Ricerca per:
Leggere tra le righe: La meraviglia delle piccole cose

Leggere tra le righe: La meraviglia delle piccole cose

Ci sono storie che ci aiutano a dare un nome a qualcosa che appartiene anche a noi.

Leggere tra le righe è la rubrica di Studio Progetto Vita che, ogni mese, parte dalle pagine di un libro per esplorare un tema psicologico, accompagnando bambini, ragazzi e adulti a guardare un po’ più da vicino emozioni, relazioni ed esperienze che attraversano la vita quotidiana.

 

Le storie non ci offrono necessariamente risposte, ma possono diventare un luogo in cui riconoscersi, incontrare punti di vista diversi dal proprio e trovare parole per esperienze che, a volte, è difficile raccontare.

 

Questo mese parliamo della meraviglia delle piccole cose quotidiane, quelle che, alla fine, ci regalano il benessere nella vita di tutti i giorni.

Tra piccole gioie e ombre

Ci sono momenti in cui ci accorgiamo di quanto ci basti davvero poco per stare bene.


Una cosa che ci fa ridere, una persona che ci viene incontro, una passeggiata, una raggio di luce, il profumo di qualcosa che ricordiamo con gioia, una storia ascoltata prima di dormire.
Piccole esperienze che, prese singolarmente, possono sembrare quasi insignificanti e invece, messe insieme, contribuiscono a dare forma alle nostre giornate.

 

Altre volte, ahimè, capita a tutti di fare molta più fatica a rendercene conto.


Quando siamo preoccupati, stanchi o attraversiamo un periodo difficile, la nostra attenzione tende facilmente a concentrarsi su ciò che non funziona, su quello che manca, su ciò che dobbiamo ancora risolvere. È comprensibile ed è un meccanismo automatico: ciò che ci preoccupa richiede attenzione e spesso finisce per occupare molto spazio.


Ma il fatto che esistano “ombre” nelle nostre giornate,  non significa che nel frattempo non accadano anche altre cose meritevoli di attenzione.


Possiamo avere una giornata faticosa e, dentro quella stessa giornata, esserci sentiti bene per qualche minuto. Possiamo essere preoccupati per qualcosa e, nello stesso tempo, aver riso sinceramente con qualcuno. Possiamo attraversare un periodo complesso e continuare ad avere luoghi, persone o attività che ci fanno sentire un po’ più a casa e un po’ più al sicuro.


Accorgersi di questo non significa in alcun modo negare il resto.
Ma permette alla nostra esperienza di essere più ampia del problema che stiamo vivendo.

Grazie per la notte, per il giorno e le bolle di sapone

In Grazie per la notte, per il giorno e le bolle di sapone (Lapis, 2024), Jarvis accompagna il lettore attraverso una serie di piccoli elementi della quotidianità: la notte, il giorno, la natura, gli animali, i giochi, le persone e quelle esperienze semplici che possono suscitare meraviglia e piacere.

È un albo che parla di gratitudine, ma possiamo leggerlo anche in un altro modo: un invito ad accorgersi.

Per un bambino, una bolla di sapone può essere davvero qualcosa di straordinario. Una pozzanghera può diventare un gioco. Un animale può catturare completamente l’attenzione. Una persona può rappresentare sicurezza, divertimento, affetto.

Con la crescita, però, molte di queste esperienze rischiano di diventare così familiari da smettere di essere viste. Non perdono valore, ma noi abbiamo smesso di prestarvi attenzione.


Dal punto di vista psicologico, imparare a riconoscere ciò che ci fa stare bene è tutt’altro che secondario. Significa costruire, poco alla volta, una maggiore consapevolezza della propria esperienza.
Che cosa mi piace? Che cosa mi incuriosisce? Che cosa mi fa sentire al sicuro? Con chi sto bene? Quali momenti mi fanno sentire davvero presente?

Una vita intera da guardare

Vita. Uno spettacolo straordinario (Rizzoli, 2020) di Lisa Aisato allarga lo sguardo fino a comprendere l’intera esistenza.

 

È un libro prevalentemente visivo, costruito su illustrazioni che attraversano le diverse fasi della vita: l’infanzia, la giovinezza, l’età adulta, la vecchiaia. Aisato parte dalla propria esperienza e da quella delle persone vicine per raccontare, attraverso immagini accostate tra loro, il gioco e la serietà dell’infanzia, il caos della giovinezza, il peso dell’età adulta e la libertà, la nostalgia e la sapienza della vecchiaia.

 

Sfogliandolo, la vita appare per quello che è: un insieme di stagioni molto diverse tra loro.

 

Ci sono momenti di entusiasmo e momenti di fatica, desideri e delusioni, libertà e responsabilità, incontri e separazioni. Ci sono cose che arrivano nuove nella nostra vita e altre che cambiano forma. Ci sono periodi in cui sembra di sapere bene dove si sta andando e altri in cui ci si sente completamente persi, senza direzione.

 

Perché la vita non è straordinaria in ogni suo istante.
Ma solo guardandola nel suo insieme, possiamo accorgerci di quanta ricchezza contiene.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Il film d’animazione scelto per questo mese è Soul (2020). Joe è un’insegnante di musica che per tutta la vita ha desiderato di diventare un grande musicista jazz, ma un imprevisto lo catapulta in un luogo ultraterreno dove le anime sviluppano la propria personalità prima di nascere. Lì incontra 22, un’anima ribelle che rifiuta di andare sulla Terra perché non riesce a trovare la propria “scintilla”, ovvero la passione che dovrebbe dare senso alla vita. Nel tentativo di aiutare 22 e di ritornare alla propria vita, Joe scopre una verità inaspettata: la “scintilla” non è un grande talento, un obiettivo professionale da raggiungere o una missione straordinaria. 22, sperimentando per la prima volta la vita sulla Terra, si meraviglia di dettagli all’apparenza insignificanti: il sapore intenso di una fetta di pizza, il suono del vento tra le foglie, il calore del sole sulla pelle, la bellezza di una foglia che cade a mulinello o una conversazione sincera con una persona cara. Sono proprio queste piccole percezioni quotidiane, spesso date per scontate o invisibili a chi è troppo concentrato sulle proprie preoccupazioni, a rendere la vita degna di essere vissuta.

Soul ci ricorda che il benessere non nasce dall’inseguire a tutti i costi un traguardo o dal trovare una risposta definitiva a ogni problema, ma dalla nostra capacità di stare nel presente e accorgerci e apprezzare ciò che ci circonda. Come ci insegnano le storie di questa rubrica, la vita non è straordinaria solo nei momenti di grande successo: è un insieme di attimi imperfetti, semplici e preziosi. Non serve compiere gesti incredibili o raggiungere obiettivi straordinari per trovare i motivi che ci spingono a fare le cose. A volte, il senso più profondo sta semplicemente nell’imparare ad assaporare ogni giorno la meraviglia delle piccole cose.

Non è questione di essere positivi

Parlare di “meraviglia delle piccole cose” può facilmente far pensare alla necessità di essere più positivi, provare più gratitudine, diventare più capaci di vedere il bello della vita.

 

Ma non è proprio questo il punto.

 

Non abbiamo bisogno di trovare qualcosa di positivo in ogni esperienza, a tutti i costi. Non tutto ciò che accade ha un significato nascosto e non tutte le difficoltà devono (o possono) essere trasformate in un’occasione per migliorarsi.

 

Ci sono le brutte giornate. Ci sono le perdite. Ci sono momenti in cui la fatica è tanta.
E possiamo riconoscerlo senza che questo renda meno autentici i momenti in cui stiamo bene.

 

Le due cose esistono già insieme! Dobbiamo solo capire come concepirlo.

 

Possiamo essere tristi e ridere di gustto.
Possiamo avere paura e sentirci curiosi.
Possiamo essere stanchi e godere di un momento di calma.
Possiamo attraversare una fase dolorosa e continuare a riconoscere ciò che amiamo della nostra vita.

 

Il benessere vero, quello che dura nel tempo, non consiste nel riuscire a eliminare ciò che ci fa stare male, ma nel non perdere completamente il contatto con ciò che, nonostante tutto, continua a farci sorridere il cuore, ad avere valore e darne alle nostre giornate.

Imparare a guardare

Questa capacità può essere coltivata fin dall’infanzia.

Possiamo aiutare i bambini a riconoscere non soltanto ciò che li fa arrabbiare o ciò che li preoccupa, ma anche ciò che li incuriosisce, li diverte, li rassicura.
Aiutarli a dare un nome alle persone con cui stanno bene, alle attività che amano, ai momenti che vorrebbero conservare.

 

E possiamo continuare a farlo anche da adulti.

Perché a volte conosciamo molto bene ciò che ci pesa e molto meno ciò che ci nutre.

Sappiamo dire cosa non vogliamo più, ma facciamo fatica a capire cosa desideriamo.
Sappiamo riconoscere ciò che ci manca, ma non sempre ciò che abbiamo.
Sappiamo quando una giornata è stata difficile, ma non necessariamente quando, dentro quella stessa giornata, c’è stato un momento in cui siamo stati bene.

 

Forse allora fermarsi ad accorgersene non è una cosa piccola per niente.

È un modo per entrare maggiormente in contatto con la propria esperienza e per riconoscere che la nostra vita non coincide mai soltanto con il problema che stiamo attraversando.


Una bolla di sapone dura pochi secondi.
Un tramonto sfuma e svanisce.
Un abbraccio finisce.


L’infanzia diventa adolescenza, l’adolescenza diventa età adulta, e anche l’età adulta cambia forma ancora e ancora.

 

E non abbiamo bisogno che ciò che ci fa stare bene duri per sempre per riconoscerne il valore.

A volte possiamo semplicemente lasciarlo accadere, accorgercene e tenerne traccia, scriverlo nella nostra storia.


Non tutto ciò che conta nella nostra vita fa rumore.
E forse, tra tutte le cose che oggi abbiamo attraversato senza quasi accorgercene, ce n’è qualcuna che valeva la pena guardare un po’ più da vicino.

Dott.ssa Gaia Zanzottera

Dott. Marco Liviero

Leggere tra le righe

Ansia e paura del nuovo: quando il mondo fuori sembra troppo grande

Leggere tra le righe è la rubrica di Studio Progetto Vita che, ogni mese, attraverso le pagine dei libri esplora un tema psicologico, accompagnando bambini, ragazzi e adulti a osservare un po’ più da vicino emozioni, relazioni ed esperienze che attraversano la vita quotidiana.

Le storie non ci offrono necessariamente risposte, ma possono diventare uno spazio in cui riconoscersi, incontrare prospettive diverse e trovare parole nuove per esperienze che, a volte, è difficile descrivere.

Questo mese parliamo di ansia e paura del nuovo, di ciò che accade quando quello che non conosciamo magari ci incuriosisce ma, allo stesso tempo, ci spaventa; del bisogno di sentirci al sicuro e della possibilità di continuare a esplorare anche quando non possiamo conoscere in anticipo ciò che accadrà.

La paura ci prepara a ciò che non conosciamo

Il nuovo può incuriosire, entusiasmare, aprire possibilità. Ma può anche impaurire, o generare vera e propria ansia.
Perché ciò che è nuovo ha una caratteristica inevitabile: non sappiamo ancora esattamente che cos’è o cosa succederà.

 

Nel linguaggio quotidiano, nei titoli di manuali di auto-aiuto e nei post gridati sui social media, troppo spesso si additano l’ansia e la paura come emozioni da eliminare ma entrambe hanno una funzione importante.

La paura ci permette di riconoscere un possibile pericolo e prepara il nostro organismo a rispondervi. L’ansia si  sveglia ancor prima che qualcosa accada: ci porta ad anticipare scenari, immaginare ciò che potrebbe succedere e prepararci ad affrontarlo.


Entrambe ci permettono di tenerci al sicuro, un po’ come due guardie del corpo.

In una certa misura, quindi, essere in ansia o provare timore davanti a qualcosa di nuovo non significa che ci sia un problema (o un disturbo!).

 

Un bambino che entra per la prima volta in una nuova classe può chiedersi se riuscirà a fare amicizia e sentire il pancino agitato. Un adolescente può preoccuparsi di non essere accettato dal gruppo e non parlare con nessuno perché ogni parola potrebbe essere quella che lo metterà in ridicolo. Un adulto, prima di iniziare un nuovo lavoro, può temere di non essere all’altezza e trascorrere notti intere a guardare il soffitto e pensare che ha sbagliato ad accettarlo.

 

Il nostro sistema di allerta si attiva perché si trova davanti a qualcosa che ancora non conosce.
È una risposta naturale, fisiologica e, se la usiamo bene, anche funzionale.

 

Ciò che caratterizza il disagio, le difficoltà e i disturbi ansiosi è il fatto che l’incertezza viene percepita esclusivamente (o quasi) come una minaccia e il bisogno di sentirsi al sicuro diventa così forte e vitale da portarci a evitare sistematicamente ciò che non possiamo prevedere o controllare.

 

Evitare ci fa stare meglio… ma solo per un po'

Quando qualcosa ci fa paura, evitarlo funziona. Nell’immediato!

Se ho paura di parlare davanti agli altri e decido di non farlo, è molto probabile che sentirò diminuire rapidamente la mia ansia. Se temo di andare in un luogo che non conosco e resto a casa, proverò sollievo e distensione. Se penso che qualcosa possa andare storto e rinuncio, per qualche momento potrò sentirmi nuovamente “a posto”.

 

È quel sollievo a rendere l’evitamento una strategia così potente.

 

Il problema è che, se diventa la nostra principale strategia per gestire la paura, rischia progressivamente di restringere il nostro mondo.

Ogni volta che evitiamo qualcosa ci priviamo della possibilità di scoprire che forse avremmo potuto affrontarla, che forse l’ansia sarebbe diminuita anche rimanendo nella situazione o che ciò che di negativo avevamo immaginato forse non si sarebbe verificato.

 

A poco a poco si può creare un circolo vizioso: più evito ciò che mi spaventa, meno occasioni ho di sperimentare di poterlo affrontare; meno mi sento capace di affrontarlo, più avrò bisogno di evitarlo.

 

Questo non significa che la soluzione sia obbligare sé stessi ad affrontare qualsiasi paura o spingere un bambino dentro una situazione per la quale non si sente ancora pronto.

Possiamo avvicinarci a ciò che ci spaventa un passo alla volta, con un livello di fatica e difficoltà che riusciamo tollerare e, soprattutto durante l’infanzia, accompagnati da qualcuno con cui ci sentiamo al sicuro.

Che difficile!: quando ciò che sembra semplice richiede un grande sforzo

Ci sono azioni che osservate dall’esterno possono sembrare semplicissime.
Uscire di casa. Salutare qualcuno. Rispondere a una domanda. Entrare a scuola. Parlare con i compagni.

Eppure non lo sono per tutti.

 

In Che difficile! (Kite Edizioni, 2023), per il piccolo protagonista, trovare la forza di esprimersi e far sentire la propria voce è proprio difficile. Anche la routine di una qualsiasi giornata di scuola si trasforma in una gigantesca sfida. Ciò che per qualcun altro avviene quasi automaticamente può richiedere, per lui, un enorme lavoro interno.

 

Ed è forse questo uno degli aspetti più preziosi dell’albo: ci invita a non usare la nostra fatica come metro per misurare la fatica dell’Altro.

Dire a un/a bambino/a “non è niente“, “non devi avere paura” o “tutti gli altri lo fanno” spesso viene fatto con il desiderio o l’intenzione di rassicurarlo; ma rischia involontariamente di comunicargli che ciò che sente non dovrebbe esserci, che in qualche modo è sbagliato o fuori posto.

 

Riconoscere la sua difficoltà equivale a dire “vedo che per te questa cosa è difficile”. E allora possiamo capire insieme come affrontarla.
Questo non conferma che quella situazione sia realmente pericolosa, né significa rinunciare ad accompagnarlo verso una maggiore autonomia. Si tratta di distinguere tra accogliere un’emozione e assecondare ogni evitamento: meglio riusciamo a farlo noi nei suoi confronti, meglio lo imparerà anche lui/lei.

 

Possiamo riconoscere la paura e, contemporaneamente, trasmettere la nostra fiducia nella possibilità e capacità del bambino di fare un piccolo passo (che non significa arrivare subito al risultato finale, ma è già un successo da celebrare!).

Non sempre quello che agli occhi di un adulto appare come un progresso minimo lo è anche per chi lo sta compiendo. Per qualcuno dire una parola, entrare in una stanza o rimanere qualche minuto in una situazione nuova può rappresentare una vera conquista.

 

Crescere è anche poter fare esperienza di questo: era difficile, avevo paura, eppure qualcosa sono riuscito a fare.

Le catastrofi del giorno: quando il pericolo ci sembra ovunque

In Le catastrofi del giorno (Camelozampa, 2020) Majken ha dodici anni e vede possibili catastrofi praticamente ovunque.

 

Legge notizie di incidenti, attentati, disastri ambientali, inquinamento e riscaldamento globale e le annota scrupolosamente nel suo diario. Cerca di tenere lontani i germi, ma insieme ai germi finisce per tenere lontane anche le persone.

Le sue paure non sono completamente inventate: molte delle cose che teme possono realmente accadere (noi oggigiorno lo sappiamo fin troppo bene!).


Ma essere al sicuro non significa avere la certezza che nulla di spiacevole accadrà.

Possiamo informarci, prevenire alcuni rischi e prenderci cura di noi stessi, ma una parte della vita rimane inevitabilmente imprevedibile. Quando proviamo a eliminare completamente questa incertezza, il tentativo di proteggerci può diventare una gabbia.

 

L’ansia tende infatti a porci una domanda insistente: “E se succedesse?”.
La mente cerca allora risposte, immaginando scenari, raccogliendo informazioni, controllando, anticipando ogni evenienza. Tutto con l’obiettivo di raggiungere finalmente una certezza sufficiente per sentirsi finalmente tranquilli.

 

Ma la certezza assoluta non è cosa umana.

Nel romanzo di Jackert, l’isolamento di Majken comincia a incrinarsi grazie a degli incontri fortunati; perché in fondo sono i legami, il contatto con la vita e con gli Altri, fuori dalle proprie paure, a dare un respiro diverso alla nostra esistenza. Non quello sussultante della paura, non quello affannoso dell’ansia, ma quello ampio e fresco della vitalità.

Perché proteggerci da tutto ciò che potrebbe farci male può tenerci distanti anche da ciò che potrebbe sorprenderci, emozionarci o farci stare bene.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Una splendida rappresentazione dell’ansia e della paura che possiamo provare quando incontriamo qualcosa di sconosciuto ci arriva dal film d’animazione Wolfwalkers – Il popolo dei lupi (2020).

La storia è ambientata nella cittadina irlandese di Kilkenny, stretta attorno a pesanti mura protettive e governata con il pugno di ferro da un severo Lord Protettore. La giovane protagonista, Robyn, arriva in città insieme al padre, un cacciatore ingaggiato per sterminare l’ultimo branco di lupi che vive nella vicina foresta.
Per gli abitanti della città, il mondo esterno è regolato da un unico dogma: la natura, i lupi e tutto ciò che non si può controllare sono minacce mortali, da domare o distruggere.
Ma tutto cambia quando Robyn, spinta da un misto di curiosità e insofferenza per le regole soffocanti del padre, decide di trasgredire i divieti e si avventura nella foresta proibita. Lì incontra Mebh, una bambina selvaggia e libera che appartiene ai Wolfwalkers, un antico popolo di persone che di notte, mentre dormono, si trasformano in lupi.

Nel film la città rappresenta la massima espressione di quel bisogno profondamente umano di sicurezza assoluta e prevedibilità di fronte a ciò che spaventa, ma che, se si esprime con rigidità, si trasforma in una vera e propria gabbia. Il coraggio della protagonista di uscire ed esporsi al nuovo e all’ignoto, permette di scoprire che la paura iniziale era alimentata unicamente dall’ignoranza e dai muri eretti per difendersi da nemici immaginari.

L’atteggiamento risolutore presentato nel film non è quello degli adulti che cercano il controllo assoluto sulle cose, ma quello della giovane protagonista che incuriosita (e anche un po’ impaurita) si apre alla novità e accetta il cambiamento come unica soluzione possibile per non irrigidirsi all’interno di mura auto-costruite, siano esse fisiche o mentali.
Questa storia ci insegna a non aver paura dei cambiamenti e di ciò che è diverso, e che spesso il nuovo di cui tanto avevamo paura all’inizio, spesso riesce a migliorarci e diventare una parte di noi.

Non dobbiamo aspettare che la paura scompaia

Quando qualcuno ha paura di qualcosa, la tentazione in cui possiamo cascare è quella di trovare le parole giuste per convincerlo che non deve preoccuparsi.

Sopprimere le emozioni, però, non ci salva affatto (lo abbiamo imparato nel primo articolo della rubrica!).

Dire “non c’è niente di cui avere paura” non fa sparire la paura. A volte può persino aggiungere un secondo problema al primo: oltre a essere spaventata, la persona inizia anche a pensare che non dovrebbe esserlo, e che se lo è c’è qualcosa che non va in lei/lui.

 

Possiamo invece aiutare le persona impaurite di fronte al nuovo a riconoscere ciò che sta accadendo: questa cosa ti preoccupa; il tuo corpo si sta preparando ad affrontare qualcosa che non conosce ancora.
E poi possiamo aiutarla a chiedersi: qual è il passo più piccolo che posso fare, anche se ho ancora un po’ paura?

 

La sicurezza, soprattutto durante l’infanzia, si costruisce nelle relazioni. La presenza di un adulto disponibile, prevedibile e capace di rimanere accanto all’emozione senza esserne travolto offre al bambino una base sicura che gli permette di esplorare.

 

Non serve che eliminiamo ogni ostacolo dalla strada degli Altri (che siano i figli, le persone che amiamo, i nostri pazienti).

Molto spesso è già abbastanza comunicargli, attraverso le parole ma soprattutto attraverso la nostra presenza, “non devi affrontare tutto in una volta e non devi necessariamente farlo senza paura.”

Paura e curiosità possono vivere insieme

Forse uno degli equivoci più comuni è pensare che per essere pronti a qualcosa dobbiamo prima sentirci completamente sicuri.
Aspettiamo di non avere più paura prima di parlare, partire, conoscere qualcuno, provare qualcosa di nuovo, un cibo, uno sport, un libro, una serie tv, un’attività.

Ma molte esperienze importanti della nostra vita cominciano senza questa certezza.
Non abbiamo certezze su nessuno dei fatti fondamentali della nostra esistenza di esseri umani.

 

E paura e curiosità non sono necessariamente opposte. Possiamo desiderare di scoprire qualcosa e, contemporaneamente, esserne intimoriti. Possiamo voler crescere e avere nostalgia di ciò che ci è tanto familiare. Possiamo avere bisogno di sicurezza e, nello stesso momento, sentire il desiderio di novità e di sensazioni forti.

 

Imparare a tenere insieme questa complessità amplia il nostro mondo, un passo alla volta.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

“Giochi con me?” Perché è importante che genitori e figli giochino insieme

“Giochi con me?” Perché è importante che genitori e figli giochino insieme

Quante volte sentiamo i bambini chiedere agli adulti di riferimenti, mamme e papà, di giocare insieme a loro? 

Il gioco è un lavoro attraverso cui il bambino acquisisce nuove competenze e abilità, impara a mettersi in gioco e a fare associazioni. Oltre ad acquisire competenze di tipo cognitivo, il gioco permette di affinare e favorire anche nuove capacità relazionali, ma per fare questo il bambino ha bisogno di condividere il proprio gioco con l’altro. Ecco che i bambini iniziano a ricercare altre persone con cui svolgere attività che fino a qualche tempo prima preferivano fare da soli. 

Le neuroscienze hanno scoperto che i circuiti cerebrali del piacere e della gioia sono gli stessi che si attivano quando si è in interazione positiva con un’altra persona. Quindi il bambino prova piacere soprattutto quando può condividere il gioco con qualcuno che rifletta le sue emozioni attraverso la voce e il linguaggio del corpo.

Ma perché le prime persone che vengono incluse nel gioco sono proprio i genitori?

Attraverso il gioco il legame genitore-figlio si modifica: le attività ludiche permettono sia al genitore che al bambino di sperimentare alcune dinamiche che altrimenti difficilmente verrebbero evocate. Quando genitori e figli giocano insieme si instaura una sintonizzazione emotiva che provoca dei cambiamenti sostanziali sia nell’adulto che nel bambino, a livello organico ma anche psicologico. Un buon gioco condiviso porta a un maggior benessere sia della diade genitore-figlio sia dei singoli individui: maggiore serenità, aumentata tolleranza alla frustrazione e allo stress, miglioramento dei ritmi circadiani. 

Inoltre i genitori rappresentano dei riferimenti importanti per i bambini. Grazie ad alcune cellule cerebrali chiamate neuroni specchio, il bambino imita e un po’ alla volta fa propri alcuni comportamenti e competenze che osserva nel genitore e che reputa efficaci, permettendo quindi l’acquisizione di nuove abilità. 

Come faccio a giocare con il mio bambino?

Innanzitutto è importante dedicare il giusto tempo al gioco con il proprio figlio, cercando di avere meno distrazioni possibili per favorire la sintonizzazione emotiva con il bambino. 

Sarà il bambino a gestire il gioco: i bambini manifestano chiaramente le loro preferenze ed è proprio lì che l’adulto si inserisce. L’adulto è un ospite ed è il bambino che conduce il gioco, quindi è bene lasciarsi trasportare da quello che il piccolo inventore sta creando, sia che si tratti di giochi contenenti storie inventate sia che si usino giochi in scatola più strutturati. Infine è importante rimanere concentrati su quello che si sta facendo insieme al bambino in quel momento, cercando di lasciarsi andare e divertirsi il più possibile. 

 

Il gioco, quando è vissuto insieme, diventa uno spazio educativo privilegiato, capace di rafforzare il legame familiare in modo profondo e duraturo. Quindi giocare insieme non è un semplice passatempo, ma un investimento relazionale che consolida fiducia, dialogo e crescita reciproca. 

  Dott.ssa Ilaria Dissette

Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva

Bibliografia: 

  • Psicologia dello sviluppo, Di Blasio e Camaioni
  • Manuale di terapia psicomotoria dell’età evolutiva, Anne Marie Wille e Claudio Ambrosini
  • Manuale di Psicobiologia, John P. J. Pinel et al.
Benessere sessuale: oltre i miti, verso una maggiore consapevolezza

Benessere sessuale: oltre i miti, verso una maggiore consapevolezza

Per la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale, una riflessione su cosa significa vivere la sessualità in modo autentico, rispettoso e libero da stereotipi

Il 4 settembre, la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale rappresenta un’occasione per riflettere su un aspetto fondamentale della salute che purtroppo, ancora oggi, viene spesso trascurato o affrontato con imbarazzo e una lunghissima lista di tabù.

La sessualità fa parte dell’esperienza umana lungo tutto il ciclo di vita.
Non riguarda soltanto i rapporti sessuali, ma comprende il modo in cui ciascuno vive il proprio corpo, l’identità, il desiderio, l’intimità, l’affettività e le relazioni.

Eppure, molte persone (professionisti della salute compresi) faticano ancora a parlarne, anche all’interno di un percorso psicologico.

Che cos'è il benessere sessuale?

La World Health Organization definisce il benessere sessuale come uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale in relazione alla sessualità, e non semplicemente come assenza di malattie o disfunzioni.

Questo cambia profondamente la prospettiva.

Parlare di benessere sessuale significa parlare della possibilità di vivere la propria sessualità in modo consapevole, libero, rispettoso di sé e dell’Altro, all’interno di relazioni consensuali e prive di coercizione, discriminazione o violenza.

Non esiste perciò una sola modalità “corretta” di vivere la sessualità.
Esistono invece modalità che possono essere più o meno soddisfacenti per la persona che le vive.

La sessualità cambia insieme a noi

La sessualità non è una dimensione statica. Si modifica nel corso della vita, accompagnando i cambiamenti del corpo, delle relazioni, delle esperienze e delle diverse fasi evolutive.

L’adolescenza, la costruzione delle prime relazioni intime, la genitorialità, alcune condizioni mediche o semplicemente il passare degli anni possono trasformare il modo in cui viviamo il desiderio, il piacere e l’intimità.

Comprendere questi cambiamenti significa evitare di interpretarli automaticamente come segnali di malfunzionamento e imparare a costruire nuovi equilibri, coerenti con il momento di vita che si sta attraversando.

I falsi miti che influenzano il nostro modo di vivere la sessualità

Molte delle idee che abbiamo sulla sessualità non derivano da conoscenze scientifiche, ma da stereotipi e copioni culturali, educativi e mediatici che abbiamo interiorizzato nel corso della vita.
Anche se non rappresentativi della realtà, questi miti possono influenzare profondamente il nostro benessere.

Mito 1: esiste una sessualità “normale”
La sessualità umana è caratterizzata da un’ampia variabilità. Frequenza dei rapporti, desiderio, fantasie, modalità relazionali, identità, orientamento e preferenze sessuali possono differire notevolmente da persona a persona senza rappresentare un problema clinico.

Mito 2: una sessualità soddisfacente coincide con prestazioni elevate
La qualità della vita sessuale non si misura in termini di frequenza, durata o performance.
Benessere sessuale significa piuttosto vivere esperienze coerenti con i propri bisogni e desideri.

Mito 3: parlare di sessualità è semplice se una relazione funziona
Anche nelle coppie con una buona relazione affettiva può essere difficile comunicare desideri, paure, limiti o bisogni in ambito sessuale, ma questa è una competenza che può essere appresa e allenata.

Mito 4: se c’è un problema, basta aspettare e passerà
Alcune difficoltà possono risolversi spontaneamente, ma quando il disagio persiste o limita la qualità della vita è importante chiedere un supporto professionale, senza viverlo come un fallimento.

Mito 5: il benessere sessuale riguarda solo chi è sessualmente attivo
La sessualità accompagna tutto il ciclo di vita e comprende anche il rapporto con il proprio corpo, l’identità, l’intimità e l’affettività. È una dimensione che riguarda ogni persona, indipendentemente dall’età, dallo stato relazionale o dalla effettiva attività sessuale.

Quando una sessualità è "atipica"?

In sessuologia clinica è importante distinguere ciò che è statisticamente meno frequente (sessualità atipica) da ciò che costituisce un problema clinico (un disturbo o una disfunzione sessuale).

Nel corso della storia molte caratteristiche della sessualità umana sono state considerate patologiche per il solo fatto che si discostano dalla norma sociale del periodo storico in una data cultura di riferimento.

Oggi sappiamo, grazie alla ricerca scientifica e ai dati importanti che ha raccolto, che orientamento sessuale, identità di genere, fantasie, pratiche consensuali o modalità relazionali, per quanto atipiche, non costituiscono di per sé una psicopatologia.

Uno degli elementi centrali nella valutazione clinica è piuttosto la presenza o meno di distress clinicamente significativo, cioè di una sofferenza soggettiva persistente o di una compromissione importante del funzionamento personale, relazionale o lavorativo.

Questo significa che, in sessuologia clinica, non è sufficiente osservare un comportamento per stabilire se sia presente un problema. È fondamentale comprendere come quella persona vive la propria esperienza.

Una pratica sessuale, una fantasia o una modalità relazionale possono essere poco comuni, ma non per questo patologiche.
Al contrario, anche esperienze considerate “normative” possono diventare fonte di intensa sofferenza quando vengono vissute con ansia, vergogna, senso di inadeguatezza o conflitto.

Una persona può vivere una sessualità non convenzionale senza sperimentare alcun disagio.
Come, al contrario, una persona con una sessualità del tutto “normativa” può vivere una profonda sofferenza.

È questo che rende necessaria una valutazione clinica attenta e libera da giudizi morali.

Dalla normalizzazione delle terapie riparative all'accoglienza

La psicologia e la sessuologia hanno attraversato negli anni importanti cambiamenti culturali, teorici e pratici.

Per molto tempo l’obiettivo era ricondurre la sessualità entro modelli considerati “normali”, a cui si ambiva a far aderire tutti i pazienti.

Oggi la prospettiva è profondamente diversa.
L’intervento clinico non mira a modificare identità sessuale o di genere, orientamento sessuale o modalità relazionale del paziente, ma ad accompagnare la persona a una maggior comprensione di sé stessa, alla riduzione della sofferenza e alla costruzione di una vita sessuale coerente con il proprio Sé e soddisfacente.

Accoglienza significa distinguere tra ciò che genera sofferenza e ciò che semplicemente esprime la naturale variabilità della sessualità umana, senza rinunciare alle competenze e metodologie cliniche.

Perché parlare di sessualità nel sostegno psicologico?

Molte persone iniziano un percorso psicologico per ansia, difficoltà relazionali, bassa autostima, blocchi emotivi o problemi molto concreti e quotidiani, senza immaginare che anche la sessualità può avere un ruolo importante.

Il modo in cui viviamo la nostra sessualità è spesso intrecciato con la immagine corporea, la nostra storia relazionale, le nostre competenze comunicative, la nostra abilità di regolazione emotiva, i nostri significati simbolici più profondi.

Parlare di sessualità all’interno del proprio percorso psicologico permette di esplorare il rapporto della persona con il desiderio, il piacere, l’intimità, il bisogno di controllo, e molti altri elementi psicologici che trovano espressione anche in ambiti molto diversi dalla sessualità.

Ignorare questa dimensione rischia perciò di lasciare inesplorata una parte significativa della vita della persona.

Quando può essere utile una consulenza sessuologica?

Una consulenza sessuologica è prima di tutto uno spazio di ascolto, in cui la persona (o la coppia) può affrontare temi spesso vissuti con imbarazzo, paura o senso di solitudine, in un contesto professionale e sicuro.

I primi colloqui hanno l’obiettivo di comprendere la domanda portata dalla persona, raccogliere la storia personale, relazionale e sessuale, valutare i fattori psicologici, relazionali e, quando necessario, anche quelli medici che possono contribuire alla difficoltà.

Non sempre una consulenza porta all’avvio di un percorso psicologico o sessuologico: talvolta è sufficiente offrire informazioni corrette, chiarire alcuni dubbi o fornire indicazioni specifiche.
In altri casi, invece, la consulenza rappresenta il primo passo verso un percorso più strutturato, individuale o di coppia, costruito sulla base delle esigenze della persona.

Ogni caso va considerato nella sua unicità, ma in generale possiamo individuare alcuni elementi che richiederebbero una prima consulenza sessuologica:

  • calo o assenza del desiderio vissuti con sofferenza;
  • dolore durante i rapporti sessuali (per qualsiasi genere);
  • difficoltà di erezione o di eiaculazione per i maschi;
  • difficoltà orgasmiche (per qualsiasi genere);
  • dubbi rispetto alla propria identità o orientamento;
  • vissuti di vergogna o ansia legati alla sessualità;
  • difficoltà comunicative nella coppia o con i partner sessuali;
  • cambiamenti della sessualità dopo malattia, gravidanza, trauma o particolari fasi di vita.

La consulenza sessuologica non è rivolta esclusivamente a chi presenta una diagnosi o una disfunzione, ma anche a chi desidera comprendere meglio il proprio funzionamento e vivere la sessualità con maggiore consapevolezza.

Cosa ci portiamo a casa

Parlare di benessere sessuale significa riconoscere che la sessualità non è un elemento marginale dell’esperienza umana, ma una dimensione che attraversa identità, relazioni, corpo ed emozioni.
Prendersene cura contribuisce a costruire un modo di vivere più autentico con sé stessi, senza inseguire un falso ideale di “normalità”.

Il benessere sessuale non si misura in base alla nostra conformità a uno standard di “normalità”, ma sulla possibilità di vivere la propria sessualità con consapevolezza, libertà e rispetto, per tutti gli esseri umani, nella loro meravigliosa unicità.

dott.ssa Gaia Zanzottera

psicologa clinica

sessuologa clinica in formazione

Hai dubbi o stai vivendo una difficoltà legata alla tua sessualità?
Una consulenza sessuologica può aiutarti a comprendere meglio ciò che stai vivendo, distinguere i cambiamenti fisiologici dalle difficoltà che meritano un approfondimento e individuare, se necessario, il percorso di supporto più adatto. Parlare di sessualità in un contesto professionale significa trovare uno spazio di ascolto competente, rispettoso e libero dal giudizio.

Bibliografia

Documenti istituzionali

  • Defining sexual health: Report of a technical consultation on sexual health. World Health Organization (2006). 
  • Declaration of Sexual Rights.World Association for Sexual Health (2014, aggiornata 2019).

Manuali diagnostici

  • Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – 5 – TR (DSM-5-TR). American Psychiatric Association, 2022.
  • International Classification of Diseases 11th Revision. World Health Organization.

Libri specialistici

  • a cura di Leiblum S.R., Principles and Practice of Sex Therapy. (CIC Edizioni Internazionali, 2004) 
  • Nagoski E., Come as You Are. (Spazio Interiore, 2022) 
  • Pellai, A., Educazione sessuale emotiva. Come parlare di sesso ai ragazzi (e non solo). (Erickson, 2015)
Leggere tra le righe

Leggere tra le righe Creatività: ritrovare il piacere di immaginare

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio noi stessi e gli altri, nelle immagini che danno forma a esperienze spesso difficili da raccontare.

 

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso letture che possano accompagnare diverse età della vita. Perché le storie non sono soltanto occasioni di svago: ci aiutano a osservare il mondo da prospettive nuove e, qualche volta, a guardare noi stessi con occhi diversi.

 

Agosto è spesso il mese in cui il tempo rallenta. Le giornate si fanno meno scandite dagli impegni e possiamo concederci uno spazio diverso. È il momento ideale per riscoprire una risorsa che, crescendo, rischiamo di lasciare in secondo piano: la creatività.

La creatività: molto più di un talento

Quando sentiamo parlare di creatività, pensiamo spesso all’arte, alla musica o al disegno. In realtà, dal punto di vista psicologico, essere creativi significa molto di più.

 

La creatività è la capacità di immaginare possibilità nuove, trovare soluzioni diverse, mettere in relazione idee apparentemente lontane e adattarsi ai cambiamenti senza restare imprigionati in un unico modo di pensare.

 

È una competenza che accompagna tutto il ciclo di vita e che contribuisce allo sviluppo della flessibilità cognitiva, della regolazione emotiva e della capacità di affrontare le difficoltà.
Per questo la creatività non riguarda solo ciò che produciamo, ma soprattutto il modo in cui guardiamo il mondo.

Infanzia: immaginare aiuta a crescere

Il libro Domani inventerò (Terredimezzo, 2014) celebra la forza dell’immaginazione e la libertà di inventare possibilità nuove.

Attraverso una narrazione semplice e ricca di suggestioni, invita i bambini (e i grandi!) a sperimentare, fantasticare e costruire mondi che ancora non esistono.

 

Dal punto di vista dello sviluppo, il gioco simbolico rappresenta uno degli strumenti più importanti per la crescita. Quando un bambino immagina, trasforma un oggetto, inventa una storia o attribuisce nuovi significati alla realtà, non sta semplicemente giocando: sta sviluppando pensiero astratto, capacità di problem solving e competenze emotive.

È in quei momenti che la creatività si fa palestra per la mente.

La creatività nasce dall'ascolto

Il libro In canto (Terredimezzo, 2023) chiede al lettore di rallentare, osservare e lasciarsi sorprendere dalla bellezza nascosta delle cose del mondo.

Attraverso poesia ed acquerelli vividi, ci racconta che la creatività non è soltanto inventare qualcosa di nuovo, ma anche capacità di ascoltare, accogliere e guardare con attenzione ciò che ci circonda.

“E abbiamo fatto una specie di canzone a due mani, che canta le infinite forme di vita che popolano la Terra e il Cosmo, la meraviglia (e anche la responsabilità) che ne deriva per la specie umana.” (Giusi Quarenghi)

Dal punto di vista psicologico, questa disponibilità all’ascolto favorisce la curiosità e l’apertura mentale, due ingredienti fondamentali del pensiero creativo.
Perché per creare qualcosa di nuovo è necessario concedersi prima il tempo di osservare.

Le vacanze come spazio creativo

Durante l’anno siamo troppo spesso orientati alla produttività: organizziamo, pianifichiamo, risolviamo problemi.


Le vacanze ci offrono la possibilità per qualcosa di diverso. Non solo tempo libero, ma tempo non completamente programmato.

È proprio in questi spazi meno strutturati che la mente può riorganizzare le esperienze, fare collegamenti inattesi e lasciare emergere idee nuove.

 

Per i bambini questo significa avere momenti di gioco spontaneo, costruzioni, letture, passeggiate, invenzioni.
Per gli adulti può voler dire concedersi attività senza un obiettivo preciso: scrivere, fotografare, cucinare, camminare, leggere, osservare un paesaggio, provare qualcosa che non si è mai fatto.

La creatività abbonda quando non tutto è già definito.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Il film Hugo Cabret (Paramount Pictures, 2011), diretto da Martin Scorsese e tratto dall’omonimo romanzo illustrato di Brian Selznick, racconta la storia di Hugo, un bambino che vive nascosto nella stazione ferroviaria di Parigi e che, spinto dalla curiosità e dal desiderio di dare un senso alla propria storia, intraprende un viaggio fatto di incontri, scoperte e meraviglia.

 

Attraverso gli occhi del protagonista, il film mostra come la creatività fiorisca dall’osservazione attenta, dalla capacità di porsi domande e dal coraggio di immaginare possibilità nuove, anche quando la realtà sembra segnata dalla perdita o dalla solitudine.
Hugo non si limita a guardare ciò che ha davanti: prova a comprenderlo, a ricomporlo, a immaginare connessioni che altri non vedono. È proprio questo processo creativo che gli permette di costruire nuovi legami, di riscoprire storie dimenticate e, in un certo senso, di ritrovare anche sé stesso.

 

Hugo Cabret ci ricorda che creare non equivale sempre e solo a produrre un’opera d’arte, ma è mantenere vivo uno sguardo curioso sul mondo e su ciò che ancora non conosciamo.
È un invito, rivolto a bambini e adulti, a coltivare l’immaginazione come uno spazio in cui le idee, le emozioni e le relazioni possono prendere forme nuove.

Ed è forse questa una delle sue forme più preziose: permetterci di trasformare il modo in cui guardiamo il mondo e, qualche volta, anche il modo in cui guardiamo noi stessi.

Conclusione: lasciare spazio a ciò che ancora non esiste

La creatività non è una qualità riservata a pochi, ma una possibilità che appartiene a ciascuno di noi.

Ogni volta che immaginiamo una strada diversa, troviamo un modo nuovo di affrontare una difficoltà o ci concediamo il tempo di giocare con le idee, stiamo allenando una parte di noi fondamentale per il benessere psicologico.

Allora la domanda con cui andiamo in vacanza questo mese è: Quando è stata l’ultima volta che abbiamo creato qualcosa senza preoccuparci del risultato?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Esplorazione: partire, scoprire, ritrovarsi

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio noi stessi e gli altri, nei film e nelle immagini che danno voce a esperienze universali.

 

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso letture capaci di accompagnare diverse età della vita. Perché le storie non ci offrono soltanto intrattenimento: ci aiutano a leggere il nostro mondo interno e a dare significato alle esperienze che viviamo.

 

Questo mese parliamo di esplorazione. Un tema che richiama il viaggio, la curiosità e la scoperta, ma che, dal punto di vista psicologico, riguarda soprattutto il modo in cui entriamo in relazione con ciò che ancora non conosciamo, di noi e degli altri.

Esplorare è un bisogno umano

Fin dai primi mesi di vita, il bambino manifesta un naturale desiderio di esplorare il mondo. Osserva, tocca, sperimenta, si allontana e ritorna. Questo movimento continuo tra vicinanza e scoperta, separazione e ri-unione, rappresenta uno dei motori fondamentali dello sviluppo.

 

L’esplorazione, però, non comprende solo i luoghi fisici.
Avviene anche quando si conoscono persone nuove, quando si affrontano cambiamenti, quando si mettono in discussione idee e si sperimentano possibilità diverse e, a volte, quando si scoprono parti di noi che ancora non conoscevamo.

 

Dal punto di vista psicologico, la curiosità e il desiderio di esplorare possono svilupparsi ed esprimersi al meglio quando ci sentiamo sufficientemente al sicuro. Sapere di poter contare su relazioni affidabili ci permette di affrontare l’ignoto con maggiore fiducia.

 

E il viaggio più importante non è necessariamente quello che ci porta lontano, quanto più quello che amplia il nostro modo sguardo sul mondo.

Infanzia: guardare oltre ciò che è visibile

L’albo illustrato Quello che non vedo (Il Barbagianni editore, 2025 – Premio Rodari 2025 come Miglior Albo Illustrato) invita i bambini a esercitare uno sguardo curioso e aperto, ricordando che non tutto ciò che conta può essere visto con gli occhi.

Con immagini evocative e un uso minimale della parola, il libro accompagna i più piccoli a soffermarsi su ciò che spesso sfugge a uno sguardo frettoloso, su tutte quelle dimensioni invisibili che possono dare significato alla nostra esperienza.

 

Dal punto di vista dello sviluppo, questa capacità di andare oltre l’immediato alimenta il pensiero simbolico, la creatività e la flessibilità cognitiva. Esplorare significa anche imparare ad accogliere il fatto che non tutto sia già conosciuto o spiegato. L’esplorazione diventa così un percorso che ci porta oltre l’apparenza, aiutandoci a sviluppare sensibilità, empatia e la capacità di attribuire significato a ciò che non può essere misurato o visto, ma che spesso è una parte fondamentale delle nostre relazioni e della nostra vita.

Il viaggio come esperienza di crescita

Il viaggio di Pippo (Kite, 2015) racconta un viaggio che è molto più di uno spostamento da un luogo all’altro. Come spesso accade nelle storie dedicate ai bambini, il percorso diventa occasione di incontro, cambiamento e scoperta.

 

Ogni viaggio mette alla prova le nostre certezze. Richiede di adattarsi, osservare, fare domande e, qualche volta, modificare il proprio punto di vista.
E come Pippo, a volte, partiamo con la convinzione di dover trovare qualcosa che ci manca, e arriviamo a scoprire che lo portavamo già dentro di noi.

Bastava uscire nel mondo fuori, o esplorare il nostro mondo interno, per svelare quella parte di noi.

 

Dal punto di vista psicologico, questa disponibilità all’esplorazione rappresenta una competenza preziosa lungo tutto il ciclo di vita. Crescere significa anche imparare a stare nell’incertezza, ad affrontare ciò che non controlliamo completamente e a riconoscere che ogni esperienza può trasformarci.

Esplorare anche da adulti

Con il passare degli anni, il desiderio di esplorare rischia di lasciare troppo spazio al bisogno di prevedibilità. Gli impegni, le responsabilità e le abitudini possono portarci a percorrere sempre le stesse strade, non solo in senso geografico, ma anche mentale ed emotivo.

 

Eppure, l’esplorazione continua ad avere un ruolo fondamentale anche nell’età adulta.
Concedersi la possibilità di imparare qualcosa di nuovo, conoscere persone diverse, cambiare prospettiva, mettere in discussione convinzioni consolidate o, semplicemente, fermarsi a osservare ciò che normalmente diamo per scontato, per alcuni adulti diventano vere e proprie sfide, fatiche che, se affrontate, possono nutrire quelle parti che avevamo lasciato indietro.

 

Ogni esperienza, se vissuta con curiosità, amplia il nostro repertorio di significati e contribuisce a costruire una maggiore flessibilità psicologica.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Il tema del viaggio e dell’esplorazione è da sempre uno dei motori più potenti delle storie. Per i bambini e ragazzi, in particolare, il viaggio diventa una metafora del percorso evolutivo per “diventare grandi”.
Oggi vi proponiamo un film d’animazione che tratta in modo straordinario questo tema.

Il film è Il pianeta del tesoro (2002), un gioiello Disney, tanto brillante quanto sottovalutato.
Liberamente ispirato al classico di Stevenson, parla di Jim, un ragazzo ribelle e ferito che parte su un galeone spaziale alla ricerca di un leggendario bottino. Ma la caccia al tesoro è solo un pretesto: il vero viaggio di Jim è intimo e psicologico. Sarà proprio la scelta di partire, affrontando tradimenti e ferite, a permettergli di recuperare la fiducia in se stesso, negli altri e nel futuro, che aveva perduto.

Questo film ci invita a riflettere sul fatto che l’esplorazione non sempre serve a cercare qualcosa di nuovo fuori da noi, ma anche a ritrovare parti di sé, talvolta perse a seguito di esperienze dolorose. Uscire dalle zone di comfort e mettersi alla prova diventa un mezzo per imparare cose nuove e insieme guarire ferite emotive o ricucire legami spezzati.
L’esplorazione non è mai semplicemente un’azione rivolta verso l’esterno, ma che ha contemporaneamente due vie, una che scopre qualcosa fuori e una che scopre qualcosa dentro.

Il coraggio di andare incontro verso nuovi orizzonti

Esplorare non significa cercare continuamente qualcosa di straordinario.
A volte basta guardare con occhi nuovi ciò che abbiamo davanti ogni giorno.
Il viaggio più importante è quello che ci permette di uscire, almeno per un momento, dalle nostre abitudini e dai nostri schemi e di lasciare spazio alla curiosità.

La domanda con cui vi facciamo partire questo mese quindi è: Quando è stata l’ultima volta che ci siamo concessi di esplorare qualcosa di nuovo, fuori o dentro di noi?

Perché leggere tra le righe significa anche ricordare che ogni crescita inizia con un piccolo passo verso ciò che ancora non conosciamo.

 

 Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

ADHD in età adulta: quando una diagnosi aiuta a rileggere la propria storia

ADHD in età adulta: quando una diagnosi aiuta a rileggere la propria storia

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di ADHD negli adulti. Molte persone arrivano a una diagnosi a 30, 40 o 50 anni, dopo un percorso caratterizzato da difficoltà che per lungo tempo non hanno trovato una spiegazione chiara.

Questo aumento delle diagnosi non significa necessariamente che l’ADHD sia diventato più frequente. Piuttosto, la ricerca scientifica e la pratica clinica stanno permettendo di riconoscere meglio una condizione che in passato veniva spesso associata esclusivamente all’infanzia. Oggi sappiamo che l’ADHD può accompagnare la persona lungo tutto l’arco della vita e manifestarsi in modi diversi a seconda dell’età, del contesto e delle caratteristiche individuali.

L'ADHD non riguarda solo l'attenzione

Quando si pensa all’ADHD, l’immagine più comune è quella di un bambino particolarmente vivace o distratto. Nell’età adulta, però, il quadro può essere molto diverso.

Le persone con ADHD possono sperimentare difficoltà nell’organizzazione quotidiana, nella gestione del tempo, nella pianificazione delle attività, nel mantenere la concentrazione su compiti ripetitivi o poco stimolanti. Possono inoltre essere presenti impulsività, procrastinazione e una sensazione costante di affaticamento mentale dovuta allo sforzo necessario per gestire le richieste della vita quotidiana.

Le ricerche più recenti stanno evidenziando anche il ruolo della regolazione emotiva. Molti adulti con ADHD descrivono una particolare intensità emotiva, una maggiore sensibilità allo stress e difficoltà nel gestire frustrazione, ansia o sovraccarico cognitivo. Alcuni studi hanno inoltre osservato una correlazione tra ADHD, qualità del sonno e capacità di regolare le emozioni.

Perché alcune persone ricevono una diagnosi solo in età adulta?

Le ragioni possono essere molteplici.

In alcuni casi i sintomi erano presenti fin dall’infanzia, ma non sono stati riconosciuti. In altri, le capacità cognitive, il supporto familiare o l’impegno personale hanno permesso alla persona di compensare le difficoltà per molti anni.

Particolare attenzione è stata rivolta negli ultimi anni alle donne, spesso sottodiagnosticate rispetto agli uomini. Diversi studi evidenziano come le manifestazioni dell’ADHD femminile possano essere meno evidenti sul piano comportamentale e più legate a disattenzione, sovraccarico mentale, perfezionismo e strategie di adattamento che tendono a mascherare il disagio. Questo può contribuire a ritardi diagnostici significativi.

Cosa significa scoprire di avere l'ADHD da adulti?

Ricevere una diagnosi in età adulta rappresenta spesso un momento importante sul piano personale.

Molte persone riferiscono un senso di sollievo nel poter finalmente dare un significato a difficoltà sperimentate per anni. Esperienze apparentemente scollegate: problemi organizzativi, fatica nello studio o nel lavoro, difficoltà relazionali, senso di inadeguatezza, possono acquisire una nuova comprensione all’interno di una cornice più ampia.

Una recente ricerca sulle donne diagnosticate in età adulta ha evidenziato come la diagnosi venga frequentemente vissuta come un’esperienza di validazione personale, capace di favorire una maggiore auto-comprensione, l’accesso a strategie più efficaci e una riduzione dell’autocritica. Allo stesso tempo, possono emergere emozioni complesse, come rabbia, tristezza o il rimpianto per il supporto non ricevuto negli anni precedenti.

La diagnosi non definisce la persona

È importante ricordare che una diagnosi non rappresenta un’etichetta né una definizione della propria identità.

L’obiettivo della valutazione clinica è comprendere il funzionamento della persona, individuare punti di forza e aree di difficoltà, e costruire eventuali percorsi di supporto adeguati. Ogni individuo possiede caratteristiche, risorse e modalità di adattamento uniche che non possono essere ridotte a una singola diagnosi.

Quando l’ADHD viene riconosciuto e compreso, può diventare possibile sviluppare strategie più efficaci nella gestione della vita quotidiana, migliorare il benessere psicologico e costruire una relazione più consapevole con sé stessi. 

Conclusioni

Le nuove ricerche stanno contribuendo a una comprensione più ampia dell’ADHD nell’età adulta. Oggi sappiamo che non si tratta semplicemente di una difficoltà di attenzione, ma di una condizione che può influenzare diversi aspetti della vita, dall’organizzazione alle relazioni, dalla gestione delle emozioni al benessere psicologico.

Per molte persone, ricevere una diagnosi in età adulta non significa cambiare chi sono, ma comprendere meglio la propria storia, e, spesso, iniziare a guardarla con maggiore consapevolezza e meno giudizio.

Dott.ssa Mara Gazzi
Psicologa dell’età evolutiva
Specializzata in Neuropsicologia Clinica
Psicoterapeuta

Bibliografia essenziale

  1. Babinski, D. E., & Libsack, E. J. (2025). Adult Diagnosis of ADHD in Women: A Mixed Methods Investigation. Journal of Attention Disorders, 29(3), 207-219.
  2. Holden, E., & Kobayashi-Wood, H. (2025). Adverse experiences of women with undiagnosed ADHD and the invaluable role of diagnosis. Scientific Reports, 15, 20945.
  3. Krebs, K., & Donnellan-Fernandez, R. (2025). Integrative literature review – the impact of ADHD across women’s lifespan. BMC Women’s Health, 25, 593.
  4. Nordby, E. S., Schønning, V., Barnes, A., et al. (2025). Experiences of change following a blended intervention for adults with ADHD and emotion dysregulation: a qualitative interview study. BMC Psychiatry, 25, 56.
  5. American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5-TR). Washington, DC: American Psychiatric Publishing.
  6. Barkley, R. A. (2021). Taking Charge of Adult ADHD (2nd ed.). New York: Guilford Press.
Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Annoiarsi bene è un’arte (e un dono)

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio le esperienze umane, nei film che danno forma a emozioni e vissuti spesso difficili da raccontare.

Ogni mese la rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare lo sguardo sul mondo interno, sulle relazioni e sui processi di crescita.

Questo mese parliamo di un’esperienza spesso considerata negativa, da evitare o riempire il più velocemente possibile: la noia.

La noia: un’esperienza da eliminare o da ascoltare?

Nella quotidianità moderna siamo spesso immersi in un flusso continuo di stimoli: notifiche, attività organizzate, impegni, contenuti sempre disponibili. Anche a livello visivo, il mondo attorno a noi scorre veloce, trafficato e frenetico, dalle auto sulle strade alle persone dentro un centro commerciale.
Sembra che i momenti vuoti siano soltanto qualcosa da riempire immediatamente.

Quando un bambino dice “mi annoio”, oppure quando un adulto si sente inquieto davanti al tempo libero, la reazione più spontanea è spesso quella di cercare subito una soluzione, cioè qualcosa da fare.

Eppure la noia non è un’emozione negativa.
Dal punto di vista psicologico, rappresenta uno spazio di transizione: un momento in cui gli stimoli esterni diminuiscono e diventa possibile entrare maggiormente in contatto con il proprio mondo interno.

“Annoiarsi bene” significa (re)imparare a sostare in quell’intervallo senza doverlo riempire immediatamente, lasciando spazio alla curiosità, all’immaginazione e alla capacità di creare qualcosa di nuovo.

Quando il tempo vuoto diventa scoperta

Il libro Un grande giorno di niente (Topipittori) ci porta dentro la storia di un bambino che si trova immerso in una giornata apparentemente vuota e senza programmi.
Attraverso immagini ricche e poetiche, Beatrice Alemagna accompagna il lettore nella scoperta di come un tempo inizialmente vissuto come noioso possa trasformarsi in un’occasione di esplorazione e meraviglia.

Dal punto di vista dello sviluppo, il gioco libero e i momenti non strutturati sono fondamentali perché permettono al bambino di sperimentare autonomia, creatività e capacità di trovare risorse interne.

Quando ogni momento è riempito dall’adulto, il bambino rischia di avere meno occasioni per chiedersi: “Cosa posso fare? Cosa mi interessa? Cosa posso inventare?”
La noia, in questo senso, crea un primo spazio di scoperta di Sè.

Crescere imparando ad abitare l’attesa

Il libro Si può (Franco Cosimo Panini) accompagna il lettore in una riflessione variopinta sulle possibilità contenute nelle esperienze quotidiane.
Con parole e immagini essenziali, il libro invita a guardare ciò che accade con uno sguardo più aperto, ricordandoci che anche nei momenti apparentemente semplici possono nascere trasformazioni e nuove possibilità.

Dal punto di vista psicologico, questa capacità di stare nell’attesa, come nell’incertezza, è una competenza importante che si costruisce nel tempo e grazie all’esperienza diretta (non possiamo imparare solo dalla teoria certe abilità psicologiche!). 

Imparare a non avere sempre una risposta immediata, un’attività pronta o uno stimolo disponibile aiuta bambini e adulti a sviluppare tolleranza alla frustrazione e flessibilità psicologica.
In pratica, non possiamo esplorare la nostra creatività, intesa a 360 gradi e non solo artistica, se non ci viene mai messo di fronte un foglio bianco (metaforicamente e non). 

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Quando si tratta di portare il tema della noia sullo schermo, il cinema d’animazione ci ha regalato un capolavoro assoluto e senza tempo: Il mio vicino Totoro (1988) di Hayao Miyazaki.

Questo film presenta una struttura che si contrappone ai ritmi frenetici del cinema moderno.
La parola “noia” non viene mai pronunciata, eppure la pellicola è impregnata in ampia misura da quello che nella cultura giapponese viene chiamato ma: il vuoto, la pausa, lo spazio calmo tra le cose.

Miyazaki non ci mostra dei bambini che si lamentano e immerge lo spettatore stesso in quel tempo lento. Nella prima parte del film, infatti, non c’è una trama incalzante o un colpo di scena, vediamo semplicemente le due sorelline protagoniste, Satsuki e Mei, esplorare una vecchia casa di campagna, osservare i granelli di polvere nel buio, raccogliere ghiande, azionare una pompa dell’acqua manuale.
È la rappresentazione visiva del tempo non strutturato, dove l’assenza di stimoli preimpostati induce a usare l’immaginazione e ad osservare le cose del mondo, a sperimentarle.
Il film stesso si fa per noi esercizio di questa “noia”: noi, come le bambine, siamo in un intermezzo, un tempo lento in mezzo alle cose che accadono, fatto di dettagli e silenzi da esplorare.

La scena simbolo del film, l’attesa del papà alla fermata dell’autobus sotto la pioggia, incarna perfettamente questo concetto. È un momento sospeso, lungo, quasi statico. Ma è proprio quando le bambine accettano quell’immobilità e quel silenzio che Totoro, il grande spirito della foresta, si palesa accanto a loro.

Il messaggio che il film ci consegna è potente nella sua semplicità: la meraviglia non si manifesta quando corriamo da un impegno all’altro, quando abbiamo mille cose da fare, quando il nostro tempo è sempre pieno; la meraviglia ha bisogno che la mente rallenti, che si “annoi”.

Permettere ai bambini e a noi stessi di attraversare quello scomodo e inusuale “vuoto” iniziale significa sintonizzarsi su una frequenza diversa, dove la noia smette di essere un nemico da sconfiggere e diventa il terreno fertile in cui germogliano idee e ‘immaginazione.
Il mio vicino Totoro non è un film di facile visione per bambini e ragazzi, ma ci permette di mostrare un altro modo di fare le cose e può diventare un momento di rallentamento dagli stimoli frenetici di tutti i giorni.

Lasciare spazio a ciò che può nascere

Naturalmente, non tutta la noia ha la stessa funzione.
Una noia vissuta come immobilità, isolamento o mancanza di senso può essere un’esperienza faticosa, talvolta anche così dolorosa o intensa da richiedere un supporto psicologico per comprenderne il significato. 

È la possibilità di trasformarla a fare la differenza, passare da “non so cosa fare” a “ora posso scoprire cosa mi interessa, cosa mi va davvero di fare”.
Per i bambini questo significa avere tempi di gioco libero e possibilità di esplorare.
Per gli adulti significa recuperare spazi non produttivi, in cui non tutto deve avere uno scopo immediato.

 

In una società che ci invita continuamente a fare, produrre e consumare stimoli, la noia può sembrare un errore.
Eppure, proprio nei momenti meno riempiti può emergere qualcosa di importante per noi: un’idea, un desiderio, una nuova prospettiva su noi stessi.

Imparare ad abitare il vuoto non significa perdere tempo, ma creare spazio affinché, magari, qualcosa di nuovo possa nascere.

La domanda con cui vi salutiamo questo mese è: Quanto spazio concediamo alla possibilità di annoiarci?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

ESSERE GENITORI: IL “MESTIERE” PIÙ DIFFICILE DEL MONDO

ESSERE GENITORI: IL “MESTIERE” PIÙ DIFFICILE DEL MONDO

Oggi, 1° giugno 2026, come ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dei genitori.

Questa giornata è stata istituita per onorare l’impegno, la dedizione e il ruolo fondamentale di mamme e papà nell’educazione e nella crescita dei figli. Questa ricorrenza riconosce la responsabilità genitoriale come pilastro per lo sviluppo armonico dei bambini. È doveroso, quindi, celebrare i genitori di tutto il mondo per il loro ruolo cruciale, spesso silenzioso, nel sostenere e crescere le nuove generazioni.

Ma cosa si intende realmente per genitori?

La nostra società sta cambiando, è innegabile… Attualmente esistono infatti tanti tipi di famiglie. Ci sono bambini che non hanno uno o entrambi i genitori, per motivi diversi; ci sono storie complesse, anche dolorose. Noi, come Studio Progetto Vita, siamo qui per aiutare questi bambini a parlare di affetti, relazioni e pluralità delle loro famiglie. Famiglie che, quotidianamente, si mettono alla prova per affrontare numerose sfide evolutive e noi siamo qui anche per questo, per accompagnare il genitore a comprendere come cambia il suo ruolo dall’infanzia all’adolescenza. Offriamo, infatti, percorsi di sostegno alla genitorialità in cui discutere in primis della relazione genitori-figli, ma anche riconoscere i segnali di stanchezza eccessiva e incentivarli a chiedere aiuto. 

Vi facciamo un piccolo regalo… vi offriamo delle strategie per nutrire la relazione Genitori-Figli:

  • Dedica ogni giorno un momento di attenzione esclusiva in cui metti da parte lo smartphone. Ascolta non solo le parole dei tuoi figli, ma anche le emozioni che ci sono dietro, validando i loro sentimenti senza giudicarli o cercare di risolvere subito il problema. Il “tempo di qualità” non è un evento eccezionale, ma un rituale quotidiano: sono quei dieci minuti prima di dormire, la risata durante il tragitto verso scuola o il preparare la tavola insieme. È la presenza mentale, non la durata, a nutrire il legame. Spegnere lo smartphone per mezz’ora non è solo un regalo che fate a loro, ma è uno spazio di benessere che regalate anche a voi stessi.
  • Il clima familiare migliora quando si investe nel gioco e nella condivisione di attività piacevoli, non legate a doveri o regole. Questi momenti creano una “riserva emotiva” di fiducia a cui attingere quando arriveranno i momenti di tensione, i conflitti o le sfide dell’adolescenza.
  • Invece di criticare il comportamento del figlio (“Sei sempre il solito disordinato”), prova a esprimere come ti senti tu (“Mi sento stanco e frustrato quando vedo la stanza in disordine perché vorrei che collaborassimo di più”). Questo riduce le difese e apre la strada ad una cooperazione più autentica.
  • Le regole sono fondamentali per dare sicurezza, ma funzionano meglio se applicate con costanza e fermezza gentile, piuttosto che con autoritarismo. Spiegare il “perché” dietro un limite aiuta il bambino o l’adolescente ad interiorizzare il valore della regola, invece di subirla passivamente.

Ricordiamoci che non servono gesti eroici per migliorare il clima in casa; spesso è la qualità delle piccole interazioni quotidiane a fare la differenza.

La Giornata Mondiale dei Genitori è un piccolo promemoria, ma la relazione si scrive ogni giorno, un gesto alla volta. Inizia oggi: chiediti non “cosa devo fare con mio figlio?”, ma “chi voglio essere per lui oggi?”. La risposta, quasi sempre, si trova in un momento di pura condivisione.

E tu, quale sfida senti più complessa nel tuo ruolo di genitore?

Dott.ssa Chiara Zaghini

Psicologa dell’Età Evolutiva

Leggere tra le righe: Diritti LGBTQ+: accogliere le differenze, costruire appartenenza

Leggere tra le righe

Diritti LGBTQ+: accogliere le differenze, costruire appartenenza

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che aiutano a comprendere meglio le relazioni, nei film che danno forma a esperienze emotive e identitarie spesso difficili da raccontare.

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare lo sguardo sul mondo interno, sulle relazioni e sulla complessità dell’esperienza umana.

Questo mese affrontiamo il tema dei diritti LGBTQ+, parlando di identità, appartenenza, famiglia e riconoscimento.

Parlare di diritti è parlare di salute mentale

Parlare di diritti LGBTQ+ va oltre gli aspetti politici e sociali: dal punto di vista psicologico, riguarda profondamente il benessere emotivo e relazionale delle persone.

Sentirsi riconosciuti, poter esprimere la propria identità senza incontrare rifiuto, crescere in contesti che accolgano le differenze, sono fattori che hanno un impatto diretto sullo sviluppo dell’autostima, sulla regolazione emotiva e sul senso di sicurezza personale.

Nel lavoro clinico emerge spesso quanto la sofferenza non derivi dalla propria identità sessuale o di genere in sé, ma dall’esperienza di invisibilità, giudizio o mancata appartenenza.

Per questo parlare di inclusione significa anche parlare di salute mentale, relazioni sicure e possibilità di costruire la propria identità, senza doversi nascondere.

Infanzia: esistono molti modi di essere famiglia

Il libro Per fare una famiglia (Lavieri, 2020) offre ai bambini uno sguardo accogliente sulla pluralità delle forme familiari.

Attraverso immagini da Paese delle Meraviglie e un linguaggio semplice, il libro mostra che ciò che definisce una famiglia non è una struttura unica e rigida, ma la presenza di legami significativi, di cura e appartenenza incondizionate.

Dal punto di vista dello sviluppo emotivo, poter esplorare rappresentazioni differenti delle famiglie aiuta i bambini a costruire un’immagine del mondo più inclusiva e meno basata sulla contrapposizione tra normale e diverso.

La rappresentazione conta: vedere la propria esperienza riconosciuta nelle storie favorisce sicurezza e senso di esistenza psicologica.

Adolescenza: il bisogno di essere riconosciuti

Il libro Così come sono (Franco Cosimo Panini, 2021) affronta il tema dell’identità e dell’accettazione di sé durante la crescita.

L’adolescenza è una fase evolutiva in cui il bisogno di appartenenza e riconoscimento diventa particolarmente intenso. Potersi costruire senza sentirsi costretti a nascondere aspetti importanti di sé, o a vestire panni non adatti a noi, è fondamentale per lo sviluppo di un’identità stabile e integrata.

Dal punto di vista clinico, i contesti relazionali accoglienti rappresentano un importante fattore protettivo rispetto a vergogna, ritiro sociale e sintomi depressivi.

Età adulta: identità, corpo e appartenenza

Il romanzo Middlesex (Mondadori, 2002) affronta in modo profondo il tema dell’identità, del corpo e della costruzione del Sé.

Attraverso la storia del protagonista, il libro mostra quanto il bisogno umano di appartenenza si intrecci con il desiderio di essere riconosciuti nella propria autenticità.

Dal punto di vista psicologico, il rapporto tra identità personale, corpo e sguardo dell’Altro rappresenta un tema centrale lungo tutto il ciclo di vita. Quando una persona sente di dover nascondere parti importanti di sé per essere accettata, il rischio è quello di sviluppare vissuti di frammentazione, solitudine e disconnessione.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Anche il linguaggio cinematografico e animato può contribuire a costruire immaginari più inclusivi.

Nell’episodio di Bluey “Il mercatino” (Stagione 1, Episodio 20) l’inclusione si respira nell’atmosfera di condivisione e nella comunità rappresentata, ma l’aspetto più interessante della puntata, e di tutta la serie animata, risiede in come viene gestito il gioco di ruolo, in particolare con la sorellina di Bluey, Bingo. In molti episodi (come Il pigiama party o I vecchietti), Bingo e Bluey si travestono ed esplorano liberamente identità e generi diversi attraverso l’immaginazione. Bingo, in particolare, ama calarsi in personaggi maschili complessi, cambiando nome e atteggiamento.
I genitori (Bandit e Chilli) non correggono mai le figlie dicendo loro “questo è da maschi” o “questo è da femmine”. Al contrario, assecondano e rispettano i nomi scelti e le identità temporanee create dalle bambine nel gioco.

Bluey mostra, con il suo rinomato tono naturale e non didascalico, la presenza di differenti configurazioni familiari. Piccoli dettagli come questi contribuiscono a rendere il mondo simbolico dei bambini più ampio, realistico ed inclusivo.

Nel film Strange World (Disney, 2022) per la prima volta in un lungometraggio d’animazione Disney, il co-protagonista è un adolescente apertamente gay e la sua omosessualità non è il fulcro del conflitto, ma un dato di fatto della sua vita. Questo tipo di rappresentazione è importante perché permette ai bambini e agli adolescenti di incontrare identità differenti all’interno di storie accessibili e quotidiane.
Ethan Clade è un ragazzo dolce, coraggioso e molto legato alla sua famiglia di agricoltori ed esploratori, che all’inizio del film, incontra Diazo, un ragazzo della sua stessa età: dai loro sguardi, dai sorrisi e dall’imbarazzo di Ethan, si capisce subito che c’è una forte attrazione reciproca.
Nel film non esiste il momento in cui Ethan deve confessare di essere gay, né ci sono scene di rifiuto, bullismo o discriminazione. Il mondo di Strange World è un luogo dove l’orientamento sessuale è accettato come qualsiasi altra caratteristica personale (come il colore dei capelli o l’altezza).
Per i bambini più piccoli il film offre una rappresentazione lineare ed emotivamente pulita: due persone si piacciono, e la famiglia le sostiene. Per i più grandi, è un ottimo spunto per riflettere su come dovrebbe essere un ambiente familiare accogliente e privo di pregiudizi.

Sentirsi legittimati a esistere

Parlare di diritti LGBTQ+ significa, in fondo, parlare del bisogno umano di poter esistere senza dover rinunciare a parti di Sé per sentirsi accettati.
La possibilità di essere riconosciuti nelle relazioni, nelle storie e nei contesti sociali contribuisce alla costruzione di un senso di sicurezza e di appartenenza, fondamentale per il benessere psicologico di ogni essere umano.

La domanda con cui vogliamo concludere questo mese è semplice: quanto spazio lasciamo, nella quotidianità, ai diversi modi di essere sé stessi?

Perché leggere tra le righe significa anche imparare a riconoscere le esperienze che per molto tempo sono rimaste invisibili.

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale