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Benessere sessuale: oltre i miti, verso una maggiore consapevolezza

Benessere sessuale: oltre i miti, verso una maggiore consapevolezza

Per la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale, una riflessione su cosa significa vivere la sessualità in modo autentico, rispettoso e libero da stereotipi

Il 4 settembre, la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale rappresenta un’occasione per riflettere su un aspetto fondamentale della salute che purtroppo, ancora oggi, viene spesso trascurato o affrontato con imbarazzo e una lunghissima lista di tabù.

La sessualità fa parte dell’esperienza umana lungo tutto il ciclo di vita.
Non riguarda soltanto i rapporti sessuali, ma comprende il modo in cui ciascuno vive il proprio corpo, l’identità, il desiderio, l’intimità, l’affettività e le relazioni.

Eppure, molte persone (professionisti della salute compresi) faticano ancora a parlarne, anche all’interno di un percorso psicologico.

Che cos'è il benessere sessuale?

La World Health Organization definisce il benessere sessuale come uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale in relazione alla sessualità, e non semplicemente come assenza di malattie o disfunzioni.

Questo cambia profondamente la prospettiva.

Parlare di benessere sessuale significa parlare della possibilità di vivere la propria sessualità in modo consapevole, libero, rispettoso di sé e dell’Altro, all’interno di relazioni consensuali e prive di coercizione, discriminazione o violenza.

Non esiste perciò una sola modalità “corretta” di vivere la sessualità.
Esistono invece modalità che possono essere più o meno soddisfacenti per la persona che le vive.

La sessualità cambia insieme a noi

La sessualità non è una dimensione statica. Si modifica nel corso della vita, accompagnando i cambiamenti del corpo, delle relazioni, delle esperienze e delle diverse fasi evolutive.

L’adolescenza, la costruzione delle prime relazioni intime, la genitorialità, alcune condizioni mediche o semplicemente il passare degli anni possono trasformare il modo in cui viviamo il desiderio, il piacere e l’intimità.

Comprendere questi cambiamenti significa evitare di interpretarli automaticamente come segnali di malfunzionamento e imparare a costruire nuovi equilibri, coerenti con il momento di vita che si sta attraversando.

I falsi miti che influenzano il nostro modo di vivere la sessualità

Molte delle idee che abbiamo sulla sessualità non derivano da conoscenze scientifiche, ma da stereotipi e copioni culturali, educativi e mediatici che abbiamo interiorizzato nel corso della vita.
Anche se non rappresentativi della realtà, questi miti possono influenzare profondamente il nostro benessere.

Mito 1: esiste una sessualità “normale”
La sessualità umana è caratterizzata da un’ampia variabilità. Frequenza dei rapporti, desiderio, fantasie, modalità relazionali, identità, orientamento e preferenze sessuali possono differire notevolmente da persona a persona senza rappresentare un problema clinico.

Mito 2: una sessualità soddisfacente coincide con prestazioni elevate
La qualità della vita sessuale non si misura in termini di frequenza, durata o performance.
Benessere sessuale significa piuttosto vivere esperienze coerenti con i propri bisogni e desideri.

Mito 3: parlare di sessualità è semplice se una relazione funziona
Anche nelle coppie con una buona relazione affettiva può essere difficile comunicare desideri, paure, limiti o bisogni in ambito sessuale, ma questa è una competenza che può essere appresa e allenata.

Mito 4: se c’è un problema, basta aspettare e passerà
Alcune difficoltà possono risolversi spontaneamente, ma quando il disagio persiste o limita la qualità della vita è importante chiedere un supporto professionale, senza viverlo come un fallimento.

Mito 5: il benessere sessuale riguarda solo chi è sessualmente attivo
La sessualità accompagna tutto il ciclo di vita e comprende anche il rapporto con il proprio corpo, l’identità, l’intimità e l’affettività. È una dimensione che riguarda ogni persona, indipendentemente dall’età, dallo stato relazionale o dalla effettiva attività sessuale.

Quando una sessualità è "atipica"?

In sessuologia clinica è importante distinguere ciò che è statisticamente meno frequente (sessualità atipica) da ciò che costituisce un problema clinico (un disturbo o una disfunzione sessuale).

Nel corso della storia molte caratteristiche della sessualità umana sono state considerate patologiche per il solo fatto che si discostano dalla norma sociale del periodo storico in una data cultura di riferimento.

Oggi sappiamo, grazie alla ricerca scientifica e ai dati importanti che ha raccolto, che orientamento sessuale, identità di genere, fantasie, pratiche consensuali o modalità relazionali, per quanto atipiche, non costituiscono di per sé una psicopatologia.

Uno degli elementi centrali nella valutazione clinica è piuttosto la presenza o meno di distress clinicamente significativo, cioè di una sofferenza soggettiva persistente o di una compromissione importante del funzionamento personale, relazionale o lavorativo.

Questo significa che, in sessuologia clinica, non è sufficiente osservare un comportamento per stabilire se sia presente un problema. È fondamentale comprendere come quella persona vive la propria esperienza.

Una pratica sessuale, una fantasia o una modalità relazionale possono essere poco comuni, ma non per questo patologiche.
Al contrario, anche esperienze considerate “normative” possono diventare fonte di intensa sofferenza quando vengono vissute con ansia, vergogna, senso di inadeguatezza o conflitto.

Una persona può vivere una sessualità non convenzionale senza sperimentare alcun disagio.
Come, al contrario, una persona con una sessualità del tutto “normativa” può vivere una profonda sofferenza.

È questo che rende necessaria una valutazione clinica attenta e libera da giudizi morali.

Dalla normalizzazione delle terapie riparative all'accoglienza

La psicologia e la sessuologia hanno attraversato negli anni importanti cambiamenti culturali, teorici e pratici.

Per molto tempo l’obiettivo era ricondurre la sessualità entro modelli considerati “normali”, a cui si ambiva a far aderire tutti i pazienti.

Oggi la prospettiva è profondamente diversa.
L’intervento clinico non mira a modificare identità sessuale o di genere, orientamento sessuale o modalità relazionale del paziente, ma ad accompagnare la persona a una maggior comprensione di sé stessa, alla riduzione della sofferenza e alla costruzione di una vita sessuale coerente con il proprio Sé e soddisfacente.

Accoglienza significa distinguere tra ciò che genera sofferenza e ciò che semplicemente esprime la naturale variabilità della sessualità umana, senza rinunciare alle competenze e metodologie cliniche.

Perché parlare di sessualità nel sostegno psicologico?

Molte persone iniziano un percorso psicologico per ansia, difficoltà relazionali, bassa autostima, blocchi emotivi o problemi molto concreti e quotidiani, senza immaginare che anche la sessualità può avere un ruolo importante.

Il modo in cui viviamo la nostra sessualità è spesso intrecciato con la immagine corporea, la nostra storia relazionale, le nostre competenze comunicative, la nostra abilità di regolazione emotiva, i nostri significati simbolici più profondi.

Parlare di sessualità all’interno del proprio percorso psicologico permette di esplorare il rapporto della persona con il desiderio, il piacere, l’intimità, il bisogno di controllo, e molti altri elementi psicologici che trovano espressione anche in ambiti molto diversi dalla sessualità.

Ignorare questa dimensione rischia perciò di lasciare inesplorata una parte significativa della vita della persona.

Quando può essere utile una consulenza sessuologica?

Una consulenza sessuologica è prima di tutto uno spazio di ascolto, in cui la persona (o la coppia) può affrontare temi spesso vissuti con imbarazzo, paura o senso di solitudine, in un contesto professionale e sicuro.

I primi colloqui hanno l’obiettivo di comprendere la domanda portata dalla persona, raccogliere la storia personale, relazionale e sessuale, valutare i fattori psicologici, relazionali e, quando necessario, anche quelli medici che possono contribuire alla difficoltà.

Non sempre una consulenza porta all’avvio di un percorso psicologico o sessuologico: talvolta è sufficiente offrire informazioni corrette, chiarire alcuni dubbi o fornire indicazioni specifiche.
In altri casi, invece, la consulenza rappresenta il primo passo verso un percorso più strutturato, individuale o di coppia, costruito sulla base delle esigenze della persona.

Ogni caso va considerato nella sua unicità, ma in generale possiamo individuare alcuni elementi che richiederebbero una prima consulenza sessuologica:

  • calo o assenza del desiderio vissuti con sofferenza;
  • dolore durante i rapporti sessuali (per qualsiasi genere);
  • difficoltà di erezione o di eiaculazione per i maschi;
  • difficoltà orgasmiche (per qualsiasi genere);
  • dubbi rispetto alla propria identità o orientamento;
  • vissuti di vergogna o ansia legati alla sessualità;
  • difficoltà comunicative nella coppia o con i partner sessuali;
  • cambiamenti della sessualità dopo malattia, gravidanza, trauma o particolari fasi di vita.

La consulenza sessuologica non è rivolta esclusivamente a chi presenta una diagnosi o una disfunzione, ma anche a chi desidera comprendere meglio il proprio funzionamento e vivere la sessualità con maggiore consapevolezza.

Cosa ci portiamo a casa

Parlare di benessere sessuale significa riconoscere che la sessualità non è un elemento marginale dell’esperienza umana, ma una dimensione che attraversa identità, relazioni, corpo ed emozioni.
Prendersene cura contribuisce a costruire un modo di vivere più autentico con sé stessi, senza inseguire un falso ideale di “normalità”.

Il benessere sessuale non si misura in base alla nostra conformità a uno standard di “normalità”, ma sulla possibilità di vivere la propria sessualità con consapevolezza, libertà e rispetto, per tutti gli esseri umani, nella loro meravigliosa unicità.

dott.ssa Gaia Zanzottera

psicologa clinica

sessuologa clinica in formazione

Hai dubbi o stai vivendo una difficoltà legata alla tua sessualità?
Una consulenza sessuologica può aiutarti a comprendere meglio ciò che stai vivendo, distinguere i cambiamenti fisiologici dalle difficoltà che meritano un approfondimento e individuare, se necessario, il percorso di supporto più adatto. Parlare di sessualità in un contesto professionale significa trovare uno spazio di ascolto competente, rispettoso e libero dal giudizio.

Bibliografia

Documenti istituzionali

  • Defining sexual health: Report of a technical consultation on sexual health. World Health Organization (2006). 
  • Declaration of Sexual Rights.World Association for Sexual Health (2014, aggiornata 2019).

Manuali diagnostici

  • Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – 5 – TR (DSM-5-TR). American Psychiatric Association, 2022.
  • International Classification of Diseases 11th Revision. World Health Organization.

Libri specialistici

  • a cura di Leiblum S.R., Principles and Practice of Sex Therapy. (CIC Edizioni Internazionali, 2004) 
  • Nagoski E., Come as You Are. (Spazio Interiore, 2022) 
  • Pellai, A., Educazione sessuale emotiva. Come parlare di sesso ai ragazzi (e non solo). (Erickson, 2015)
Quando aspettare diventa difficile

Quando aspettare diventa difficile Frustrazione, noia e gratificazione immediata nell’era digitale

DUE STORIE SPECCHIO

Marco ha 11 anni. È sveglio, brillante, va bene a scuola. Ma alle 21, quando i genitori spengono la PlayStation, inizia l’inferno: urla, insulti, porte sbattute.

«È cattivo carattere», dice la mamma.

Luca ha 29 anni. Lavora in un’agenzia, è competente e affidabile. La settimana scorsa, durante una riunione, ha alzato la voce perché il capo aveva rimandato una risposta di appena due ore.

«Non mi ascoltano subito», ha detto.

Poi è andato in bagno e si è messo a scrollare TikTok per calmarsi.

A prima vista, Marco e Luca non hanno nulla in comune. Uno è un bambino, l’altro è un adulto. Uno litiga per una console, l’altro per una risposta che tarda ad arrivare.

Eppure, in studio, possiamo osservare lo stesso meccanismo: una soglia di tolleranza alla frustrazione che si è progressivamente abbassata.

E anche un contesto comune: anni trascorsi dentro un ambiente che ci ha abituati alla rapidità della ricompensa. Un video, un like, una consegna, una risposta, un acquisto: tutto è immediatamente disponibile.

Nel 2026, quando valutiamo un problema comportamentale, non possiamo più limitarci a parlare di «temperamento difficile», «scarsa educazione» o «mancanza di volontà». C’è una variabile ambientale che merita di essere integrata nella valutazione: l’ecosistema digitale nel quale bambini, adolescenti e adulti trascorrono una parte crescente della loro giornata.

Non significa che lo smartphone, i videogiochi o i social «causino» un disturbo del comportamento. Significa qualcosa di più complesso: il contesto nel quale il cervello si allena può influenzare il modo in cui impariamo a gestire attesa, noia, impulso e frustrazione.

E se ignoriamo questo contesto, rischiamo di occuparci soltanto della punta dell’iceberg.

UN CERVELLO ALLENATO ALLA GRATIFICAZIONE IMMEDIATA

Il cervello umano è straordinariamente adattabile. Impara dalle esperienze ripetute e, nel tempo, costruisce aspettative.

Oggi molti bambini e adolescenti crescono in un ambiente caratterizzato da una sequenza quasi ininterrotta di stimoli brevi e ricompense rapide: video che cambiano continuamente, notifiche, videogiochi con premi, contenuti personalizzati dagli algoritmi, feed infiniti.

Fai un’azione e ricevi una risposta. Se un contenuto non interessa, lo salti. Se arriva la noia, cambi stimolo.

La regola implicita può diventare semplice: se qualcosa non mi gratifica subito, posso passare oltre.

Negli adulti il meccanismo non è molto diverso. Cambiano le piattaforme, ma non la logica: notifiche WhatsApp, e-mail, messaggi di lavoro, acquisti con un clic, consegne rapide, social network e aggiornamenti continui.

Anche noi adulti siamo immersi nella cultura dell’immediatezza.

Il problema emerge quando questa modalità di funzionamento entra in conflitto con la vita reale, che continua a essere fatta di attese, risposte che tardano, compiti noiosi, relazioni difficili e desideri che non possono essere soddisfatti immediatamente.

È proprio lì che può comparire la difficoltà.

Cosa osserviamo sempre più spesso?

  1. Una minore tolleranza alla frustrazione.
    Un «no», un’attesa o un limite possono essere vissuti con un’intensità sproporzionata rispetto alla situazione.
  2. Una minore tolleranza alla noia.
    Anche pochi minuti senza uno stimolo possono diventare difficili da sostenere.
  3. Una maggiore irritabilità.
    Soprattutto quando l’uso degli schermi si intreccia con sonno insufficiente, interruzioni notturne, sovrastimolazione e difficoltà a staccare.

Non stiamo necessariamente parlando di dipendenza dai social.

Stiamo parlando di qualcosa di più ampio: come un ambiente caratterizzato da stimoli frequenti e gratificazioni rapide possa modificare le abitudini con cui affrontiamo il disagio.

In psicopatologia dello sviluppo questo elemento è particolarmente importante. Lo stesso problema comportamentale può presentarsi oggi con caratteristiche diverse rispetto a dieci o vent’anni fa: maggiore impulsività, maggiore conflittualità nei momenti di interruzione dello schermo e maggiore difficoltà nel passaggio da un’attività altamente stimolante a una meno gratificante.

I TRE ERRORI CHE POSSONO PEGGIORARE LA SITUAZIONE

Negli ultimi anni, osservando bambini, adolescenti e adulti, ritornano alcuni schemi molto simili.

Sono errori comprensibili. Spesso nascono dalla necessità di spegnere rapidamente un conflitto o ridurre un disagio.

Ma proprio per questo possono diventare controproducenti.

Errore 1: usare lo schermo come calmante

«Basta piangere, ti do il tablet».

Funziona. Ed è proprio questo il problema.

Se ogni volta che compare un’emozione difficile arriva immediatamente uno schermo, il cervello può imparare ad associare il disagio alla necessità di cercare uno stimolo esterno per stare meglio.

A 10 anni può diventare: mi arrabbio, gioco.

A 30 anni: sono ansioso, scrollo Instagram.

Il rischio è che non venga sufficientemente allenata una competenza fondamentale: la capacità di attraversare un’emozione senza doverla cancellare immediatamente.

 

Errore 2: togliere lo schermo come punizione senza offrire alternative

«Mi hai risposto male? Niente telefono per una settimana».

Stabilire regole è necessario. Ma una regola funziona meglio quando è accompagnata da un’alternativa.

Se lo schermo è diventato il principale strumento per scaricare tensione, eliminarlo improvvisamente senza insegnare altri modi per regolare l’attivazione può aumentare il conflitto.

Negli adulti accade qualcosa di simile.

«Da lunedì niente social».

Dopo due giorni, arrivano irritabilità, automatismi, desiderio di controllare il telefono e, spesso, una ricaduta ancora più intensa.

Il punto non è semplicemente togliere. È imparare a sostituire.

 

Errore 3: confini temporali poco chiari

«Va bene, ancora cinque minuti».

Che diventano venti. Poi quaranta.

Il problema non è soltanto la quantità di tempo trascorsa davanti allo schermo. È anche il messaggio implicito: la regola può essere spostata se insisto abbastanza.

In questo modo il conflitto diventa parte della negoziazione.

E qualcosa di simile può accadere all’adulto che non riesce a chiudere il computer alle 18 perché c’è «ancora una mail», poi «ancora una cosa», poi «solo cinque minuti».

Il confine diventa sempre negoziabile.

Questi tre errori non «creano» da soli un disturbo del comportamento. Possono però contribuire a mantenerlo o ad amplificarlo, perché rendono più difficile imparare una competenza fondamentale: sopportare la frustrazione senza doverla evitare immediatamente.

QUATTRO STRATEGIE PER ALLENARE ATTESA, NOIA E FRUSTRAZIONE

Non serve demonizzare la tecnologia.

Serve imparare a usarla senza permettere che diventi l’unico strumento con cui regoliamo le nostre emozioni.

In altre parole, dobbiamo tornare ad allenare tre «muscoli»: attesa, noia e frustrazione.

  1. Creare finestre senza schermo

Stabilire momenti quotidiani realmente privi di dispositivi.

Per i bambini possono essere alcune fasce dopo la scuola, durante i pasti e prima di andare a dormire.

Per gli adulti, la prima parte della mattina e l’ultima ora della sera possono diventare momenti protetti dalle notifiche.

L’obiettivo non è «resistere» al telefono. È fare esperienza di una cosa semplice ma fondamentale: si può stare bene anche quando non sta succedendo nulla sullo schermo.

All’inizio può esserci agitazione. È normale. La capacità di stare senza stimoli va allenata gradualmente.

 

  1. Introdurre pause regolari

Una semplice regola pratica è quella del 20-20-20: dopo 20 minuti davanti a uno schermo, fare una pausa di circa 20 secondi guardando qualcosa a circa 20 piedi, cioè 6 metri, di distanza.

È una strategia pensata soprattutto per ridurre l’affaticamento visivo, non una cura per il comportamento né un «antidoto dopaminergico».

Ma il principio della pausa resta prezioso: interrompere consapevolmente l’automatismo dello scroll e riportare l’attenzione al corpo e all’ambiente.

 

  1. Dare un nome alla frustrazione

«Lo so che è difficile aspettare. Il tuo corpo vorrebbe avere subito quello che desidera. Fermiamoci trenta secondi e vediamo cosa succede».

Sembra banale, ma non lo è.

Dare un nome all’impulso permette di creare uno spazio tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo.

«Sono arrabbiato» non significa necessariamente «devo reagire».

«Sono annoiato» non significa necessariamente «devo prendere il telefono».

È uno dei passaggi centrali della regolazione emotiva: imparare che un impulso può essere osservato senza essere immediatamente seguito.

 

  1. Sostituire, non soltanto togliere

Se si riducono TikTok, videogiochi o social network, bisogna chiedersi: con cosa li sostituiamo?

Sport, cucina, musica, disegno, lettura, attività manuali, passeggiate, conversazioni, gioco non digitale.

Non perché siano automaticamente «migliori», ma perché permettono di sperimentare una forma diversa di gratificazione: più lenta, meno prevedibile, spesso legata all’impegno.

Il cervello deve tornare a fare esperienza del fatto che non tutte le ricompense arrivano immediatamente.

Non è solo «cattivo carattere»

Quando Marco esplode perché deve spegnere la PlayStation e Luca perde la pazienza perché una risposta tarda ad arrivare, sarebbe facile concludere che entrambi abbiano semplicemente un «brutto carattere».

Ma questa spiegazione è troppo semplice.

Il comportamento nasce dall’incontro tra caratteristiche individuali, storia personale, relazioni, sonno, ambiente e contesto sociale.

Oggi, dentro questo contesto, dobbiamo includere anche l’ecosistema digitale.

 

Dott.ssa Mara Gazzi
Psicologa dell’età evolutiva e della Psicopatologia dell’apprendimento
Specializzata in Neuropsicologia Clinica
Psicoterapeuta Cognitivo-comportamentale

Leggere tra le righe

Leggere tra le righe Creatività: ritrovare il piacere di immaginare

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio noi stessi e gli altri, nelle immagini che danno forma a esperienze spesso difficili da raccontare.

 

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso letture che possano accompagnare diverse età della vita. Perché le storie non sono soltanto occasioni di svago: ci aiutano a osservare il mondo da prospettive nuove e, qualche volta, a guardare noi stessi con occhi diversi.

 

Agosto è spesso il mese in cui il tempo rallenta. Le giornate si fanno meno scandite dagli impegni e possiamo concederci uno spazio diverso. È il momento ideale per riscoprire una risorsa che, crescendo, rischiamo di lasciare in secondo piano: la creatività.

La creatività: molto più di un talento

Quando sentiamo parlare di creatività, pensiamo spesso all’arte, alla musica o al disegno. In realtà, dal punto di vista psicologico, essere creativi significa molto di più.

 

La creatività è la capacità di immaginare possibilità nuove, trovare soluzioni diverse, mettere in relazione idee apparentemente lontane e adattarsi ai cambiamenti senza restare imprigionati in un unico modo di pensare.

 

È una competenza che accompagna tutto il ciclo di vita e che contribuisce allo sviluppo della flessibilità cognitiva, della regolazione emotiva e della capacità di affrontare le difficoltà.
Per questo la creatività non riguarda solo ciò che produciamo, ma soprattutto il modo in cui guardiamo il mondo.

Infanzia: immaginare aiuta a crescere

Il libro Domani inventerò (Terredimezzo, 2014) celebra la forza dell’immaginazione e la libertà di inventare possibilità nuove.

Attraverso una narrazione semplice e ricca di suggestioni, invita i bambini (e i grandi!) a sperimentare, fantasticare e costruire mondi che ancora non esistono.

 

Dal punto di vista dello sviluppo, il gioco simbolico rappresenta uno degli strumenti più importanti per la crescita. Quando un bambino immagina, trasforma un oggetto, inventa una storia o attribuisce nuovi significati alla realtà, non sta semplicemente giocando: sta sviluppando pensiero astratto, capacità di problem solving e competenze emotive.

È in quei momenti che la creatività si fa palestra per la mente.

La creatività nasce dall'ascolto

Il libro In canto (Terredimezzo, 2023) chiede al lettore di rallentare, osservare e lasciarsi sorprendere dalla bellezza nascosta delle cose del mondo.

Attraverso poesia ed acquerelli vividi, ci racconta che la creatività non è soltanto inventare qualcosa di nuovo, ma anche capacità di ascoltare, accogliere e guardare con attenzione ciò che ci circonda.

“E abbiamo fatto una specie di canzone a due mani, che canta le infinite forme di vita che popolano la Terra e il Cosmo, la meraviglia (e anche la responsabilità) che ne deriva per la specie umana.” (Giusi Quarenghi)

Dal punto di vista psicologico, questa disponibilità all’ascolto favorisce la curiosità e l’apertura mentale, due ingredienti fondamentali del pensiero creativo.
Perché per creare qualcosa di nuovo è necessario concedersi prima il tempo di osservare.

Le vacanze come spazio creativo

Durante l’anno siamo troppo spesso orientati alla produttività: organizziamo, pianifichiamo, risolviamo problemi.


Le vacanze ci offrono la possibilità per qualcosa di diverso. Non solo tempo libero, ma tempo non completamente programmato.

È proprio in questi spazi meno strutturati che la mente può riorganizzare le esperienze, fare collegamenti inattesi e lasciare emergere idee nuove.

 

Per i bambini questo significa avere momenti di gioco spontaneo, costruzioni, letture, passeggiate, invenzioni.
Per gli adulti può voler dire concedersi attività senza un obiettivo preciso: scrivere, fotografare, cucinare, camminare, leggere, osservare un paesaggio, provare qualcosa che non si è mai fatto.

La creatività abbonda quando non tutto è già definito.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Il film Hugo Cabret (Paramount Pictures, 2011), diretto da Martin Scorsese e tratto dall’omonimo romanzo illustrato di Brian Selznick, racconta la storia di Hugo, un bambino che vive nascosto nella stazione ferroviaria di Parigi e che, spinto dalla curiosità e dal desiderio di dare un senso alla propria storia, intraprende un viaggio fatto di incontri, scoperte e meraviglia.

 

Attraverso gli occhi del protagonista, il film mostra come la creatività fiorisca dall’osservazione attenta, dalla capacità di porsi domande e dal coraggio di immaginare possibilità nuove, anche quando la realtà sembra segnata dalla perdita o dalla solitudine.
Hugo non si limita a guardare ciò che ha davanti: prova a comprenderlo, a ricomporlo, a immaginare connessioni che altri non vedono. È proprio questo processo creativo che gli permette di costruire nuovi legami, di riscoprire storie dimenticate e, in un certo senso, di ritrovare anche sé stesso.

 

Hugo Cabret ci ricorda che creare non equivale sempre e solo a produrre un’opera d’arte, ma è mantenere vivo uno sguardo curioso sul mondo e su ciò che ancora non conosciamo.
È un invito, rivolto a bambini e adulti, a coltivare l’immaginazione come uno spazio in cui le idee, le emozioni e le relazioni possono prendere forme nuove.

Ed è forse questa una delle sue forme più preziose: permetterci di trasformare il modo in cui guardiamo il mondo e, qualche volta, anche il modo in cui guardiamo noi stessi.

Conclusione: lasciare spazio a ciò che ancora non esiste

La creatività non è una qualità riservata a pochi, ma una possibilità che appartiene a ciascuno di noi.

Ogni volta che immaginiamo una strada diversa, troviamo un modo nuovo di affrontare una difficoltà o ci concediamo il tempo di giocare con le idee, stiamo allenando una parte di noi fondamentale per il benessere psicologico.

Allora la domanda con cui andiamo in vacanza questo mese è: Quando è stata l’ultima volta che abbiamo creato qualcosa senza preoccuparci del risultato?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

Funzionamento Intellettivo Limite:

Funzionamento Intellettivo Limite: quando le difficoltà non sono sempre visibili

Ti è mai capitato di vedere un bambino che si impegna, ma sembra comunque arrancare a scuola? O di chiederti: “Perché tutto questo impegno non si traduce nei risultati attesi?”

E se dietro queste difficoltà non ci fosse una mancanza di volontà, ma un diverso modo di apprendere, comprendere e affrontare le richieste della scuola e della vita quotidiana?

Tra le possibili spiegazioni vi è il Funzionamento Intellettivo Limite (FIL). Molti bambini con FIL si impegnano, studiano, cercano di seguire le spiegazioni e di affrontare le richieste scolastiche, ma possono continuare a incontrare difficoltà negli apprendimenti. Per questo, talvolta, vengono etichettati come distratti o poco motivati. In realtà, si tratta di un diverso funzionamento cognitivo che, se riconosciuto e compreso, può essere supportato attraverso strategie e interventi adeguati.

Ma che cosa significa avere un funzionamento intellettivo limite?

Il Funzionamento Intellettivo Limite è una condizione del neurosviluppo che si colloca tra lo sviluppo tipico e la disabilità intellettiva. Se in passato veniva identificato principalmente attraverso un quoziente intellettivo compreso tra 71 e 84, oggi la valutazione è più ampia e considera non solo il livello cognitivo, ma anche le modalità con cui il bambino affronta le richieste della vita quotidiana nei diversi contesti, come la scuola, la famiglia e le relazioni con i coetanei.

Come si manifestano le difficoltà a scuola?

Uno degli aspetti che rende il FIL difficile da riconoscere è che le difficoltà non sono sempre evidenti. Molti bambini riescono a seguire le attività quotidiane, ma iniziano a mostrare maggiori fatiche quando le richieste scolastiche diventano più complesse. Possono impiegare più tempo per apprendere nuovi concetti, avere difficoltà a comprendere consegne articolate, organizzare lo svolgimento dei compiti, mantenere le informazioni in memoria o gestire più attività contemporaneamente. Anche il linguaggio può risultare più semplice, con possibili difficoltà nel cogliere informazioni implicite, fare collegamenti tra concetti e affrontare ragionamenti più astratti.

Queste difficoltà possono influenzare significativamente l’esperienza scolastica. Quando le richieste e le modalità di valutazione non tengono conto del profilo cognitivo del bambino, il rischio è che possa sperimentare ripetuti vissuti di insuccesso e frustrazione, anche a fronte dell’impegno dedicato.  Nel tempo, tali esperienze possono incidere anche sul piano emotivo, influenzando la fiducia nelle proprie capacità e la motivazione verso lo studio.

Quali strumenti di supporto esistono?

È fondamentale che famiglia, scuola e professionisti lavorino in modo coordinato. In ambito scolastico possono essere utili strategie didattiche personalizzate, come l’utilizzo di mappe concettuali, schemi visivi, tempi più lunghi per lo svolgimento delle attività, la suddivisione dei compiti in piccoli passaggi e la valorizzazione dei punti di forza del bambino. Quando presenti i requisiti previsti, il FIL può rientrare tra le situazioni considerate nell’ambito dei Bisogni Educativi Speciali (BES), permettendo l’elaborazione di un Piano Didattico Personalizzato (PDP).

Anche il supporto psicologico può rappresentare una risorsa importante. Interventi mirati e adattati alle caratteristiche del bambino possono favorire lo sviluppo di strategie per gestire la frustrazione, migliorare la regolazione emotiva e rafforzare il senso di autoefficacia. Un ulteriore supporto può essere rappresentato da percorsi individualizzati di potenziamento, finalizzati a sostenere le aree di maggiore difficoltà, sviluppare strategie di apprendimento più efficaci, migliorare l’organizzazione dello studio e favorire l’acquisizione di un metodo di lavoro adeguato alle proprie caratteristiche.

Parallelamente, percorsi di Parent Training possono aiutare i genitori a comprendere meglio il funzionamento del proprio figlio e a individuare modalità educative e comunicative più efficaci, favorendo un ambiente di crescita maggiormente supportivo.

In conclusione, forse la domanda più importante è questa: stiamo davvero guardando questi bambini per quello che sono, o per quello che ci aspettiamo che siano? 

Riconoscere il Funzionamento Intellettivo Limite non significa attribuire un’etichetta, ma comprendere il modo in cui un bambino apprende, affronta le difficoltà e mette in campo le proprie risorse. Quando famiglia, scuola e professionisti collaborano, è possibile costruire un percorso capace di valorizzarne le potenzialità, sostenere le fragilità e favorire una crescita caratterizzata da maggiore fiducia nelle proprie capacità.

Dott.ssa Grignolo Sofia

Psicologa clinica dell’età evolutiva 

BIBLIOGRAFIA:

  • Sala, R., Celentano, E., Antonietti, A., & Daffi, G. (2015). Il pensiero facilitato: immagini, analogie, metacognizione e mappe. In G. Daffi (a cura di), Gli alunni con funzionamento intellettivo limite. Teorie, intervento didattico e proposte operative (pp. 153–179). Edizioni Centro Studi Erickson.
  • Pontalti, M., Zambotti, F., & Daffi, G. (2015). Strategie logico-visive, mappe e aiuti visivi. In F. Zambotti (a cura di), BES a scuola. I 7 punti chiave per una didattica inclusiva (pp. 144–177). Erickson.
  • Stievano, P., Mammarella, V., Melogno, S., & Di Brina, C. (2026). Il Funzionamento Intellettivo Limite in età evolutiva. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale32(1), 107.
Due lingue confondono o arricchiscono? Il vero impatto del bilinguismo nei bambini

Due lingue confondono o arricchiscono? Il vero impatto del bilinguismo nei bambini

Crescere in una casa dove si parlano due o più lingue è un’opportunità straordinaria, ma per molti genitori può diventare fonte di dubbi e preoccupazioni. Spesso ci si chiede: “Mio figlio farà confusione?”, “Parlerà più tardi rispetto agli altri?”. Dal punto di vista della psicologia dello sviluppo, la risposta è questa: il cervello dei bambini è equipaggiato per accogliere più lingue contemporaneamente. Facciamo chiarezza, partendo dai miti da sfatare per arrivare a come gestire questa ricchezza nel quotidiano. 

I falsi miti sul bilinguismo

Il pregiudizio più comune è che il bilinguismo causi un ritardo nel linguaggio. Non è così. Un bambino esposto a due lingue potrebbe avere un vocabolario leggermente ridotto in ciascuna delle due se considerate singolarmente, ma il suo vocabolario totale (la somma delle parole che conosce in entrambe le lingue) è spesso pari o addirittura superiore a quello dei coetanei monolingui. Un altro timore è la confusione linguistica, legata al fatto che i bambini mescolano le parole di lingue diverse nella stessa frase (code-switching). Questo non è un errore o un segnale di disagio, bensì una strategia cognitiva raffinata: il bambino usa temporaneamente le risorse di una lingua per colmare un vuoto nell’altra.

Le tappe dello sviluppo linguistico: cosa aspettarsi?

Lo sviluppo linguistico di un bambino bilingue segue, nelle macro-tappe, quello di un bambino monolingue, ma con alcune peculiarità: 

0-12 mesi: Il neonato discrimina i suoni di entrambe le lingue a cui è esposto. Intorno all’anno compaiono le prime parole (che possono appartenere a una sola delle due lingue). 

18-24 mesi: Inizia la combinazione di due parole. È la fase in cui il code-switching è più evidente. 

3-4 anni: Il bambino impara a differenziare chiaramente i contesti e gli interlocutori, capendo con chi usare una determinata lingua. 

È fondamentale ricordare che lo sviluppo dipende dalla quantità e dalla qualità dell’esposizione: la lingua parlata più frequentemente (spesso quella del Paese in cui si vive) diventerà naturalmente quella dominante. 

I benefici del bilinguismo secondo la scienza

La ricerca scientifica internazionale ha ampiamente dimostrato i vantaggi dell’esposizione precoce a due lingue:

  • Vantaggi Cognitivi: Gli studi pionieristici della professoressa Ellen Bialystok dimostrano che i bambini bilingui sviluppano una marcia in più nelle cosiddette funzioni esecutive. Poiché il loro cervello deve costantemente attivare una lingua e inibire l’altra a seconda dell’interlocutore, questo continuo esercizio invisibile allena la corteccia prefrontale. Il risultato? I bambini bilingui mostrano spesso una maggiore capacità di concentrazione, sono più abili nel focalizzare l’attenzione ignorando le distrazioni esterne e mostrano una spiccata attitudine al multitasking e al problem solving.
  • Decentramento cognitivo e apertura mentale: Imparare due lingue insegna fin da piccoli che la realtà può essere codificata in modi diversi (un cane è sia “cane” che “dog”). Questo allena il bambino al cosiddetto decentramento cognitivo, ovvero la capacità precoce di capire che gli altri possono avere un punto di vista differente dal proprio. Questo accade perché il bambino deve costantemente “scegliere” quale lingua usare in base all’interlocutore. Si tratta di un’abilità psicologica straordinaria che nei bambini bilingui si sviluppa in media un anno prima rispetto ai coetanei monolingui, favorendo una precoce empatia e sensibilità sociale.

Consigli pratici per la quotidianità in famiglia

Per aiutare i bambini a vivere il bilinguismo in modo sereno e naturale, i genitori possono adottare alcune buone abitudini:

  1. Seguire la strategia OPOL (One Parent, One Language): Se i genitori sono di madrelingua diversa, la regola ideale è che ciascuno parli al bambino esclusivamente la propria lingua nativa. Questo offre al piccolo punti di riferimento relazionali chiari.
  2. Puntare sull’emotività e sul gioco: La lingua si apprende attraverso la relazione. Leggete storie, cantate canzoni, guardate cartoni animati e, soprattutto, giocate. La lingua deve essere associata a un’esperienza emotiva positiva, non a un dovere.
  3. Valorizzare il tentativo di comunicazione: Se vostro figlio mescola le lingue o fa un errore, non sgridatelo e non chiedetegli di ripetere. Semplificate la comunicazione rispondendo nel modo corretto. Ad esempio, se dice “Voglio la apple”, rispondete: “Ecco la mela, tieni”. In questo modo fornite il modello corretto senza interrompere il flusso comunicativo, valorizzando sempre il suo tentativo di comunicare.

Quando rivolgersi a uno specialista?

Il bilinguismo non causa disturbi del linguaggio. Se un bambino bilingue mostra difficoltà significative (come l’assenza di parole a 2 anni o una comprensione limitata), queste si manifesteranno in entrambe le lingue. In questi casi, o se avete dubbi persistenti sul suo sviluppo comunicativo, un consulto con un professionista dello studio può aiutare a fare chiarezza e a ritrovare la serenità.

Dott.ssa Martina Dal Pian

Bibliografia:

Bialystok, E. (2001). Bilingualism in development: Language, literacy, and cognition. Cambridge University Press.

Grosjean, F. (2010). Bilingual: Life and reality. Harvard University Press.

Werker, J. F., & Byers-Heinlein, K. (2008). Bilingualism in infancy: First steps in perception and coreitization. Trends in Cognitive Sciences, 12(4), 144-151.

Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Esplorazione: partire, scoprire, ritrovarsi

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio noi stessi e gli altri, nei film e nelle immagini che danno voce a esperienze universali.

 

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso letture capaci di accompagnare diverse età della vita. Perché le storie non ci offrono soltanto intrattenimento: ci aiutano a leggere il nostro mondo interno e a dare significato alle esperienze che viviamo.

 

Questo mese parliamo di esplorazione. Un tema che richiama il viaggio, la curiosità e la scoperta, ma che, dal punto di vista psicologico, riguarda soprattutto il modo in cui entriamo in relazione con ciò che ancora non conosciamo, di noi e degli altri.

Esplorare è un bisogno umano

Fin dai primi mesi di vita, il bambino manifesta un naturale desiderio di esplorare il mondo. Osserva, tocca, sperimenta, si allontana e ritorna. Questo movimento continuo tra vicinanza e scoperta, separazione e ri-unione, rappresenta uno dei motori fondamentali dello sviluppo.

 

L’esplorazione, però, non comprende solo i luoghi fisici.
Avviene anche quando si conoscono persone nuove, quando si affrontano cambiamenti, quando si mettono in discussione idee e si sperimentano possibilità diverse e, a volte, quando si scoprono parti di noi che ancora non conoscevamo.

 

Dal punto di vista psicologico, la curiosità e il desiderio di esplorare possono svilupparsi ed esprimersi al meglio quando ci sentiamo sufficientemente al sicuro. Sapere di poter contare su relazioni affidabili ci permette di affrontare l’ignoto con maggiore fiducia.

 

E il viaggio più importante non è necessariamente quello che ci porta lontano, quanto più quello che amplia il nostro modo sguardo sul mondo.

Infanzia: guardare oltre ciò che è visibile

L’albo illustrato Quello che non vedo (Il Barbagianni editore, 2025 – Premio Rodari 2025 come Miglior Albo Illustrato) invita i bambini a esercitare uno sguardo curioso e aperto, ricordando che non tutto ciò che conta può essere visto con gli occhi.

Con immagini evocative e un uso minimale della parola, il libro accompagna i più piccoli a soffermarsi su ciò che spesso sfugge a uno sguardo frettoloso, su tutte quelle dimensioni invisibili che possono dare significato alla nostra esperienza.

 

Dal punto di vista dello sviluppo, questa capacità di andare oltre l’immediato alimenta il pensiero simbolico, la creatività e la flessibilità cognitiva. Esplorare significa anche imparare ad accogliere il fatto che non tutto sia già conosciuto o spiegato. L’esplorazione diventa così un percorso che ci porta oltre l’apparenza, aiutandoci a sviluppare sensibilità, empatia e la capacità di attribuire significato a ciò che non può essere misurato o visto, ma che spesso è una parte fondamentale delle nostre relazioni e della nostra vita.

Il viaggio come esperienza di crescita

Il viaggio di Pippo (Kite, 2015) racconta un viaggio che è molto più di uno spostamento da un luogo all’altro. Come spesso accade nelle storie dedicate ai bambini, il percorso diventa occasione di incontro, cambiamento e scoperta.

 

Ogni viaggio mette alla prova le nostre certezze. Richiede di adattarsi, osservare, fare domande e, qualche volta, modificare il proprio punto di vista.
E come Pippo, a volte, partiamo con la convinzione di dover trovare qualcosa che ci manca, e arriviamo a scoprire che lo portavamo già dentro di noi.

Bastava uscire nel mondo fuori, o esplorare il nostro mondo interno, per svelare quella parte di noi.

 

Dal punto di vista psicologico, questa disponibilità all’esplorazione rappresenta una competenza preziosa lungo tutto il ciclo di vita. Crescere significa anche imparare a stare nell’incertezza, ad affrontare ciò che non controlliamo completamente e a riconoscere che ogni esperienza può trasformarci.

Esplorare anche da adulti

Con il passare degli anni, il desiderio di esplorare rischia di lasciare troppo spazio al bisogno di prevedibilità. Gli impegni, le responsabilità e le abitudini possono portarci a percorrere sempre le stesse strade, non solo in senso geografico, ma anche mentale ed emotivo.

 

Eppure, l’esplorazione continua ad avere un ruolo fondamentale anche nell’età adulta.
Concedersi la possibilità di imparare qualcosa di nuovo, conoscere persone diverse, cambiare prospettiva, mettere in discussione convinzioni consolidate o, semplicemente, fermarsi a osservare ciò che normalmente diamo per scontato, per alcuni adulti diventano vere e proprie sfide, fatiche che, se affrontate, possono nutrire quelle parti che avevamo lasciato indietro.

 

Ogni esperienza, se vissuta con curiosità, amplia il nostro repertorio di significati e contribuisce a costruire una maggiore flessibilità psicologica.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Il tema del viaggio e dell’esplorazione è da sempre uno dei motori più potenti delle storie. Per i bambini e ragazzi, in particolare, il viaggio diventa una metafora del percorso evolutivo per “diventare grandi”.
Oggi vi proponiamo un film d’animazione che tratta in modo straordinario questo tema.

Il film è Il pianeta del tesoro (2002), un gioiello Disney, tanto brillante quanto sottovalutato.
Liberamente ispirato al classico di Stevenson, parla di Jim, un ragazzo ribelle e ferito che parte su un galeone spaziale alla ricerca di un leggendario bottino. Ma la caccia al tesoro è solo un pretesto: il vero viaggio di Jim è intimo e psicologico. Sarà proprio la scelta di partire, affrontando tradimenti e ferite, a permettergli di recuperare la fiducia in se stesso, negli altri e nel futuro, che aveva perduto.

Questo film ci invita a riflettere sul fatto che l’esplorazione non sempre serve a cercare qualcosa di nuovo fuori da noi, ma anche a ritrovare parti di sé, talvolta perse a seguito di esperienze dolorose. Uscire dalle zone di comfort e mettersi alla prova diventa un mezzo per imparare cose nuove e insieme guarire ferite emotive o ricucire legami spezzati.
L’esplorazione non è mai semplicemente un’azione rivolta verso l’esterno, ma che ha contemporaneamente due vie, una che scopre qualcosa fuori e una che scopre qualcosa dentro.

Il coraggio di andare incontro verso nuovi orizzonti

Esplorare non significa cercare continuamente qualcosa di straordinario.
A volte basta guardare con occhi nuovi ciò che abbiamo davanti ogni giorno.
Il viaggio più importante è quello che ci permette di uscire, almeno per un momento, dalle nostre abitudini e dai nostri schemi e di lasciare spazio alla curiosità.

La domanda con cui vi facciamo partire questo mese quindi è: Quando è stata l’ultima volta che ci siamo concessi di esplorare qualcosa di nuovo, fuori o dentro di noi?

Perché leggere tra le righe significa anche ricordare che ogni crescita inizia con un piccolo passo verso ciò che ancora non conosciamo.

 

 Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

Scuola e BES (Bisogni Educativi Speciali)

Scuola e BES (Bisogni Educativi Speciali)

Bentornati sul nostro blog!

Oggi, come avete letto dal titolo, parleremo di Scuola e BES facendo un bel ripasso di quelle che sono le linee guida.

Vorrei però partire affermando che ciascuno di noi ha un bisogno educativo speciale. In ogni contesto e in ogni ambito. 

Beh.. e quindi? Perché nella scuola viene utilizzata questa denominazione specifica?

Il termine BES viene utilizzato per la prima volta nel 1994 e poi nel 2003. Ciò a cui noi oggi facciamo riferimento è, però, la direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012 la quale estende a tutti gli studenti in difficoltà il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento, in termini di modalità e tempi.

Ma chi rientra in questa categoria?

Rientrano nella categoria BES coloro che presentano:

  • una disabilità tutelata dalla Legge 104/92;
  • disturbi evolutivi specifici:
    • DSA, tutelati dalla L.170/2010;
    • ADHD;
    • Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP);
    • Borderline cognitivo;
    • Disturbo del Linguaggio (DL);
    • Deficit delle abilità non verbali;
    • Deficit della coordinazione motoria (Disprassia);
    • Disturbo della condotta;
  • svantaggio socioeconomico, linguistico, culturale.
Cosa prevede la scuola per gli alunni con BES?

Come detto precedentemente, la direttiva ministeriale prevede la personalizzazione dell’apprendimento. In che modo? Attraverso l’applicazione del PDP, il Piano Didattico Personalizzato.

E di cosa si tratta?

Il Piano Didattico Personalizzato è un documento stilato dagli insegnanti, il quale prevede una personalizzazione su misura su quel singolo studente, sulla base delle sue potenzialità e tenendo conto delle fragilità che lo studente stesso mostra. Il PDP è un documento che gli insegnanti introducono in seguito ad un’osservazione dell’alunno.

Esso diviene un punto di riferimento per gli insegnanti, diventa una guida da seguire nel corso dell’anno scolastico. È opportuno che esso venga redatto entro un tempo ragionevole (entro novembre), che esso venga proposto alla famiglia e con essa condiviso, dopo eventuali confronti. 

All’interno del PDP si susseguono diversi punti ma ciò che si ritiene fondamentale è la stesura degli strumenti compensativi (per esempio: sintesi vocale e audiolibri: convertono il testo scritto in audio, riducendo il carico cognitivo nella lettura; computer o tablet con correttore ortografico: facilitano la videoscrittura, annullando la fatica legata alla disortografia; calcolatrice e tavole pitagoriche: supportano lo studente con discalculia nel calcolo a mente o scritto; mappe concettuali e schemi: supporti visivi che agevolano il recupero delle informazioni durante le interrogazioni o lo studio) e delle misure dispensative (per esempio: dispensa dalla lettura ad alta voce in classe: esonera lo studente da un’attività che provoca elevato stress o ansia; tempi aggiuntivi: viene garantito almeno il 30% di tempo in più per lo svolgimento di verifiche e compiti; dispensa dallo studio mnemonico: esonera dall’imparare a memoria tabelline, poesie o lunghe forme verbali; interrogazioni programmate: si privilegia una pianificazione dei test orali per evitare sovrapposizioni di carichi di lavoro) che si pensa siano necessarie all’alunno per affrontare al meglio l’apprendimento scolastico.

Tutto chiaro?

Spero di essermi spiegata al meglio, ma sei hai qualche dubbio non esitare a contattarci! 

Siamo pronti a darti tutte le informazioni di cui necessiti!

Dott.ssa Giorgia Ghiraldini

Pedagogista



Bibliografia e sitografia

  • D’alonzo Luigi, come fare per gestire la classe nella pratica didattica, Giunti Edu, Firenze, 2016
Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Annoiarsi bene è un’arte (e un dono)

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio le esperienze umane, nei film che danno forma a emozioni e vissuti spesso difficili da raccontare.

Ogni mese la rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare lo sguardo sul mondo interno, sulle relazioni e sui processi di crescita.

Questo mese parliamo di un’esperienza spesso considerata negativa, da evitare o riempire il più velocemente possibile: la noia.

La noia: un’esperienza da eliminare o da ascoltare?

Nella quotidianità moderna siamo spesso immersi in un flusso continuo di stimoli: notifiche, attività organizzate, impegni, contenuti sempre disponibili. Anche a livello visivo, il mondo attorno a noi scorre veloce, trafficato e frenetico, dalle auto sulle strade alle persone dentro un centro commerciale.
Sembra che i momenti vuoti siano soltanto qualcosa da riempire immediatamente.

Quando un bambino dice “mi annoio”, oppure quando un adulto si sente inquieto davanti al tempo libero, la reazione più spontanea è spesso quella di cercare subito una soluzione, cioè qualcosa da fare.

Eppure la noia non è un’emozione negativa.
Dal punto di vista psicologico, rappresenta uno spazio di transizione: un momento in cui gli stimoli esterni diminuiscono e diventa possibile entrare maggiormente in contatto con il proprio mondo interno.

Annoiarsi bene” significa (re)imparare a sostare in quell’intervallo senza doverlo riempire immediatamente, lasciando spazio alla curiosità, all’immaginazione e alla capacità di creare qualcosa di nuovo.

Quando il tempo vuoto diventa scoperta

Il libro Un grande giorno di niente (Topipittori) ci porta dentro la storia di un bambino che si trova immerso in una giornata apparentemente vuota e senza programmi.
Attraverso immagini ricche e poetiche, Beatrice Alemagna accompagna il lettore nella scoperta di come un tempo inizialmente vissuto come noioso possa trasformarsi in un’occasione di esplorazione e meraviglia.

Dal punto di vista dello sviluppo, il gioco libero e i momenti non strutturati sono fondamentali perché permettono al bambino di sperimentare autonomia, creatività e capacità di trovare risorse interne.

Quando ogni momento è riempito dall’adulto, il bambino rischia di avere meno occasioni per chiedersi: “Cosa posso fare? Cosa mi interessa? Cosa posso inventare?”
La noia, in questo senso, crea un primo spazio di scoperta di Sè.

Crescere imparando ad abitare l’attesa

Il libro Si può (Franco Cosimo Panini) accompagna il lettore in una riflessione variopinta sulle possibilità contenute nelle esperienze quotidiane.
Con parole e immagini essenziali, il libro invita a guardare ciò che accade con uno sguardo più aperto, ricordandoci che anche nei momenti apparentemente semplici possono nascere trasformazioni e nuove possibilità.

Dal punto di vista psicologico, questa capacità di stare nell’attesa, come nell’incertezza, è una competenza importante che si costruisce nel tempo e grazie all’esperienza diretta (non possiamo imparare solo dalla teoria certe abilità psicologiche!). 

Imparare a non avere sempre una risposta immediata, un’attività pronta o uno stimolo disponibile aiuta bambini e adulti a sviluppare tolleranza alla frustrazione e flessibilità psicologica.
In pratica, non possiamo esplorare la nostra creatività, intesa a 360 gradi e non solo artistica, se non ci viene mai messo di fronte un foglio bianco (metaforicamente e non). 

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Quando si tratta di portare il tema della noia sullo schermo, il cinema d’animazione ci ha regalato un capolavoro assoluto e senza tempo: Il mio vicino Totoro (1988) di Hayao Miyazaki.

Questo film presenta una struttura che si contrappone ai ritmi frenetici del cinema moderno.
La parola “noia” non viene mai pronunciata, eppure la pellicola è impregnata in ampia misura da quello che nella cultura giapponese viene chiamato ma: il vuoto, la pausa, lo spazio calmo tra le cose.

Miyazaki non ci mostra dei bambini che si lamentano e immerge lo spettatore stesso in quel tempo lento. Nella prima parte del film, infatti, non c’è una trama incalzante o un colpo di scena, vediamo semplicemente le due sorelline protagoniste, Satsuki e Mei, esplorare una vecchia casa di campagna, osservare i granelli di polvere nel buio, raccogliere ghiande, azionare una pompa dell’acqua manuale.
È la rappresentazione visiva del tempo non strutturato, dove l’assenza di stimoli preimpostati induce a usare l’immaginazione e ad osservare le cose del mondo, a sperimentarle.
Il film stesso si fa per noi esercizio di questa “noia”: noi, come le bambine, siamo in un intermezzo, un tempo lento in mezzo alle cose che accadono, fatto di dettagli e silenzi da esplorare.

La scena simbolo del film, l’attesa del papà alla fermata dell’autobus sotto la pioggia, incarna perfettamente questo concetto. È un momento sospeso, lungo, quasi statico. Ma è proprio quando le bambine accettano quell’immobilità e quel silenzio che Totoro, il grande spirito della foresta, si palesa accanto a loro.

Il messaggio che il film ci consegna è potente nella sua semplicità: la meraviglia non si manifesta quando corriamo da un impegno all’altro, quando abbiamo mille cose da fare, quando il nostro tempo è sempre pieno; la meraviglia ha bisogno che la mente rallenti, che si “annoi”.

Permettere ai bambini e a noi stessi di attraversare quello scomodo e inusuale “vuoto” iniziale significa sintonizzarsi su una frequenza diversa, dove la noia smette di essere un nemico da sconfiggere e diventa il terreno fertile in cui germogliano idee e ‘immaginazione.
Il mio vicino Totoro non è un film di facile visione per bambini e ragazzi, ma ci permette di mostrare un altro modo di fare le cose e può diventare un momento di rallentamento dagli stimoli frenetici di tutti i giorni.

Lasciare spazio a ciò che può nascere

Naturalmente, non tutta la noia ha la stessa funzione.
Una noia vissuta come immobilità, isolamento o mancanza di senso può essere un’esperienza faticosa, talvolta anche così dolorosa o intensa da richiedere un supporto psicologico per comprenderne il significato. 

È la possibilità di trasformarla a fare la differenza, passare da “non so cosa fare” a “ora posso scoprire cosa mi interessa, cosa mi va davvero di fare”.
Per i bambini questo significa avere tempi di gioco libero e possibilità di esplorare.
Per gli adulti significa recuperare spazi non produttivi, in cui non tutto deve avere uno scopo immediato.

 

In una società che ci invita continuamente a fare, produrre e consumare stimoli, la noia può sembrare un errore.
Eppure, proprio nei momenti meno riempiti può emergere qualcosa di importante per noi: un’idea, un desiderio, una nuova prospettiva su noi stessi.

Imparare ad abitare il vuoto non significa perdere tempo, ma creare spazio affinché, magari, qualcosa di nuovo possa nascere.

La domanda con cui vi salutiamo questo mese è: Quanto spazio concediamo alla possibilità di annoiarci?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

IL DISTURBO DELLA COMPRENSIONE DEL TESTO: CONOSCERE PER INTERVENIRE

IL DISTURBO DELLA COMPRENSIONE DEL TESTO: CONOSCERE PER INTERVENIRE

Se state leggendo questo articolo, probabilmente vi interessa capire meglio cosa vuol dire comprendere un testo e quando possiamo parlare di disturbo.

Il disturbo della comprensione del testo si manifesta come una difficoltà significativa nel cogliere il significato globale di un testo scritto, nell’integrare le informazioni presenti e nel ricavare inferenze, ovvero significati non esplicitamente espressi nel testo. In ambito internazionale, tali soggetti sono spesso indicati con l’espressione poor comprehenders (“lettori con difficoltà di comprensione”), riferita a individui che, pur presentando adeguate abilità di decodifica, mostrano prestazioni deficitarie nella comprensione del testo.

Nel contesto italiano, la collocazione diagnostica di queste difficoltà è ancora oggetto di dibattito scientifico e clinico. Attualmente, il disturbo della comprensione del testo non è formalmente riconosciuto come una categoria autonoma tra i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA). Tuttavia, in alcuni casi di disturbo della lettura, soprattutto quando sono presenti significative difficoltà nei processi di decodifica, possono emergere anche difficoltà nella comprensione di parole, non parole e testi scritti. Tali aspetti vengono generalmente valutati attraverso specifiche prove cliniche finalizzate ad analizzare i diversi processi coinvolti nella lettura e nella comprensione del materiale scritto.

La comprensione del testo, infatti, non si limita alla semplice decodifica/lettura, ma coinvolge una costruzione attiva del significato, resa possibile dall’integrazione di conoscenze pregresse, abilità di ragionamento e aspetti motivazionali. Il lettore non si limita a recepire passivamente il contenuto, ma lo elabora e lo interpreta in base ai propri schemi cognitivi e ai propri obiettivi. 

Ma quali possono essere dei campanelli d’allarme che ci possono aiutare a intervenire in tempo?

  • difficoltà a fare inferenze (trarre conclusioni sulla base del testo)
  • difficoltà a collegare le informazioni nuove con quelle già conosciute
  • difficoltà a riassumere il testo
  • difficoltà a distinguere tra fatti reali/verosimili e di fantasia
  • difficoltà nell’individuare i personaggi principali e secondari
  • difficoltà nel trovare all’interno del testo eventuali errori o incongruenze

Si può intervenire? Certo che sì. Numerosi interventi volti a migliorare la comprensione del testo si sono focalizzati su diversi ambiti, tra cui le competenze linguistiche (in particolare l’ampliamento del vocabolario), l’insegnamento di strategie specifiche di comprensione come ad esempio aiutarsi con le immagini presenti nel testo o leggere le parole in grassetto se presenti, lo sviluppo della capacità inferenziale e l’incremento della consapevolezza metacognitiva, come ad esempio la sensibilità alla struttura del testo. Quando parliamo di “approccio metacognitivo” non si fa riferimento solo al trasmettere strategie concrete ai nostri ragazzi, ma si favorisce una riflessione sull’efficacia delle strategie stesse in modo da promuovere consapevolezza degli obiettivi prefissati.

Dott.ssa Emanuela Grammatica

Psicologa dell’età evolutiva

Esperta in psicopatologia dell’apprendimento

Bibliografia

  • Cornoldi, C. (2023). I Disturbi dell’Apprendimento. Bologna: Il Mulino.
  • Gagliardini, E. (2021). Leggere leggere 2. Attività di lettura, ragionamento e comprensione per bambini di 8-10 anni. Trento, Erickson.
ESSERE GENITORI: IL “MESTIERE” PIÙ DIFFICILE DEL MONDO

ESSERE GENITORI: IL “MESTIERE” PIÙ DIFFICILE DEL MONDO

Oggi, 1° giugno 2026, come ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dei genitori.

Questa giornata è stata istituita per onorare l’impegno, la dedizione e il ruolo fondamentale di mamme e papà nell’educazione e nella crescita dei figli. Questa ricorrenza riconosce la responsabilità genitoriale come pilastro per lo sviluppo armonico dei bambini. È doveroso, quindi, celebrare i genitori di tutto il mondo per il loro ruolo cruciale, spesso silenzioso, nel sostenere e crescere le nuove generazioni.

Ma cosa si intende realmente per genitori?

La nostra società sta cambiando, è innegabile… Attualmente esistono infatti tanti tipi di famiglie. Ci sono bambini che non hanno uno o entrambi i genitori, per motivi diversi; ci sono storie complesse, anche dolorose. Noi, come Studio Progetto Vita, siamo qui per aiutare questi bambini a parlare di affetti, relazioni e pluralità delle loro famiglie. Famiglie che, quotidianamente, si mettono alla prova per affrontare numerose sfide evolutive e noi siamo qui anche per questo, per accompagnare il genitore a comprendere come cambia il suo ruolo dall’infanzia all’adolescenza. Offriamo, infatti, percorsi di sostegno alla genitorialità in cui discutere in primis della relazione genitori-figli, ma anche riconoscere i segnali di stanchezza eccessiva e incentivarli a chiedere aiuto. 

Vi facciamo un piccolo regalo… vi offriamo delle strategie per nutrire la relazione Genitori-Figli:

  • Dedica ogni giorno un momento di attenzione esclusiva in cui metti da parte lo smartphone. Ascolta non solo le parole dei tuoi figli, ma anche le emozioni che ci sono dietro, validando i loro sentimenti senza giudicarli o cercare di risolvere subito il problema. Il “tempo di qualità” non è un evento eccezionale, ma un rituale quotidiano: sono quei dieci minuti prima di dormire, la risata durante il tragitto verso scuola o il preparare la tavola insieme. È la presenza mentale, non la durata, a nutrire il legame. Spegnere lo smartphone per mezz’ora non è solo un regalo che fate a loro, ma è uno spazio di benessere che regalate anche a voi stessi.
  • Il clima familiare migliora quando si investe nel gioco e nella condivisione di attività piacevoli, non legate a doveri o regole. Questi momenti creano una “riserva emotiva” di fiducia a cui attingere quando arriveranno i momenti di tensione, i conflitti o le sfide dell’adolescenza.
  • Invece di criticare il comportamento del figlio (“Sei sempre il solito disordinato”), prova a esprimere come ti senti tu (“Mi sento stanco e frustrato quando vedo la stanza in disordine perché vorrei che collaborassimo di più”). Questo riduce le difese e apre la strada ad una cooperazione più autentica.
  • Le regole sono fondamentali per dare sicurezza, ma funzionano meglio se applicate con costanza e fermezza gentile, piuttosto che con autoritarismo. Spiegare il “perché” dietro un limite aiuta il bambino o l’adolescente ad interiorizzare il valore della regola, invece di subirla passivamente.

Ricordiamoci che non servono gesti eroici per migliorare il clima in casa; spesso è la qualità delle piccole interazioni quotidiane a fare la differenza.

La Giornata Mondiale dei Genitori è un piccolo promemoria, ma la relazione si scrive ogni giorno, un gesto alla volta. Inizia oggi: chiediti non “cosa devo fare con mio figlio?”, ma “chi voglio essere per lui oggi?”. La risposta, quasi sempre, si trova in un momento di pura condivisione.

E tu, quale sfida senti più complessa nel tuo ruolo di genitore?

Dott.ssa Chiara Zaghini

Psicologa dell’Età Evolutiva