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ESSERE GENITORI: IL “MESTIERE” PIÙ DIFFICILE DEL MONDO

ESSERE GENITORI: IL “MESTIERE” PIÙ DIFFICILE DEL MONDO

Oggi, 1° giugno 2026, come ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dei genitori.

Questa giornata è stata istituita per onorare l’impegno, la dedizione e il ruolo fondamentale di mamme e papà nell’educazione e nella crescita dei figli. Questa ricorrenza riconosce la responsabilità genitoriale come pilastro per lo sviluppo armonico dei bambini. È doveroso, quindi, celebrare i genitori di tutto il mondo per il loro ruolo cruciale, spesso silenzioso, nel sostenere e crescere le nuove generazioni.

Ma cosa si intende realmente per genitori?

La nostra società sta cambiando, è innegabile… Attualmente esistono infatti tanti tipi di famiglie. Ci sono bambini che non hanno uno o entrambi i genitori, per motivi diversi; ci sono storie complesse, anche dolorose. Noi, come Studio Progetto Vita, siamo qui per aiutare questi bambini a parlare di affetti, relazioni e pluralità delle loro famiglie. Famiglie che, quotidianamente, si mettono alla prova per affrontare numerose sfide evolutive e noi siamo qui anche per questo, per accompagnare il genitore a comprendere come cambia il suo ruolo dall’infanzia all’adolescenza. Offriamo, infatti, percorsi di sostegno alla genitorialità in cui discutere in primis della relazione genitori-figli, ma anche riconoscere i segnali di stanchezza eccessiva e incentivarli a chiedere aiuto. 

Vi facciamo un piccolo regalo… vi offriamo delle strategie per nutrire la relazione Genitori-Figli:

  • Dedica ogni giorno un momento di attenzione esclusiva in cui metti da parte lo smartphone. Ascolta non solo le parole dei tuoi figli, ma anche le emozioni che ci sono dietro, validando i loro sentimenti senza giudicarli o cercare di risolvere subito il problema. Il “tempo di qualità” non è un evento eccezionale, ma un rituale quotidiano: sono quei dieci minuti prima di dormire, la risata durante il tragitto verso scuola o il preparare la tavola insieme. È la presenza mentale, non la durata, a nutrire il legame. Spegnere lo smartphone per mezz’ora non è solo un regalo che fate a loro, ma è uno spazio di benessere che regalate anche a voi stessi.
  • Il clima familiare migliora quando si investe nel gioco e nella condivisione di attività piacevoli, non legate a doveri o regole. Questi momenti creano una “riserva emotiva” di fiducia a cui attingere quando arriveranno i momenti di tensione, i conflitti o le sfide dell’adolescenza.
  • Invece di criticare il comportamento del figlio (“Sei sempre il solito disordinato”), prova a esprimere come ti senti tu (“Mi sento stanco e frustrato quando vedo la stanza in disordine perché vorrei che collaborassimo di più”). Questo riduce le difese e apre la strada ad una cooperazione più autentica.
  • Le regole sono fondamentali per dare sicurezza, ma funzionano meglio se applicate con costanza e fermezza gentile, piuttosto che con autoritarismo. Spiegare il “perché” dietro un limite aiuta il bambino o l’adolescente ad interiorizzare il valore della regola, invece di subirla passivamente.

Ricordiamoci che non servono gesti eroici per migliorare il clima in casa; spesso è la qualità delle piccole interazioni quotidiane a fare la differenza.

La Giornata Mondiale dei Genitori è un piccolo promemoria, ma la relazione si scrive ogni giorno, un gesto alla volta. Inizia oggi: chiediti non “cosa devo fare con mio figlio?”, ma “chi voglio essere per lui oggi?”. La risposta, quasi sempre, si trova in un momento di pura condivisione.

E tu, quale sfida senti più complessa nel tuo ruolo di genitore?

Dott.ssa Chiara Zaghini

Psicologa dell’Età Evolutiva

Leggere tra le righe: Diritti LGBTQ+: accogliere le differenze, costruire appartenenza

Leggere tra le righe

Diritti LGBTQ+: accogliere le differenze, costruire appartenenza

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che aiutano a comprendere meglio le relazioni, nei film che danno forma a esperienze emotive e identitarie spesso difficili da raccontare.

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare lo sguardo sul mondo interno, sulle relazioni e sulla complessità dell’esperienza umana.

Questo mese affrontiamo il tema dei diritti LGBTQ+, parlando di identità, appartenenza, famiglia e riconoscimento.

Parlare di diritti è parlare di salute mentale

Parlare di diritti LGBTQ+ va oltre gli aspetti politici e sociali: dal punto di vista psicologico, riguarda profondamente il benessere emotivo e relazionale delle persone.

Sentirsi riconosciuti, poter esprimere la propria identità senza incontrare rifiuto, crescere in contesti che accolgano le differenze, sono fattori che hanno un impatto diretto sullo sviluppo dell’autostima, sulla regolazione emotiva e sul senso di sicurezza personale.

Nel lavoro clinico emerge spesso quanto la sofferenza non derivi dalla propria identità sessuale o di genere in sé, ma dall’esperienza di invisibilità, giudizio o mancata appartenenza.

Per questo parlare di inclusione significa anche parlare di salute mentale, relazioni sicure e possibilità di costruire la propria identità, senza doversi nascondere.

Infanzia: esistono molti modi di essere famiglia

Il libro Per fare una famiglia (Lavieri, 2020) offre ai bambini uno sguardo accogliente sulla pluralità delle forme familiari.

Attraverso immagini da Paese delle Meraviglie e un linguaggio semplice, il libro mostra che ciò che definisce una famiglia non è una struttura unica e rigida, ma la presenza di legami significativi, di cura e appartenenza incondizionate.

Dal punto di vista dello sviluppo emotivo, poter esplorare rappresentazioni differenti delle famiglie aiuta i bambini a costruire un’immagine del mondo più inclusiva e meno basata sulla contrapposizione tra normale e diverso.

La rappresentazione conta: vedere la propria esperienza riconosciuta nelle storie favorisce sicurezza e senso di esistenza psicologica.

Adolescenza: il bisogno di essere riconosciuti

Il libro Così come sono (Franco Cosimo Panini, 2021) affronta il tema dell’identità e dell’accettazione di sé durante la crescita.

L’adolescenza è una fase evolutiva in cui il bisogno di appartenenza e riconoscimento diventa particolarmente intenso. Potersi costruire senza sentirsi costretti a nascondere aspetti importanti di sé, o a vestire panni non adatti a noi, è fondamentale per lo sviluppo di un’identità stabile e integrata.

Dal punto di vista clinico, i contesti relazionali accoglienti rappresentano un importante fattore protettivo rispetto a vergogna, ritiro sociale e sintomi depressivi.

Età adulta: identità, corpo e appartenenza

Il romanzo Middlesex (Mondadori, 2002) affronta in modo profondo il tema dell’identità, del corpo e della costruzione del Sé.

Attraverso la storia del protagonista, il libro mostra quanto il bisogno umano di appartenenza si intrecci con il desiderio di essere riconosciuti nella propria autenticità.

Dal punto di vista psicologico, il rapporto tra identità personale, corpo e sguardo dell’Altro rappresenta un tema centrale lungo tutto il ciclo di vita. Quando una persona sente di dover nascondere parti importanti di sé per essere accettata, il rischio è quello di sviluppare vissuti di frammentazione, solitudine e disconnessione.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Anche il linguaggio cinematografico e animato può contribuire a costruire immaginari più inclusivi.

Nell’episodio di BlueyIl mercatino” (Stagione 1, Episodio 20) l’inclusione si respira nell’atmosfera di condivisione e nella comunità rappresentata, ma l’aspetto più interessante della puntata, e di tutta la serie animata, risiede in come viene gestito il gioco di ruolo, in particolare con la sorellina di Bluey, Bingo. In molti episodi (come Il pigiama party o I vecchietti), Bingo e Bluey si travestono ed esplorano liberamente identità e generi diversi attraverso l’immaginazione. Bingo, in particolare, ama calarsi in personaggi maschili complessi, cambiando nome e atteggiamento.
I genitori (Bandit e Chilli) non correggono mai le figlie dicendo loro “questo è da maschi” o “questo è da femmine”. Al contrario, assecondano e rispettano i nomi scelti e le identità temporanee create dalle bambine nel gioco.

Bluey mostra, con il suo rinomato tono naturale e non didascalico, la presenza di differenti configurazioni familiari. Piccoli dettagli come questi contribuiscono a rendere il mondo simbolico dei bambini più ampio, realistico ed inclusivo.

Nel film Strange World (Disney, 2022) per la prima volta in un lungometraggio d’animazione Disney, il co-protagonista è un adolescente apertamente gay e la sua omosessualità non è il fulcro del conflitto, ma un dato di fatto della sua vita. Questo tipo di rappresentazione è importante perché permette ai bambini e agli adolescenti di incontrare identità differenti all’interno di storie accessibili e quotidiane.
Ethan Clade è un ragazzo dolce, coraggioso e molto legato alla sua famiglia di agricoltori ed esploratori, che all’inizio del film, incontra Diazo, un ragazzo della sua stessa età: dai loro sguardi, dai sorrisi e dall’imbarazzo di Ethan, si capisce subito che c’è una forte attrazione reciproca.
Nel film non esiste il momento in cui Ethan deve confessare di essere gay, né ci sono scene di rifiuto, bullismo o discriminazione. Il mondo di Strange World è un luogo dove l’orientamento sessuale è accettato come qualsiasi altra caratteristica personale (come il colore dei capelli o l’altezza).
Per i bambini più piccoli il film offre una rappresentazione lineare ed emotivamente pulita: due persone si piacciono, e la famiglia le sostiene. Per i più grandi, è un ottimo spunto per riflettere su come dovrebbe essere un ambiente familiare accogliente e privo di pregiudizi.

Sentirsi legittimati a esistere

Parlare di diritti LGBTQ+ significa, in fondo, parlare del bisogno umano di poter esistere senza dover rinunciare a parti di Sé per sentirsi accettati.
La possibilità di essere riconosciuti nelle relazioni, nelle storie e nei contesti sociali contribuisce alla costruzione di un senso di sicurezza e di appartenenza, fondamentale per il benessere psicologico di ogni essere umano.

La domanda con cui vogliamo concludere questo mese è semplice: quanto spazio lasciamo, nella quotidianità, ai diversi modi di essere sé stessi?

Perché leggere tra le righe significa anche imparare a riconoscere le esperienze che per molto tempo sono rimaste invisibili.

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

MIO FIGLIO A SCUOLA NON STA ATTENTO. CHE COSA POSSO FARE?

MIO FIGLIO A SCUOLA NON STA ATTENTO. CHE COSA POSSO FARE?

Torni a casa dopo il colloquio con gli insegnanti e la frase che ti rimbomba in testa è sempre la stessa: “È bravo, ma non sta attento. Si distrae con tutto!”. Se questa situazione ti suona familiare, sappi che non sei solo. Molti genitori vivono questa frustrazione, oscillando tra il dubbio che il figlio sia pigro e la preoccupazione che ci sia qualcosa che non va. Spesso l’attenzione non è un interruttore che si accende o si spegne a comando, ma un muscolo che va allenato con le giuste strategie. Ecco una guida pratica per aiutare tuo figlio a ritrovare il “filo del discorso” tra i banchi e a casa.

Perché si distrae?

Prima di passare all’azione, dobbiamo capire che l’attenzione è un processo faticoso. Per un bambino o un ragazzo, restare concentrati significa ignorare il compagno che ride, il rumore dell’ambulanza in strada e i propri pensieri creativi. Spesso dietro la distrazione si nasconde una memoria di lavoro, una sorta di taccuino mentale dove teniamo le informazioni per breve tempo, che si riempie troppo in fretta. Se l’insegnante dà troppe istruzioni insieme, il taccuino si esaurisce. E il cervello stacca la spina.

Strategie da usare a casa

Il lavoro per migliorare l’attenzione inizia tra le mura domestiche, dove l’ambiente è più controllabile.

    • La regola dei “piccoli pezzi”. Quando deve fare i compiti, non dirgli “studia storia“. Aiutalo a dividere il compito in sotto-obiettivi: “Leggi questa pagina, sottolinea tre parole chiave e poi facciamo 5 minuti di pausa”.
    • L’ambiente. La scrivania deve essere un campo di battaglia pulito. Via il telefono (anche se spento, la sua presenza distrae), via troppi giochi o altri elementi che potrebbero distrarlo. Meno stimoli ci sono, più l’attenzione resta sul libro.
    • Il timer. Usa la tecnica dei piccoli passi. Imposta un timer (magari uno di quelli da cucina) per 15 o 20 minuti di lavoro intenso, seguiti da 5 minuti di movimento libero. Sapere che c’è una fine vicina aiuta il cervello a non disperdersi.

Come collaborare con la scuola

Insegnanti e genitori devono andare nella stessa direzione. Ecco cosa puoi suggerire o concordare con i docenti.

  • Posto strategico. Chiedi che tuo figlio sia seduto nelle prime file, lontano da finestre e porte, preferibilmente vicino alla cattedra dell’insegnante.
  • Contatto oculare. Suggerisci all’insegnante di chiamarlo per nome o stabilire un piccolo segnale (un tocco sulla spalla, uno sguardo d’intesa) prima di dare un’informazione importante.
  • Supporti visivi. Una scaletta scritta sulla lavagna con le cose da fare durante l’ora aiuta chi si perde a capire a che punto della lezione si trova.

Strategie Utili vs Errori Comuni

Strategie vincenti:

  • Dare istruzioni brevi e una alla volta.
  • Premiare lo sforzo, non solo il risultato.
  • Usare mappe e disegni per studiare.
  • Fare pause attive.

Cosa evitare:

  • Dare lunghe spiegazioni piene di dettagli.
  • Sgridarlo perché si incanta.
  • Pretende che imparo leggendo testi lunghi.
  • Obbligarlo a stare seduto per ore finché non finisce.

Una riflessione

Tuo figlio non è un computer che ha bisogno di un aggiornamento software, ma un individuo con i suoi tempi. A volte quello che interpretiamo come disattenzione è solo un modo diverso di elaborare il mondo. Validare la sua fatica – “vedo che oggi è difficile restare concentrati, proviamo a fare una pausa?” – è molto più efficace di una critica ed è la strategia riabilitativa più potente che un insegnante e un genitore possa mettere in campo. La realtà è che la memoria di lavoro è una risorsa finita. Se la esaurisce per cercare di stare seduto composto, non ne avrà più per capire la lezione di storia. Con pazienza e con gli strumenti giusti, quel taccuino mentale diventerà ogni giorno un po’ più capiente.

Lara Breda

Psicologa Clinica e della Riabilitazione

Bibliografia

  • Russel A.Barkley (2018). ADHD: strumenti e strategie per la didattica in classe. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Marzocchi G.M., Bongarzone E., Conti S., Ferla L., Liconti E., Tomasono E. (2024). La valutazione e l’intervento per le funzioni esecutive in età evolutiva. Il programma FEREA (3-18 anni). Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Dupaul G.J., Ervin R.A., Hook C.L., McGoey K.E.B. (1998). Peer tutoring for children with attention deficit Hyperactivity disorder: effects on classroom behavior and academic performance. Journal of Applied Behavior Analysis 331, 579-592;
  • Branstetter R. (2016). Impara a organizzarti! Come insegnare l’ordine, la gestione del tempo, la concentrazione e l’autocontrollo. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Celi F. (2025). Manuale di psicopatologia dell’età evolutiva. Assessment e terapia cognitivo-comportamentale. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Celi F., Zagni B. (2025). Casi difficili. Cosa fare (e non) – Scuola Primaria. Guida rapida per insegnanti. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.
Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Il padre: presenza che costruisce

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio professionale, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei saggi che ci aiutano a comprendere meglio le relazioni, nei film che danno forma alle esperienze emotive.

Ogni ultimo venerdì del mese, questa rubrica affronta un tema psicologico attraverso alcune letture che possano accompagnare età diverse della vita.

Il tema di questo mese è la paternità e l’importanza di dare spazio alla presenza dei padri nella vita dei figli.

Dare spazio ai padri

Negli ultimi decenni la ricerca psicologica sullo sviluppo ha progressivamente posto più attenzione alla figura del padre, riconoscendone il ruolo significativo nella crescita emotiva e relazionale dei bambini.

Mentre fino a quel momento si era focalizzata quasi esclusivamente sulla relazione madre-figlio/a, oggi la psicologia evolutiva guarda al rapporto tra padre e figlio/a come a una relazione specifica, con caratteristiche e dignità proprie.

 

Nel lavoro clinico con le famiglie emerge spesso come alcune funzioni genitoriali – in particolare quelle legate alla cura emotiva, alla regolazione degli stati interni e alla gestione della quotidianità – vengano ancora attribuite quasi esclusivamente alle madri. Questo accade spesso per ragioni culturali, organizzative o legate alla storia familiare.

 

Eppure, lo sviluppo del bambino beneficia della presenza di più figure di riferimento, capaci di offrire modalità diverse di relazione, regolazione e sostegno.

La figura paterna, quando può esprimersi pienamente nella relazione con i figli, contribuisce spesso a sostenere l’esplorazione, l’autonomia e la fiducia nelle proprie capacità. Amplia il repertorio relazionale ed emotivo a disposizione del bambino.

Dare spazio alla paternità significa permettere ai padri di costruire il proprio modo di essere presenti, riconoscendo in loro risorse, capacità ed abilità genitoriali nella cura dei figli pari a quelle delle madri.

Nei primi anni: il padre come base di esplorazione

L’albo illustrato Papà Isola (Babalibri, 2014) racconta con delicatezza le paure di un orso che sta per diventare papà, e il legame che potrà costruire con il suo cucciolo, nei primi anni di vita. Attraverso immagini semplici e poetiche, la figura paterna appare nel suo lato più tenero e umano, e al tempo stesso come una presenza solida e accogliente, capace di offrire sicurezza mentre promuove l’apertura verso il mondo.

 

Dal punto di vista della teoria dell’attaccamento, la relazione con il padre può favorire nel bambino la possibilità di sperimentare il movimento tra protezione ed esplorazione, tanto quanto la relazione con la madre. Quando il bambino percepisce la presenza di un adulto affidabile, può allontanarsi con maggiore sicurezza per conoscere l’ambiente, con la certezza di poter tornare alla relazione quando avrà bisogno di ritrovare sicurezza.

Un legame che attraversa tutta la vita

Il libro illustrato Papà (Terredimezzo, 2023) propone uno sguardo affettuoso e universale sulla figura paterna. Attraverso scene quotidiane e momenti condivisi, racconta la molteplicità dei modi in cui si può esprimere la paternità: nello sguardo amorevole su un neonato che dorme, in una melodia suonata per la figlia, diventando esempio per i propri bambini…

 

È un libro che parla a tutte le età perché mostra qualcosa di essenziale: la relazione con il padre non si esaurisce nell’infanzia, ma continua a trasformarsi nel tempo, accompagnando le diverse fasi della crescita.

Le relazioni genitoriali non sono statiche, evolvono insieme ai figli, assumendo forme diverse ma mantenendo una funzione importante nella costruzione dell’identità e del senso del Sé.

Quando i figli diventano adulti

Bye Bye Vitamine (NNeditore, 2019), un romanzo di Rachel Khong, attraverso uno sguardo ironico e profondamente umano, esplora la complessità dei legami familiari e il modo in cui la relazione con il padre possa trasformarsi nel tempo, restando presenza significativa nonostante le mancanze.
È il racconto delicato di una figlia che deve costruire un nuovo modo di vivere con un padre che perde colpi per l’Alzheimer ma ha ancora qualcosa da donarle, come genitore. 

Queste pagine amorevoli ci consegnano alcuni ingredienti per la ricetta dell’essere figli adulti: anche dopo essere fuggiti lontano “per mettere in salvo la perfezione di un ricordo” possiamo accogliere l’imperfezione dei nostri padri e delle nostre vite, e godere di ogni risata condivisa, preziosa quanto le giornate più storte insieme a loro.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Per il mese di marzo, in cui festeggiamo i nostri papà, vi proponiamo la visione di un altro film Disney Pixar: Alla ricerca di Nemo.

