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Guardarsi con occhi nuovi: come la psicoterapia cognitivo-comportamentale accompagna il cambiamento

Guardarsi con occhi nuovi: come la psicoterapia cognitivo-comportamentale accompagna il cambiamento

La psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) è uno degli approcci psicoterapeutici maggiormente studiati e supportati dalla ricerca scientifica. Nel corso degli anni ha dimostrato la propria efficacia nel trattamento di numerose difficoltà psicologiche, tra cui ansia, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, attacchi di panico, disturbi alimentari e problemi legati allo stress.

L’obiettivo  della CBT non è semplicemente ridurre i sintomi: mira infatti ad aiutare la persona a comprendere il proprio modo di funzionare e a sviluppare strumenti concreti per affrontare con maggiore flessibilità le sfide della vita quotidiana.

Alla base della CBT vi è l’idea che pensieri, emozioni, comportamenti e sensazioni fisiche siano strettamente collegati tra loro. Il modo in cui interpretiamo ciò che ci accade influenza infatti le emozioni che proviamo e le azioni che mettiamo in atto. Di fronte a una stessa situazione, persone diverse possono reagire in modi differenti proprio perché attribuiscono significati diversi all’esperienza. Alcuni schemi di pensiero, soprattutto quando diventano automatici e rigidi, possono contribuire a mantenere la sofferenza psicologica e limitare la capacità di affrontare le difficoltà.

Nel percorso terapeutico questi aspetti vengono esplorati insieme al terapeuta in un clima di collaborazione, con l’obiettivo di comprendere come si siano sviluppati nel corso della storia personale e quale funzione abbiano nel presente. La terapia non si limita quindi a individuare ciò che non funziona, ma valorizza anche le risorse della persona, aiutandola a sperimentare modalità nuove e più efficaci di affrontare le situazioni problematiche.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è caratterizzata da un approccio attivo e collaborativo. Terapeuta e paziente condividono gli obiettivi del percorso e lavorano insieme per costruire una comprensione sempre più approfondita delle difficoltà e individuare strategie coerenti con i bisogni della persona. Pur essendo un modello strutturato e basato sulle evidenze scientifiche, ogni intervento viene personalizzato: non esistono protocolli validi per tutti, ma percorsi costruiti sulla storia, sulle caratteristiche e sui valori di ciascun individuo.

Negli ultimi anni questo approccio si è ulteriormente evoluto, integrando contributi provenienti dalle cosiddette terapie di “terza onda”, che pongono particolare attenzione all’accettazione delle esperienze interne, alla consapevolezza e alla possibilità di orientare le proprie azioni verso ciò che è davvero significativo. In questa prospettiva il cambiamento non consiste nell’eliminare ogni emozione difficile, ma nello sviluppare un rapporto più flessibile con i propri pensieri ed emozioni, affinché non siano loro a guidare automaticamente le scelte di vita.

Intraprendere un percorso di psicoterapia significa concedersi uno spazio di ascolto, riflessione e crescita personale. La psicoterapia cognitivo-comportamentale offre strumenti concreti per comprendere meglio se stessi, affrontare le difficoltà con maggiore consapevolezza e promuovere un cambiamento duraturo, nel rispetto dell’unicità e della storia di ogni persona.

Dott.ssa Alessia Lazzaretto

Psicologa clinica

Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale

Bibliografia

  • Beck, J. S. (2022). La terapia cognitivo-comportamentale. Teoria e pratica (3ª ed.). Astrolabio Ubaldini.
  • Beck, A. T. (2020). Prigionieri dei pensieri. Come uscire dalla sofferenza e ritrovare il benessere (ed. italiana). Raffaello Cortina Editore.
  • Beck, A. T., Emery, G., & Greenberg, R. L. (2018). L’ansia e le fobie. Un approccio cognitivo. Astrolabio Ubaldini.
  • Perdighe, C., & Mancini, F. (a cura di). (2018). Elementi di psicoterapia cognitiva. Giovanni Fioriti Editore.
  • Sassaroli, S., Ruggiero, G. M., & Lorenzini, R. (a cura di). (2022). Psicoterapia cognitiva dell’adulto. Teoria e pratica clinica. Raffaello Cortina Editore.
  • Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (2014). Acceptance and Commitment Therapy. La terapia dell’accettazione e dell’impegno. FrancoAngeli.
Scuola e BES (Bisogni Educativi Speciali)

Scuola e BES (Bisogni Educativi Speciali)

Bentornati sul nostro blog!

Oggi, come avete letto dal titolo, parleremo di Scuola e BES facendo un bel ripasso di quelle che sono le linee guida.

Vorrei però partire affermando che ciascuno di noi ha un bisogno educativo speciale. In ogni contesto e in ogni ambito. 

Beh.. e quindi? Perché nella scuola viene utilizzata questa denominazione specifica?

Il termine BES viene utilizzato per la prima volta nel 1994 e poi nel 2003. Ciò a cui noi oggi facciamo riferimento è, però, la direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012 la quale estende a tutti gli studenti in difficoltà il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento, in termini di modalità e tempi.

Ma chi rientra in questa categoria?

Rientrano nella categoria BES coloro che presentano:

  • una disabilità tutelata dalla Legge 104/92;
  • disturbi evolutivi specifici:
    • DSA, tutelati dalla L.170/2010;
    • ADHD;
    • Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP);
    • Borderline cognitivo;
    • Disturbo del Linguaggio (DL);
    • Deficit delle abilità non verbali;
    • Deficit della coordinazione motoria (Disprassia);
    • Disturbo della condotta;
  • svantaggio socioeconomico, linguistico, culturale.
Cosa prevede la scuola per gli alunni con BES?

Come detto precedentemente, la direttiva ministeriale prevede la personalizzazione dell’apprendimento. In che modo? Attraverso l’applicazione del PDP, il Piano Didattico Personalizzato.

E di cosa si tratta?

Il Piano Didattico Personalizzato è un documento stilato dagli insegnanti, il quale prevede una personalizzazione su misura su quel singolo studente, sulla base delle sue potenzialità e tenendo conto delle fragilità che lo studente stesso mostra. Il PDP è un documento che gli insegnanti introducono in seguito ad un’osservazione dell’alunno.

Esso diviene un punto di riferimento per gli insegnanti, diventa una guida da seguire nel corso dell’anno scolastico. È opportuno che esso venga redatto entro un tempo ragionevole (entro novembre), che esso venga proposto alla famiglia e con essa condiviso, dopo eventuali confronti. 

All’interno del PDP si susseguono diversi punti ma ciò che si ritiene fondamentale è la stesura degli strumenti compensativi (per esempio: sintesi vocale e audiolibri: convertono il testo scritto in audio, riducendo il carico cognitivo nella lettura; computer o tablet con correttore ortografico: facilitano la videoscrittura, annullando la fatica legata alla disortografia; calcolatrice e tavole pitagoriche: supportano lo studente con discalculia nel calcolo a mente o scritto; mappe concettuali e schemi: supporti visivi che agevolano il recupero delle informazioni durante le interrogazioni o lo studio) e delle misure dispensative (per esempio: dispensa dalla lettura ad alta voce in classe: esonera lo studente da un’attività che provoca elevato stress o ansia; tempi aggiuntivi: viene garantito almeno il 30% di tempo in più per lo svolgimento di verifiche e compiti; dispensa dallo studio mnemonico: esonera dall’imparare a memoria tabelline, poesie o lunghe forme verbali; interrogazioni programmate: si privilegia una pianificazione dei test orali per evitare sovrapposizioni di carichi di lavoro) che si pensa siano necessarie all’alunno per affrontare al meglio l’apprendimento scolastico.

Tutto chiaro?

Spero di essermi spiegata al meglio, ma sei hai qualche dubbio non esitare a contattarci! 

Siamo pronti a darti tutte le informazioni di cui necessiti!

Dott.ssa Giorgia Ghiraldini

Pedagogista



Bibliografia e sitografia

  • D’alonzo Luigi, come fare per gestire la classe nella pratica didattica, Giunti Edu, Firenze, 2016
ADHD in età adulta: quando una diagnosi aiuta a rileggere la propria storia

ADHD in età adulta: quando una diagnosi aiuta a rileggere la propria storia

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di ADHD negli adulti. Molte persone arrivano a una diagnosi a 30, 40 o 50 anni, dopo un percorso caratterizzato da difficoltà che per lungo tempo non hanno trovato una spiegazione chiara.

Questo aumento delle diagnosi non significa necessariamente che l’ADHD sia diventato più frequente. Piuttosto, la ricerca scientifica e la pratica clinica stanno permettendo di riconoscere meglio una condizione che in passato veniva spesso associata esclusivamente all’infanzia. Oggi sappiamo che l’ADHD può accompagnare la persona lungo tutto l’arco della vita e manifestarsi in modi diversi a seconda dell’età, del contesto e delle caratteristiche individuali.

L'ADHD non riguarda solo l'attenzione

Quando si pensa all’ADHD, l’immagine più comune è quella di un bambino particolarmente vivace o distratto. Nell’età adulta, però, il quadro può essere molto diverso.

Le persone con ADHD possono sperimentare difficoltà nell’organizzazione quotidiana, nella gestione del tempo, nella pianificazione delle attività, nel mantenere la concentrazione su compiti ripetitivi o poco stimolanti. Possono inoltre essere presenti impulsività, procrastinazione e una sensazione costante di affaticamento mentale dovuta allo sforzo necessario per gestire le richieste della vita quotidiana.

Le ricerche più recenti stanno evidenziando anche il ruolo della regolazione emotiva. Molti adulti con ADHD descrivono una particolare intensità emotiva, una maggiore sensibilità allo stress e difficoltà nel gestire frustrazione, ansia o sovraccarico cognitivo. Alcuni studi hanno inoltre osservato una correlazione tra ADHD, qualità del sonno e capacità di regolare le emozioni.

Perché alcune persone ricevono una diagnosi solo in età adulta?

Le ragioni possono essere molteplici.

In alcuni casi i sintomi erano presenti fin dall’infanzia, ma non sono stati riconosciuti. In altri, le capacità cognitive, il supporto familiare o l’impegno personale hanno permesso alla persona di compensare le difficoltà per molti anni.

Particolare attenzione è stata rivolta negli ultimi anni alle donne, spesso sottodiagnosticate rispetto agli uomini. Diversi studi evidenziano come le manifestazioni dell’ADHD femminile possano essere meno evidenti sul piano comportamentale e più legate a disattenzione, sovraccarico mentale, perfezionismo e strategie di adattamento che tendono a mascherare il disagio. Questo può contribuire a ritardi diagnostici significativi.

Cosa significa scoprire di avere l'ADHD da adulti?

Ricevere una diagnosi in età adulta rappresenta spesso un momento importante sul piano personale.

Molte persone riferiscono un senso di sollievo nel poter finalmente dare un significato a difficoltà sperimentate per anni. Esperienze apparentemente scollegate: problemi organizzativi, fatica nello studio o nel lavoro, difficoltà relazionali, senso di inadeguatezza, possono acquisire una nuova comprensione all’interno di una cornice più ampia.

Una recente ricerca sulle donne diagnosticate in età adulta ha evidenziato come la diagnosi venga frequentemente vissuta come un’esperienza di validazione personale, capace di favorire una maggiore auto-comprensione, l’accesso a strategie più efficaci e una riduzione dell’autocritica. Allo stesso tempo, possono emergere emozioni complesse, come rabbia, tristezza o il rimpianto per il supporto non ricevuto negli anni precedenti.

La diagnosi non definisce la persona

È importante ricordare che una diagnosi non rappresenta un’etichetta né una definizione della propria identità.

L’obiettivo della valutazione clinica è comprendere il funzionamento della persona, individuare punti di forza e aree di difficoltà, e costruire eventuali percorsi di supporto adeguati. Ogni individuo possiede caratteristiche, risorse e modalità di adattamento uniche che non possono essere ridotte a una singola diagnosi.

Quando l’ADHD viene riconosciuto e compreso, può diventare possibile sviluppare strategie più efficaci nella gestione della vita quotidiana, migliorare il benessere psicologico e costruire una relazione più consapevole con sé stessi. 

Conclusioni

Le nuove ricerche stanno contribuendo a una comprensione più ampia dell’ADHD nell’età adulta. Oggi sappiamo che non si tratta semplicemente di una difficoltà di attenzione, ma di una condizione che può influenzare diversi aspetti della vita, dall’organizzazione alle relazioni, dalla gestione delle emozioni al benessere psicologico.

Per molte persone, ricevere una diagnosi in età adulta non significa cambiare chi sono, ma comprendere meglio la propria storia, e, spesso, iniziare a guardarla con maggiore consapevolezza e meno giudizio.

Dott.ssa Mara Gazzi
Psicologa dell’età evolutiva
Specializzata in Neuropsicologia Clinica
Psicoterapeuta

Bibliografia essenziale

  1. Babinski, D. E., & Libsack, E. J. (2025). Adult Diagnosis of ADHD in Women: A Mixed Methods Investigation. Journal of Attention Disorders, 29(3), 207-219.
  2. Holden, E., & Kobayashi-Wood, H. (2025). Adverse experiences of women with undiagnosed ADHD and the invaluable role of diagnosis. Scientific Reports, 15, 20945.
  3. Krebs, K., & Donnellan-Fernandez, R. (2025). Integrative literature review – the impact of ADHD across women’s lifespan. BMC Women’s Health, 25, 593.
  4. Nordby, E. S., Schønning, V., Barnes, A., et al. (2025). Experiences of change following a blended intervention for adults with ADHD and emotion dysregulation: a qualitative interview study. BMC Psychiatry, 25, 56.
  5. American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5-TR). Washington, DC: American Psychiatric Publishing.
  6. Barkley, R. A. (2021). Taking Charge of Adult ADHD (2nd ed.). New York: Guilford Press.
Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Annoiarsi bene è un’arte (e un dono)

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio le esperienze umane, nei film che danno forma a emozioni e vissuti spesso difficili da raccontare.

Ogni mese la rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare lo sguardo sul mondo interno, sulle relazioni e sui processi di crescita.

Questo mese parliamo di un’esperienza spesso considerata negativa, da evitare o riempire il più velocemente possibile: la noia.

La noia: un’esperienza da eliminare o da ascoltare?

Nella quotidianità moderna siamo spesso immersi in un flusso continuo di stimoli: notifiche, attività organizzate, impegni, contenuti sempre disponibili. Anche a livello visivo, il mondo attorno a noi scorre veloce, trafficato e frenetico, dalle auto sulle strade alle persone dentro un centro commerciale.
Sembra che i momenti vuoti siano soltanto qualcosa da riempire immediatamente.

Quando un bambino dice “mi annoio”, oppure quando un adulto si sente inquieto davanti al tempo libero, la reazione più spontanea è spesso quella di cercare subito una soluzione, cioè qualcosa da fare.

Eppure la noia non è un’emozione negativa.
Dal punto di vista psicologico, rappresenta uno spazio di transizione: un momento in cui gli stimoli esterni diminuiscono e diventa possibile entrare maggiormente in contatto con il proprio mondo interno.

Annoiarsi bene” significa (re)imparare a sostare in quell’intervallo senza doverlo riempire immediatamente, lasciando spazio alla curiosità, all’immaginazione e alla capacità di creare qualcosa di nuovo.

Quando il tempo vuoto diventa scoperta

Il libro Un grande giorno di niente (Topipittori) ci porta dentro la storia di un bambino che si trova immerso in una giornata apparentemente vuota e senza programmi.
Attraverso immagini ricche e poetiche, Beatrice Alemagna accompagna il lettore nella scoperta di come un tempo inizialmente vissuto come noioso possa trasformarsi in un’occasione di esplorazione e meraviglia.

Dal punto di vista dello sviluppo, il gioco libero e i momenti non strutturati sono fondamentali perché permettono al bambino di sperimentare autonomia, creatività e capacità di trovare risorse interne.

Quando ogni momento è riempito dall’adulto, il bambino rischia di avere meno occasioni per chiedersi: “Cosa posso fare? Cosa mi interessa? Cosa posso inventare?”
La noia, in questo senso, crea un primo spazio di scoperta di Sè.

Crescere imparando ad abitare l’attesa

Il libro Si può (Franco Cosimo Panini) accompagna il lettore in una riflessione variopinta sulle possibilità contenute nelle esperienze quotidiane.
Con parole e immagini essenziali, il libro invita a guardare ciò che accade con uno sguardo più aperto, ricordandoci che anche nei momenti apparentemente semplici possono nascere trasformazioni e nuove possibilità.

Dal punto di vista psicologico, questa capacità di stare nell’attesa, come nell’incertezza, è una competenza importante che si costruisce nel tempo e grazie all’esperienza diretta (non possiamo imparare solo dalla teoria certe abilità psicologiche!). 

Imparare a non avere sempre una risposta immediata, un’attività pronta o uno stimolo disponibile aiuta bambini e adulti a sviluppare tolleranza alla frustrazione e flessibilità psicologica.
In pratica, non possiamo esplorare la nostra creatività, intesa a 360 gradi e non solo artistica, se non ci viene mai messo di fronte un foglio bianco (metaforicamente e non). 

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Quando si tratta di portare il tema della noia sullo schermo, il cinema d’animazione ci ha regalato un capolavoro assoluto e senza tempo: Il mio vicino Totoro (1988) di Hayao Miyazaki.

Questo film presenta una struttura che si contrappone ai ritmi frenetici del cinema moderno.
La parola “noia” non viene mai pronunciata, eppure la pellicola è impregnata in ampia misura da quello che nella cultura giapponese viene chiamato ma: il vuoto, la pausa, lo spazio calmo tra le cose.

Miyazaki non ci mostra dei bambini che si lamentano e immerge lo spettatore stesso in quel tempo lento. Nella prima parte del film, infatti, non c’è una trama incalzante o un colpo di scena, vediamo semplicemente le due sorelline protagoniste, Satsuki e Mei, esplorare una vecchia casa di campagna, osservare i granelli di polvere nel buio, raccogliere ghiande, azionare una pompa dell’acqua manuale.
È la rappresentazione visiva del tempo non strutturato, dove l’assenza di stimoli preimpostati induce a usare l’immaginazione e ad osservare le cose del mondo, a sperimentarle.
Il film stesso si fa per noi esercizio di questa “noia”: noi, come le bambine, siamo in un intermezzo, un tempo lento in mezzo alle cose che accadono, fatto di dettagli e silenzi da esplorare.

La scena simbolo del film, l’attesa del papà alla fermata dell’autobus sotto la pioggia, incarna perfettamente questo concetto. È un momento sospeso, lungo, quasi statico. Ma è proprio quando le bambine accettano quell’immobilità e quel silenzio che Totoro, il grande spirito della foresta, si palesa accanto a loro.

Il messaggio che il film ci consegna è potente nella sua semplicità: la meraviglia non si manifesta quando corriamo da un impegno all’altro, quando abbiamo mille cose da fare, quando il nostro tempo è sempre pieno; la meraviglia ha bisogno che la mente rallenti, che si “annoi”.

Permettere ai bambini e a noi stessi di attraversare quello scomodo e inusuale “vuoto” iniziale significa sintonizzarsi su una frequenza diversa, dove la noia smette di essere un nemico da sconfiggere e diventa il terreno fertile in cui germogliano idee e ‘immaginazione.
Il mio vicino Totoro non è un film di facile visione per bambini e ragazzi, ma ci permette di mostrare un altro modo di fare le cose e può diventare un momento di rallentamento dagli stimoli frenetici di tutti i giorni.

Lasciare spazio a ciò che può nascere

Naturalmente, non tutta la noia ha la stessa funzione.
Una noia vissuta come immobilità, isolamento o mancanza di senso può essere un’esperienza faticosa, talvolta anche così dolorosa o intensa da richiedere un supporto psicologico per comprenderne il significato. 

È la possibilità di trasformarla a fare la differenza, passare da “non so cosa fare” a “ora posso scoprire cosa mi interessa, cosa mi va davvero di fare”.
Per i bambini questo significa avere tempi di gioco libero e possibilità di esplorare.
Per gli adulti significa recuperare spazi non produttivi, in cui non tutto deve avere uno scopo immediato.

 

In una società che ci invita continuamente a fare, produrre e consumare stimoli, la noia può sembrare un errore.
Eppure, proprio nei momenti meno riempiti può emergere qualcosa di importante per noi: un’idea, un desiderio, una nuova prospettiva su noi stessi.

Imparare ad abitare il vuoto non significa perdere tempo, ma creare spazio affinché, magari, qualcosa di nuovo possa nascere.

La domanda con cui vi salutiamo questo mese è: Quanto spazio concediamo alla possibilità di annoiarci?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

IL DISTURBO DELLA COMPRENSIONE DEL TESTO: CONOSCERE PER INTERVENIRE

IL DISTURBO DELLA COMPRENSIONE DEL TESTO: CONOSCERE PER INTERVENIRE

Se state leggendo questo articolo, probabilmente vi interessa capire meglio cosa vuol dire comprendere un testo e quando possiamo parlare di disturbo.

Il disturbo della comprensione del testo si manifesta come una difficoltà significativa nel cogliere il significato globale di un testo scritto, nell’integrare le informazioni presenti e nel ricavare inferenze, ovvero significati non esplicitamente espressi nel testo. In ambito internazionale, tali soggetti sono spesso indicati con l’espressione poor comprehenders (“lettori con difficoltà di comprensione”), riferita a individui che, pur presentando adeguate abilità di decodifica, mostrano prestazioni deficitarie nella comprensione del testo.

Nel contesto italiano, la collocazione diagnostica di queste difficoltà è ancora oggetto di dibattito scientifico e clinico. Attualmente, il disturbo della comprensione del testo non è formalmente riconosciuto come una categoria autonoma tra i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA). Tuttavia, in alcuni casi di disturbo della lettura, soprattutto quando sono presenti significative difficoltà nei processi di decodifica, possono emergere anche difficoltà nella comprensione di parole, non parole e testi scritti. Tali aspetti vengono generalmente valutati attraverso specifiche prove cliniche finalizzate ad analizzare i diversi processi coinvolti nella lettura e nella comprensione del materiale scritto.

La comprensione del testo, infatti, non si limita alla semplice decodifica/lettura, ma coinvolge una costruzione attiva del significato, resa possibile dall’integrazione di conoscenze pregresse, abilità di ragionamento e aspetti motivazionali. Il lettore non si limita a recepire passivamente il contenuto, ma lo elabora e lo interpreta in base ai propri schemi cognitivi e ai propri obiettivi. 

Ma quali possono essere dei campanelli d’allarme che ci possono aiutare a intervenire in tempo?

  • difficoltà a fare inferenze (trarre conclusioni sulla base del testo)
  • difficoltà a collegare le informazioni nuove con quelle già conosciute
  • difficoltà a riassumere il testo
  • difficoltà a distinguere tra fatti reali/verosimili e di fantasia
  • difficoltà nell’individuare i personaggi principali e secondari
  • difficoltà nel trovare all’interno del testo eventuali errori o incongruenze

Si può intervenire? Certo che sì. Numerosi interventi volti a migliorare la comprensione del testo si sono focalizzati su diversi ambiti, tra cui le competenze linguistiche (in particolare l’ampliamento del vocabolario), l’insegnamento di strategie specifiche di comprensione come ad esempio aiutarsi con le immagini presenti nel testo o leggere le parole in grassetto se presenti, lo sviluppo della capacità inferenziale e l’incremento della consapevolezza metacognitiva, come ad esempio la sensibilità alla struttura del testo. Quando parliamo di “approccio metacognitivo” non si fa riferimento solo al trasmettere strategie concrete ai nostri ragazzi, ma si favorisce una riflessione sull’efficacia delle strategie stesse in modo da promuovere consapevolezza degli obiettivi prefissati.

Dott.ssa Emanuela Grammatica

Psicologa dell’età evolutiva

Esperta in psicopatologia dell’apprendimento

Bibliografia

  • Cornoldi, C. (2023). I Disturbi dell’Apprendimento. Bologna: Il Mulino.
  • Gagliardini, E. (2021). Leggere leggere 2. Attività di lettura, ragionamento e comprensione per bambini di 8-10 anni. Trento, Erickson.
ESSERE GENITORI: IL “MESTIERE” PIÙ DIFFICILE DEL MONDO

ESSERE GENITORI: IL “MESTIERE” PIÙ DIFFICILE DEL MONDO

Oggi, 1° giugno 2026, come ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dei genitori.

Questa giornata è stata istituita per onorare l’impegno, la dedizione e il ruolo fondamentale di mamme e papà nell’educazione e nella crescita dei figli. Questa ricorrenza riconosce la responsabilità genitoriale come pilastro per lo sviluppo armonico dei bambini. È doveroso, quindi, celebrare i genitori di tutto il mondo per il loro ruolo cruciale, spesso silenzioso, nel sostenere e crescere le nuove generazioni.

Ma cosa si intende realmente per genitori?

La nostra società sta cambiando, è innegabile… Attualmente esistono infatti tanti tipi di famiglie. Ci sono bambini che non hanno uno o entrambi i genitori, per motivi diversi; ci sono storie complesse, anche dolorose. Noi, come Studio Progetto Vita, siamo qui per aiutare questi bambini a parlare di affetti, relazioni e pluralità delle loro famiglie. Famiglie che, quotidianamente, si mettono alla prova per affrontare numerose sfide evolutive e noi siamo qui anche per questo, per accompagnare il genitore a comprendere come cambia il suo ruolo dall’infanzia all’adolescenza. Offriamo, infatti, percorsi di sostegno alla genitorialità in cui discutere in primis della relazione genitori-figli, ma anche riconoscere i segnali di stanchezza eccessiva e incentivarli a chiedere aiuto. 

Vi facciamo un piccolo regalo… vi offriamo delle strategie per nutrire la relazione Genitori-Figli:

  • Dedica ogni giorno un momento di attenzione esclusiva in cui metti da parte lo smartphone. Ascolta non solo le parole dei tuoi figli, ma anche le emozioni che ci sono dietro, validando i loro sentimenti senza giudicarli o cercare di risolvere subito il problema. Il “tempo di qualità” non è un evento eccezionale, ma un rituale quotidiano: sono quei dieci minuti prima di dormire, la risata durante il tragitto verso scuola o il preparare la tavola insieme. È la presenza mentale, non la durata, a nutrire il legame. Spegnere lo smartphone per mezz’ora non è solo un regalo che fate a loro, ma è uno spazio di benessere che regalate anche a voi stessi.
  • Il clima familiare migliora quando si investe nel gioco e nella condivisione di attività piacevoli, non legate a doveri o regole. Questi momenti creano una “riserva emotiva” di fiducia a cui attingere quando arriveranno i momenti di tensione, i conflitti o le sfide dell’adolescenza.
  • Invece di criticare il comportamento del figlio (“Sei sempre il solito disordinato”), prova a esprimere come ti senti tu (“Mi sento stanco e frustrato quando vedo la stanza in disordine perché vorrei che collaborassimo di più”). Questo riduce le difese e apre la strada ad una cooperazione più autentica.
  • Le regole sono fondamentali per dare sicurezza, ma funzionano meglio se applicate con costanza e fermezza gentile, piuttosto che con autoritarismo. Spiegare il “perché” dietro un limite aiuta il bambino o l’adolescente ad interiorizzare il valore della regola, invece di subirla passivamente.

Ricordiamoci che non servono gesti eroici per migliorare il clima in casa; spesso è la qualità delle piccole interazioni quotidiane a fare la differenza.

La Giornata Mondiale dei Genitori è un piccolo promemoria, ma la relazione si scrive ogni giorno, un gesto alla volta. Inizia oggi: chiediti non “cosa devo fare con mio figlio?”, ma “chi voglio essere per lui oggi?”. La risposta, quasi sempre, si trova in un momento di pura condivisione.

E tu, quale sfida senti più complessa nel tuo ruolo di genitore?

Dott.ssa Chiara Zaghini

Psicologa dell’Età Evolutiva

Leggere tra le righe: Diritti LGBTQ+: accogliere le differenze, costruire appartenenza

Leggere tra le righe

Diritti LGBTQ+: accogliere le differenze, costruire appartenenza

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che aiutano a comprendere meglio le relazioni, nei film che danno forma a esperienze emotive e identitarie spesso difficili da raccontare.

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare lo sguardo sul mondo interno, sulle relazioni e sulla complessità dell’esperienza umana.

Questo mese affrontiamo il tema dei diritti LGBTQ+, parlando di identità, appartenenza, famiglia e riconoscimento.

Parlare di diritti è parlare di salute mentale

Parlare di diritti LGBTQ+ va oltre gli aspetti politici e sociali: dal punto di vista psicologico, riguarda profondamente il benessere emotivo e relazionale delle persone.

Sentirsi riconosciuti, poter esprimere la propria identità senza incontrare rifiuto, crescere in contesti che accolgano le differenze, sono fattori che hanno un impatto diretto sullo sviluppo dell’autostima, sulla regolazione emotiva e sul senso di sicurezza personale.

Nel lavoro clinico emerge spesso quanto la sofferenza non derivi dalla propria identità sessuale o di genere in sé, ma dall’esperienza di invisibilità, giudizio o mancata appartenenza.

Per questo parlare di inclusione significa anche parlare di salute mentale, relazioni sicure e possibilità di costruire la propria identità, senza doversi nascondere.

Infanzia: esistono molti modi di essere famiglia

Il libro Per fare una famiglia (Lavieri, 2020) offre ai bambini uno sguardo accogliente sulla pluralità delle forme familiari.

Attraverso immagini da Paese delle Meraviglie e un linguaggio semplice, il libro mostra che ciò che definisce una famiglia non è una struttura unica e rigida, ma la presenza di legami significativi, di cura e appartenenza incondizionate.

Dal punto di vista dello sviluppo emotivo, poter esplorare rappresentazioni differenti delle famiglie aiuta i bambini a costruire un’immagine del mondo più inclusiva e meno basata sulla contrapposizione tra normale e diverso.

La rappresentazione conta: vedere la propria esperienza riconosciuta nelle storie favorisce sicurezza e senso di esistenza psicologica.

Adolescenza: il bisogno di essere riconosciuti

Il libro Così come sono (Franco Cosimo Panini, 2021) affronta il tema dell’identità e dell’accettazione di sé durante la crescita.

L’adolescenza è una fase evolutiva in cui il bisogno di appartenenza e riconoscimento diventa particolarmente intenso. Potersi costruire senza sentirsi costretti a nascondere aspetti importanti di sé, o a vestire panni non adatti a noi, è fondamentale per lo sviluppo di un’identità stabile e integrata.

Dal punto di vista clinico, i contesti relazionali accoglienti rappresentano un importante fattore protettivo rispetto a vergogna, ritiro sociale e sintomi depressivi.

Età adulta: identità, corpo e appartenenza

Il romanzo Middlesex (Mondadori, 2002) affronta in modo profondo il tema dell’identità, del corpo e della costruzione del Sé.

Attraverso la storia del protagonista, il libro mostra quanto il bisogno umano di appartenenza si intrecci con il desiderio di essere riconosciuti nella propria autenticità.

Dal punto di vista psicologico, il rapporto tra identità personale, corpo e sguardo dell’Altro rappresenta un tema centrale lungo tutto il ciclo di vita. Quando una persona sente di dover nascondere parti importanti di sé per essere accettata, il rischio è quello di sviluppare vissuti di frammentazione, solitudine e disconnessione.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Anche il linguaggio cinematografico e animato può contribuire a costruire immaginari più inclusivi.

Nell’episodio di BlueyIl mercatino” (Stagione 1, Episodio 20) l’inclusione si respira nell’atmosfera di condivisione e nella comunità rappresentata, ma l’aspetto più interessante della puntata, e di tutta la serie animata, risiede in come viene gestito il gioco di ruolo, in particolare con la sorellina di Bluey, Bingo. In molti episodi (come Il pigiama party o I vecchietti), Bingo e Bluey si travestono ed esplorano liberamente identità e generi diversi attraverso l’immaginazione. Bingo, in particolare, ama calarsi in personaggi maschili complessi, cambiando nome e atteggiamento.
I genitori (Bandit e Chilli) non correggono mai le figlie dicendo loro “questo è da maschi” o “questo è da femmine”. Al contrario, assecondano e rispettano i nomi scelti e le identità temporanee create dalle bambine nel gioco.

Bluey mostra, con il suo rinomato tono naturale e non didascalico, la presenza di differenti configurazioni familiari. Piccoli dettagli come questi contribuiscono a rendere il mondo simbolico dei bambini più ampio, realistico ed inclusivo.

Nel film Strange World (Disney, 2022) per la prima volta in un lungometraggio d’animazione Disney, il co-protagonista è un adolescente apertamente gay e la sua omosessualità non è il fulcro del conflitto, ma un dato di fatto della sua vita. Questo tipo di rappresentazione è importante perché permette ai bambini e agli adolescenti di incontrare identità differenti all’interno di storie accessibili e quotidiane.
Ethan Clade è un ragazzo dolce, coraggioso e molto legato alla sua famiglia di agricoltori ed esploratori, che all’inizio del film, incontra Diazo, un ragazzo della sua stessa età: dai loro sguardi, dai sorrisi e dall’imbarazzo di Ethan, si capisce subito che c’è una forte attrazione reciproca.
Nel film non esiste il momento in cui Ethan deve confessare di essere gay, né ci sono scene di rifiuto, bullismo o discriminazione. Il mondo di Strange World è un luogo dove l’orientamento sessuale è accettato come qualsiasi altra caratteristica personale (come il colore dei capelli o l’altezza).
Per i bambini più piccoli il film offre una rappresentazione lineare ed emotivamente pulita: due persone si piacciono, e la famiglia le sostiene. Per i più grandi, è un ottimo spunto per riflettere su come dovrebbe essere un ambiente familiare accogliente e privo di pregiudizi.

Sentirsi legittimati a esistere

Parlare di diritti LGBTQ+ significa, in fondo, parlare del bisogno umano di poter esistere senza dover rinunciare a parti di Sé per sentirsi accettati.
La possibilità di essere riconosciuti nelle relazioni, nelle storie e nei contesti sociali contribuisce alla costruzione di un senso di sicurezza e di appartenenza, fondamentale per il benessere psicologico di ogni essere umano.

La domanda con cui vogliamo concludere questo mese è semplice: quanto spazio lasciamo, nella quotidianità, ai diversi modi di essere sé stessi?

Perché leggere tra le righe significa anche imparare a riconoscere le esperienze che per molto tempo sono rimaste invisibili.

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

Dispercezione corporea nei Disturbi del Comportamento Alimentare: comprendere un vissuto complesso

Dispercezione corporea nei Disturbi del Comportamento Alimentare: comprendere un vissuto complesso

La dispercezione corporea rappresenta uno degli aspetti più centrali e allo stesso tempo più fraintesi nei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). Spesso ridotta a una semplice “insoddisfazione per il proprio corpo”, essa è in realtà un fenomeno molto più articolato, che coinvolge processi percettivi, cognitivi ed emotivi profondamente intrecciati.

Che cos’è la dispercezione corporea?

Con il termine dispercezione corporea si fa riferimento a un’alterazione del modo in cui una persona percepisce, rappresenta e vive il proprio corpo. Nei DCA, questo si traduce frequentemente in una distorsione dell’immagine corporea: il corpo viene vissuto come più grande, imperfetto o inaccettabile rispetto alla realtà oggettiva.

È importante distinguere tra:

  • Componente percettiva: errori nella stima di dimensioni e forma del corpo 
  • Componente cognitivo-affettiva: pensieri, credenze ed emozioni negative legate al corpo 
  • Componente comportamentale: evitamento dello specchio, body checking, confronto sociale 

Queste dimensioni non sono indipendenti, ma si influenzano reciprocamente, contribuendo al mantenimento del disturbo.

Dispercezione corporea nei diversi DCA

La dispercezione corporea si manifesta con caratteristiche diverse a seconda del disturbo:

– Nell’Anoressia nervosa: spesso è presente una marcata sovrastima delle dimensioni corporee, accompagnata da un’intensa paura di ingrassare, anche in condizioni di sottopeso evidente. 

– Nella Bulimia nervosa: l’immagine corporea è instabile e fortemente influenzata dall’autostima, con oscillazioni tra momenti di maggiore accettazione e forte disprezzo corporeo. 

– Nel Disturbo da binge eating: prevale un vissuto di vergogna e insoddisfazione corporea, più che una vera e propria distorsione percettiva. 

I meccanismi psicologici coinvolti

Diversi processi contribuiscono alla dispercezione corporea:

  • Bias attentivi: la persona tende a focalizzarsi selettivamente su parti del corpo percepite come difettose 
  • Distorsioni cognitive: pensieri dicotomici (“o perfetto o orribile”), generalizzazioni e catastrofizzazioni 
  • Internalizzazione degli ideali estetici: modelli culturali irrealistici diventano standard personali 
  • Disconnessione interocettiva: difficoltà a riconoscere segnali corporei interni (fame, sazietà, emozioni) 

Un aspetto particolarmente rilevante è il legame tra immagine corporea e identità: nei DCA, il valore personale viene spesso fatto dipendere in modo eccessivo dal peso e dalla forma del corpo.

Il ruolo delle emozioni

La dispercezione corporea non è solo un problema “di percezione”, ma un’esperienza emotiva intensa. Vergogna, ansia, disgusto e senso di inadeguatezza contribuiscono a rafforzare il vissuto negativo del corpo.

In molti casi, il controllo del corpo diventa una strategia per gestire emozioni difficili, creando un circolo vizioso: più aumenta il disagio emotivo, più si intensifica la preoccupazione per il corpo.

Implicazioni cliniche

Comprendere la dispercezione corporea è fondamentale per il trattamento dei DCA. Gli interventi più efficaci includono: la Psicoeducazione sull’immagine corporea; la Ristrutturazione cognitiva delle credenze disfunzionali e tecniche di esposizione allo specchio; la Mindfulness e il lavoro sull’interocezione; infine interventi basati sull’accettazione.

Approcci come la Terapia Cognitivo-Comportamentale migliorata (CBT-E) e le terapie di terza generazione si sono dimostrati particolarmente utili nel lavorare su questi aspetti.

Conclusioni

La dispercezione corporea nei DCA è un fenomeno complesso che va ben oltre l’apparenza fisica. È un’esperienza che coinvolge il modo in cui una persona percepisce sé stessa, attribuisce valore al proprio corpo e regola le proprie emozioni.

Affrontarla richiede un lavoro terapeutico profondo e multidimensionale, capace di integrare corpo e mente, percezione e significato, esperienza interna e contesto sociale.

Dott.ssa Sara Bedeschi

Bibliografia

  • Cash, T. F., & Smolak, L. (2011). Body Image: A Handbook of Science, Practice, and Prevention. Guilford Press. 
  • Fairburn, C. G. (2008). Cognitive Behavior Therapy and Eating Disorders. Guilford Press. 
  • Garner, D. M. (2002). Body Image and Eating Disorders. In T. F. Cash & T. Pruzinsky (Eds.), Body Image
  • Grogan, S. (2016). Body Image: Understanding Body Dissatisfaction in Men, Women and Children. Routledge. 
  • Keel, P. K., & Forney, K. J. (2013). Psychosocial risk factors for eating disorders. International Journal of Eating Disorders
  • Longo, M. R. (2015). Implicit and explicit body representations. European Psychologist
  • Stice, E. (2002). Risk and maintenance factors for eating pathology. Psychological Bulletin
  • Thompson, J. K. (2004). The (Mis)measurement of Body Image
Famiglie diverse, stessi bisogni: il ruolo della comunicazione

Famiglie diverse, stessi bisogni: il ruolo della comunicazione

Le famiglie cambiano, si trasformano, assumono forme sempre più diverse rispetto al passato. Oggi esistono famiglie tradizionali, monoparentali, ricostituite, adottive, omogenitoriali, multiculturali, famiglie composte da nonni e nipoti, oppure da legami affettivi che vanno oltre quelli biologici. La società evolve e con essa cambia anche il modo di vivere le relazioni familiari. Eppure, nonostante queste differenze, esistono bisogni che accomunano tutte le famiglie, ieri e oggi: il bisogno di sentirsi accolti, ascoltati, amati e riconosciuti.

Nella Giornata Internazionale delle Famiglie riflettiamo su ciò che realmente contribuisce al benessere familiare. Non è la struttura della famiglia a determinarne la qualità emotiva, ma il modo in cui le persone riescono a comunicare tra loro. La comunicazione rappresenta infatti il cuore delle relazioni: costruisce vicinanza, crea fiducia, permette di affrontare i conflitti e aiuta ogni componente della famiglia a sentirsi parte di un legame sicuro.

Spesso si pensa alla comunicazione come a uno scambio di parole, ma in realtà è molto di più. Comunichiamo attraverso il tono della voce, gli sguardi, il tempo che dedichiamo agli altri, la capacità di ascoltare senza interrompere o giudicare. In famiglia, soprattutto, i messaggi emotivi passano anche attraverso piccoli gesti quotidiani.

Ogni persona, indipendentemente dall’età, ha bisogno di sentirsi vista e compresa. I bambini hanno bisogno di percepire che le loro emozioni possono essere espresse senza paura di essere sminuite; gli adolescenti cercano ascolto e riconoscimento anche quando sembrano chiudersi o allontanarsi; gli adulti, a loro volta, hanno bisogno di sostegno emotivo e di spazi in cui potersi mostrare fragili senza sentirsi inadeguati.

In molte difficoltà familiari non manca l’affetto, ma la possibilità di comunicarlo in modo efficace. La vita quotidiana è spesso attraversata da ritmi frenetici, stress, lavoro, impegni continui e presenza costante della tecnologia. Si parla tanto, ma ci si ascolta poco. Le conversazioni diventano rapide, funzionali, concentrate su ciò che bisogna fare più che su ciò che si prova. In questo modo il rischio è che, lentamente, si creino distanze emotive anche all’interno di relazioni molto strette.

Ascoltare davvero significa fermarsi e concedere spazio all’altro. Significa cercare di comprendere ciò che una persona sta vivendo senza pensare immediatamente a una risposta, a una soluzione o a un giudizio. Molti conflitti familiari nascono proprio dalla sensazione di non sentirsi capiti. Dietro una reazione aggressiva, un silenzio o una chiusura emotiva, spesso si nasconde il bisogno di essere riconosciuti nelle proprie emozioni.

Anche il modo in cui si affrontano le difficoltà fa la differenza. Ogni famiglia attraversa momenti di tensione, incomprensioni e conflitti. Litigare non significa necessariamente avere una relazione sbagliata o fragile. Al contrario, il conflitto può diventare un’occasione di crescita se viene gestito con rispetto e disponibilità al dialogo. I bambini e gli adolescenti imparano molto osservando gli adulti: vedere genitori o figure di riferimento capaci di confrontarsi senza ferirsi insegna che le relazioni possono attraversare le difficoltà senza rompersi.

Le parole hanno un peso importante nel clima emotivo familiare. Critiche continue, svalutazioni, confronti o comunicazioni basate esclusivamente sugli errori possono minare la sicurezza affettiva delle persone. Al contrario, parole che accolgono e riconoscono le emozioni favoriscono relazioni più sane. Frasi semplici come “capisco che sei triste”, “parliamone”, “sono qui” possono avere un impatto molto profondo, soprattutto nei momenti di fragilità.

Naturalmente nessuna famiglia è perfetta. Non esistono relazioni prive di errori o incomprensioni. La differenza non sta nell’assenza di difficoltà, ma nella possibilità di riparare, di ritrovarsi, di mantenere aperto il dialogo anche quando è faticoso. Chiedere scusa, riconoscere un errore, ammettere una fragilità non indebolisce il ruolo educativo degli adulti, ma lo rende più autentico e umano.

Oggi più che mai è necessario superare l’idea di una famiglia “giusta” contrapposta a modelli considerati “diversi”. Dal punto di vista psicologico, ciò che sostiene davvero il benessere delle persone è la qualità delle relazioni che vivono. Una famiglia diventa un luogo sicuro quando offre ascolto, presenza emotiva, rispetto e possibilità di esprimere sé stessi senza paura di perdere il legame.

In una società sempre più veloce e individualista, recuperare il valore della comunicazione familiare significa anche recuperare il senso della vicinanza emotiva. Bastano spesso piccoli momenti di attenzione autentica per rafforzare il senso di appartenenza: una cena condivisa senza distrazioni, una conversazione sincera, il tempo dedicato ad ascoltare davvero chi abbiamo accanto.

Al di là delle differenze, tutte le famiglie condividono lo stesso desiderio profondo: essere un luogo in cui sentirsi accolti, compresi e amati. Ed è proprio attraverso la comunicazione che questo bisogno può trovare spazio, giorno dopo giorno, nelle relazioni quotidiane.

Dott.ssa Giorgia Gennari

Psicoterapeuta cognitivo comportamentale

Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Spettro autistico: comprendere la differenza, leggere il mondo

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a dare senso alle relazioni, nei film che rendono visibile ciò che spesso resta implicito.

Ogni ultimo venerdì del mese la rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare la comprensione del mondo interno ed esterno.

Questo mese parliamo di spettro autistico, con l’obiettivo di avvicinarci a una comprensione più ampia della neurodiversità e delle diverse modalità di percepire, elaborare ed abitare il mondo.

Comprendere lo spettro autistico

Parlare di autismo oggi non significa più guardare solo a ‘cosa manca’ o a cosa non funziona in una persona, ma riconoscere che esistono modi diversi e naturali in cui il cervello può funzionare e vedere il mondo.

Invece di concentrarci solo sulle difficoltà nel parlare o nello stare con gli altri, dobbiamo renderci conto che il cuore dell’autismo è il modo in cui i sensi percepiscono il mondo. In pratica, è come se persone diverse usassero ‘frequenze’ differenti: la vera sfida è imparare a sintonizzarsi per capirsi davvero.

Non stiamo parlando solo di limiti di una persona, ma della distanza che può crearsi tra modi diversi di sentire e vivere la realtà. Sono mondi differenti che possono arricchirsi solo se cerchiamo un punto d’incontro invece di scontrarci. Per questo, capire l’autismo significa chiederci: quanto la nostra società e i nostri spazi sono pronti ad accogliere e adattarsi a queste diversità?

Infanzia: dare forma all’esperienza sensoriale ed emotiva

Il libro Ad abbracciar nessuno (Uovonero, 2010) accompagna il lettore dentro l’esperienza di un bambino che vive il mondo in modo sensorialmente intenso e spesso travolgente.

Attraverso una narrazione semplice ma profondamente empatica, il libro rende visibile ciò che spesso resta invisibile: la fatica nella gestione degli stimoli, il bisogno di prevedibilità, la difficoltà nella lettura dei segnali sociali dell’Altro.

Dal punto di vista dello sviluppo, uno degli aspetti centrali nello spettro autistico riguarda proprio la diversa elaborazione delle informazioni sensoriali e sociali. Questo può tradursi in difficoltà, ma anche in forme peculiari di attenzione, percezione e memoria.

In età evolutiva, strumenti narrativi come questo diventano fondamentali per aiutare adulti e bambini a costruire significati condivisi.

Adolescenza e adulti: rendere visibile la differenza

Il libro La differenza invisibile (Edizioni LSWR,2018) offre uno sguardo prezioso sull’esperienza dello spettro autistico in età adulta.

Attraverso il linguaggio del fumetto, racconta la quotidianità di una persona neurodivergente, mettendo in luce un aspetto clinicamente rilevante: l’invisibilità della differenza.

 

Molte caratteristiche dello spettro non sono immediatamente riconoscibili dall’esterno, non si vedono a occhio nudo, ma influenzano profondamente la gestione delle relazioni, dei contesti sociali e delle richieste implicite dell’ambiente.

Dal punto di vista psicologico, questo richiama il tema della difficoltà nella decodifica delle regole sociali non esplicite, che spesso vengono date per scontate in contesti neurotipici.

Sfogliare questo fumetto ci ricorda che anche se qualcosa non è visibile, non significa che non abbia effetti, talvolta intensi, dentro gli individui.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Per esplorare queste tematiche attraverso il linguaggio visivo, la Pixar ha realizzato due brevi storie capaci di raccontare con delicatezza cosa significhi vivere e relazionarsi con la neurodivergenza. Entrambi i cortometraggi nascono da esperienze dirette e autentiche dei creatori: queste storie non sono solo semplici racconti, ma riflessioni vere di chi vive e conosce profondamente lo spettro autistico.

Questi racconti ci invitano a riflettere su come ogni persona abbia il proprio modo di sentire e abitare il mondo, ricordandoci che la differenza non dev’essere necessariamente un ostacolo, ma può diventare un’occasione per aprirsi all’Altro e crescere insieme.

In Loop (2020) due ragazzi devono imparare a navigare insieme su una canoa, nonostante comunichino in modi opposti. Renee è una ragazza autistica non verbale e il suo compagno di viaggio, Marcus, deve imparare a sintonizzarsi con lei senza usare le parole. Quando Marcus smette di pretendere che lei si comporti come lui e inizia ad ascoltare il suo ritmo e i suoi suoni, riesce a creare un ponte che mette avvicina i loro mondi diversi.

Perché non dobbiamo forzare gli altri a entrare nel nostro mondo, ma avere la curiosità di fare un passo verso il loro.

In Float (2019), un bambino vola invece di camminare. Inizialmente il papà prova a nascondere questa sua caratteristica per paura del giudizio altrui, cercando di rendere il figlio normale. Col tempo, però, capisce che la felicità arriva solo quando smette di combattere quella particolarità e decide di lasciare che il bambino si esprima così come è.

È un messaggio potente su quanto sia importante creare ambienti dove nessuno si senta sbagliato perché si muove, o vive, in modo differente

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

Lo spettro autistico ci invita a una riflessione più ampia su cosa significhi comprendere l’Altro, anche quando l’Altro non è neurodivergente rispetto a noi.

Perché leggere tra le righe, in questo caso, significa riconoscere che esistono molteplici modi di percepire, sentire e comunicare, e che la comprensione nasce sempre da un incontro tra le differenze, non dalla loro riduzione.


La domanda con cui possiamo lasciarci oggi è: cosa posso fare per capire il modo di leggere ed abitare il mondo dell’Altro?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale