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E tu, dove lo metti il blu?

E tu, dove lo metti il blu?

Oggi, 2 Aprile 2026, come ogni anno si celebra la Giornata Mondiale della consapevolezza sull’Autismo.

Ma il 2 Aprile non è solo una data da segnare sul calendario, è il giorno in cui il mondo intero si tinge di blu!

Perché è stato scelto proprio questo colore?

Il blu solitamente evoca sensazioni di calma e profondità. Per chi vive nello spettro autistico, il mondo risulta troppo rumoroso e caotico… Il blu, invece, ha il potere di donare quiete e sicurezza. Ma il blu ricorda anche il colore del mare o del cielo, due simboli che richiamano l’idea di profondità e di vastità…la mente autistica non ha confini, è infinita proprio come loro, ma talmente ricca di profondità che necessita di essere compresa ed esplorata in ogni sua sfumatura.

Già, “sfumatura”… Parola chiave quando si parla di autismo. L’autismo viene, infatti, definito lungo uno spettro proprio perché ogni singola persona con autismo è unica e possiede tante sfumature diverse all’interno della propria personalità. Come dice Stephen Shore: “Se hai conosciuto una persona con autismo, hai conosciuto una sola persona con autismo”. Ogni individuo, infatti, è un mondo a sé. Quindi oggi non c’è solo il blu: c’è anche l’azzurro, il celeste, il pervinca, il cobalto, il blu notte, il blu elettrico, il color pavone e molti altri. 

Tutti voi in casa avrete sicuramente qualcosa di blu. L’invito oggi è di indossarlo, con l’obiettivo di dimostrare non solo di essere consapevoli che l’autismo esiste, ma giungere ad un’accettazione e soprattutto ad una vera inclusione, permettendo ad ogni persona di “spiccare il volo” verso un cielo sempre più blu, valorizzando le proprie caratteristiche uniche. 

Oggi, accendiamo il blu per non lasciare nessuno nell’ombra. Perché la diversità non è un limite, ma una preziosa sfumatura della realtà.

Dott.ssa Chiara Zaghini

Psicologa dell’Età Evolutiva

Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Il padre: presenza che costruisce

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio professionale, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei saggi che ci aiutano a comprendere meglio le relazioni, nei film che danno forma alle esperienze emotive.

Ogni ultimo venerdì del mese, questa rubrica affronta un tema psicologico attraverso alcune letture che possano accompagnare età diverse della vita.

Il tema di questo mese è la paternità e l’importanza di dare spazio alla presenza dei padri nella vita dei figli.

Dare spazio ai padri

Negli ultimi decenni la ricerca psicologica sullo sviluppo ha progressivamente posto più attenzione alla figura del padre, riconoscendone il ruolo significativo nella crescita emotiva e relazionale dei bambini.

Mentre fino a quel momento si era focalizzata quasi esclusivamente sulla relazione madre-figlio/a, oggi la psicologia evolutiva guarda al rapporto tra padre e figlio/a come a una relazione specifica, con caratteristiche e dignità proprie.

 

Nel lavoro clinico con le famiglie emerge spesso come alcune funzioni genitoriali – in particolare quelle legate alla cura emotiva, alla regolazione degli stati interni e alla gestione della quotidianità – vengano ancora attribuite quasi esclusivamente alle madri. Questo accade spesso per ragioni culturali, organizzative o legate alla storia familiare.

 

Eppure, lo sviluppo del bambino beneficia della presenza di più figure di riferimento, capaci di offrire modalità diverse di relazione, regolazione e sostegno.

La figura paterna, quando può esprimersi pienamente nella relazione con i figli, contribuisce spesso a sostenere l’esplorazione, l’autonomia e la fiducia nelle proprie capacità. Amplia il repertorio relazionale ed emotivo a disposizione del bambino.

Dare spazio alla paternità significa permettere ai padri di costruire il proprio modo di essere presenti, riconoscendo in loro risorse, capacità ed abilità genitoriali nella cura dei figli pari a quelle delle madri.

Nei primi anni: il padre come base di esplorazione

L’albo illustrato Papà Isola (Babalibri, 2014) racconta con delicatezza le paure di un orso che sta per diventare papà, e il legame che potrà costruire con il suo cucciolo, nei primi anni di vita. Attraverso immagini semplici e poetiche, la figura paterna appare nel suo lato più tenero e umano, e al tempo stesso come una presenza solida e accogliente, capace di offrire sicurezza mentre promuove l’apertura verso il mondo.

 

Dal punto di vista della teoria dell’attaccamento, la relazione con il padre può favorire nel bambino la possibilità di sperimentare il movimento tra protezione ed esplorazione, tanto quanto la relazione con la madre. Quando il bambino percepisce la presenza di un adulto affidabile, può allontanarsi con maggiore sicurezza per conoscere l’ambiente, con la certezza di poter tornare alla relazione quando avrà bisogno di ritrovare sicurezza.

Un legame che attraversa tutta la vita

Il libro illustrato Papà (Terredimezzo, 2023) propone uno sguardo affettuoso e universale sulla figura paterna. Attraverso scene quotidiane e momenti condivisi, racconta la molteplicità dei modi in cui si può esprimere la paternità: nello sguardo amorevole su un neonato che dorme, in una melodia suonata per la figlia, diventando esempio per i propri bambini…

 

È un libro che parla a tutte le età perché mostra qualcosa di essenziale: la relazione con il padre non si esaurisce nell’infanzia, ma continua a trasformarsi nel tempo, accompagnando le diverse fasi della crescita.

Le relazioni genitoriali non sono statiche, evolvono insieme ai figli, assumendo forme diverse ma mantenendo una funzione importante nella costruzione dell’identità e del senso del Sé.

Quando i figli diventano adulti

Bye Bye Vitamine (NNeditore, 2019), un romanzo di Rachel Khong, attraverso uno sguardo ironico e profondamente umano, esplora la complessità dei legami familiari e il modo in cui la relazione con il padre possa trasformarsi nel tempo, restando presenza significativa nonostante le mancanze.
È il racconto delicato di una figlia che deve costruire un nuovo modo di vivere con un padre che perde colpi per l’Alzheimer ma ha ancora qualcosa da donarle, come genitore. 

Queste pagine amorevoli ci consegnano alcuni ingredienti per la ricetta dell’essere figli adulti: anche dopo essere fuggiti lontano “per mettere in salvo la perfezione di un ricordo” possiamo accogliere l’imperfezione dei nostri padri e delle nostre vite, e godere di ogni risata condivisa, preziosa quanto le giornate più storte insieme a loro.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Per il mese di marzo, in cui festeggiamo i nostri papà, vi proponiamo la visione di un altro film Disney Pixar: Alla ricerca di Nemo.

Marlin è un pesce pagliaccio, il papà di Nemo, e non è un eroe nè un super papà, ma un genitore che a seguito della perdita della moglie, si ritrova a crescere da solo il figlio. Viene presentato da subito come un papà ansioso e iperprotettivo, che fatica a fidarsi del mondo esterno, finendo per soffocare involontariamente la curiosità del figlio. Nemo è speciale, perché ha una “pinna fortunata”, una pinna che è rimasta più piccola dell’altra, e questo rende Marlin ancora più preoccupato che il figlio non riesca ad affrontare i pericoli del mare.

Il susseguirsi degli eventi porterà Marlin ad affrontare le proprie paure e intraprendere un lungo viaggio per ritrovare il figlio, ma soprattutto per ritrovare la fiducia in sé stesso, negli altri e nella vita.

 

Alla ricerca di Nemo è un film d’animazione che può far riflettere noi e i nostri bambini su molti temi come la fiducia, il coraggio, la diversità, la scoperta, l’accettazione, la paura; e che mostra un papà che diventa esempio, non perché sia invincibile o perfetto, ma perché riesce a mettersi in discussione per amore del figlio. Marlin è un papà che capisce di dover cambiare il suo  modo di guardare Nemo, per diventare un genitore migliore.

 

Il ruolo del papà è costituirsi come base sicura, protezione dai pericoli del mondo, che consenta ai figli di vivere le proprie esperienze, anche se potenzialmente rischiose, senza mai sostituirsi a loro, ma restando sempre fermi e presenti quando dovessero avere bisogno di aiuto o conforto. 

Questo non vuol dire comportarsi da incoscienti e lasciarli volontariamente il pericolo, ma capire che a volte le difficoltà non vanno tolte di mezzo dalla strada dei nostri figli, per aiutarli a evolvere.

Se abbiamo fiducia in loro, anche la fiducia in loro stessi aumenterà, perché “se papà (in questo caso) si fida di me, significa che posso farcela!”. 

“Prometto che non ti succederà mai niente, Nemo.”

“È una promessa bizzarra… Se non gli succede mai niente, come fa a succedergli qualcosa?”

(Dal dialogo tra Marlin e Dory) 

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

La paternità richiede presenza, possibilità di sperimentarsi, spazio per trovare il proprio modo di essere padre. Quando questo spazio esiste, i bambini crescono potendo contare su più di una figura capace di offrire sicurezza, regolazione emotiva e sostegno nello sviluppo dell’autonomia. In questo senso, dare spazio alla paternità non significa togliere qualcosa alla maternità, ma arricchire l’esperienza relazionale del bambino.

 

La domanda con cui possiamo lasciarci oggi è: in che modo possiamo ampliare lo spazio della cura affinché i bambini possano contare su piú figure significative?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale



Il disturbo delle abilità visuo spaziali

Il disturbo delle abilità visuo-spaziali

Cari lettori e care lettrici,  

in questo articolo vi presento un disturbo non ancora presente nei principali manuali diagnostici internazionali ma che sta riscuotendo un crescente interesse da parte della comunità scientifica che tratta l’età evolutiva.  

Conosciuto anche come disturbo non verbale, il disturbo delle abilità visuo-spaziali è una condizione caratterizzata da una scarsa competenza nell’elaborazione visuospaziale a fronte di competenze verbali adeguate o addirittura superiori alla media. A livello scolastico, le principali difficoltà si possono riscontrare nella matematica (scorretto incolonnamento nel calcolo scritto e confusione nei riporti, scarsa comprensione di concetti di spazialità legati al numero, difficoltà nella geometria), nella scrittura (scarsa qualità del tratto grafico e inadeguata gestione dello spazio nel foglio), nel disegno e nella comprensione di testi che contengono informazioni spaziali.  

Per alcuni di questi aspetti, un ruolo cruciale sembrerebbe giocare la memoria di lavoro visuospaziale, solitamente deficitaria in queste persone. Particolarmente rilevanti possono essere anche le ripercussioni nella vita di tutti i giorni. Le persone con disturbo delle abilità visuo-spaziali infatti, possono presentare difficoltà a livello grosso-motorio (goffaggine motoria, tendenza a sbattere contro le cose, difficoltà a lanciare o afferrare oggetti, scarso equilibrio, difficoltà nelle attività che possono richiedere coordinazione come la guida della bicicletta) e fino-motorio (difficoltà con bottoni, zip, lacci, forbici, ecc.) e presentare uno scarso senso dell’orientamento. Anche la comunicazione e la socializzazione possono presentare aspetti peculiari: da un lato queste persone sono solitamente caratterizzate da eccessiva verbosità, dall’altro possono presentare criticità nella pragmatica del linguaggio, in particolare nel linguaggio non verbale. 

Sebbene, come già detto, questo disturbo non appaia ancora nei principali manuali diagnostici internazionali, negli ultimi anni, anche grazie all’apporto consistente dei ricercatori dell’Università degli Studi di Padova, si sta giungendo ad un accordo comune su quelli che possano essere i criteri per identificare questo tipo di profilo.  

Chi possiede già informazioni sul tema, si sarà infatti reso conto che le caratteristiche discusse possono essere presenti anche in altre psicopatologie del neurosviluppo, ma è proprio la combinazione di queste (e le aree celebrali compromesse) che determina la peculiarità del disturbo delle abilità visuo-spazili. 

A livello scolastico, bambini e ragazzi con disturbo delle abilità visuo-spaziali sono attualmente tutelati dalla normativa sui bisogni educativi speciali, che consente loro di godere di strumenti compensativi e dispensativi in maniera coerente con le fragilità presenti.  

Dott. Nicolò Rigato

Bibliografia

  • Cornoldi, C. (2023). I disturbi dell’apprendimento (2. ed). Il Mulino. 
  • Mammarella, I. C., & Cornoldi, C. (2020). Nonverbal learning disability (developmental visuospatial disorder). In A. Gallagher, C. Bulteau, D. Cohen, & J. L. Michaud (Eds.), Neurocognitive development: Disorders and disabilities. (Vol. 174, pp. 83–91). Elsevier Academic Press. https://doi.org/10.1016/B978-0-444-64148-9.00007-7