Marlin è un pesce pagliaccio, il papà di Nemo, e non è un eroe nè un super papà, ma un genitore che a seguito della perdita della moglie, si ritrova a crescere da solo il figlio. Viene presentato da subito come un papà ansioso e iperprotettivo, che fatica a fidarsi del mondo esterno, finendo per soffocare involontariamente la curiosità del figlio. Nemo è speciale, perché ha una “pinna fortunata”, una pinna che è rimasta più piccola dell’altra, e questo rende Marlin ancora più preoccupato che il figlio non riesca ad affrontare i pericoli del mare.

Il susseguirsi degli eventi porterà Marlin ad affrontare le proprie paure e intraprendere un lungo viaggio per ritrovare il figlio, ma soprattutto per ritrovare la fiducia in sé stesso, negli altri e nella vita.

 

Alla ricerca di Nemo è un film d’animazione che può far riflettere noi e i nostri bambini su molti temi come la fiducia, il coraggio, la diversità, la scoperta, l’accettazione, la paura; e che mostra un papà che diventa esempio, non perché sia invincibile o perfetto, ma perché riesce a mettersi in discussione per amore del figlio. Marlin è un papà che capisce di dover cambiare il suo  modo di guardare Nemo, per diventare un genitore migliore.

 

Il ruolo del papà è costituirsi come base sicura, protezione dai pericoli del mondo, che consenta ai figli di vivere le proprie esperienze, anche se potenzialmente rischiose, senza mai sostituirsi a loro, ma restando sempre fermi e presenti quando dovessero avere bisogno di aiuto o conforto. 

Questo non vuol dire comportarsi da incoscienti e lasciarli volontariamente il pericolo, ma capire che a volte le difficoltà non vanno tolte di mezzo dalla strada dei nostri figli, per aiutarli a evolvere.

Se abbiamo fiducia in loro, anche la fiducia in loro stessi aumenterà, perché “se papà (in questo caso) si fida di me, significa che posso farcela!”. 

“Prometto che non ti succederà mai niente, Nemo.”

“È una promessa bizzarra… Se non gli succede mai niente, come fa a succedergli qualcosa?”

(Dal dialogo tra Marlin e Dory) 

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

La paternità richiede presenza, possibilità di sperimentarsi, spazio per trovare il proprio modo di essere padre. Quando questo spazio esiste, i bambini crescono potendo contare su più di una figura capace di offrire sicurezza, regolazione emotiva e sostegno nello sviluppo dell’autonomia. In questo senso, dare spazio alla paternità non significa togliere qualcosa alla maternità, ma arricchire l’esperienza relazionale del bambino.

 

La domanda con cui possiamo lasciarci oggi è: in che modo possiamo ampliare lo spazio della cura affinché i bambini possano contare su piú figure significative?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale



Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Emozioni: dalla confusione alla consapevolezza

Leggere tra le righe è la nostra nuova rubrica, nata dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali e nei nostri studi professionali, ma anche nelle storie che incontriamo.
Negli albi illustrati che rapiscono i bambini, nelle righe dei libri che ci aiutano a conoscere parti di noi, nei film che parlano al nostro mondo interno. E nelle storie di ogni paziente.

Questa rubrica propone, ogni mese, un tema psicologico attraverso due lenti: la lettura e il cinema. Perché leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Per inaugurare, abbiamo scelto un tema fondamentale per il benessere psicologico lungo tutto il ciclo di vita: le emozioni.

Cosa significa davvero comprendere le emozioni?

Nel lavoro clinico con bambini, adolescenti e adulti, una delle difficoltà più frequenti è non capire (e sentire) chiaramente cosa si sta provando.

Confondiamo ansia e agitazione.
Chiamiamo rabbia ciò che è frustrazione.
Definiamo “stress” un sovraccarico emotivo più complesso.

Conoscere le nostre emozioni è un’abilità chiave per la regolazione emotiva: per gestire un’emozione, devo prima riconoscerla, nominarla, capire a cosa mi serve e cosa mi sta comunicando.

Infanzia: costruire le prime mappe emotive

Mappe delle mie emozioni, di Bimba Landmann (2019, Camelozampa) può essere per i bambini uno strumento prezioso di alfabetizzazione emotiva.

Attraverso immagini, colori e metafore visive, le emozioni diventano riconoscibili. Il bambino può associare ciò che sente nel corpo a un nome, a una forma, a un luogo sulla mappa di quell’emozione.

Questo passaggio è cruciale nello sviluppo emotivo: senza parole, l’emozione resta solo attivazione fisiologica. Con le parole, diventa un’esperienza comprensibile e quindi integrabile nel nostro mondo interno (perciò anche regolabile).

Come adulti, possiamo sfogliare questo libro insieme ai bambini e rimanere in ascolto senza correggere o minimizzare, ma mostrandoci curiosi della loro esperienza:

Tu ci sei mai stato nelle colline del tremore?
A me fa una paura il Lago Distruzione, e a te?
E l’Isola dei Desideri secondo te com’è?

Sono solo alcune delle infinite domande che possono accompagnare la condivisione di questo libro con i piccoli.
Un consiglio? Crea le tue domande personali, l’unica regola da seguire è: non suggerire tu le risposte, fai domande aperte che lascino i bambini liberi di darti la loro vera risposta.

Adolescenza ed età adulta: integrare la complessità

Con la crescita, l’universo emotivo si fa più articolato. Le emozioni si mescolano, diventano ambivalenti, a volte addirittura contraddittorie.
E possiamo sentirci in conflitto, per esempio: “come posso essere tanto arrabbiato/a con qualcuno che amo tanto?”.
Tenere insieme la complessità di tante parti di noi che provano e vogliono cose tante diverse può essere difficile, spaventoso e disorientarci.

 

Labirinto dell’anima, di Anna Llenas (2019, Gribaudo), la “mamma” del mostro delle emozioni, accompagna bambini, adolescenti e adulti in un’esplorazione delicata e visiva del mondo interiore. Attraverso le immagini evocative e i brevi testi che caratterizzano la voce dell’autrice, il libro dà forma alle emozioni e agli stati d’animo più dolorosi e complicati, aiutando a riconoscerli senza giudicarli.

 

L’Atlante delle emozioni umane di Tiffany Watt Smith (2021, Utet) propone una mappa ampia delle emozioni più strane, innominabili e nascoste, integrando alla psicologia discipline e arti umanistiche, pescando da lingue e culture di tutto il mondo.

 

La differenziazione emotiva riduce l’impulsività, migliora la comunicazione e sostiene la regolazione emotiva. Per esempio, saper distinguere tra delusione, senso di rifiuto e vergogna cambia il modo in cui reagiamo.

