamo un punto d’incontro invece di scontrarci. Per questo, capire l’autismo significa chiederci: quanto la nostra società e i nostri spazi sono pronti ad accogliere e adattarsi a queste diversità?

Infanzia: dare forma all’esperienza sensoriale ed emotiva

Il libro Ad abbracciar nessuno (Uovonero, 2010) accompagna il lettore dentro l’esperienza di un bambino che vive il mondo in modo sensorialmente intenso e spesso travolgente.

Attraverso una narrazione semplice ma profondamente empatica, il libro rende visibile ciò che spesso resta invisibile: la fatica nella gestione degli stimoli, il bisogno di prevedibilità, la difficoltà nella lettura dei segnali sociali dell’Altro.

Dal punto di vista dello sviluppo, uno degli aspetti centrali nello spettro autistico riguarda proprio la diversa elaborazione delle informazioni sensoriali e sociali. Questo può tradursi in difficoltà, ma anche in forme peculiari di attenzione, percezione e memoria.

In età evolutiva, strumenti narrativi come questo diventano fondamentali per aiutare adulti e bambini a costruire significati condivisi.

Adolescenza e adulti: rendere visibile la differenza

Il libro La differenza invisibile (Edizioni LSWR,2018) offre uno sguardo prezioso sull’esperienza dello spettro autistico in età adulta.

Attraverso il linguaggio del fumetto, racconta la quotidianità di una persona neurodivergente, mettendo in luce un aspetto clinicamente rilevante: l’invisibilità della differenza.

 

Molte caratteristiche dello spettro non sono immediatamente riconoscibili dall’esterno, non si vedono a occhio nudo, ma influenzano profondamente la gestione delle relazioni, dei contesti sociali e delle richieste implicite dell’ambiente.

Dal punto di vista psicologico, questo richiama il tema della difficoltà nella decodifica delle regole sociali non esplicite, che spesso vengono date per scontate in contesti neurotipici.

Sfogliare questo fumetto ci ricorda che anche se qualcosa non è visibile, non significa che non abbia effetti, talvolta intensi, dentro gli individui.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Per esplorare queste tematiche attraverso il linguaggio visivo, la Pixar ha realizzato due brevi storie capaci di raccontare con delicatezza cosa significhi vivere e relazionarsi con la neurodivergenza. Entrambi i cortometraggi nascono da esperienze dirette e autentiche dei creatori: queste storie non sono solo semplici racconti, ma riflessioni vere di chi vive e conosce profondamente lo spettro autistico.

Questi racconti ci invitano a riflettere su come ogni persona abbia il proprio modo di sentire e abitare il mondo, ricordandoci che la differenza non dev’essere necessariamente un ostacolo, ma può diventare un’occasione per aprirsi all’Altro e crescere insieme.

In Loop (2020) due ragazzi devono imparare a navigare insieme su una canoa, nonostante comunichino in modi opposti. Renee è una ragazza autistica non verbale e il suo compagno di viaggio, Marcus, deve imparare a sintonizzarsi con lei senza usare le parole. Quando Marcus smette di pretendere che lei si comporti come lui e inizia ad ascoltare il suo ritmo e i suoi suoni, riesce a creare un ponte che mette avvicina i loro mondi diversi.

Perché non dobbiamo forzare gli altri a entrare nel nostro mondo, ma avere la curiosità di fare un passo verso il loro.

In Float (2019), un bambino vola invece di camminare. Inizialmente il papà prova a nascondere questa sua caratteristica per paura del giudizio altrui, cercando di rendere il figlio normale. Col tempo, però, capisce che la felicità arriva solo quando smette di combattere quella particolarità e decide di lasciare che il bambino si esprima così come è.

È un messaggio potente su quanto sia importante creare ambienti dove nessuno si senta sbagliato perché si muove, o vive, in modo differente

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

Lo spettro autistico ci invita a una riflessione più ampia su cosa significhi comprendere l’Altro, anche quando l’Altro non è neurodivergente rispetto a noi.

Perché leggere tra le righe, in questo caso, significa riconoscere che esistono molteplici modi di percepire, sentire e comunicare, e che la comprensione nasce sempre da un incontro tra le differenze, non dalla loro riduzione.


La domanda con cui possiamo lasciarci oggi è: cosa posso fare per capire il modo di leggere ed abitare il mondo dell’Altro?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale