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Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Emozioni: dalla confusione alla consapevolezza

Leggere tra le righe è la nostra nuova rubrica, nata dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali e nei nostri studi professionali, ma anche nelle storie che incontriamo.
Negli albi illustrati che rapiscono i bambini, nelle righe dei libri che ci aiutano a conoscere parti di noi, nei film che parlano al nostro mondo interno. E nelle storie di ogni paziente.

Questa rubrica propone, ogni mese, un tema psicologico attraverso due lenti: la lettura e il cinema. Perché leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Per inaugurare, abbiamo scelto un tema fondamentale per il benessere psicologico lungo tutto il ciclo di vita: le emozioni.

Cosa significa davvero comprendere le emozioni?

Nel lavoro clinico con bambini, adolescenti e adulti, una delle difficoltà più frequenti è non capire (e sentire) chiaramente cosa si sta provando.

Confondiamo ansia e agitazione.
Chiamiamo rabbia ciò che è frustrazione.
Definiamo “stress” un sovraccarico emotivo più complesso.

Conoscere le nostre emozioni è un’abilità chiave per la regolazione emotiva: per gestire un’emozione, devo prima riconoscerla, nominarla, capire a cosa mi serve e cosa mi sta comunicando.

Infanzia: costruire le prime mappe emotive

Mappe delle mie emozioni, di Bimba Landmann (2019, Camelozampa) può essere per i bambini uno strumento prezioso di alfabetizzazione emotiva.

Attraverso immagini, colori e metafore visive, le emozioni diventano riconoscibili. Il bambino può associare ciò che sente nel corpo a un nome, a una forma, a un luogo sulla mappa di quell’emozione.

Questo passaggio è cruciale nello sviluppo emotivo: senza parole, l’emozione resta solo attivazione fisiologica. Con le parole, diventa un’esperienza comprensibile e quindi integrabile nel nostro mondo interno (perciò anche regolabile).

Come adulti, possiamo sfogliare questo libro insieme ai bambini e rimanere in ascolto senza correggere o minimizzare, ma mostrandoci curiosi della loro esperienza:

Tu ci sei mai stato nelle colline del tremore?
A me fa una paura il Lago Distruzione, e a te?
E l’Isola dei Desideri secondo te com’è?

Sono solo alcune delle infinite domande che possono accompagnare la condivisione di questo libro con i piccoli.
Un consiglio? Crea le tue domande personali, l’unica regola da seguire è: non suggerire tu le risposte, fai domande aperte che lascino i bambini liberi di darti la loro vera risposta.

Adolescenza ed età adulta: integrare la complessità

Con la crescita, l’universo emotivo si fa più articolato. Le emozioni si mescolano, diventano ambivalenti, a volte addirittura contraddittorie.
E possiamo sentirci in conflitto, per esempio: “come posso essere tanto arrabbiato/a con qualcuno che amo tanto?”.
Tenere insieme la complessità di tante parti di noi che provano e vogliono cose tante diverse può essere difficile, spaventoso e disorientarci.

 

Labirinto dell’anima, di Anna Llenas (2019, Gribaudo), la “mamma” del mostro delle emozioni, accompagna bambini, adolescenti e adulti in un’esplorazione delicata e visiva del mondo interiore. Attraverso le immagini evocative e i brevi testi che caratterizzano la voce dell’autrice, il libro dà forma alle emozioni e agli stati d’animo più dolorosi e complicati, aiutando a riconoscerli senza giudicarli.

 

L’Atlante delle emozioni umane di Tiffany Watt Smith (2021, Utet) propone una mappa ampia delle emozioni più strane, innominabili e nascoste, integrando alla psicologia discipline e arti umanistiche, pescando da lingue e culture di tutto il mondo.

 

La differenziazione emotiva riduce l’impulsività, migliora la comunicazione e sostiene la regolazione emotiva. Per esempio, saper distinguere tra delusione, senso di rifiuto e vergogna cambia il modo in cui reagiamo.

Diventare consapevoli delle nostre emozioni non ne eliminerà l’intensità, ma la renderà abitabile, insegnandoci a starci dentro.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Iniziamo questa nostra nuova rubrica con un grande classico Pixar che probabilmente avrete già visto (e forse rivisto): Inside Out. Nello specifico parliamo del primo capitolo che, oltre ad essere uno dei più famosi e riusciti film d’animazione del nuovo millennio, ci è molto utile per iniziare a parlare con i nostri piccoli di emozioni e per dare un’immagine, un colore, un tono di voce, una caratteristica ai nostri stati d’animo.

Inside Out diventa un caposaldo per l’inizio di una sana alfabetizzazione emotiva, aiutando i bambini a identificare le diverse emozioni e il modo in cui prendono a volte il “controllo dei comandi” di noi stessi.

Con quale chiave di lettura possiamo guardare questo film e accompagnare la visione per i più piccoli? Possiamo far notare come tutte le emozioni, anche quelle più negative, siano indispensabili!
Non ci sono emozioni cattive, infatti in Inside Out non esiste  un cattivo da sconfiggere, ma una situazione imprevista da risolvere con l’aiuto di tutti. L’insegnamento finale è proprio questo: anche le emozioni che vediamo come negative, come Tristezza, che spesso cerchiamo di nascondere e reprimere, sono fondamentali per la nostra crescita e, se riusciamo ad accoglierle e gestirle, ci possono insegnare molte cose.

Qualche spunto di riflessione per guardare il film con uno sguardo più profondo:

Quanto è difficile per noi adulti vedere soffrire i nostri piccoli?
Quanto vorremmo eliminare le cause delle loro emozioni più spiacevoli?

Oppure, quante volte minimizziamo e banalizziamo i motivi della loro tristezza, della loro rabbia o vergogna?

Inside Out è un film per bambini, ma aiuta anche noi adulti a farci queste domande.

Buona visione!

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

Forse la prima domanda con cui possiamo iniziare a esplorare le nostre emozioni è semplice:
quanto è preciso il mio vocabolario emotivo?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

Biofeedback per bambini: allenare l’autoregolazione emotiva

Biofeedback per bambini: allenare l’autoregolazione emotiva

Quando tuo figlio non riesce a calmarsi

Autoregolazione emotiva e biofeedback in età evolutiva riguardano situazioni che molti genitori vivono ogni giorno: scatti di rabbia improvvisi, ansia prima della scuola, pianti che sembrano non finire. In quei momenti tuo figlio non sta facendo i capricci: il suo corpo è in “allarme” e la parte emotiva del cervello sta prendendo il sopravvento su quella che aiuta a ragionare. Il cuore batte veloce, i muscoli sono tesi, il respiro è corto. Con questa attivazione può essere davvero difficile fermarsi.

L’autoregolazione emotiva è la capacità di accorgersi di questi segnali e aiutare corpo ed emozioni a tornare piano piano alla calma, così che il bambino possa di nuovo pensare, parlare e ascoltare. È una competenza che si impara nel tempo, anche grazie all’aiuto degli adulti, non qualcosa che un bambino “dovrebbe già saper fare”. Le difficoltà si vedono spesso così:

  • si agita facilmente e fa fatica a rilassarsi
  • reagisce in modo molto intenso alle frustrazioni
  • fatica a concentrarsi
  • sembra sempre “su di giri” o, al contrario, si blocca

Ti ritrovi in queste situazioni anche tu?

Cos’è il biofeedback in età evolutiva

Il biofeedback in età evolutiva è un aiuto concreto per insegnare ai bambini a calmarsi da dentro. Durante gli incontri si usano piccoli sensori, non invasivi, che rilevano segnali del corpo come il battito cardiaco o la frequenza respiratoria. Questi segnali diventano immagini o giochi sullo schermo. Il bambino vede che, se respira in modo più lento e lascia andare la tensione, il gioco prosegue: scopre così che può influenzare quello che succede nel suo corpo.

Uno degli aspetti più importanti è allenare la capacità del sistema nervoso di passare dall’agitazione alla calma, lavorando su parametri come la variabilità del battito cardiaco. Questo rafforza il “freno” naturale dello stress e sostiene l’autoregolazione emotiva.

Con il biofeedback il bambino sviluppa la capacità di:

  • accorgersi quando il suo corpo si sta agitando
  • usare il respiro per calmarsi
  • lasciare andare la tensione
  • sentire che la calma è qualcosa che può ritrovare

Perché può fare la differenza

Dire “calmati” a un bambino agitato raramente funziona. Anzi: chiedergli di controllarsi quando è già in tensione spesso aumenta lo sforzo… e quindi la tensione.
Il biofeedback per bambini segue un’altra strada: insegna a riconoscere i segnali del corpo mentre l’emozione sale e a guidarli, passo dopo passo, verso uno stato di calma.
Così diminuiscono frustrazione e senso di fallimento, e il bambino allena una strategia concreta di autoregolazione emotiva. Una competenza che, col tempo, diventa sempre più autonoma e utilizzabile anche nella vita di tutti i giorni, fuori dallo studio.

Nel tempo si possono osservare cambiamenti come:

  • meno scoppi di rabbia
  • migliore gestione dell’ansia
  • più capacità di stare concentrati
  • maggiore tolleranza alle difficoltà
  • sonno più sereno.

Non è un effetto immediato, ma un allenamento che costruisce competenze che restano nel tempo.

Quando può essere utile chiedere un aiuto professionale

A volte un sostegno esterno può fare la differenza. Può essere utile parlarne con uno specialista se:

  • le reazioni emotive sono molto intense o frequenti
  • tuo figlio fatica a calmarsi anche dopo molto tempo
  • l’agitazione o l’ansia interferiscono con scuola, sonno o relazioni
  • ti senti spesso senza strumenti e molto in difficoltà
  • le crisi creano forte stress in famiglia

Chiedere aiuto non significa che c’è “qualcosa che non va” in tuo figlio: significa offrirgli strumenti in più per imparare a stare meglio.

Dott.ssa Diletta Andreotti

Bibliografia:

  • Schwartz, M. S., & Andrasik, F. (Eds.). (2017). Biofeedback: A practitioner’s guide (4th ed.). Guilford Press.
  • Khazan, I. Z. (2013). The clinical handbook of biofeedback: A step-by-step guide for training and practice with mindfulness. Wiley-Blackwell.
  • Shaffer, F., & Meehan, Z. M. (2020). Heart rate variability biofeedback: How and why does it work? Frontiers in Psychology, 11, 253.
  • Siegel, D. J., & Bryson, T. P. (2012). The whole-brain child: 12 revolutionary strategies to nurture your child’s developing mind. Delacorte Press.
LA SINDROME DI ASPERGER: cos’è, come riconoscerla e come intervenire

LA SINDROME DI ASPERGER: cos'è, come riconoscerla e come intervenire

La sindrome di Asperger, oggi ricompresa all’interno del Disturbo dello Spettro Autistico secondo i criteri del DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali,  edizione), è una condizione del neurosviluppo caratterizzata principalmente da difficoltà nella comunicazione nell’interazione sociale, a fronte di un funzionamento cognitivo nella norma (o talvolta alto) e di un linguaggio strutturalmente adeguato, sia sul versante ricettivo che espressivo. 

Come riconoscerla precocemente:

Il riconoscimento precoce è fondamentale, perché consente di attivare interventi mirati in una fase in cui la plasticità cerebrale è maggiore. 

Nei primi anni di vita possono emergere alcuni segnali, tra cui: 

  • difficoltà nel contatto oculare e nella reciprocità emotiva; 
  • scarso interesse per il gioco condiviso; 
  • tendenza a preferire attività solitarie; 
  • rigidità rispetto a routine e cambiamenti; 
  • iper/iposensibilità a rumori, luci, tessuti, odori, cibo; 
  • difficoltà nella regolazione emotiva; 
  • interessi ristretti e molto intensi su argomenti specifici; 
  • modalità comunicative peculiari (linguaggio formale, letterale, talvolta pedante). 

Nel bambino in età prescolare o scolare si possono osservare: 

  • difficoltà a comprendere le regole implicite delle relazioni tra pari; 
  • fatica nello sviluppo delle competenze socio-pragmatiche, ad esempio interpretare ironia o linguaggio non verbale; 
  • forte bisogno di prevedibilità. 

È importante sottolineare che la presenza di uno o più di questi elementi non equivale automaticamente a una diagnosi. Molti bambini possono mostrare tratti isolati senza rientrare nello spettro autistico. La valutazione deve sempre essere globale e specialistica. 

Come si arriva alla diagnosi

La diagnosi è clinica e viene effettuata da un’equipe multidisciplinare composta generalmente da neuropsichiatra infantile, psicologo, logopedista e terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva. 

Il percorso diagnostico generalmente prevede: 

  1. Colloquio approfondito con i genitori, per raccogliere la storia evolutiva del bambino. 
  2. Osservazione strutturata del comportamento, in contesti guidati e spontanei. 
  3. Strumenti standardizzati, utilizzati da professionisti formati (es.ADOS-2, ADI-R, questionari) 
  4. Valutazione cognitiva, relazionale e del linguaggio, per delineare il profilo funzionale. 
  5. Esclusione di altre condizioni che possano spiegare i sintomi (disturbi del linguaggio, disturbo d’ansia, ADHD, ecc.). 

Non esistono esami strumentali che certifichino la sindrome di Asperger: la diagnosi si basa sull’osservazione dei comportamenti e sui criteri clinici internazionali. 

Quali trattamenti riabilitativi sono indicati

Esistono diversi interventi riabilitativi ed educativi in grado di migliorare significativamente la qualità di vita e le competenze sociali. Tra i principali: 

  • Intervento psicoeducativo e comportamentaleprogrammi strutturati che aiutano il bambino a sviluppare competenze sociali, flessibilità cognitiva e autonomia. 
  • Training sulle abilità socialipercorsi individuali o di gruppo in cui si lavora su riconoscimento delle emozioni, gestione delle conversazioni, comprensione delle regole sociali implicite e problem solving relazionale. 
  • Logopediaindicata quando sono presenti difficoltà pragmatiche del linguaggio (uso sociale della comunicazione), anche in presenza di un lessico ricco. 
  • Psicoterapiapuò essere utile soprattutto in età scolare e adolescenziale per affrontare ansia, bassa autostima o difficoltà relazionali. 
  • Supporto alla famigliafondamentale per fornire strumenti educativi coerenti, comprendere i comportamenti del figlio e ridurre il carico emotivo. 
  • Collaborazione con il contesto scolastico: è importante integrare gli interventi psicoeducativi all’interno dell’ambiente scolastico e favorire la continuità tra casa, scuola e trattamenti riabilitativi. 

L’intervento più efficace è sempre personalizzato: ogni bambino con disturbo dello spettro autistico ha un profilo unico, con punti di forza e aree di fragilità differenti. 

Gli interventi efficaci sono evidence-based, soprattutto psicoeducativi e non esiste una terapia unica e non si “cura” l’autismo, si supporta il funzionamento e il benessere. 

Uno sguardo più ampio

Negli ultimi anni si è sviluppata una maggiore sensibilità verso la neurodiversità: sempre più adulti ricevono una diagnosi tardiva e riconoscono nel proprio percorso caratteristiche che li hanno accompagnati fin dall’infanzia. 
Con l’ingresso nell’adolescenza, l’aumento delle richieste scolastiche e sociali può rendere più faticosa la gestione delle relazioni, soprattutto quando le regole implicite dei gruppi diventano più complesse. In questa fase possono comparire o accentuarsi ansia, stress, difficoltà nella regolazione emotiva e senso di solitudine, anche in ragazzi con buone capacità cognitive. Per questo è importante affiancare al lavoro sulle abilità sociali un sostegno psicologico e un accompagnamento educativo, in collaborazione con la scuola e la famiglia. 

Comprendere precocemente la sindrome di Asperger significa leggere in modo più chiaro alcune modalità di funzionamento. Con un adeguato supporto, è possibile sviluppare competenze significative, percorsi accademici brillanti e relazioni soddisfacenti. 

La chiave non è “normalizzare”, ma accompagnare. Perché riconoscere le differenze, quando vengono comprese e sostenute, può diventare il primo passo verso una crescita più consapevole e serena. 

Dott.ssa Ilaria Dissette

Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva

Bibliografia:

  • Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), Quinta Edizione (2013)
  • Linee guida ASD Bambini e Adolescenti, Osservatorio Nazionale Autismo, Istituto Superiore di Sanità, (2025)
  • Valutazione, intervento e ricerca nell’autismo, Umbrella Behavioural Model: un approccio evidence based multidimensionale – Leonardo Fava e Kristin Strauss (2022)