Diventare consapevoli delle nostre emozioni non ne eliminerà l’intensità, ma la renderà abitabile, insegnandoci a starci dentro.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Iniziamo questa nostra nuova rubrica con un grande classico Pixar che probabilmente avrete già visto (e forse rivisto): Inside Out. Nello specifico parliamo del primo capitolo che, oltre ad essere uno dei più famosi e riusciti film d’animazione del nuovo millennio, ci è molto utile per iniziare a parlare con i nostri piccoli di emozioni e per dare un’immagine, un colore, un tono di voce, una caratteristica ai nostri stati d’animo.

Inside Out diventa un caposaldo per l’inizio di una sana alfabetizzazione emotiva, aiutando i bambini a identificare le diverse emozioni e il modo in cui prendono a volte il “controllo dei comandi” di noi stessi.

Con quale chiave di lettura possiamo guardare questo film e accompagnare la visione per i più piccoli? Possiamo far notare come tutte le emozioni, anche quelle più negative, siano indispensabili!
Non ci sono emozioni cattive, infatti in Inside Out non esiste  un cattivo da sconfiggere, ma una situazione imprevista da risolvere con l’aiuto di tutti. L’insegnamento finale è proprio questo: anche le emozioni che vediamo come negative, come Tristezza, che spesso cerchiamo di nascondere e reprimere, sono fondamentali per la nostra crescita e, se riusciamo ad accoglierle e gestirle, ci possono insegnare molte cose.

Qualche spunto di riflessione per guardare il film con uno sguardo più profondo:

Quanto è difficile per noi adulti vedere soffrire i nostri piccoli?
Quanto vorremmo eliminare le cause delle loro emozioni più spiacevoli?

Oppure, quante volte minimizziamo e banalizziamo i motivi della loro tristezza, della loro rabbia o vergogna?

Inside Out è un film per bambini, ma aiuta anche noi adulti a farci queste domande.

Buona visione!

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

Forse la prima domanda con cui possiamo iniziare a esplorare le nostre emozioni è semplice:
quanto è preciso il mio vocabolario emotivo?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

E ORA RILASSIAMOCI…INTRODUCIAMO IL RESPIRO PROFONDO

E ORA RILASSIAMOCI…INTRODUCIAMO IL RESPIRO PROFONDO

Rimaniamo concentrati sulle nostre emozioni… Quando non sappiamo come gestirle adeguatamente, specialmente quando tratteniamo dentro di noi troppa rabbia, senso di colpa, tristezza e tutte le altre sensazioni spiacevoli, rischiamo che il nostro corpo scoppi all’improvviso! 

Con i bambini spesso cerchiamo delle metafore che ci aiutano a farli entrare in contatto con il funzionamento del loro corpo… Recentemente abbiamo sfruttato la molla, la quale una volta tirata troppo in tensione rischia di scapparci via di mano! Ecco, anche il nostro corpo potrebbe “saltare” via proprio come una molla ed una delle reazioni più tipiche in età evolutiva è il tic. Ma che cos’è? Si tratta di una manifestazione psicosomatica, un segnale di allarme, che il corpo sta inviando all’esterno per chiedere aiuto… E se lo notiamo nei nostri figli cosa possiamo fare per aiutarli?

Sicuramente possiamo guidarli al rilassamento che permette di scaricare parte delle tensioni ed essere poi più predisposti al dialogo e alla ricerca di una soluzione alternativa e maggiormente funzionale al problema. Usare degli esercizi di respirazione può aumentare la capacità di autocontrollo nei nostri bimbi.

Scopriamo insieme come funziona il respiro profondo:

“Mettetevi in una posizione comoda. Mettete una mano sul vostro stomaco e un’altra sul vostro torace. Inspirate lentamente e guardate quale delle vostre due mani si muove. I respiri poco profondi fanno muovere la mano sul torace, i respiri profondi fanno muovere la mano sullo stomaco. Adesso, lentamente, ispirate dal vostro naso. Mentre voi inspirate, contate lentamente fino a 3 e sentite il vostro stomaco che si espande sotto la vostra mano. Trattenente il respiro per 1 secondo e quindi lentamente espirate mentre di nuovo contate fino a 3. Mentre voi inspirate, pensate alla parola “inspira”. Quando espirate, pensate alla parola “rilassati”.

Inspira 1…2…3

Trattieni 1…

Rilassati 1…2…3

Continuate l’esercizio di respiro profondo per alcuni minuti, cercando di sentirvi sempre più rilassati ogni volta che espirate.” 

La respirazione, per essere profonda, deve coinvolgere il diaframma… Ma come fare? Respirando con la pancia, gonfiandola e sgonfiandola quasi fosse un palloncino, per ritornare alle nostre amate metafore. Con alcuni bambini, in sede di terapia, si utilizzano anche dei materassini per farli stendere a terra ed essere comodi per poi, con l’aiuto di una barchetta di carta, farla “navigare” nel mare (la pancia) per far capire loro il movimento ondulatorio che devono assumere. 

Ora possedete anche voi tutte le istruzioni per provarci a casa!

Dott.ssa Chiara Zaghini 

Psicologa dell’Età Evolutiva

BIBLIOGRAFIA: 

Di Pietro Mario (2014). “L’ABC delle mie emozioni”. Trento, Erickson.

Lochman et al. (2022). “Coping Power – Programma per il controllo di rabbia e aggressività in bambini e adolescenti”. Trento, Erickson.

Regole: come renderle efficaci per favorire lo sviluppo dei bambini

Regole: come renderle efficaci per favorire lo sviluppo dei bambini

Spesso in consulenza i genitori riportano la fatica nel guidare i propri figli in quella che è l’accettazione delle regole e dei no, portandoli spesso ad attuare una funzione genitoriale in alcuni casi eccessivamente normativa e rigida, in altri casi eccessivamente accomodante. Quindi eccomi oggi con qualche strategia per aiutarvi a porre dei confini positivi per una crescita armoniosa dei vostri bambini.

Crepet afferma che: “Le regole e i ‘no’ sono come dei paracarri ai lati di una strada; sono punti di riferimento, non debbono cambiare di posizione, non possono decidere di esserci o non esserci.”

Dunque, le regole sono fondamentali, ma per essere efficaci deve esser e chiarito ai nostri bambini il significato di esse. “Perché devo stare attento quando attraverso la strada?”, “Perché dobbiamo mangiare tutti insieme?”; Quando il bambino chiede il perché della regola, sta cercando il senso delle norme ed in questo, voi adulti di riferimento, avete l’occasione di trasmettere loro il valore della vita, del rispetto, dell’amore per la famiglia e per gli altri.

Il genitore nel suo ruolo educativo deve quindi mantenere la giusta distanza in un equilibrio tra il dover rispondere al bisogno di sicurezza, comprensione e accudimento del bambino, e l’altrettanto bisogno di limiti e confini ben definiti. È questo che permette ai bambini di imparare a “regolare” i propri stati emotivi.

Ecco quindi alcuni semplici e pratici consigli per iniziare ad approcciarci ad una comunicazione efficace della regola:

  • Guarda il tuo bambino negli occhi, abassandoti alla sua altezza
  • Parla al tuo bambino con voce ferma e autorevole; se sta facendo altro è normale che non vi ascolti perciò assicuratevi che vi sti ascoltando.
  • Le regole devono essere chiare, ferme, sintetiche. Vanno quindi evitate le frasi troppo generiche perché risulterebbero poco comprensibili per il bambino. 

Pensiamo ad esempio a quante volte gli diciamo: “Devi fare il bravo”; per aiutarlo a comprendere il senso dobbiamo spiegargli cosa significa, cosa vogliamo che faccia e cosa ci aspettiamo da lui. 

  • Le regole devono essere concrete per cui un bambino farà fatica a comprendere la frase “Devi riordinare” mentre sarà per lui molto più chiara la regola “Metti i tuoi giochi dentro alla scatola”.
  • Prediligi una comunicazione al positivo, evitando il “non”. Sostituisci ad esempio il “non urlare” ad un “parla piano”.

So che con i bambini non è sempre semplice, soprattutto se consideriamo che i genitori non sono “solo” genitori e che nella vita di tutti i giorni la frustrazione può essere tanta, però ci tengo a farti riflettere sull’importanza di iniziare ad approcciarsi ai nostri bambini si con fermezza, a patto che questa sia un’amorevole fermezza.

Dott.ssa Benedetta Levorato

Psicologa

IL DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE E IPERATTIVITA’

IL DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE E IPERATTIVITA’

Il disturbo da deficit dell’attenzione ed iperattività (definito anche DDAI in italiano o anche ADHD in inglese, da Attention Deficit Hyperactivity Disorder) è uno dei più comuni disturbi neurocomportamentali.

Si manifesta, nella prima infanzia, principalmente con due classi di sintomi: un evidente livello di disattenzione ed una serie di comportamenti che denotano iperattività ed impulsività. Questo disturbo è considerato ora una condizione eterogenea potenzialmente cronica, che presenta sintomi rilevanti e problematiche associate che vanno a colpire diversi aspetti funzionali della vita di tutti i giorni.

Quali sono le cause dell’ADHD?

Le cause dell’ADHD possono essere di natura:   

  • Genetica
  • Neurobiologica
  • Ambientale

Studi di genetica che hanno coinvolti i bambini hanno mostrato l’esistenza di un’associazione tra l’ADHD e alcuni geni. Ad esempio, un’alterazione nel gene responsabile della produzione di un neurotrasmettitore (dopamina) potrebbe essere una delle cause di questo disturbo: la dopamina è quella sostanza che veicola le informazioni fra i neuroni e, quindi, è alla base di molti processi cognitivi, come ad esempio attenzione e memoria.

Nonostante non vi siano ancora evidenze scientifiche consistenti, la maggior parte dei farmaci utilizzati per curare l’ADHD, infatti, aumenta l’efficacia dell’attività della dopamina nella comunicazione tra neuroni, aiutando così la persona a prestare maggiore attenzione.

Ulteriori studi hanno dimostrato anche la familiarità del disturbo: un bambino affetto da ADHD ha 4 volte più probabilità di avere un parente con la stessa malattia; così come un terzo dei padri che soffrono di ADHD ha un figlio con lo stesso disturbo.

Esistono poi alcuni fattori ambientali che sono associati all’ADHD, in particolare fattori di rischio prenatali, come:

  • esposizione prolungata a fumo di sigaretta;
  • assunzione di alcool o droga in gravidanza;
  • ipertensione;
  • stress;
  • complicanze durante il parto;
  • basso peso neonatale o la nascita prematura;
  • basso peso alla nascita.

Tali fattori non causano in maniera diretta questo disturbo ma possono favorire la comparsa di alterazioni nei geni, che portano poi all’insorgenza dell’ADHD.

Le cause di natura neurobiologica che possono causare la comparsa dell’ADHD sono difetti nella struttura e nel funzionamento della parte frontale del cervello, responsabile di processi cognitivi primari come la pianificazione e l’organizzazione dei comportamenti, l’attenzione e il controllo inibitorio. I deficit strutturali possono poi interessare anche la regione cerebrale che regola le emozioni (limbo) e una parte del sistema nervoso che regola la comunicazione all’interno del cervello (gangli). Tutte queste regioni cerebrali sono interconnesse tra di loro e, quindi, un deficit anche in una sola di esse potrebbe originare il disturbo.

Sintomi del “ADHD” disturbo da deficit di attenzione ed Iperattività

I sintomi relativi alla disattenzione si riscontrano soprattutto in bambini che, rispetto ai propri coetanei, presentano un’evidente difficoltà a rimanere attenti o a lavorare su uno stesso compito per un periodo di tempo sufficientemente prolungato.

Solitamente questi soggetti non riescono a seguire le istruzioni fornite, sono disorganizzati e sbadati nello svolgimento delle loro attività, hanno difficoltà nel mantenere la concentrazione, si fanno distrarre molto facilmente dai compagni o da rumori occasionali e raramente riescono a completare un compito in modo ordinato.

Quando sono in classe sembrano disorientati e, spesso, passano da un’attività all’altra senza averne completata alcuna, si guardano continuamente attorno, soprattutto durante lo svolgimento di compiti, ma anche durante la proiezione della trasmissione tv preferita. Ciò accade soprattutto nei momenti in cui tali attività risultano noiose e ripetitive.

bambini con iperattività – impulsività giocano in modo rumoroso, parlano eccessivamente con scarso controllo dell’intensità della voce, interrompono persone che conversano o che stanno svolgendo delle attività, senza essere in grado di aspettare il momento opportuno per intervenire; i genitori e gli insegnanti li descrivono sempre in movimento e sul punto di partire, incapaci di attendere una scadenza o il proprio turno.

Inoltre, sembrano non sufficientemente orientati al compito e faticano a pianificare l’esecuzione delle attività che vengono loro assegnate.

Le manifestazioni di iperattività e impulsività sembrano essere attribuibili ad una difficoltà di inibizione dei comportamenti inappropriati. I bambini con disturbo dell’attenzione esprimono questa difficoltà con agitazione, difficoltà a rimanere fermi, seduti o composti quando viene loro richiesto.

I soggetti affetti da DDAI presentano delle difficoltà nei seguenti campi relativi all’attenzione e alle funzioni neuropsicologiche: risoluzione dei problemi, abilità di pianificazione, grado di allerta e di attenzione, flessibilità cognitiva, attenzione mantenuta, inibizione delle risposte automatiche, memoria di lavoro non verbale.

Come si manifesta in bambini e adolescenti?

La disattenzione e l’impulsività sono caratteristiche riscontrabili in un ampio range di disturbi psicopatologici in età evolutiva, come ad esempio nei disturbi d’ansia, nella depressione e nei disturbi del comportamento.  È normale per i bambini essere pieni di energia, impulsivi (agire senza considerare la conseguenza delle loro azioni) e disattenti. Le stesse difficoltà si possono riscontrare negli adulti, che sopraffatti dal lavoro, dagli impegni e dai problemi di vita quotidiana non riescono a mantenere attiva la consapevolezza di ciò che stanno facendo e di come lo stanno svolgendo. Tuttavia, per alcuni bambini e adolescenti, il livello di attività, le difficoltà nel controllare l’impulsività e l’attenzione sono talmente pervasivi da impedirgli di stare al passo con le richieste della società.

Bambini con ADHD manifestano una tale impulsività e attività da non riuscire a stare fermi, sono continuamente agitati, parlano quando dovrebbero ascoltare, interrompono i discorsi, non riescono a portare a termine un compito, sembrano non ascoltare quando gli si parla e perdono continuamente oggetti a causa della loro disattenzione.  Talvolta rischiano di farsi male a causa della loro impulsività, sono incapaci di stare seduti a lungo in classe e la loro disattenzione può essere causa di difficoltà di apprendimento. Sono labili dal punto di vista emotivo, difficilmente riescono ad autoregolare le loro emozioni. Una volta diventati adulti continuano ad avere problemi. Fanno fatica a mantenere un lavoro, compiono spesso incidenti stradali, durante le conversazioni stimolano irritazione negli altri a causa della loro difficoltà nell’aspettare il loro turno e la tendenza a parlare in momenti non appropriati. Con molta probabilità le vite di questi bambini, adolescenti e adulti saranno compromesse su più fronti, in ambito sociale, scolastico, cognitivo e familiare.

Come si manifesta a casa?

I bambini con ADHD presentano un gran numero di comportamenti che possono interferire con la vita familiare:

  • Spesso non ascoltano le istruzioni dei genitori e non gli obbediscono.
  • Sono disorganizzati.
  • Spesso dicono cose inopportune.
  • Spesso interrompono le conversazioni.
  • È difficile portarli a letto la sera.
  • Possono mettersi in pericolo a causa della loro distrazione o impulsività.
  • Hanno difficoltà a rimanere seduti a tavola durante i pasti.
  • Spesso bisogna richiamarli e assisterli per assicurarsi che portino a termine un compito.
  • Rifiutano di svolgere i compiti a casa o impiegano un tempo eccessivo per terminarli.
  • Possono manifestare una frustrazione intensa quando le loro richieste non vengono esaudite.

Il disturbo ha un forte impatto sui genitori, che sono costretti giorno dopo giorno ad affrontare le esigenze del loro bambino con ADHD e a monitorare i suoi comportamenti, questo può essere estenuante sia dal punto di vista fisico che psicologico. La frustrazione che molti genitori provano può portare a rabbia e senso di colpa verso se stessi, e irritazione verso il bambino.

Non solo i genitori, ma anche i fratelli dei bambini con ADHD devono affrontare una serie di sfide:

  • I loro bisogni spesso ricevono meno attenzione rispetto a quelli del bambino con ADHD.
  • Possono essere rimproverati in maniera più decisa quando sbagliano, ricevendo meno attenzione per i loro successi, perché dati per scontati.
  • Possono essere responsabilizzati nei confronti del fratello e accusati di non aver fatto il proprio dovere se questo si comporta male sotto la loro supervisione.

Al fine di affrontare le sfide quotidiane che un bambino con ADHD pone è necessario essere in grado di padroneggiare una combinazione di compassione e di coerenza. Vivere in una casa che fornisce al contempo amore, struttura e prevedibilità è la cosa migliore per un bambino o un adolescente che sta imparando a gestire il suo ADHD.

Come si manifesta a scuola?

L’ambiente scolastico può essere un luogo difficile per un bambino con ADHD, basta pensare alle richieste che pone: stare fermi, ascoltare in silenzio, seguire le istruzioni, rimanere concentrati e attenti. Tutte cose che riescono difficili ai bambini con questo disturbo.

Gli studenti con ADHD presentano le seguenti sfide per gli insegnanti:

 

  • hanno difficoltà a mantenere l’attenzione nei compiti richiesti;
  • non eseguono le istruzioni e non portano a termine gli incarichi;
  • difficoltà a organizzarsi nei compiti;
  • facilmente distraibili da stimoli estranei;
  • faticano a stare seduti;
  • si alzano spesso dal banco e vanno in giro per la stanza.
  • spesso dimenticano di annotare i compiti per casa, di farli o di portare quanto svolto a scuola;
  • spesso hanno difficoltà con le operazioni che richiedono passi ordinati, come ad esempio una divisione lunga;
  • rispondono alle domande senza porre sufficiente attenzione alla risposta;
  • hanno difficoltà a rispettare il turno;
  • interrompono gli altri durante le fasi di gioco e/o lavoro;
  • bassa autostima;
  • prese in giro da parte di altri compagni;
  • basse prestazioni scolastiche.

 

Nei prossimi articoli si parlerà di valutazione e del trattamento dell’ADHD e delle strategie di intervento efficaci per il bambino, genitori e scuola.

A cura della Dott.ssa Mara Gazzi

Bibliografia

  • DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali M. Biondi (Curatore) Cortina Raffaello, 2014.
  • I disturbi del comportamento in età evolutiva. Fattori di rischio, strumenti di assesment e strategie psicoterapeutiche di Pietro Muratori (Autore), Furio Lambruschi (Autore), Cristian Stenico (Illustratore), Annarita Milone (Prefazione).
  • L’intervento cognitivo-comportamentale per l’età evolutiva Strumenti di valutazione e tecniche per il trattamento Mario Di Pietro, Elena Bassi.
Corse, salti e tuffi… Gioco sensomotorio: cos’è e perchè è importante 

Gioco sensomotorio: cos’è e perchè è importante

Corse, salti, tuffi dal divano, prove di equilibrio… quante volte abbiamo visto i bambini cimentarsi e sperimentarsi attraverso schemi di movimento complessi e a volte anche pericolosi. 

Ma perché i bambini ricercano questo tipo di esperienze?

I bambini imparano attraverso il gioco e il movimento, ma soprattutto dal piacere che questi danno gli danno. Esiste una tappa fondamentale nello sviluppo del bambino in cui emerge il gioco sensomotorio

Lo psicologo Jean Piaget usa il termine sensomotorio in riferimento ad uno specifico stadio dello sviluppo dell’intelligenza: l’intelligenza sensomotoria, in cui il bambino tende a ripetere i movimenti che gli offrono sensazioni di soddisfazione e piacere.

Il pedagogista Bernard Aucouturier utilizza il termine senso-motorio riferendosi al movimento, al gioco ed in particolare al piacere che il bambino prova nel muoversi, che può nascere sia per caso ma anche se accuratamente ricercato dal bambino durante alcune attività incentrate sull’esplorazione del proprio corpo.  

Il gioco senso-motorio coinvolge quindi il sistema sensoriale e il sistema muscolo-scheletrico, che dialogano tra loro per creare nuovi circuiti neurali che fungono da esperienza per il bambino che si mette alla prova e ricerca determinate esperienze più o meno dinamiche che gli hanno provocato sensazioni piacevoli, letteralmente si parla di piacere del movimento. Il gioco senso-motorio proprio perché ha lo scopo di mettersi alla prova e superare i propri limiti, è caratterizzato da discontinuità e da rotture che vanno a stimolare il corpo livello sensoriale, soprattutto per quanto riguarda la percezione propriocettiva e vestibolare.

Questa tappa di gioco consente al bambino di esprimere campo anche le sue emozioni: ogni sfida è carica di emozioni che fanno parte del bagaglio del bambino e che possono essere vissute, agite e rielaborate attraverso questo tipo di attività ludica. 

La corsa, il salto e tutte le esperienze motorie dinamiche consentono al bambino di percepire ogni segmento corporeo ma anche tutto il corpo intero, e di mantenere un collegamento costante tra la dimensione corporea e quella emotiva, che si stimolano a vicenda e permettono lo sviluppo di una rappresentazione di Sé unitaria e globale. 

Alcuni degli schemi di movimento maggiormente ricercati dai bambini sono: 

  • Cadere: consente al bambino di imparare a dominare la verticalità e l’orizzontalità alternandole, inoltre il bambino sviluppa fiducia nel suo corpo che si ritrova “intero”.
  • Saltare: viene cercare il piacere di perdere e ritrovare il contatto col suolo, ma anche di perdere e ritrovare con le proprie forze un punto di appoggio sicuro, sviluppando la fiducia in sé stessi e l’autostima.
  • Arrampicarsi: è un passaggio di sviluppo importante per il bambino sia dal punto di vista motorio, per gli schemi di movimento richiesti, sia perché il bambino in questo modo sfida sè stesso e cerca di comprendere e conquistare il mondo da un’altra posizione.
  • Tuffarsi: in questo caso il bambino sperimenta la gravità e la mette alla prova, cerca di “volare”; l’atterraggio porta alla consapevolezza dei propri limiti. Questa esperienza è importante per lo sviluppo cognitivo. 

Il piacere senso-motorio è l’evidente espressione dell’unità della personalità del bambino, perché crea la connessione tra le sensazioni corporee e gli stati tonico-emozionali […] esso deve essere riconosciuto come punto nodale, via principale di cambiamento nel bambino”. 

Dott.ssa Ilaria Dissette

Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva

BIBLIOGRAFIA

  • Aucouturier B., Darrault I., Empinet J. L., La pratica psicomotoria. Rieducazione e terapia. Armando, 1986
  • Aucouturier B., Il metodo Aucouturier. Fantasmi d’azione e pratica psicomotoria, Franco Angeli, 2011
  • Aucouturier B.-A. LaPierre, La simbologia del movimento. Psicomotricità ed educazione, ed. Edipsicologiche, 1978.
  • Vecchiato M., Il gioco psicomotorio. Psicomotricità psicodinamica, Armando, 2007
  • Camaioni L., Di Blasio P., Psicologia dello sviluppo, Il Mulino Manuali, 2008
Scrivere proprio non mi piace. Simona e la disortografia.

Scrivere proprio non mi piace. Simona e la disortografia.

Ciao, sono Simona (nome di fantasia), ho 9 anni e scrivere proprio non mi piace.

A scuola vogliono che scriva in corsivo ma se scrivo in corsivo faccio tanti “orrori” – come li chiama la maestra – di ortografia.

Come posso fare? Molte volte non voglio ASSOLUTAMENTE scrivere.

Bentornati! Eccoci qua con un nuovo argomento. Oggi parliamo di DISORTOGRAFIA.

La disortografia è un disturbo specifico dell’apprendimento, più specificatamente della componente ortografica della scrittura. Tale fragilità emerge in particolar modo attraverso 3 errori specifici:

  1. Errori Fonologici, nei quali ciò che il bambino scrive non corrisponde a ciò che è stato detto;
  2. Errori Non Fonologici, ad esempio separazioni o fusioni illegali;
  3. Errori Fonetici, cioè accenti e doppie.

Inoltre, come la dislessia, esistono 2 parametri da osservare in sede di valutazione: la velocità di scrittura e la correttezza ortografica.

Le caratteristiche (https://www.aiditalia.org/come-si-riconoscono-i-dsa) di questo disturbo sono:

  • scarsa autonomia nella scrittura delle parole;
  • sostituzioni o elisioni di lettere;
  • difficoltà nell’atto della scrittura.

Campanelli d’allarme e diagnosi

La diagnosi di disortografia è possibile quando il bambino è in classe terza della scuola primaria (solo in casi eccezionali anche durante la fine della classe secondo) ma questo non vuol dire non riuscire ad osservare possibili campanelli d’allarme emergenti durante la classe seconda. Tra questi campanelli d’allarme troviamo:

  • commette molti errori ortografici;
  • ha difficoltà nello scrivere in corsivo;
  • fatica nel copiare alla lavagna;
  • scambia lettere graficamente o foneticamente simili, ad esempio f-v, p-b, m-n;
  • gestisce non adeguatamente lo spazio del foglio.

Riuscire ad individuare queste prime difficoltà e quindi fare un intervento precoce possiamo permettere al bambino una maggiore serenità durante le ore scolastiche e durante lo svolgimento dei compiti.

Cosa possiamo fare dopo una diagnosi di Disortografia?

Il ruolo della scuola e della famiglia

Successivamente alla diagnosi di disortografia le figure che più devono mettersi in gioco oltre al bambino sono la famiglia e la scuola. Ma in che modo?

L’insegnante è opportuno che metta in atto alcune strategie per favorire l’apprendimento del bambino. Nello specifico può:

  • dispensare il bambino dalla scrittura quando non è questo il primo obiettivo richiesto;
  • far copiare il bambino da un foglio dispensandolo dalla copiatura alla lavagna;
  • lasciare un tempo maggiore per permettere al bambino di completare il lavoro che deve svolgere;

In casi più complessi, e dove il bambino è seguito e guidato, può essere inserito l’utilizzo del computer (dettatura, rilevamento automatico dell’errore)

La famiglia può:

  • familiarizzare con il bambino nell’uso degli strumenti compensativi in accordo con la scuola e se, presente, con il clinico di riferimento;
  • comunicare, ascoltare e accogliere le esigenze e i bisogni del bambino.

Non abbiate timore di chiedere aiuto nel momento in cui notate fragilità di questo tipo nei vostri bambini. Una diagnosi di disortografia permette un maggior benessere nella vita del bambino.

Dott.ssa Giorgia Ghiraldini

Educatrice socio-pedagogica

Bibliografia: