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Il sonno nella prima infanzia: prospettive psicologiche tra crescita, emozioni e legame affettivo

Il sonno nella prima infanzia: prospettive psicologiche tra crescita, emozioni e legame affettivo

Il sonno nei primissimi anni di vita è uno degli ambiti più impegnativi per chi si prende cura di un bambino. Notti agitate, difficoltà ad addormentarsi o improvvisi passi indietro rispetto a una routine ormai acquisita possono alimentare ansie e far sentire i genitori inadeguati. Dal punto di vista della psicologia dello sviluppo, però, il sonno infantile è un processo complesso in continua evoluzione, profondamente connesso alla maturazione del cervello e alla qualità del legame con gli adulti di riferimento. 

Come cambia il sonno dalla nascita ai sei anni

Alla nascita il sistema che regola i ritmi sonno-veglia non è ancora formato. Il neonato non ha un orologio biologico consolidato e alterna momenti di sonno e di veglia senza una logica circadiana riconoscibile. I cicli di sonno sono brevi e la fase REM occupa uno spazio molto ampio: è una fase neuronalmente molto attiva, fondamentale per lo sviluppo del cervello e per la costruzione delle reti sinaptiche. Anche la melatonina, l’ormone che risponde ai cicli di luce e buio, raggiunge una produzione stabile solo nei primi mesi. I risvegli notturni, quindi, non sono un campanello d’allarme, ma una caratteristica normale e attesa. 

Nei primi tre mesi il sonno è fortemente frammentato e subordinato ai bisogni corporei fondamentali, come mangiare e mantenersi alla giusta temperatura. Tra i tre mesi e l’anno di vita il ritmo circadiano si organizza progressivamente e il sonno notturno comincia a consolidarsi, anche se i risvegli rimangono possibili. Tra uno e tre anni la durata totale del sonno si riduce e la struttura notturna diventa più definita, sebbene i risvegli continuino, spesso legati a tappe evolutive come l’ansia da separazione, le nuove conquiste motorie o l’esplosione del linguaggio. Tra i tre e i sei anni il sonno tende a diventare più stabile, anche se possono comparire fenomeni come incubi, terrori notturni o sonnambulismo, generalmente transitori e legati alla maturazione del sistema nervoso. 

 

Cosa succede dal punto di vista psicologico

Il sonno non è solo una questione fisiologica: è anche un’esperienza relazionale. Addormentarsi significa separarsi, lasciare la presenza rassicurante dell’adulto per entrare in uno stato di vulnerabilità. In particolare, tra i sei mesi e i tre anni, quando l’ansia da separazione è più intensa, il momento di andare a letto può riattivare un forte bisogno di vicinanza e conforto. I risvegli notturni in questa fase vanno letti più come una richiesta di sostegno emotivo che come un’abitudine scorretta da correggere. Il bambino piccolo non ha ancora sviluppato le capacità per calmarsi da solo e ha bisogno dell’adulto per tornare a uno stato di serenità. 

Molti genitori notano poi che dopo periodi di sonno relativamente tranquillo arrivano fasi di regressione apparentemente inspiegabili. Queste coincidono spesso con grandi cambiamenti evolutivi: imparare a camminare, iniziare a parlare, entrare al nido o alla scuola dell’infanzia. Ogni nuova conquista porta con sé un aumento dell’attivazione mentale ed emotiva, e il sonno, che è per sua natura uno spazio di transizione e quiete, può risentirne temporaneamente. In quest’ottica le notti difficili fanno parte del percorso di crescita. 

Non dimentichiamo i genitori!

Un aspetto che spesso passa in secondo piano è l’effetto che il sonno disturbato ha sul benessere psicologico di chi si prende cura del bambino. La privazione cronica di riposo può amplificare irritabilità, stress e fragilità emotiva, soprattutto nei mesi successivi al parto. Quando si parla di sonno infantile, è quindi necessario tenere a mente non solo il comportamento del bambino ma anche l’energia residua e lo stato emotivo dei genitori. In certi casi un supporto psicologico può essere prezioso per aiutarli a gestire le proprie emozioni e alleggerire il peso del senso di colpa. 

Qualche indicazione pratica

Alcune abitudini possono favorire notti più serene e regolari. Una routine serale prevedibile – sempre le stesse azioni nella stessa sequenza – aiuta il bambino ad anticipare il momento del sonno e a viverlo con maggiore tranquillità, riducendo opposizioni e resistenze. Piccoli rituali come il bagnetto, la lettura di una storia o una breve coccola creano un passaggio graduale dalle attività della giornata al riposo. 

Anche l’ambiente ha un ruolo importante: luce soffusa, temperatura confortevole, rumori contenuti e pochi stimoli favoriscono l’addormentamento. Può essere utile evitare schermi e giochi troppo attivanti nell’ora che precede la nanna, così da permettere al corpo e alla mente di rallentare. 

Mantenere orari abbastanza costanti per coricarsi e svegliarsi, compatibilmente con l’età e i bisogni del bambino, sostiene il ritmo biologico e rende il sonno più stabile nel tempo. La regolarità, infatti, aiuta l’organismo a “riconoscere” quando è il momento di dormire. 

Infine, rispondere ai risvegli notturni con calma, coerenza e presenza rassicurante trasmette al bambino la certezza di essere al sicuro. Un atteggiamento sereno e prevedibile facilita il riaddormentamento e, nel tempo, sostiene lo sviluppo di una maggiore autonomia nel sonno. 

 

Bibliografia

  • Mark S. Blumberg (2010). Basic neuroscience of sleep in infants. Sleep Medicine Clinics, 5(1), 1–10.
  • Jodi A. Mindell & Owens, J. A. (2015). A Clinical Guide to Pediatric Sleep: Diagnosis and Management of Sleep Problems. Philadelphia: Lippincott Williams & Wilkins.
  • American Academy of Pediatrics (2022). Sleep-related infant deaths: Updated recommendations for reducing infant deaths in the sleep environment. Pediatrics, 150(1).
  • John Bowlby (1969/1982). Attachment and Loss. Vol. 1: Attachment. New York: Basic Books.
Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Emozioni: dalla confusione alla consapevolezza

Leggere tra le righe è la nostra nuova rubrica, nata dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali e nei nostri studi professionali, ma anche nelle storie che incontriamo.
Negli albi illustrati che rapiscono i bambini, nelle righe dei libri che ci aiutano a conoscere parti di noi, nei film che parlano al nostro mondo interno. E nelle storie di ogni paziente.

Questa rubrica propone, ogni mese, un tema psicologico attraverso due lenti: la lettura e il cinema. Perché leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Per inaugurare, abbiamo scelto un tema fondamentale per il benessere psicologico lungo tutto il ciclo di vita: le emozioni.

Cosa significa davvero comprendere le emozioni?

Nel lavoro clinico con bambini, adolescenti e adulti, una delle difficoltà più frequenti è non capire (e sentire) chiaramente cosa si sta provando.

Confondiamo ansia e agitazione.
Chiamiamo rabbia ciò che è frustrazione.
Definiamo “stress” un sovraccarico emotivo più complesso.

Conoscere le nostre emozioni è un’abilità chiave per la regolazione emotiva: per gestire un’emozione, devo prima riconoscerla, nominarla, capire a cosa mi serve e cosa mi sta comunicando.

Infanzia: costruire le prime mappe emotive

Mappe delle mie emozioni, di Bimba Landmann (2019, Camelozampa) può essere per i bambini uno strumento prezioso di alfabetizzazione emotiva.

Attraverso immagini, colori e metafore visive, le emozioni diventano riconoscibili. Il bambino può associare ciò che sente nel corpo a un nome, a una forma, a un luogo sulla mappa di quell’emozione.

Questo passaggio è cruciale nello sviluppo emotivo: senza parole, l’emozione resta solo attivazione fisiologica. Con le parole, diventa un’esperienza comprensibile e quindi integrabile nel nostro mondo interno (perciò anche regolabile).

Come adulti, possiamo sfogliare questo libro insieme ai bambini e rimanere in ascolto senza correggere o minimizzare, ma mostrandoci curiosi della loro esperienza:

Tu ci sei mai stato nelle colline del tremore?
A me fa una paura il Lago Distruzione, e a te?
E l’Isola dei Desideri secondo te com’è?

Sono solo alcune delle infinite domande che possono accompagnare la condivisione di questo libro con i piccoli.
Un consiglio? Crea le tue domande personali, l’unica regola da seguire è: non suggerire tu le risposte, fai domande aperte che lascino i bambini liberi di darti la loro vera risposta.

Adolescenza ed età adulta: integrare la complessità

Con la crescita, l’universo emotivo si fa più articolato. Le emozioni si mescolano, diventano ambivalenti, a volte addirittura contraddittorie.
E possiamo sentirci in conflitto, per esempio: “come posso essere tanto arrabbiato/a con qualcuno che amo tanto?”.
Tenere insieme la complessità di tante parti di noi che provano e vogliono cose tante diverse può essere difficile, spaventoso e disorientarci.

 

Labirinto dell’anima, di Anna Llenas (2019, Gribaudo), la “mamma” del mostro delle emozioni, accompagna bambini, adolescenti e adulti in un’esplorazione delicata e visiva del mondo interiore. Attraverso le immagini evocative e i brevi testi che caratterizzano la voce dell’autrice, il libro dà forma alle emozioni e agli stati d’animo più dolorosi e complicati, aiutando a riconoscerli senza giudicarli.

 

L’Atlante delle emozioni umane di Tiffany Watt Smith (2021, Utet) propone una mappa ampia delle emozioni più strane, innominabili e nascoste, integrando alla psicologia discipline e arti umanistiche, pescando da lingue e culture di tutto il mondo.

 

La differenziazione emotiva riduce l’impulsività, migliora la comunicazione e sostiene la regolazione emotiva. Per esempio, saper distinguere tra delusione, senso di rifiuto e vergogna cambia il modo in cui reagiamo.

Diventare consapevoli delle nostre emozioni non ne eliminerà l’intensità, ma la renderà abitabile, insegnandoci a starci dentro.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Iniziamo questa nostra nuova rubrica con un grande classico Pixar che probabilmente avrete già visto (e forse rivisto): Inside Out. Nello specifico parliamo del primo capitolo che, oltre ad essere uno dei più famosi e riusciti film d’animazione del nuovo millennio, ci è molto utile per iniziare a parlare con i nostri piccoli di emozioni e per dare un’immagine, un colore, un tono di voce, una caratteristica ai nostri stati d’animo.

Inside Out diventa un caposaldo per l’inizio di una sana alfabetizzazione emotiva, aiutando i bambini a identificare le diverse emozioni e il modo in cui prendono a volte il “controllo dei comandi” di noi stessi.

Con quale chiave di lettura possiamo guardare questo film e accompagnare la visione per i più piccoli? Possiamo far notare come tutte le emozioni, anche quelle più negative, siano indispensabili!
Non ci sono emozioni cattive, infatti in Inside Out non esiste  un cattivo da sconfiggere, ma una situazione imprevista da risolvere con l’aiuto di tutti. L’insegnamento finale è proprio questo: anche le emozioni che vediamo come negative, come Tristezza, che spesso cerchiamo di nascondere e reprimere, sono fondamentali per la nostra crescita e, se riusciamo ad accoglierle e gestirle, ci possono insegnare molte cose.

Qualche spunto di riflessione per guardare il film con uno sguardo più profondo:

Quanto è difficile per noi adulti vedere soffrire i nostri piccoli?
Quanto vorremmo eliminare le cause delle loro emozioni più spiacevoli?

Oppure, quante volte minimizziamo e banalizziamo i motivi della loro tristezza, della loro rabbia o vergogna?

Inside Out è un film per bambini, ma aiuta anche noi adulti a farci queste domande.

Buona visione!

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

Forse la prima domanda con cui possiamo iniziare a esplorare le nostre emozioni è semplice:
quanto è preciso il mio vocabolario emotivo?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

Biofeedback per bambini: allenare l’autoregolazione emotiva

Biofeedback per bambini: allenare l’autoregolazione emotiva

Quando tuo figlio non riesce a calmarsi

Autoregolazione emotiva e biofeedback in età evolutiva riguardano situazioni che molti genitori vivono ogni giorno: scatti di rabbia improvvisi, ansia prima della scuola, pianti che sembrano non finire. In quei momenti tuo figlio non sta facendo i capricci: il suo corpo è in “allarme” e la parte emotiva del cervello sta prendendo il sopravvento su quella che aiuta a ragionare. Il cuore batte veloce, i muscoli sono tesi, il respiro è corto. Con questa attivazione può essere davvero difficile fermarsi.

L’autoregolazione emotiva è la capacità di accorgersi di questi segnali e aiutare corpo ed emozioni a tornare piano piano alla calma, così che il bambino possa di nuovo pensare, parlare e ascoltare. È una competenza che si impara nel tempo, anche grazie all’aiuto degli adulti, non qualcosa che un bambino “dovrebbe già saper fare”. Le difficoltà si vedono spesso così:

  • si agita facilmente e fa fatica a rilassarsi
  • reagisce in modo molto intenso alle frustrazioni
  • fatica a concentrarsi
  • sembra sempre “su di giri” o, al contrario, si blocca

Ti ritrovi in queste situazioni anche tu?

Cos’è il biofeedback in età evolutiva

Il biofeedback in età evolutiva è un aiuto concreto per insegnare ai bambini a calmarsi da dentro. Durante gli incontri si usano piccoli sensori, non invasivi, che rilevano segnali del corpo come il battito cardiaco o la frequenza respiratoria. Questi segnali diventano immagini o giochi sullo schermo. Il bambino vede che, se respira in modo più lento e lascia andare la tensione, il gioco prosegue: scopre così che può influenzare quello che succede nel suo corpo.

Uno degli aspetti più importanti è allenare la capacità del sistema nervoso di passare dall’agitazione alla calma, lavorando su parametri come la variabilità del battito cardiaco. Questo rafforza il “freno” naturale dello stress e sostiene l’autoregolazione emotiva.

Con il biofeedback il bambino sviluppa la capacità di:

  • accorgersi quando il suo corpo si sta agitando
  • usare il respiro per calmarsi
  • lasciare andare la tensione
  • sentire che la calma è qualcosa che può ritrovare

Perché può fare la differenza

Dire “calmati” a un bambino agitato raramente funziona. Anzi: chiedergli di controllarsi quando è già in tensione spesso aumenta lo sforzo… e quindi la tensione.
Il biofeedback per bambini segue un’altra strada: insegna a riconoscere i segnali del corpo mentre l’emozione sale e a guidarli, passo dopo passo, verso uno stato di calma.
Così diminuiscono frustrazione e senso di fallimento, e il bambino allena una strategia concreta di autoregolazione emotiva. Una competenza che, col tempo, diventa sempre più autonoma e utilizzabile anche nella vita di tutti i giorni, fuori dallo studio.

Nel tempo si possono osservare cambiamenti come:

  • meno scoppi di rabbia
  • migliore gestione dell’ansia
  • più capacità di stare concentrati
  • maggiore tolleranza alle difficoltà
  • sonno più sereno.

Non è un effetto immediato, ma un allenamento che costruisce competenze che restano nel tempo.

Quando può essere utile chiedere un aiuto professionale

A volte un sostegno esterno può fare la differenza. Può essere utile parlarne con uno specialista se:

  • le reazioni emotive sono molto intense o frequenti
  • tuo figlio fatica a calmarsi anche dopo molto tempo
  • l’agitazione o l’ansia interferiscono con scuola, sonno o relazioni
  • ti senti spesso senza strumenti e molto in difficoltà
  • le crisi creano forte stress in famiglia

Chiedere aiuto non significa che c’è “qualcosa che non va” in tuo figlio: significa offrirgli strumenti in più per imparare a stare meglio.

Dott.ssa Diletta Andreotti

Bibliografia:

  • Schwartz, M. S., & Andrasik, F. (Eds.). (2017). Biofeedback: A practitioner’s guide (4th ed.). Guilford Press.
  • Khazan, I. Z. (2013). The clinical handbook of biofeedback: A step-by-step guide for training and practice with mindfulness. Wiley-Blackwell.
  • Shaffer, F., & Meehan, Z. M. (2020). Heart rate variability biofeedback: How and why does it work? Frontiers in Psychology, 11, 253.
  • Siegel, D. J., & Bryson, T. P. (2012). The whole-brain child: 12 revolutionary strategies to nurture your child’s developing mind. Delacorte Press.
LA SINDROME DI ASPERGER: cos’è, come riconoscerla e come intervenire

LA SINDROME DI ASPERGER: cos'è, come riconoscerla e come intervenire

La sindrome di Asperger, oggi ricompresa all’interno del Disturbo dello Spettro Autistico secondo i criteri del DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali,  edizione), è una condizione del neurosviluppo caratterizzata principalmente da difficoltà nella comunicazione nell’interazione sociale, a fronte di un funzionamento cognitivo nella norma (o talvolta alto) e di un linguaggio strutturalmente adeguato, sia sul versante ricettivo che espressivo. 

Come riconoscerla precocemente:

Il riconoscimento precoce è fondamentale, perché consente di attivare interventi mirati in una fase in cui la plasticità cerebrale è maggiore. 

Nei primi anni di vita possono emergere alcuni segnali, tra cui: 

  • difficoltà nel contatto oculare e nella reciprocità emotiva; 
  • scarso interesse per il gioco condiviso; 
  • tendenza a preferire attività solitarie; 
  • rigidità rispetto a routine e cambiamenti; 
  • iper/iposensibilità a rumori, luci, tessuti, odori, cibo; 
  • difficoltà nella regolazione emotiva; 
  • interessi ristretti e molto intensi su argomenti specifici; 
  • modalità comunicative peculiari (linguaggio formale, letterale, talvolta pedante). 

Nel bambino in età prescolare o scolare si possono osservare: 

  • difficoltà a comprendere le regole implicite delle relazioni tra pari; 
  • fatica nello sviluppo delle competenze socio-pragmatiche, ad esempio interpretare ironia o linguaggio non verbale; 
  • forte bisogno di prevedibilità. 

È importante sottolineare che la presenza di uno o più di questi elementi non equivale automaticamente a una diagnosi. Molti bambini possono mostrare tratti isolati senza rientrare nello spettro autistico. La valutazione deve sempre essere globale e specialistica. 

Come si arriva alla diagnosi

La diagnosi è clinica e viene effettuata da un’equipe multidisciplinare composta generalmente da neuropsichiatra infantile, psicologo, logopedista e terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva. 

Il percorso diagnostico generalmente prevede: 

  1. Colloquio approfondito con i genitori, per raccogliere la storia evolutiva del bambino. 
  2. Osservazione strutturata del comportamento, in contesti guidati e spontanei. 
  3. Strumenti standardizzati, utilizzati da professionisti formati (es.ADOS-2, ADI-R, questionari) 
  4. Valutazione cognitiva, relazionale e del linguaggio, per delineare il profilo funzionale. 
  5. Esclusione di altre condizioni che possano spiegare i sintomi (disturbi del linguaggio, disturbo d’ansia, ADHD, ecc.). 

Non esistono esami strumentali che certifichino la sindrome di Asperger: la diagnosi si basa sull’osservazione dei comportamenti e sui criteri clinici internazionali. 

Quali trattamenti riabilitativi sono indicati

Esistono diversi interventi riabilitativi ed educativi in grado di migliorare significativamente la qualità di vita e le competenze sociali. Tra i principali: 

  • Intervento psicoeducativo e comportamentaleprogrammi strutturati che aiutano il bambino a sviluppare competenze sociali, flessibilità cognitiva e autonomia. 
  • Training sulle abilità socialipercorsi individuali o di gruppo in cui si lavora su riconoscimento delle emozioni, gestione delle conversazioni, comprensione delle regole sociali implicite e problem solving relazionale. 
  • Logopediaindicata quando sono presenti difficoltà pragmatiche del linguaggio (uso sociale della comunicazione), anche in presenza di un lessico ricco. 
  • Psicoterapiapuò essere utile soprattutto in età scolare e adolescenziale per affrontare ansia, bassa autostima o difficoltà relazionali. 
  • Supporto alla famigliafondamentale per fornire strumenti educativi coerenti, comprendere i comportamenti del figlio e ridurre il carico emotivo. 
  • Collaborazione con il contesto scolastico: è importante integrare gli interventi psicoeducativi all’interno dell’ambiente scolastico e favorire la continuità tra casa, scuola e trattamenti riabilitativi. 

L’intervento più efficace è sempre personalizzato: ogni bambino con disturbo dello spettro autistico ha un profilo unico, con punti di forza e aree di fragilità differenti. 

Gli interventi efficaci sono evidence-based, soprattutto psicoeducativi e non esiste una terapia unica e non si “cura” l’autismo, si supporta il funzionamento e il benessere. 

Uno sguardo più ampio

Negli ultimi anni si è sviluppata una maggiore sensibilità verso la neurodiversità: sempre più adulti ricevono una diagnosi tardiva e riconoscono nel proprio percorso caratteristiche che li hanno accompagnati fin dall’infanzia. 
Con l’ingresso nell’adolescenza, l’aumento delle richieste scolastiche e sociali può rendere più faticosa la gestione delle relazioni, soprattutto quando le regole implicite dei gruppi diventano più complesse. In questa fase possono comparire o accentuarsi ansia, stress, difficoltà nella regolazione emotiva e senso di solitudine, anche in ragazzi con buone capacità cognitive. Per questo è importante affiancare al lavoro sulle abilità sociali un sostegno psicologico e un accompagnamento educativo, in collaborazione con la scuola e la famiglia. 

Comprendere precocemente la sindrome di Asperger significa leggere in modo più chiaro alcune modalità di funzionamento. Con un adeguato supporto, è possibile sviluppare competenze significative, percorsi accademici brillanti e relazioni soddisfacenti. 

La chiave non è “normalizzare”, ma accompagnare. Perché riconoscere le differenze, quando vengono comprese e sostenute, può diventare il primo passo verso una crescita più consapevole e serena. 

Dott.ssa Ilaria Dissette

Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva

Bibliografia:

  • Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), Quinta Edizione (2013)
  • Linee guida ASD Bambini e Adolescenti, Osservatorio Nazionale Autismo, Istituto Superiore di Sanità, (2025)
  • Valutazione, intervento e ricerca nell’autismo, Umbrella Behavioural Model: un approccio evidence based multidimensionale – Leonardo Fava e Kristin Strauss (2022)

 

Mio figlio va male a scuola e le maestre mi hanno consigliato una valutazione degli apprendimenti…MA DI COSA SI TRATTA?

MIO FIGLIO VA MALE A SCUOLA E LE MAESTRE MI HANNO CONSIGLIATO UNA VALUTAZIONE DEGLI APPRENDIMENTI…MA DI COSA SI TRATTA?

Spesso accade che, nei primi anni della scuola primaria, le maestre segnalino alcune difficoltà di acquisizione dei processi legati alla lettura, alla scrittura o al calcolo. Di conseguenza, consigliano alla famiglia di effettuare una valutazione per appurare la presenza o meno di difficoltà oggettive, per poi iniziare un percorso di potenziamento mirato e la conseguente attivazione, nel contesto scolastico, delle normative atte a tutelare gli alunni con “bisogni speciali”. 

Quando, però, incontriamo voi genitori spesso ci riportate dubbi e perplessità… Eccoci qui per chiarirli una volta per tutte!

Una valutazione degli apprendimenti completa deve approfondire ognuna delle aree, indipendentemente dal fatto che la difficoltà segnalata sia specifica solo di una. Senza andare troppo nello specifico con terminologie noiose, nomi e sigle assurde, vi spiego con molta semplicità cosa andiamo ad indagare:

  • LETTURA: si parte con una classica lettura di brano ad alta voce, in cui si segnano gli eventuali errori commessi dal bambino e la velocità impiegata, per poi eventualmente approfondire attraverso la lettura di parole isolate o di parole completamente inventate, per verificare la corrispondenza tra il grafema scritto e il fonema pronunciato;
  • COMPRENSIONE: strettamente legata alla competenza di lettura, si va ad indagare quanto ciò che viene letto viene anche compreso, attraverso la lettura di un brano con le relative domande a scelta multipla a cui rispondere; questa abilità si indaga anche in modalità da ascolto, dove la lettura viene in realtà effettuata dal professionista;
  • SCRITTURA: quest’area viene indagata sia dal punto di vista ortografico, con le classiche prove di dettato, ma anche dal punto di vista della produzione scritta di un testo spontaneo; inoltre, si dedica attenzione anche al gesto grafo-motorio, per indagare la fluidità o meno nell’uso dei vari allografi (stampato e corsivo);

CALCOLO: l’area della matematica viene indagata attraverso batterie che analizzano le competenze del calcolo scritto e del calcolo a mente, oltre a prove di ragionamento logico che indagano la capacità di lavorare con materiale numerico e di saper cogliere adeguatamente il senso del numero; da non dimenticare anche l’abilità di problem-solving nella fase di risoluzione dei problemi aritmetici.

In linea di massima, queste sono le prove standard che proponiamo, ovviamente somministrate sulla base della classe frequentata dal bambino, per cui vanno ad approfondire esclusivamente quelle competenze che dovrebbero essere state acquisite in base alla programmazione scolastica. Ciò che si richiede allo studente è di svolgere i test nel miglior modo, tenendo conto che alcuni di questi prevedono anche un limite di tempo entro cui svolgerli. A noi, però, interessa vedere fino a che punto è in grado di svolgere in autonomia le prove, per comprendere dove può essere mancata l’automatizzazione di quel preciso processo. 

Successivamente alla correzione ed alla stesura della relazione, si illustrano ai genitori le prove e i risultati e si opta per un eventuale percorso di potenziamento personalizzato, oltre a prendere contatti con le insegnanti per un lavoro di squadra. Perché ricordiamoci… INSIEME SI PUÒ!

Dott.ssa Chiara Zaghini 

Psicologa dell’Età Evolutiva

Lo sviluppo dei fonemi del linguaggio 

Lo sviluppo dei fonemi del linguaggio

Ogni genitore è un attento osservatore delle tappe di sviluppo del proprio figlio. Quando iniziano a emettere i primi suoni è una gioia immensa e la parola crea un ponte di significati con tutti gli atteggiamenti che il bimbo mette in atto da quando nasce.

Il linguaggio del bambino, soprattutto nelle prime fasi di sviluppo è caratterizzato molto spesso dalla tendenza a sostituire un suono con un altro. Questo avviene per un iniziale difficoltà a percepire, riconoscere i vari suoni oppure per la tendenza a modificare l’ordine dei suoni nella parola.

Sono processi fisiologici e naturali che si riducono via via con la crescita del bambino.

Vediamo insieme come e quando vengono articolati i suoni in maniera fisiologica:

Nella lingua italiana esistono 30 suoni diversi detti fonemi. Ogni fonema si differenzia per luogo e modo di articolazione. Va sottolineato che esiste una variabilità individuale nell’acquisizione dei suoni, ma di solito il loro sviluppo, percorre delle tappe ben definite:

  • 2anni – 2anni e mezzo: producono in modo stabile i suoni M, N, P, B, T, D, K (C), G, F, L;
  • 2 anni e mezzo, 3anni: tutti i suoni prima elencati più i suoni v, s, ci e gi;
  • 3 anni, 3 anni e mezzo: tutti i suoni prima elencati più la z, gn ;
  • dopo i 3 anni e mezzo: tutti i suoni prima elencati più i suoni complessi come r, gl, sc.

La stabilizzazione del sistema fonologico si ha dai 4 anni ai 6 anni. Tuttavia per alcuni bambini, questo assestamento è più difficile da raggiungere. Quando notiamo, una mancata presenza di un suono, una cattiva pronuncia di parole (bino per vino) oppure un eloquio non comprensibile è consigliata una valutazione logopedica.

Dott.ssa Gabriella Laurino

Logopedista

DEGLUTIZIONE DISFUNZIONALE

DEGLUTIZIONE DISFUNZIONALE

La deglutizione è un meccanismo neuromuscolare che va incontro ad una fisiologica maturazione dal periodo infantile fino all’età adulta.

 

Per deglutizione disfunzionale (spesso impropriamente detta deglutizione atipica) si intende un’alterazione della deglutizione dovuta a uno squilibrio dei muscoli oro-facciali, caratterizzati dalla permanenza di alcuni movimenti della lingua non funzionali per la deglutizione adulta. Questo squilibrio influenza molti altri processi oltre la deglutizione stessa quali la suzione, la masticazione, la respirazione, la fonazione, la mimica e il gusto.

 

Nello specifico il meccanismo di sviluppo non evolve verso la fisiologica maturazione, ma rimane tendenzialmente come la deglutizione infantile in cui la spinta linguale avviene nell’area interdentale anteriore o laterale e non sullo spot palatino retroincisivo.

 

L’anomalia funzionale viene definita tale quando rimane presente oltre il periodo ritenuto fisiologico (circa 6/7 anni) ed in pratica come detto sopra la lingua, al momento dell’atto deglutitorio, spinge contro i denti o fra i denti, in posizione anteriore e/o laterale, invece di schiacciarsi contro il palato; in associazione ci sarà la presenza di un alterato comportamento neuromuscolare di tutto il distretto orofacciale.

 

E’ doveroso specificare che non è la spinta linguale in sé che crea il problema ma è la lingua che, non trovando un adeguato spazio funzionale, genererà uno squilibrio globale di tutte le strutture coinvolte. Poiché si tratta di una situazione complessa, si parla propriamente di squilibrio muscolare orofacciale (detto SMOF).

Per questo motivo si rende necessario un lavoro multidisciplinare grazie ad una stretta collaborazione tra varie figure come il Logopedista, l’Ortodonzista, il Foniatra e l’Osteopata.


Le cause principali possono essere:
• alterazioni delle strutture dentali e scheletriche in sviluppo o malocclusioni
• traumi, ferite o malattie del complesso muscolare oro-facciale
• postura della lingua scorretta causata da vizi orali (succhiamento della lingua, del pollice o uso prolungato del ciuccio)
• disfunzioni a carico del Sistema Nervoso Centrale
• respirazione orale con atteggiamento anomalo della lingua conseguente a patologie di natura otorinolaringoiatrica ed allergologica

 

La deglutizione disfunzionale va ad influenzare processi che vanno oltre la deglutizione stessa, generando:
• alterazioni estetiche e mimiche
• crescita anomala dei denti e alterazione dell’occlusione dentaria (sovraffollamento per mancato spazio)
• palato alto e stretto (ogivale)
• difetti di pronuncia di alcuni suoni

  • difficoltà di attenzione e concentrazione con possibile ricaduta sugli apprendimenti
    • problemi di masticazione
    • eccessivo muco dal naso, tosse, raffreddore e febbri frequenti.
    • disturbi alla vista
    • problemi posturali a carico della colonna vertebrale
    Una deglutizione scorretta interessa quindi anche altri apparati come quello respiratorio, quello gastrico, quello visivo e quello muscolo scheletrico.

 

Nello specifico:
• il palato stretto genera una difficoltà della lingua a sollevarsi determinando una respirazione prettamente orale; ciò induce un ristagno di muco nei seni paranasali e una conseguente infiammazione delle adenoidi e delle tonsille
• il bambino che ha difficoltà a deglutire è spesso affetto da otiti: il muco, anziché essere drenato nel cavo faringeo, ristagna all’interno della tuba uditiva
• le alterazioni della pressione aerea durante l’atto deglutitorio provocano una compressione della membrana cocleare, producendo suoni vaghi e fastidiosi che si traducono in acufeni
• una deglutizione disfunzionale aumenta la quota di aria ingerita generando aereofagia, con possibile presenza di irritabilità intestinale, tensione addominale e flatulenza
• l’atteggiamento tonico posturale scorretto del capo durante la deglutizione incide sulla postura generale generando a lungo scompensi che possono manifestarsi in sintomatologie muscolo scheletriche a carico dei segmento cervicale, dorsale o lombare

  • in conseguenza allo squilibrio scritto sopra si rilevano poi alterazioni di adattabilità nella funzionalità visiva: spesso si riscontrano difficoltà nella messa a fuoco (forie), strabismi e stanchezza oculare

 

Per quanto riguarda l’età adulta i possibili sintomi derivanti ad una deglutizione disfunzionale sono:
• problematiche respiratorie (ridotta mobilità del diaframma)

  • disturbi del sonno
    • problemi alla tiroide
    • click e disfunzioni dell’articolazione temporo mandibolare (ATM)
    • acufeni e ronzii
    • problemi digestivi (reflusso gastro esofageo)
    • cervicalgia
    • cefalea muscolo tensiva
    • dolore lombare

 

Il trattamento di elezione in caso di deglutizione disfunzionale e di squilibrio muscolare orofacciale è la terapia miofunzionale svolta dal Logopedista che, dopo un’attenta valutazione, metterà in atto il relativo programma riabilitativo personalizzato.
Il programma riabilitativo ha come obiettivo finale l’equilibrio armonico della muscolatura del viso e l’apprendimento del corretto meccanismo deglutitorio.

Per raggiungere tale obiettivo è necessario ripristinare le funzioni orali se alterate quali: la respirazione, l’alimentazione (masticazione – deglutizione), la produzione dei suoni del linguaggio, la mimica facciale, e l’eventuale lavoro posturale.

Attraverso l’Osteopatia vengono valutate le capacità di espressione, di sviluppo embriologico e di competenza di adattamento dei muscoli, legamenti, ossa e in generale di tutti i tessuti e fluidi della sfera cranica in rapporto diretto all’espressione di deglutizione, ma anche di tutte quelle strutture che, a distanza, possono condizionarla o esserne condizionate.

 

Alcune aree di particolare interesse da individuare ed approcciare ai fini del trattamento osteopatico sono:

  • componenti della loggia cervicale
  • capacità di espressione degli archi faringei
  • base cranica (SSB) e ossa temporali
  • area cranio cervicale OAE (C0-C1-C2) 
  • membrane durali craniche
  • strutture dello splancnocranio (mascellare, etmoide, ossa zigomatiche, palatini, vomere e ossa nasali)
  • muscolatura sovra e sottoioidea (in particolare muscolo miloioideo)
  • fascia cervicale media e profonda
  • relazioni tra ioide-sterno e ioide-cervicali
  • lingua in relazione con occipite e ioide
  • sterno (in proiezione dell’esofago)
  • diaframma


L’Osteopata indaga sulle aree in sovraccarico citate sopra, armonizzando tra loro le strutture che devono assolvere alla deglutizione, andando a far ritrovare il corretto spazio funzionale e di espressività delle componenti deglutitorie e respiratorie da cui gioveranno anche l’articolazione verbale fonatoria ed il riequilibrio della muscolatura orofacciale.

 

Inoltre il lavoro di equipe ed integrazione con il Logopedista (attraverso la terapia miofunzionale per riorganizzare lo schema motorio) e l’Ortodonzista (per modulare/correggere l’occlusione, le arcate dentarie e il morso) ottimizza i tempi di recupero e garantisce il mantenimento dei risultati ed evita possibili recidive.

Andrea Viale DO – Osteopata

Dott.ssa Gabriella Laurino – Logopedista

“FACCIAMO FINTA CHE…” UNO SGUARDO SUL GIOCO SIMBOLICO

“FACCIAMO FINTA CHE…” UNO SGUARDO SUL GIOCO SIMBOLICO

Fin da bambini veniamo a conoscenza della formula “c’era una volta…” che ci permette di entrare in un mondo parallelo fatto di luoghi fantastici, principi e principesse, streghe e maghi, oggetti magici e creature mistiche. Dopo un po’ siamo noi stessi a ricreare quei mondi che per tanto tempo erano stati solamente raccontati e immaginati e proprio attraverso le storie siamo in grado di rielaborare i nostri vissuti. Ecco che quindi i bambini iniziano a imbastire storie fantastiche, a volte più attinenti alla realtà, altre volte talmente inverosimili che anche noi adulti ci meravigliamo (e per fortuna!).

Questo tipo di gioco viene chiamato simbolico e si sviluppa già dai primi anni di vita del bambino. Per poter arrivare a un gioco complesso come quello del “far finta” è necessario superare alcune tappe fondamentali.

Innanzitutto, cos’è il simbolo?

Secondo gli antichi Greci, il simbolo era un mezzo di riconoscimento, che permetteva ai membri appartenenti di una stessa famiglia di riconoscersi tra di loro. Ma con il termine “simbolo” si identifica anche qualsiasi elemento (segno, gesto, oggetto, animale, persona) atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla attraverso qualcuno degli aspetti che lo caratterizzano. 

La capacità di attribuire a un oggetto un simbolo è molto complessa e si acquisisce nel tempo, grazie alla maturazione del sistema nervoso centrale e alla stimolazione ambientale ed è costituita da due abilità in particolare: quella di astrazione e quella di categorizzazione. Una volta raggiunte queste tappe il bambino comincerà a dare significati nuovi e inusuali a cose presenti e utilizzate nella vita quotidiana: un bastone può diventare una bacchetta magica o una spada, un cucchiaio può diventare un microfono. 

Mano a mano che il bambino continua a svilupparsi, comincerà a mettere in scena alcuni “teatrini” che richiamano fatti della vita quotidiana, come dare da mangiare a un bambolotto o ad alcuni animali, fare finta di essere il dottore o il meccanico. In questo modo il bambino può rielaborare e fare nuovamente esperienza, attraverso il gioco, del proprio vissuto e delle proprie emozioni, prendendone coscienza. Successivamente all’interno di queste messe in scena, saranno chiamati altri giocatori che rappresenteranno nuovi personaggi, sia veri che inventati, dando vita a storie che saranno sempre diverse e ricche di significato. 

Come favorire lo sviluppo del gioco simbolico?

Si parte da una selezione di oggetti: per sviluppare una storia non sono necessari troppi oggetti e nemmeno troppo elaborati. La scelta migliore è data dalla semplicità, il lavoro principale è dato dalla fantasia che permette al bambino di dare significato agli oggetti che sta usando. È bene quindi mettere da parte giochi strutturati, complessi e ricchi di stimoli, per lasciare spazio a scatole e scatoloni vuoti, mattoncini, coperte, corde e cuscini. 

È importante anche definire uno spazio di gioco: quanti luoghi ci sono all’interno della storia? Come sono delimitati? Anche in questo caso vale la regola della semplicità: pochi ma ben definiti. Uno spazio ben definito ci permette di sviluppare i concetti topologici. 

Un altro elemento indispensabile è il tempo: attraverso il gioco simbolico possiamo aiutare i bambini a sviluppare i nessi logici temporali, andando con la mente avanti e indietro nel tempo. Inoltre all’interno del gioco è importante rispettare i tempi del bambino: può essere che la storia vada più velocemente o più lentamente a seconda di quello che è il vissuto del bambino in quel momento esatto, è bene ascoltare e rispettare i suoi tempi, per permettergli di elaborare ciò che può dare ancora disagio. 

Ora che ci sono tutti gli elementi, manca l’ingrediente segreto: l’emozione. Tutti noi ricordiamo principalmente le storie che ci hanno emozionato. Il gioco è una storia che possiamo scrivere insieme ai bambini e che ci può far emozionare. 

Quindi iniziamo: C’era una volta…

Dott.ssa Ilaria Dissette

TNPEE

BIBLIOGRAFIA

  • Vocabolario Treccani, simbolo
  • Aucouturier B.-A. LaPierre, La simbologia del movimento. Psicomotricità ed educazione, ed. Edipsicologiche, 1978.
  • Camaioni L., Di Blasio P., Psicologia dello sviluppo, Il Mulino Manuali, 2008
  • Bondioli A., Gioco e Educazione, 2013, Franco Angeli
SCOPRIAMO INSIEME IL TERMOMETRO DELLE EMOZIONI!

SCOPRIAMO INSIEME IL TERMOMETRO DELLE EMOZIONI!

Vi ricordate la nostra rubrica a tema EMOZIONI? Bene, ora riprendiamo quei concetti e, in particolare, capiamo meglio a cosa serve il famoso strumento del termometro

Si tratta di un aggancio visivo utilizzato solitamente con bambini e ragazzi che hanno difficoltà nel riconoscimento o nella gestione delle proprie emozioni. Li aiuta ad imparare che le emozioni non sono una dimensione dicotomica (la provo VS non la provo), ma che si collocano in un continuum e che quindi la stessa può avere intensità differenti. 

Abbiamo già accennato anche al “vocabolario emotivo”: ogni emozione, infatti, a seconda dell’intensità in cui si presenta, può essere denominata in maniera diversa. Il termometro, quindi, ci permette di arricchire il nostro lessico e far sì che gli altri, in questo caso gli adulti, possano capire lo stato d’animo provato dal bambino. 

Ovviamente è uno strumento che noi professionisti proponiamo in sede di trattamento, ma che con tutta semplicità potete creare anche voi genitori a casa o voi insegnanti a scuola. Scopriamo, quindi, con che finalità può essere utilizzato!

  • Per individuare l’intensità di una propria emozione sperimentata in seguito ad un determinato evento, promuovendone il racconto;
  • Per prevedere l’intensità dell’emozione che si potrebbe provare in seguito ad un determinato evento, per migliorare l’approccio e la gestione di quell’emozione, specialmente se spiacevole;
  • Per immaginare come potrebbe sentirsi un’altra persona in seguito ad un determinato evento, per incrementare le cosiddette competenze empatiche di rispecchiamento emotivo.

Al fine di facilitare la comprensione delle emozioni, può essere utile creare questo supporto per ciascuna emozione di base. Io stessa ne ho creati 5, suddividendoli in 3 fasce di intensità: poco, abbastanza e molto. Un’altra versione può, invece, essere realizzata strutturandola su 10 livelli. Ognuno di questi necessita, come abbiamo detto precedentemente, di essere denominato con il termine più idoneo. 

Per rendere lo strumento ancora più accattivante, ho scelto di ispirarmi ai personaggi del cartone animato “Inside Out”, ben conosciuto dai nostri piccoli pazienti! Ma qualsiasi altro suggerimento o nota creativa è ben accetta!

Dott.ssa Chiara Zaghini 

Psicologa dell’Età Evolutiva

BIBLIOGRAFIA: 

Di Pietro Mario (2014). “L’ABC delle mie emozioni”. Trento, Erickson.

“Inside Out” (2015).

MIO FIGLIO HA UN DSA… CHI O COSA PUÒ AIUTARLO A SCUOLA?

MIO FIGLIO HA UN DSA… CHI O COSA PUÒ AIUTARLO A SCUOLA?

Dopo aver svolto una valutazione degli apprendimenti scolastici ed aver stilato un profilo di funzionamento completo del bambino o ragazzo, il clinico esperto in Disturbi Specifici dell’Apprendimento può chiudere una diagnosi per DSA. Ma cosa implica questa dicitura? 

Tranquilli, non ci spaventiamo prima del dovuto! Avere un DSA non è nulla di così scandaloso, significa semplicemente che i nostri figli faticano ad automatizzare alcuni processi implicati negli apprendimenti che per noi risultano spontanei, ma ciò non significa che siano meno intelligenti dei loro compagni. 

Fortunatamente il mondo della scuola può tutelarli attraverso una legge specifica, creata ad hoc per rispondere ai bisogni ed alle necessità che i ragazzi con DSA possono incontrare lungo il loro percorso scolastico, sia che si tratti della scuola primaria o secondaria, per non dimenticarci infine dell’università!

La legge in questione si chiama “LEGGE 8 ottobre 2010, n. 170” ed è quella che trovate citata proprio nei referti delle valutazioni. Si tratta di una normativa italiana che promuove l’inclusione scolastica degli studenti che presentano una diagnosi di DSA. Nello specifico, infatti, sono inserite le nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico. Lo scopo di questa normativa è fornire il giusto riconoscimento e la corretta definizione di dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, oltre ad elargire tutte le necessarie misure educative e didattiche di supporto, che si esplicano nella creazione di un PDP (Piano Didattico Personalizzato). Questo documento contiene gli strumenti compensativi e/o dispensativi che l’alunno DEVE assolutamente usare nel contesto scolastico, sia in sede di lezione frontale, sia durante lo studio pomeridiano ma soprattutto nelle fasi di valutazione e di verifica.

Alcuni esempi di strumenti riguardano: semplificazione delle verifiche scritte, fornendo maggior tempo a disposizione o riducendo il numero di esercizi proposti; predilezione delle interrogazioni orali; uso di mappe e schemi per lo studio; focus sul contenuto degli elaborati scritti piuttosto che sulla forma; risorse digitali come uso di computer e calcolatrice; utilizzo del dizionario anche nelle lingue straniere… Ogni professionista è tenuto a stilare una lista di strumenti specifici e personalizzati per il singolo studente, i quali andranno poi riportati dal team docente all’interno del famoso PDP, documento che andrà necessariamente condiviso anche con la famiglia.

Non dimentichiamoci il fondamentale lavoro di rete tra famiglia, scuola e professionisti…dobbiamo essere una squadra! L’attivazione di questa normativa è fondamentale per i ragazzi per non sperimentare eccessiva frustrazione di fronte al riconoscimento delle loro difficoltà e guadagnare in autostima grazie ai numerosi successi che possono così ottenere!

Dott.ssa Chiara Zaghini 

Psicologa dell’Età Evolutiva