Ricerca per:

Il nostro studio

Servizi

Ci occupiamo di valutazione, riabilitazione e consulenza nell'ambito di tutti i disturbi nel neurosviluppo.

Equipe di professionisti

Siamo un'equipe multiprofessionale che si occupa di te e del tuo benessere psicofisico.

Formazione

Organizziamo corsi di formazione per genitori, insegnanti e professionisti del mondo dell'educazione.

I nostri articoli
Funzionamento Intellettivo Limite:

Funzionamento Intellettivo Limite: quando le difficoltà non sono sempre visibili

Ti è mai capitato di vedere un bambino che si impegna, ma sembra comunque arrancare a scuola? O di chiederti: “Perché tutto questo impegno non si traduce nei risultati attesi?”

E se dietro queste difficoltà non ci fosse una mancanza di volontà, ma un diverso modo di apprendere, comprendere e affrontare le richieste della scuola e della vita quotidiana?

Tra le possibili spiegazioni vi è il Funzionamento Intellettivo Limite (FIL). Molti bambini con FIL si impegnano, studiano, cercano di seguire le spiegazioni e di affrontare le richieste scolastiche, ma possono continuare a incontrare difficoltà negli apprendimenti. Per questo, talvolta, vengono etichettati come distratti o poco motivati. In realtà, si tratta di un diverso funzionamento cognitivo che, se riconosciuto e compreso, può essere supportato attraverso strategie e interventi adeguati.

Ma che cosa significa avere un funzionamento intellettivo limite?

Il Funzionamento Intellettivo Limite è una condizione del neurosviluppo che si colloca tra lo sviluppo tipico e la disabilità intellettiva. Se in passato veniva identificato principalmente attraverso un quoziente intellettivo compreso tra 71 e 84, oggi la valutazione è più ampia e considera non solo il livello cognitivo, ma anche le modalità con cui il bambino affronta le richieste della vita quotidiana nei diversi contesti, come la scuola, la famiglia e le relazioni con i coetanei.

Come si manifestano le difficoltà a scuola?

Uno degli aspetti che rende il FIL difficile da riconoscere è che le difficoltà non sono sempre evidenti. Molti bambini riescono a seguire le attività quotidiane, ma iniziano a mostrare maggiori fatiche quando le richieste scolastiche diventano più complesse. Possono impiegare più tempo per apprendere nuovi concetti, avere difficoltà a comprendere consegne articolate, organizzare lo svolgimento dei compiti, mantenere le informazioni in memoria o gestire più attività contemporaneamente. Anche il linguaggio può risultare più semplice, con possibili difficoltà nel cogliere informazioni implicite, fare collegamenti tra concetti e affrontare ragionamenti più astratti.

Queste difficoltà possono influenzare significativamente l’esperienza scolastica. Quando le richieste e le modalità di valutazione non tengono conto del profilo cognitivo del bambino, il rischio è che possa sperimentare ripetuti vissuti di insuccesso e frustrazione, anche a fronte dell’impegno dedicato.  Nel tempo, tali esperienze possono incidere anche sul piano emotivo, influenzando la fiducia nelle proprie capacità e la motivazione verso lo studio.

Quali strumenti di supporto esistono?

È fondamentale che famiglia, scuola e professionisti lavorino in modo coordinato. In ambito scolastico possono essere utili strategie didattiche personalizzate, come l’utilizzo di mappe concettuali, schemi visivi, tempi più lunghi per lo svolgimento delle attività, la suddivisione dei compiti in piccoli passaggi e la valorizzazione dei punti di forza del bambino. Quando presenti i requisiti previsti, il FIL può rientrare tra le situazioni considerate nell’ambito dei Bisogni Educativi Speciali (BES), permettendo l’elaborazione di un Piano Didattico Personalizzato (PDP).

Anche il supporto psicologico può rappresentare una risorsa importante. Interventi mirati e adattati alle caratteristiche del bambino possono favorire lo sviluppo di strategie per gestire la frustrazione, migliorare la regolazione emotiva e rafforzare il senso di autoefficacia. Un ulteriore supporto può essere rappresentato da percorsi individualizzati di potenziamento, finalizzati a sostenere le aree di maggiore difficoltà, sviluppare strategie di apprendimento più efficaci, migliorare l’organizzazione dello studio e favorire l’acquisizione di un metodo di lavoro adeguato alle proprie caratteristiche.

Parallelamente, percorsi di Parent Training possono aiutare i genitori a comprendere meglio il funzionamento del proprio figlio e a individuare modalità educative e comunicative più efficaci, favorendo un ambiente di crescita maggiormente supportivo.

In conclusione, forse la domanda più importante è questa: stiamo davvero guardando questi bambini per quello che sono, o per quello che ci aspettiamo che siano? 

Riconoscere il Funzionamento Intellettivo Limite non significa attribuire un’etichetta, ma comprendere il modo in cui un bambino apprende, affronta le difficoltà e mette in campo le proprie risorse. Quando famiglia, scuola e professionisti collaborano, è possibile costruire un percorso capace di valorizzarne le potenzialità, sostenere le fragilità e favorire una crescita caratterizzata da maggiore fiducia nelle proprie capacità.

Dott.ssa Grignolo Sofia

Psicologa clinica dell’età evolutiva 

BIBLIOGRAFIA:

  • Sala, R., Celentano, E., Antonietti, A., & Daffi, G. (2015). Il pensiero facilitato: immagini, analogie, metacognizione e mappe. In G. Daffi (a cura di), Gli alunni con funzionamento intellettivo limite. Teorie, intervento didattico e proposte operative (pp. 153–179). Edizioni Centro Studi Erickson.
  • Pontalti, M., Zambotti, F., & Daffi, G. (2015). Strategie logico-visive, mappe e aiuti visivi. In F. Zambotti (a cura di), BES a scuola. I 7 punti chiave per una didattica inclusiva (pp. 144–177). Erickson.
  • Stievano, P., Mammarella, V., Melogno, S., & Di Brina, C. (2026). Il Funzionamento Intellettivo Limite in età evolutiva. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale32(1), 107.
Due lingue confondono o arricchiscono? Il vero impatto del bilinguismo nei bambini

Due lingue confondono o arricchiscono? Il vero impatto del bilinguismo nei bambini

Crescere in una casa dove si parlano due o più lingue è un’opportunità straordinaria, ma per molti genitori può diventare fonte di dubbi e preoccupazioni. Spesso ci si chiede: “Mio figlio farà confusione?”, “Parlerà più tardi rispetto agli altri?”. Dal punto di vista della psicologia dello sviluppo, la risposta è questa: il cervello dei bambini è equipaggiato per accogliere più lingue contemporaneamente. Facciamo chiarezza, partendo dai miti da sfatare per arrivare a come gestire questa ricchezza nel quotidiano. 

I falsi miti sul bilinguismo

Il pregiudizio più comune è che il bilinguismo causi un ritardo nel linguaggio. Non è così. Un bambino esposto a due lingue potrebbe avere un vocabolario leggermente ridotto in ciascuna delle due se considerate singolarmente, ma il suo vocabolario totale (la somma delle parole che conosce in entrambe le lingue) è spesso pari o addirittura superiore a quello dei coetanei monolingui. Un altro timore è la confusione linguistica, legata al fatto che i bambini mescolano le parole di lingue diverse nella stessa frase (code-switching). Questo non è un errore o un segnale di disagio, bensì una strategia cognitiva raffinata: il bambino usa temporaneamente le risorse di una lingua per colmare un vuoto nell’altra.

Le tappe dello sviluppo linguistico: cosa aspettarsi?

Lo sviluppo linguistico di un bambino bilingue segue, nelle macro-tappe, quello di un bambino monolingue, ma con alcune peculiarità: 

0-12 mesi: Il neonato discrimina i suoni di entrambe le lingue a cui è esposto. Intorno all’anno compaiono le prime parole (che possono appartenere a una sola delle due lingue). 

18-24 mesi: Inizia la combinazione di due parole. È la fase in cui il code-switching è più evidente. 

3-4 anni: Il bambino impara a differenziare chiaramente i contesti e gli interlocutori, capendo con chi usare una determinata lingua. 

È fondamentale ricordare che lo sviluppo dipende dalla quantità e dalla qualità dell’esposizione: la lingua parlata più frequentemente (spesso quella del Paese in cui si vive) diventerà naturalmente quella dominante. 

I benefici del bilinguismo secondo la scienza

La ricerca scientifica internazionale ha ampiamente dimostrato i vantaggi dell’esposizione precoce a due lingue:

  • Vantaggi Cognitivi: Gli studi pionieristici della professoressa Ellen Bialystok dimostrano che i bambini bilingui sviluppano una marcia in più nelle cosiddette funzioni esecutive. Poiché il loro cervello deve costantemente attivare una lingua e inibire l’altra a seconda dell’interlocutore, questo continuo esercizio invisibile allena la corteccia prefrontale. Il risultato? I bambini bilingui mostrano spesso una maggiore capacità di concentrazione, sono più abili nel focalizzare l’attenzione ignorando le distrazioni esterne e mostrano una spiccata attitudine al multitasking e al problem solving.
  • Decentramento cognitivo e apertura mentale: Imparare due lingue insegna fin da piccoli che la realtà può essere codificata in modi diversi (un cane è sia “cane” che “dog”). Questo allena il bambino al cosiddetto decentramento cognitivo, ovvero la capacità precoce di capire che gli altri possono avere un punto di vista differente dal proprio. Questo accade perché il bambino deve costantemente “scegliere” quale lingua usare in base all’interlocutore. Si tratta di un’abilità psicologica straordinaria che nei bambini bilingui si sviluppa in media un anno prima rispetto ai coetanei monolingui, favorendo una precoce empatia e sensibilità sociale.

Consigli pratici per la quotidianità in famiglia

Per aiutare i bambini a vivere il bilinguismo in modo sereno e naturale, i genitori possono adottare alcune buone abitudini:

  1. Seguire la strategia OPOL (One Parent, One Language): Se i genitori sono di madrelingua diversa, la regola ideale è che ciascuno parli al bambino esclusivamente la propria lingua nativa. Questo offre al piccolo punti di riferimento relazionali chiari.
  2. Puntare sull’emotività e sul gioco: La lingua si apprende attraverso la relazione. Leggete storie, cantate canzoni, guardate cartoni animati e, soprattutto, giocate. La lingua deve essere associata a un’esperienza emotiva positiva, non a un dovere.
  3. Valorizzare il tentativo di comunicazione: Se vostro figlio mescola le lingue o fa un errore, non sgridatelo e non chiedetegli di ripetere. Semplificate la comunicazione rispondendo nel modo corretto. Ad esempio, se dice “Voglio la apple”, rispondete: “Ecco la mela, tieni”. In questo modo fornite il modello corretto senza interrompere il flusso comunicativo, valorizzando sempre il suo tentativo di comunicare.

Quando rivolgersi a uno specialista?

Il bilinguismo non causa disturbi del linguaggio. Se un bambino bilingue mostra difficoltà significative (come l’assenza di parole a 2 anni o una comprensione limitata), queste si manifesteranno in entrambe le lingue. In questi casi, o se avete dubbi persistenti sul suo sviluppo comunicativo, un consulto con un professionista dello studio può aiutare a fare chiarezza e a ritrovare la serenità.

Dott.ssa Martina Dal Pian

Bibliografia:

Bialystok, E. (2001). Bilingualism in development: Language, literacy, and cognition. Cambridge University Press.

Grosjean, F. (2010). Bilingual: Life and reality. Harvard University Press.

Werker, J. F., & Byers-Heinlein, K. (2008). Bilingualism in infancy: First steps in perception and coreitization. Trends in Cognitive Sciences, 12(4), 144-151.

Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Esplorazione: partire, scoprire, ritrovarsi

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio noi stessi e gli altri, nei film e nelle immagini che danno voce a esperienze universali.

 

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso letture capaci di accompagnare diverse età della vita. Perché le storie non ci offrono soltanto intrattenimento: ci aiutano a leggere il nostro mondo interno e a dare significato alle esperienze che viviamo.

 

Questo mese parliamo di esplorazione. Un tema che richiama il viaggio, la curiosità e la scoperta, ma che, dal punto di vista psicologico, riguarda soprattutto il modo in cui entriamo in relazione con ciò che ancora non conosciamo, di noi e degli altri.

Esplorare è un bisogno umano

Fin dai primi mesi di vita, il bambino manifesta un naturale desiderio di esplorare il mondo. Osserva, tocca, sperimenta, si allontana e ritorna. Questo movimento continuo tra vicinanza e scoperta, separazione e ri-unione, rappresenta uno dei motori fondamentali dello sviluppo.

 

L’esplorazione, però, non comprende solo i luoghi fisici.
Avviene anche quando si conoscono persone nuove, quando si affrontano cambiamenti, quando si mettono in discussione idee e si sperimentano possibilità diverse e, a volte, quando si scoprono parti di noi che ancora non conoscevamo.

 

Dal punto di vista psicologico, la curiosità e il desiderio di esplorare possono svilupparsi ed esprimersi al meglio quando ci sentiamo sufficientemente al sicuro. Sapere di poter contare su relazioni affidabili ci permette di affrontare l’ignoto con maggiore fiducia.

 

E il viaggio più importante non è necessariamente quello che ci porta lontano, quanto più quello che amplia il nostro modo sguardo sul mondo.

Infanzia: guardare oltre ciò che è visibile

L’albo illustrato Quello che non vedo (Il Barbagianni editore, 2025 – Premio Rodari 2025 come Miglior Albo Illustrato) invita i bambini a esercitare uno sguardo curioso e aperto, ricordando che non tutto ciò che conta può essere visto con gli occhi.

Con immagini evocative e un uso minimale della parola, il libro accompagna i più piccoli a soffermarsi su ciò che spesso sfugge a uno sguardo frettoloso, su tutte quelle dimensioni invisibili che possono dare significato alla nostra esperienza.

 

Dal punto di vista dello sviluppo, questa capacità di andare oltre l’immediato alimenta il pensiero simbolico, la creatività e la flessibilità cognitiva. Esplorare significa anche imparare ad accogliere il fatto che non tutto sia già conosciuto o spiegato. L’esplorazione diventa così un percorso che ci porta oltre l’apparenza, aiutandoci a sviluppare sensibilità, empatia e la capacità di attribuire significato a ciò che non può essere misurato o visto, ma che spesso è una parte fondamentale delle nostre relazioni e della nostra vita.

Il viaggio come esperienza di crescita

Il viaggio di Pippo (Kite, 2015) racconta un viaggio che è molto più di uno spostamento da un luogo all’altro. Come spesso accade nelle storie dedicate ai bambini, il percorso diventa occasione di incontro, cambiamento e scoperta.

 

Ogni viaggio mette alla prova le nostre certezze. Richiede di adattarsi, osservare, fare domande e, qualche volta, modificare il proprio punto di vista.
E come Pippo, a volte, partiamo con la convinzione di dover trovare qualcosa che ci manca, e arriviamo a scoprire che lo portavamo già dentro di noi.

Bastava uscire nel mondo fuori, o esplorare il nostro mondo interno, per svelare quella parte di noi.

 

Dal punto di vista psicologico, questa disponibilità all’esplorazione rappresenta una competenza preziosa lungo tutto il ciclo di vita. Crescere significa anche imparare a stare nell’incertezza, ad affrontare ciò che non controlliamo completamente e a riconoscere che ogni esperienza può trasformarci.

Esplorare anche da adulti

Con il passare degli anni, il desiderio di esplorare rischia di lasciare troppo spazio al bisogno di prevedibilità. Gli impegni, le responsabilità e le abitudini possono portarci a percorrere sempre le stesse strade, non solo in senso geografico, ma anche mentale ed emotivo.

 

Eppure, l’esplorazione continua ad avere un ruolo fondamentale anche nell’età adulta.
Concedersi la possibilità di imparare qualcosa di nuovo, conoscere persone diverse, cambiare prospettiva, mettere in discussione convinzioni consolidate o, semplicemente, fermarsi a osservare ciò che normalmente diamo per scontato, per alcuni adulti diventano vere e proprie sfide, fatiche che, se affrontate, possono nutrire quelle parti che avevamo lasciato indietro.

 

Ogni esperienza, se vissuta con curiosità, amplia il nostro repertorio di significati e contribuisce a costruire una maggiore flessibilità psicologica.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Il tema del viaggio e dell’esplorazione è da sempre uno dei motori più potenti delle storie. Per i bambini e ragazzi, in particolare, il viaggio diventa una metafora del percorso evolutivo per “diventare grandi”.
Oggi vi proponiamo un film d’animazione che tratta in modo straordinario questo tema.

Il film è Il pianeta del tesoro (2002), un gioiello Disney, tanto brillante quanto sottovalutato.
Liberamente ispirato al classico di Stevenson, parla di Jim, un ragazzo ribelle e ferito che parte su un galeone spaziale alla ricerca di un leggendario bottino. Ma la caccia al tesoro è solo un pretesto: il vero viaggio di Jim è intimo e psicologico. Sarà proprio la scelta di partire, affrontando tradimenti e ferite, a permettergli di recuperare la fiducia in se stesso, negli altri e nel futuro, che aveva perduto.

Questo film ci invita a riflettere sul fatto che l’esplorazione non sempre serve a cercare qualcosa di nuovo fuori da noi, ma anche a ritrovare parti di sé, talvolta perse a seguito di esperienze dolorose. Uscire dalle zone di comfort e mettersi alla prova diventa un mezzo per imparare cose nuove e insieme guarire ferite emotive o ricucire legami spezzati.
L’esplorazione non è mai semplicemente un’azione rivolta verso l’esterno, ma che ha contemporaneamente due vie, una che scopre qualcosa fuori e una che scopre qualcosa dentro.

Il coraggio di andare incontro verso nuovi orizzonti

Esplorare non significa cercare continuamente qualcosa di straordinario.
A volte basta guardare con occhi nuovi ciò che abbiamo davanti ogni giorno.
Il viaggio più importante è quello che ci permette di uscire, almeno per un momento, dalle nostre abitudini e dai nostri schemi e di lasciare spazio alla curiosità.

La domanda con cui vi facciamo partire questo mese quindi è: Quando è stata l’ultima volta che ci siamo concessi di esplorare qualcosa di nuovo, fuori o dentro di noi?

Perché leggere tra le righe significa anche ricordare che ogni crescita inizia con un piccolo passo verso ciò che ancora non conosciamo.

 

 Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale