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Benessere sessuale: oltre i miti, verso una maggiore consapevolezza

Benessere sessuale: oltre i miti, verso una maggiore consapevolezza

Per la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale, una riflessione su cosa significa vivere la sessualità in modo autentico, rispettoso e libero da stereotipi

Il 4 settembre, la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale rappresenta un’occasione per riflettere su un aspetto fondamentale della salute che purtroppo, ancora oggi, viene spesso trascurato o affrontato con imbarazzo e una lunghissima lista di tabù.

La sessualità fa parte dell’esperienza umana lungo tutto il ciclo di vita.
Non riguarda soltanto i rapporti sessuali, ma comprende il modo in cui ciascuno vive il proprio corpo, l’identità, il desiderio, l’intimità, l’affettività e le relazioni.

Eppure, molte persone (professionisti della salute compresi) faticano ancora a parlarne, anche all’interno di un percorso psicologico.

Che cos'è il benessere sessuale?

La World Health Organization definisce il benessere sessuale come uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale in relazione alla sessualità, e non semplicemente come assenza di malattie o disfunzioni.

Questo cambia profondamente la prospettiva.

Parlare di benessere sessuale significa parlare della possibilità di vivere la propria sessualità in modo consapevole, libero, rispettoso di sé e dell’Altro, all’interno di relazioni consensuali e prive di coercizione, discriminazione o violenza.

Non esiste perciò una sola modalità “corretta” di vivere la sessualità.
Esistono invece modalità che possono essere più o meno soddisfacenti per la persona che le vive.

La sessualità cambia insieme a noi

La sessualità non è una dimensione statica. Si modifica nel corso della vita, accompagnando i cambiamenti del corpo, delle relazioni, delle esperienze e delle diverse fasi evolutive.

L’adolescenza, la costruzione delle prime relazioni intime, la genitorialità, alcune condizioni mediche o semplicemente il passare degli anni possono trasformare il modo in cui viviamo il desiderio, il piacere e l’intimità.

Comprendere questi cambiamenti significa evitare di interpretarli automaticamente come segnali di malfunzionamento e imparare a costruire nuovi equilibri, coerenti con il momento di vita che si sta attraversando.

I falsi miti che influenzano il nostro modo di vivere la sessualità

Molte delle idee che abbiamo sulla sessualità non derivano da conoscenze scientifiche, ma da stereotipi e copioni culturali, educativi e mediatici che abbiamo interiorizzato nel corso della vita.
Anche se non rappresentativi della realtà, questi miti possono influenzare profondamente il nostro benessere.

Mito 1: esiste una sessualità “normale”
La sessualità umana è caratterizzata da un’ampia variabilità. Frequenza dei rapporti, desiderio, fantasie, modalità relazionali, identità, orientamento e preferenze sessuali possono differire notevolmente da persona a persona senza rappresentare un problema clinico.

Mito 2: una sessualità soddisfacente coincide con prestazioni elevate
La qualità della vita sessuale non si misura in termini di frequenza, durata o performance.
Benessere sessuale significa piuttosto vivere esperienze coerenti con i propri bisogni e desideri.

Mito 3: parlare di sessualità è semplice se una relazione funziona
Anche nelle coppie con una buona relazione affettiva può essere difficile comunicare desideri, paure, limiti o bisogni in ambito sessuale, ma questa è una competenza che può essere appresa e allenata.

Mito 4: se c’è un problema, basta aspettare e passerà
Alcune difficoltà possono risolversi spontaneamente, ma quando il disagio persiste o limita la qualità della vita è importante chiedere un supporto professionale, senza viverlo come un fallimento.

Mito 5: il benessere sessuale riguarda solo chi è sessualmente attivo
La sessualità accompagna tutto il ciclo di vita e comprende anche il rapporto con il proprio corpo, l’identità, l’intimità e l’affettività. È una dimensione che riguarda ogni persona, indipendentemente dall’età, dallo stato relazionale o dalla effettiva attività sessuale.

Quando una sessualità è "atipica"?

In sessuologia clinica è importante distinguere ciò che è statisticamente meno frequente (sessualità atipica) da ciò che costituisce un problema clinico (un disturbo o una disfunzione sessuale).

Nel corso della storia molte caratteristiche della sessualità umana sono state considerate patologiche per il solo fatto che si discostano dalla norma sociale del periodo storico in una data cultura di riferimento.

Oggi sappiamo, grazie alla ricerca scientifica e ai dati importanti che ha raccolto, che orientamento sessuale, identità di genere, fantasie, pratiche consensuali o modalità relazionali, per quanto atipiche, non costituiscono di per sé una psicopatologia.

Uno degli elementi centrali nella valutazione clinica è piuttosto la presenza o meno di distress clinicamente significativo, cioè di una sofferenza soggettiva persistente o di una compromissione importante del funzionamento personale, relazionale o lavorativo.

Questo significa che, in sessuologia clinica, non è sufficiente osservare un comportamento per stabilire se sia presente un problema. È fondamentale comprendere come quella persona vive la propria esperienza.

Una pratica sessuale, una fantasia o una modalità relazionale possono essere poco comuni, ma non per questo patologiche.
Al contrario, anche esperienze considerate “normative” possono diventare fonte di intensa sofferenza quando vengono vissute con ansia, vergogna, senso di inadeguatezza o conflitto.

Una persona può vivere una sessualità non convenzionale senza sperimentare alcun disagio.
Come, al contrario, una persona con una sessualità del tutto “normativa” può vivere una profonda sofferenza.

È questo che rende necessaria una valutazione clinica attenta e libera da giudizi morali.

Dalla normalizzazione delle terapie riparative all'accoglienza

La psicologia e la sessuologia hanno attraversato negli anni importanti cambiamenti culturali, teorici e pratici.

Per molto tempo l’obiettivo era ricondurre la sessualità entro modelli considerati “normali”, a cui si ambiva a far aderire tutti i pazienti.

Oggi la prospettiva è profondamente diversa.
L’intervento clinico non mira a modificare identità sessuale o di genere, orientamento sessuale o modalità relazionale del paziente, ma ad accompagnare la persona a una maggior comprensione di sé stessa, alla riduzione della sofferenza e alla costruzione di una vita sessuale coerente con il proprio Sé e soddisfacente.

Accoglienza significa distinguere tra ciò che genera sofferenza e ciò che semplicemente esprime la naturale variabilità della sessualità umana, senza rinunciare alle competenze e metodologie cliniche.

Perché parlare di sessualità nel sostegno psicologico?

Molte persone iniziano un percorso psicologico per ansia, difficoltà relazionali, bassa autostima, blocchi emotivi o problemi molto concreti e quotidiani, senza immaginare che anche la sessualità può avere un ruolo importante.

Il modo in cui viviamo la nostra sessualità è spesso intrecciato con la immagine corporea, la nostra storia relazionale, le nostre competenze comunicative, la nostra abilità di regolazione emotiva, i nostri significati simbolici più profondi.

Parlare di sessualità all’interno del proprio percorso psicologico permette di esplorare il rapporto della persona con il desiderio, il piacere, l’intimità, il bisogno di controllo, e molti altri elementi psicologici che trovano espressione anche in ambiti molto diversi dalla sessualità.

Ignorare questa dimensione rischia perciò di lasciare inesplorata una parte significativa della vita della persona.

Quando può essere utile una consulenza sessuologica?

Una consulenza sessuologica è prima di tutto uno spazio di ascolto, in cui la persona (o la coppia) può affrontare temi spesso vissuti con imbarazzo, paura o senso di solitudine, in un contesto professionale e sicuro.

I primi colloqui hanno l’obiettivo di comprendere la domanda portata dalla persona, raccogliere la storia personale, relazionale e sessuale, valutare i fattori psicologici, relazionali e, quando necessario, anche quelli medici che possono contribuire alla difficoltà.

Non sempre una consulenza porta all’avvio di un percorso psicologico o sessuologico: talvolta è sufficiente offrire informazioni corrette, chiarire alcuni dubbi o fornire indicazioni specifiche.
In altri casi, invece, la consulenza rappresenta il primo passo verso un percorso più strutturato, individuale o di coppia, costruito sulla base delle esigenze della persona.

Ogni caso va considerato nella sua unicità, ma in generale possiamo individuare alcuni elementi che richiederebbero una prima consulenza sessuologica:

  • calo o assenza del desiderio vissuti con sofferenza;
  • dolore durante i rapporti sessuali (per qualsiasi genere);
  • difficoltà di erezione o di eiaculazione per i maschi;
  • difficoltà orgasmiche (per qualsiasi genere);
  • dubbi rispetto alla propria identità o orientamento;
  • vissuti di vergogna o ansia legati alla sessualità;
  • difficoltà comunicative nella coppia o con i partner sessuali;
  • cambiamenti della sessualità dopo malattia, gravidanza, trauma o particolari fasi di vita.

La consulenza sessuologica non è rivolta esclusivamente a chi presenta una diagnosi o una disfunzione, ma anche a chi desidera comprendere meglio il proprio funzionamento e vivere la sessualità con maggiore consapevolezza.

Cosa ci portiamo a casa

Parlare di benessere sessuale significa riconoscere che la sessualità non è un elemento marginale dell’esperienza umana, ma una dimensione che attraversa identità, relazioni, corpo ed emozioni.
Prendersene cura contribuisce a costruire un modo di vivere più autentico con sé stessi, senza inseguire un falso ideale di “normalità”.

Il benessere sessuale non si misura in base alla nostra conformità a uno standard di “normalità”, ma sulla possibilità di vivere la propria sessualità con consapevolezza, libertà e rispetto, per tutti gli esseri umani, nella loro meravigliosa unicità.

dott.ssa Gaia Zanzottera

psicologa clinica

sessuologa clinica in formazione

Hai dubbi o stai vivendo una difficoltà legata alla tua sessualità?
Una consulenza sessuologica può aiutarti a comprendere meglio ciò che stai vivendo, distinguere i cambiamenti fisiologici dalle difficoltà che meritano un approfondimento e individuare, se necessario, il percorso di supporto più adatto. Parlare di sessualità in un contesto professionale significa trovare uno spazio di ascolto competente, rispettoso e libero dal giudizio.

Bibliografia

Documenti istituzionali

  • Defining sexual health: Report of a technical consultation on sexual health. World Health Organization (2006). 
  • Declaration of Sexual Rights.World Association for Sexual Health (2014, aggiornata 2019).

Manuali diagnostici

  • Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – 5 – TR (DSM-5-TR). American Psychiatric Association, 2022.
  • International Classification of Diseases 11th Revision. World Health Organization.

Libri specialistici

  • a cura di Leiblum S.R., Principles and Practice of Sex Therapy. (CIC Edizioni Internazionali, 2004) 
  • Nagoski E., Come as You Are. (Spazio Interiore, 2022) 
  • Pellai, A., Educazione sessuale emotiva. Come parlare di sesso ai ragazzi (e non solo). (Erickson, 2015)
Leggere tra le righe

Leggere tra le righe Creatività: ritrovare il piacere di immaginare

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio noi stessi e gli altri, nelle immagini che danno forma a esperienze spesso difficili da raccontare.

 

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso letture che possano accompagnare diverse età della vita. Perché le storie non sono soltanto occasioni di svago: ci aiutano a osservare il mondo da prospettive nuove e, qualche volta, a guardare noi stessi con occhi diversi.

 

Agosto è spesso il mese in cui il tempo rallenta. Le giornate si fanno meno scandite dagli impegni e possiamo concederci uno spazio diverso. È il momento ideale per riscoprire una risorsa che, crescendo, rischiamo di lasciare in secondo piano: la creatività.

La creatività: molto più di un talento

Quando sentiamo parlare di creatività, pensiamo spesso all’arte, alla musica o al disegno. In realtà, dal punto di vista psicologico, essere creativi significa molto di più.

 

La creatività è la capacità di immaginare possibilità nuove, trovare soluzioni diverse, mettere in relazione idee apparentemente lontane e adattarsi ai cambiamenti senza restare imprigionati in un unico modo di pensare.

 

È una competenza che accompagna tutto il ciclo di vita e che contribuisce allo sviluppo della flessibilità cognitiva, della regolazione emotiva e della capacità di affrontare le difficoltà.
Per questo la creatività non riguarda solo ciò che produciamo, ma soprattutto il modo in cui guardiamo il mondo.

Infanzia: immaginare aiuta a crescere

Il libro Domani inventerò (Terredimezzo, 2014) celebra la forza dell’immaginazione e la libertà di inventare possibilità nuove.

Attraverso una narrazione semplice e ricca di suggestioni, invita i bambini (e i grandi!) a sperimentare, fantasticare e costruire mondi che ancora non esistono.

 

Dal punto di vista dello sviluppo, il gioco simbolico rappresenta uno degli strumenti più importanti per la crescita. Quando un bambino immagina, trasforma un oggetto, inventa una storia o attribuisce nuovi significati alla realtà, non sta semplicemente giocando: sta sviluppando pensiero astratto, capacità di problem solving e competenze emotive.

È in quei momenti che la creatività si fa palestra per la mente.

La creatività nasce dall'ascolto

Il libro In canto (Terredimezzo, 2023) chiede al lettore di rallentare, osservare e lasciarsi sorprendere dalla bellezza nascosta delle cose del mondo.

Attraverso poesia ed acquerelli vividi, ci racconta che la creatività non è soltanto inventare qualcosa di nuovo, ma anche capacità di ascoltare, accogliere e guardare con attenzione ciò che ci circonda.

“E abbiamo fatto una specie di canzone a due mani, che canta le infinite forme di vita che popolano la Terra e il Cosmo, la meraviglia (e anche la responsabilità) che ne deriva per la specie umana.” (Giusi Quarenghi)

Dal punto di vista psicologico, questa disponibilità all’ascolto favorisce la curiosità e l’apertura mentale, due ingredienti fondamentali del pensiero creativo.
Perché per creare qualcosa di nuovo è necessario concedersi prima il tempo di osservare.

Le vacanze come spazio creativo

Durante l’anno siamo troppo spesso orientati alla produttività: organizziamo, pianifichiamo, risolviamo problemi.


Le vacanze ci offrono la possibilità per qualcosa di diverso. Non solo tempo libero, ma tempo non completamente programmato.

È proprio in questi spazi meno strutturati che la mente può riorganizzare le esperienze, fare collegamenti inattesi e lasciare emergere idee nuove.

 

Per i bambini questo significa avere momenti di gioco spontaneo, costruzioni, letture, passeggiate, invenzioni.
Per gli adulti può voler dire concedersi attività senza un obiettivo preciso: scrivere, fotografare, cucinare, camminare, leggere, osservare un paesaggio, provare qualcosa che non si è mai fatto.

La creatività abbonda quando non tutto è già definito.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Il film Hugo Cabret (Paramount Pictures, 2011), diretto da Martin Scorsese e tratto dall’omonimo romanzo illustrato di Brian Selznick, racconta la storia di Hugo, un bambino che vive nascosto nella stazione ferroviaria di Parigi e che, spinto dalla curiosità e dal desiderio di dare un senso alla propria storia, intraprende un viaggio fatto di incontri, scoperte e meraviglia.

 

Attraverso gli occhi del protagonista, il film mostra come la creatività fiorisca dall’osservazione attenta, dalla capacità di porsi domande e dal coraggio di immaginare possibilità nuove, anche quando la realtà sembra segnata dalla perdita o dalla solitudine.
Hugo non si limita a guardare ciò che ha davanti: prova a comprenderlo, a ricomporlo, a immaginare connessioni che altri non vedono. È proprio questo processo creativo che gli permette di costruire nuovi legami, di riscoprire storie dimenticate e, in un certo senso, di ritrovare anche sé stesso.

 

Hugo Cabret ci ricorda che creare non equivale sempre e solo a produrre un’opera d’arte, ma è mantenere vivo uno sguardo curioso sul mondo e su ciò che ancora non conosciamo.
È un invito, rivolto a bambini e adulti, a coltivare l’immaginazione come uno spazio in cui le idee, le emozioni e le relazioni possono prendere forme nuove.

Ed è forse questa una delle sue forme più preziose: permetterci di trasformare il modo in cui guardiamo il mondo e, qualche volta, anche il modo in cui guardiamo noi stessi.

Conclusione: lasciare spazio a ciò che ancora non esiste

La creatività non è una qualità riservata a pochi, ma una possibilità che appartiene a ciascuno di noi.

Ogni volta che immaginiamo una strada diversa, troviamo un modo nuovo di affrontare una difficoltà o ci concediamo il tempo di giocare con le idee, stiamo allenando una parte di noi fondamentale per il benessere psicologico.

Allora la domanda con cui andiamo in vacanza questo mese è: Quando è stata l’ultima volta che abbiamo creato qualcosa senza preoccuparci del risultato?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Esplorazione: partire, scoprire, ritrovarsi

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio noi stessi e gli altri, nei film e nelle immagini che danno voce a esperienze universali.

 

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso letture capaci di accompagnare diverse età della vita. Perché le storie non ci offrono soltanto intrattenimento: ci aiutano a leggere il nostro mondo interno e a dare significato alle esperienze che viviamo.

 

Questo mese parliamo di esplorazione. Un tema che richiama il viaggio, la curiosità e la scoperta, ma che, dal punto di vista psicologico, riguarda soprattutto il modo in cui entriamo in relazione con ciò che ancora non conosciamo, di noi e degli altri.

Esplorare è un bisogno umano

Fin dai primi mesi di vita, il bambino manifesta un naturale desiderio di esplorare il mondo. Osserva, tocca, sperimenta, si allontana e ritorna. Questo movimento continuo tra vicinanza e scoperta, separazione e ri-unione, rappresenta uno dei motori fondamentali dello sviluppo.

 

L’esplorazione, però, non comprende solo i luoghi fisici.
Avviene anche quando si conoscono persone nuove, quando si affrontano cambiamenti, quando si mettono in discussione idee e si sperimentano possibilità diverse e, a volte, quando si scoprono parti di noi che ancora non conoscevamo.

 

Dal punto di vista psicologico, la curiosità e il desiderio di esplorare possono svilupparsi ed esprimersi al meglio quando ci sentiamo sufficientemente al sicuro. Sapere di poter contare su relazioni affidabili ci permette di affrontare l’ignoto con maggiore fiducia.

 

E il viaggio più importante non è necessariamente quello che ci porta lontano, quanto più quello che amplia il nostro modo sguardo sul mondo.

Infanzia: guardare oltre ciò che è visibile

L’albo illustrato Quello che non vedo (Il Barbagianni editore, 2025 – Premio Rodari 2025 come Miglior Albo Illustrato) invita i bambini a esercitare uno sguardo curioso e aperto, ricordando che non tutto ciò che conta può essere visto con gli occhi.

Con immagini evocative e un uso minimale della parola, il libro accompagna i più piccoli a soffermarsi su ciò che spesso sfugge a uno sguardo frettoloso, su tutte quelle dimensioni invisibili che possono dare significato alla nostra esperienza.

 

Dal punto di vista dello sviluppo, questa capacità di andare oltre l’immediato alimenta il pensiero simbolico, la creatività e la flessibilità cognitiva. Esplorare significa anche imparare ad accogliere il fatto che non tutto sia già conosciuto o spiegato. L’esplorazione diventa così un percorso che ci porta oltre l’apparenza, aiutandoci a sviluppare sensibilità, empatia e la capacità di attribuire significato a ciò che non può essere misurato o visto, ma che spesso è una parte fondamentale delle nostre relazioni e della nostra vita.

Il viaggio come esperienza di crescita

Il viaggio di Pippo (Kite, 2015) racconta un viaggio che è molto più di uno spostamento da un luogo all’altro. Come spesso accade nelle storie dedicate ai bambini, il percorso diventa occasione di incontro, cambiamento e scoperta.

 

Ogni viaggio mette alla prova le nostre certezze. Richiede di adattarsi, osservare, fare domande e, qualche volta, modificare il proprio punto di vista.
E come Pippo, a volte, partiamo con la convinzione di dover trovare qualcosa che ci manca, e arriviamo a scoprire che lo portavamo già dentro di noi.

Bastava uscire nel mondo fuori, o esplorare il nostro mondo interno, per svelare quella parte di noi.

 

Dal punto di vista psicologico, questa disponibilità all’esplorazione rappresenta una competenza preziosa lungo tutto il ciclo di vita. Crescere significa anche imparare a stare nell’incertezza, ad affrontare ciò che non controlliamo completamente e a riconoscere che ogni esperienza può trasformarci.

Esplorare anche da adulti

Con il passare degli anni, il desiderio di esplorare rischia di lasciare troppo spazio al bisogno di prevedibilità. Gli impegni, le responsabilità e le abitudini possono portarci a percorrere sempre le stesse strade, non solo in senso geografico, ma anche mentale ed emotivo.

 

Eppure, l’esplorazione continua ad avere un ruolo fondamentale anche nell’età adulta.
Concedersi la possibilità di imparare qualcosa di nuovo, conoscere persone diverse, cambiare prospettiva, mettere in discussione convinzioni consolidate o, semplicemente, fermarsi a osservare ciò che normalmente diamo per scontato, per alcuni adulti diventano vere e proprie sfide, fatiche che, se affrontate, possono nutrire quelle parti che avevamo lasciato indietro.

 

Ogni esperienza, se vissuta con curiosità, amplia il nostro repertorio di significati e contribuisce a costruire una maggiore flessibilità psicologica.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Il tema del viaggio e dell’esplorazione è da sempre uno dei motori più potenti delle storie. Per i bambini e ragazzi, in particolare, il viaggio diventa una metafora del percorso evolutivo per “diventare grandi”.
Oggi vi proponiamo un film d’animazione che tratta in modo straordinario questo tema.

Il film è Il pianeta del tesoro (2002), un gioiello Disney, tanto brillante quanto sottovalutato.
Liberamente ispirato al classico di Stevenson, parla di Jim, un ragazzo ribelle e ferito che parte su un galeone spaziale alla ricerca di un leggendario bottino. Ma la caccia al tesoro è solo un pretesto: il vero viaggio di Jim è intimo e psicologico. Sarà proprio la scelta di partire, affrontando tradimenti e ferite, a permettergli di recuperare la fiducia in se stesso, negli altri e nel futuro, che aveva perduto.

Questo film ci invita a riflettere sul fatto che l’esplorazione non sempre serve a cercare qualcosa di nuovo fuori da noi, ma anche a ritrovare parti di sé, talvolta perse a seguito di esperienze dolorose. Uscire dalle zone di comfort e mettersi alla prova diventa un mezzo per imparare cose nuove e insieme guarire ferite emotive o ricucire legami spezzati.
L’esplorazione non è mai semplicemente un’azione rivolta verso l’esterno, ma che ha contemporaneamente due vie, una che scopre qualcosa fuori e una che scopre qualcosa dentro.

Il coraggio di andare incontro verso nuovi orizzonti

Esplorare non significa cercare continuamente qualcosa di straordinario.
A volte basta guardare con occhi nuovi ciò che abbiamo davanti ogni giorno.
Il viaggio più importante è quello che ci permette di uscire, almeno per un momento, dalle nostre abitudini e dai nostri schemi e di lasciare spazio alla curiosità.

La domanda con cui vi facciamo partire questo mese quindi è: Quando è stata l’ultima volta che ci siamo concessi di esplorare qualcosa di nuovo, fuori o dentro di noi?

Perché leggere tra le righe significa anche ricordare che ogni crescita inizia con un piccolo passo verso ciò che ancora non conosciamo.

 

 Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

ADHD in età adulta: quando una diagnosi aiuta a rileggere la propria storia

ADHD in età adulta: quando una diagnosi aiuta a rileggere la propria storia

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di ADHD negli adulti. Molte persone arrivano a una diagnosi a 30, 40 o 50 anni, dopo un percorso caratterizzato da difficoltà che per lungo tempo non hanno trovato una spiegazione chiara.

Questo aumento delle diagnosi non significa necessariamente che l’ADHD sia diventato più frequente. Piuttosto, la ricerca scientifica e la pratica clinica stanno permettendo di riconoscere meglio una condizione che in passato veniva spesso associata esclusivamente all’infanzia. Oggi sappiamo che l’ADHD può accompagnare la persona lungo tutto l’arco della vita e manifestarsi in modi diversi a seconda dell’età, del contesto e delle caratteristiche individuali.

L'ADHD non riguarda solo l'attenzione

Quando si pensa all’ADHD, l’immagine più comune è quella di un bambino particolarmente vivace o distratto. Nell’età adulta, però, il quadro può essere molto diverso.

Le persone con ADHD possono sperimentare difficoltà nell’organizzazione quotidiana, nella gestione del tempo, nella pianificazione delle attività, nel mantenere la concentrazione su compiti ripetitivi o poco stimolanti. Possono inoltre essere presenti impulsività, procrastinazione e una sensazione costante di affaticamento mentale dovuta allo sforzo necessario per gestire le richieste della vita quotidiana.

Le ricerche più recenti stanno evidenziando anche il ruolo della regolazione emotiva. Molti adulti con ADHD descrivono una particolare intensità emotiva, una maggiore sensibilità allo stress e difficoltà nel gestire frustrazione, ansia o sovraccarico cognitivo. Alcuni studi hanno inoltre osservato una correlazione tra ADHD, qualità del sonno e capacità di regolare le emozioni.

Perché alcune persone ricevono una diagnosi solo in età adulta?

Le ragioni possono essere molteplici.

In alcuni casi i sintomi erano presenti fin dall’infanzia, ma non sono stati riconosciuti. In altri, le capacità cognitive, il supporto familiare o l’impegno personale hanno permesso alla persona di compensare le difficoltà per molti anni.

Particolare attenzione è stata rivolta negli ultimi anni alle donne, spesso sottodiagnosticate rispetto agli uomini. Diversi studi evidenziano come le manifestazioni dell’ADHD femminile possano essere meno evidenti sul piano comportamentale e più legate a disattenzione, sovraccarico mentale, perfezionismo e strategie di adattamento che tendono a mascherare il disagio. Questo può contribuire a ritardi diagnostici significativi.

Cosa significa scoprire di avere l'ADHD da adulti?

Ricevere una diagnosi in età adulta rappresenta spesso un momento importante sul piano personale.

Molte persone riferiscono un senso di sollievo nel poter finalmente dare un significato a difficoltà sperimentate per anni. Esperienze apparentemente scollegate: problemi organizzativi, fatica nello studio o nel lavoro, difficoltà relazionali, senso di inadeguatezza, possono acquisire una nuova comprensione all’interno di una cornice più ampia.

Una recente ricerca sulle donne diagnosticate in età adulta ha evidenziato come la diagnosi venga frequentemente vissuta come un’esperienza di validazione personale, capace di favorire una maggiore auto-comprensione, l’accesso a strategie più efficaci e una riduzione dell’autocritica. Allo stesso tempo, possono emergere emozioni complesse, come rabbia, tristezza o il rimpianto per il supporto non ricevuto negli anni precedenti.

La diagnosi non definisce la persona

È importante ricordare che una diagnosi non rappresenta un’etichetta né una definizione della propria identità.

L’obiettivo della valutazione clinica è comprendere il funzionamento della persona, individuare punti di forza e aree di difficoltà, e costruire eventuali percorsi di supporto adeguati. Ogni individuo possiede caratteristiche, risorse e modalità di adattamento uniche che non possono essere ridotte a una singola diagnosi.

Quando l’ADHD viene riconosciuto e compreso, può diventare possibile sviluppare strategie più efficaci nella gestione della vita quotidiana, migliorare il benessere psicologico e costruire una relazione più consapevole con sé stessi. 

Conclusioni

Le nuove ricerche stanno contribuendo a una comprensione più ampia dell’ADHD nell’età adulta. Oggi sappiamo che non si tratta semplicemente di una difficoltà di attenzione, ma di una condizione che può influenzare diversi aspetti della vita, dall’organizzazione alle relazioni, dalla gestione delle emozioni al benessere psicologico.

Per molte persone, ricevere una diagnosi in età adulta non significa cambiare chi sono, ma comprendere meglio la propria storia, e, spesso, iniziare a guardarla con maggiore consapevolezza e meno giudizio.

Dott.ssa Mara Gazzi
Psicologa dell’età evolutiva
Specializzata in Neuropsicologia Clinica
Psicoterapeuta

Bibliografia essenziale

  1. Babinski, D. E., & Libsack, E. J. (2025). Adult Diagnosis of ADHD in Women: A Mixed Methods Investigation. Journal of Attention Disorders, 29(3), 207-219.
  2. Holden, E., & Kobayashi-Wood, H. (2025). Adverse experiences of women with undiagnosed ADHD and the invaluable role of diagnosis. Scientific Reports, 15, 20945.
  3. Krebs, K., & Donnellan-Fernandez, R. (2025). Integrative literature review – the impact of ADHD across women’s lifespan. BMC Women’s Health, 25, 593.
  4. Nordby, E. S., Schønning, V., Barnes, A., et al. (2025). Experiences of change following a blended intervention for adults with ADHD and emotion dysregulation: a qualitative interview study. BMC Psychiatry, 25, 56.
  5. American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5-TR). Washington, DC: American Psychiatric Publishing.
  6. Barkley, R. A. (2021). Taking Charge of Adult ADHD (2nd ed.). New York: Guilford Press.
Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Annoiarsi bene è un’arte (e un dono)

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a comprendere meglio le esperienze umane, nei film che danno forma a emozioni e vissuti spesso difficili da raccontare.

Ogni mese la rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare lo sguardo sul mondo interno, sulle relazioni e sui processi di crescita.

Questo mese parliamo di un’esperienza spesso considerata negativa, da evitare o riempire il più velocemente possibile: la noia.

La noia: un’esperienza da eliminare o da ascoltare?

Nella quotidianità moderna siamo spesso immersi in un flusso continuo di stimoli: notifiche, attività organizzate, impegni, contenuti sempre disponibili. Anche a livello visivo, il mondo attorno a noi scorre veloce, trafficato e frenetico, dalle auto sulle strade alle persone dentro un centro commerciale.
Sembra che i momenti vuoti siano soltanto qualcosa da riempire immediatamente.

Quando un bambino dice “mi annoio”, oppure quando un adulto si sente inquieto davanti al tempo libero, la reazione più spontanea è spesso quella di cercare subito una soluzione, cioè qualcosa da fare.

Eppure la noia non è un’emozione negativa.
Dal punto di vista psicologico, rappresenta uno spazio di transizione: un momento in cui gli stimoli esterni diminuiscono e diventa possibile entrare maggiormente in contatto con il proprio mondo interno.

Annoiarsi bene” significa (re)imparare a sostare in quell’intervallo senza doverlo riempire immediatamente, lasciando spazio alla curiosità, all’immaginazione e alla capacità di creare qualcosa di nuovo.

Quando il tempo vuoto diventa scoperta

Il libro Un grande giorno di niente (Topipittori) ci porta dentro la storia di un bambino che si trova immerso in una giornata apparentemente vuota e senza programmi.
Attraverso immagini ricche e poetiche, Beatrice Alemagna accompagna il lettore nella scoperta di come un tempo inizialmente vissuto come noioso possa trasformarsi in un’occasione di esplorazione e meraviglia.

Dal punto di vista dello sviluppo, il gioco libero e i momenti non strutturati sono fondamentali perché permettono al bambino di sperimentare autonomia, creatività e capacità di trovare risorse interne.

Quando ogni momento è riempito dall’adulto, il bambino rischia di avere meno occasioni per chiedersi: “Cosa posso fare? Cosa mi interessa? Cosa posso inventare?”
La noia, in questo senso, crea un primo spazio di scoperta di Sè.

Crescere imparando ad abitare l’attesa

Il libro Si può (Franco Cosimo Panini) accompagna il lettore in una riflessione variopinta sulle possibilità contenute nelle esperienze quotidiane.
Con parole e immagini essenziali, il libro invita a guardare ciò che accade con uno sguardo più aperto, ricordandoci che anche nei momenti apparentemente semplici possono nascere trasformazioni e nuove possibilità.

Dal punto di vista psicologico, questa capacità di stare nell’attesa, come nell’incertezza, è una competenza importante che si costruisce nel tempo e grazie all’esperienza diretta (non possiamo imparare solo dalla teoria certe abilità psicologiche!). 

Imparare a non avere sempre una risposta immediata, un’attività pronta o uno stimolo disponibile aiuta bambini e adulti a sviluppare tolleranza alla frustrazione e flessibilità psicologica.
In pratica, non possiamo esplorare la nostra creatività, intesa a 360 gradi e non solo artistica, se non ci viene mai messo di fronte un foglio bianco (metaforicamente e non). 

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Quando si tratta di portare il tema della noia sullo schermo, il cinema d’animazione ci ha regalato un capolavoro assoluto e senza tempo: Il mio vicino Totoro (1988) di Hayao Miyazaki.

Questo film presenta una struttura che si contrappone ai ritmi frenetici del cinema moderno.
La parola “noia” non viene mai pronunciata, eppure la pellicola è impregnata in ampia misura da quello che nella cultura giapponese viene chiamato ma: il vuoto, la pausa, lo spazio calmo tra le cose.

Miyazaki non ci mostra dei bambini che si lamentano e immerge lo spettatore stesso in quel tempo lento. Nella prima parte del film, infatti, non c’è una trama incalzante o un colpo di scena, vediamo semplicemente le due sorelline protagoniste, Satsuki e Mei, esplorare una vecchia casa di campagna, osservare i granelli di polvere nel buio, raccogliere ghiande, azionare una pompa dell’acqua manuale.
È la rappresentazione visiva del tempo non strutturato, dove l’assenza di stimoli preimpostati induce a usare l’immaginazione e ad osservare le cose del mondo, a sperimentarle.
Il film stesso si fa per noi esercizio di questa “noia”: noi, come le bambine, siamo in un intermezzo, un tempo lento in mezzo alle cose che accadono, fatto di dettagli e silenzi da esplorare.

La scena simbolo del film, l’attesa del papà alla fermata dell’autobus sotto la pioggia, incarna perfettamente questo concetto. È un momento sospeso, lungo, quasi statico. Ma è proprio quando le bambine accettano quell’immobilità e quel silenzio che Totoro, il grande spirito della foresta, si palesa accanto a loro.

Il messaggio che il film ci consegna è potente nella sua semplicità: la meraviglia non si manifesta quando corriamo da un impegno all’altro, quando abbiamo mille cose da fare, quando il nostro tempo è sempre pieno; la meraviglia ha bisogno che la mente rallenti, che si “annoi”.

Permettere ai bambini e a noi stessi di attraversare quello scomodo e inusuale “vuoto” iniziale significa sintonizzarsi su una frequenza diversa, dove la noia smette di essere un nemico da sconfiggere e diventa il terreno fertile in cui germogliano idee e ‘immaginazione.
Il mio vicino Totoro non è un film di facile visione per bambini e ragazzi, ma ci permette di mostrare un altro modo di fare le cose e può diventare un momento di rallentamento dagli stimoli frenetici di tutti i giorni.

Lasciare spazio a ciò che può nascere

Naturalmente, non tutta la noia ha la stessa funzione.
Una noia vissuta come immobilità, isolamento o mancanza di senso può essere un’esperienza faticosa, talvolta anche così dolorosa o intensa da richiedere un supporto psicologico per comprenderne il significato. 

È la possibilità di trasformarla a fare la differenza, passare da “non so cosa fare” a “ora posso scoprire cosa mi interessa, cosa mi va davvero di fare”.
Per i bambini questo significa avere tempi di gioco libero e possibilità di esplorare.
Per gli adulti significa recuperare spazi non produttivi, in cui non tutto deve avere uno scopo immediato.

 

In una società che ci invita continuamente a fare, produrre e consumare stimoli, la noia può sembrare un errore.
Eppure, proprio nei momenti meno riempiti può emergere qualcosa di importante per noi: un’idea, un desiderio, una nuova prospettiva su noi stessi.

Imparare ad abitare il vuoto non significa perdere tempo, ma creare spazio affinché, magari, qualcosa di nuovo possa nascere.

La domanda con cui vi salutiamo questo mese è: Quanto spazio concediamo alla possibilità di annoiarci?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

ESSERE GENITORI: IL “MESTIERE” PIÙ DIFFICILE DEL MONDO

ESSERE GENITORI: IL “MESTIERE” PIÙ DIFFICILE DEL MONDO

Oggi, 1° giugno 2026, come ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dei genitori.

Questa giornata è stata istituita per onorare l’impegno, la dedizione e il ruolo fondamentale di mamme e papà nell’educazione e nella crescita dei figli. Questa ricorrenza riconosce la responsabilità genitoriale come pilastro per lo sviluppo armonico dei bambini. È doveroso, quindi, celebrare i genitori di tutto il mondo per il loro ruolo cruciale, spesso silenzioso, nel sostenere e crescere le nuove generazioni.

Ma cosa si intende realmente per genitori?

La nostra società sta cambiando, è innegabile… Attualmente esistono infatti tanti tipi di famiglie. Ci sono bambini che non hanno uno o entrambi i genitori, per motivi diversi; ci sono storie complesse, anche dolorose. Noi, come Studio Progetto Vita, siamo qui per aiutare questi bambini a parlare di affetti, relazioni e pluralità delle loro famiglie. Famiglie che, quotidianamente, si mettono alla prova per affrontare numerose sfide evolutive e noi siamo qui anche per questo, per accompagnare il genitore a comprendere come cambia il suo ruolo dall’infanzia all’adolescenza. Offriamo, infatti, percorsi di sostegno alla genitorialità in cui discutere in primis della relazione genitori-figli, ma anche riconoscere i segnali di stanchezza eccessiva e incentivarli a chiedere aiuto. 

Vi facciamo un piccolo regalo… vi offriamo delle strategie per nutrire la relazione Genitori-Figli:

  • Dedica ogni giorno un momento di attenzione esclusiva in cui metti da parte lo smartphone. Ascolta non solo le parole dei tuoi figli, ma anche le emozioni che ci sono dietro, validando i loro sentimenti senza giudicarli o cercare di risolvere subito il problema. Il “tempo di qualità” non è un evento eccezionale, ma un rituale quotidiano: sono quei dieci minuti prima di dormire, la risata durante il tragitto verso scuola o il preparare la tavola insieme. È la presenza mentale, non la durata, a nutrire il legame. Spegnere lo smartphone per mezz’ora non è solo un regalo che fate a loro, ma è uno spazio di benessere che regalate anche a voi stessi.
  • Il clima familiare migliora quando si investe nel gioco e nella condivisione di attività piacevoli, non legate a doveri o regole. Questi momenti creano una “riserva emotiva” di fiducia a cui attingere quando arriveranno i momenti di tensione, i conflitti o le sfide dell’adolescenza.
  • Invece di criticare il comportamento del figlio (“Sei sempre il solito disordinato”), prova a esprimere come ti senti tu (“Mi sento stanco e frustrato quando vedo la stanza in disordine perché vorrei che collaborassimo di più”). Questo riduce le difese e apre la strada ad una cooperazione più autentica.
  • Le regole sono fondamentali per dare sicurezza, ma funzionano meglio se applicate con costanza e fermezza gentile, piuttosto che con autoritarismo. Spiegare il “perché” dietro un limite aiuta il bambino o l’adolescente ad interiorizzare il valore della regola, invece di subirla passivamente.

Ricordiamoci che non servono gesti eroici per migliorare il clima in casa; spesso è la qualità delle piccole interazioni quotidiane a fare la differenza.

La Giornata Mondiale dei Genitori è un piccolo promemoria, ma la relazione si scrive ogni giorno, un gesto alla volta. Inizia oggi: chiediti non “cosa devo fare con mio figlio?”, ma “chi voglio essere per lui oggi?”. La risposta, quasi sempre, si trova in un momento di pura condivisione.

E tu, quale sfida senti più complessa nel tuo ruolo di genitore?

Dott.ssa Chiara Zaghini

Psicologa dell’Età Evolutiva

Leggere tra le righe: Diritti LGBTQ+: accogliere le differenze, costruire appartenenza

Leggere tra le righe

Diritti LGBTQ+: accogliere le differenze, costruire appartenenza

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che aiutano a comprendere meglio le relazioni, nei film che danno forma a esperienze emotive e identitarie spesso difficili da raccontare.

Ogni mese questa rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare lo sguardo sul mondo interno, sulle relazioni e sulla complessità dell’esperienza umana.

Questo mese affrontiamo il tema dei diritti LGBTQ+, parlando di identità, appartenenza, famiglia e riconoscimento.

Parlare di diritti è parlare di salute mentale

Parlare di diritti LGBTQ+ va oltre gli aspetti politici e sociali: dal punto di vista psicologico, riguarda profondamente il benessere emotivo e relazionale delle persone.

Sentirsi riconosciuti, poter esprimere la propria identità senza incontrare rifiuto, crescere in contesti che accolgano le differenze, sono fattori che hanno un impatto diretto sullo sviluppo dell’autostima, sulla regolazione emotiva e sul senso di sicurezza personale.

Nel lavoro clinico emerge spesso quanto la sofferenza non derivi dalla propria identità sessuale o di genere in sé, ma dall’esperienza di invisibilità, giudizio o mancata appartenenza.

Per questo parlare di inclusione significa anche parlare di salute mentale, relazioni sicure e possibilità di costruire la propria identità, senza doversi nascondere.

Infanzia: esistono molti modi di essere famiglia

Il libro Per fare una famiglia (Lavieri, 2020) offre ai bambini uno sguardo accogliente sulla pluralità delle forme familiari.

Attraverso immagini da Paese delle Meraviglie e un linguaggio semplice, il libro mostra che ciò che definisce una famiglia non è una struttura unica e rigida, ma la presenza di legami significativi, di cura e appartenenza incondizionate.

Dal punto di vista dello sviluppo emotivo, poter esplorare rappresentazioni differenti delle famiglie aiuta i bambini a costruire un’immagine del mondo più inclusiva e meno basata sulla contrapposizione tra normale e diverso.

La rappresentazione conta: vedere la propria esperienza riconosciuta nelle storie favorisce sicurezza e senso di esistenza psicologica.

Adolescenza: il bisogno di essere riconosciuti

Il libro Così come sono (Franco Cosimo Panini, 2021) affronta il tema dell’identità e dell’accettazione di sé durante la crescita.

L’adolescenza è una fase evolutiva in cui il bisogno di appartenenza e riconoscimento diventa particolarmente intenso. Potersi costruire senza sentirsi costretti a nascondere aspetti importanti di sé, o a vestire panni non adatti a noi, è fondamentale per lo sviluppo di un’identità stabile e integrata.

Dal punto di vista clinico, i contesti relazionali accoglienti rappresentano un importante fattore protettivo rispetto a vergogna, ritiro sociale e sintomi depressivi.

Età adulta: identità, corpo e appartenenza

Il romanzo Middlesex (Mondadori, 2002) affronta in modo profondo il tema dell’identità, del corpo e della costruzione del Sé.

Attraverso la storia del protagonista, il libro mostra quanto il bisogno umano di appartenenza si intrecci con il desiderio di essere riconosciuti nella propria autenticità.

Dal punto di vista psicologico, il rapporto tra identità personale, corpo e sguardo dell’Altro rappresenta un tema centrale lungo tutto il ciclo di vita. Quando una persona sente di dover nascondere parti importanti di sé per essere accettata, il rischio è quello di sviluppare vissuti di frammentazione, solitudine e disconnessione.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Anche il linguaggio cinematografico e animato può contribuire a costruire immaginari più inclusivi.

Nell’episodio di BlueyIl mercatino” (Stagione 1, Episodio 20) l’inclusione si respira nell’atmosfera di condivisione e nella comunità rappresentata, ma l’aspetto più interessante della puntata, e di tutta la serie animata, risiede in come viene gestito il gioco di ruolo, in particolare con la sorellina di Bluey, Bingo. In molti episodi (come Il pigiama party o I vecchietti), Bingo e Bluey si travestono ed esplorano liberamente identità e generi diversi attraverso l’immaginazione. Bingo, in particolare, ama calarsi in personaggi maschili complessi, cambiando nome e atteggiamento.
I genitori (Bandit e Chilli) non correggono mai le figlie dicendo loro “questo è da maschi” o “questo è da femmine”. Al contrario, assecondano e rispettano i nomi scelti e le identità temporanee create dalle bambine nel gioco.

Bluey mostra, con il suo rinomato tono naturale e non didascalico, la presenza di differenti configurazioni familiari. Piccoli dettagli come questi contribuiscono a rendere il mondo simbolico dei bambini più ampio, realistico ed inclusivo.

Nel film Strange World (Disney, 2022) per la prima volta in un lungometraggio d’animazione Disney, il co-protagonista è un adolescente apertamente gay e la sua omosessualità non è il fulcro del conflitto, ma un dato di fatto della sua vita. Questo tipo di rappresentazione è importante perché permette ai bambini e agli adolescenti di incontrare identità differenti all’interno di storie accessibili e quotidiane.
Ethan Clade è un ragazzo dolce, coraggioso e molto legato alla sua famiglia di agricoltori ed esploratori, che all’inizio del film, incontra Diazo, un ragazzo della sua stessa età: dai loro sguardi, dai sorrisi e dall’imbarazzo di Ethan, si capisce subito che c’è una forte attrazione reciproca.
Nel film non esiste il momento in cui Ethan deve confessare di essere gay, né ci sono scene di rifiuto, bullismo o discriminazione. Il mondo di Strange World è un luogo dove l’orientamento sessuale è accettato come qualsiasi altra caratteristica personale (come il colore dei capelli o l’altezza).
Per i bambini più piccoli il film offre una rappresentazione lineare ed emotivamente pulita: due persone si piacciono, e la famiglia le sostiene. Per i più grandi, è un ottimo spunto per riflettere su come dovrebbe essere un ambiente familiare accogliente e privo di pregiudizi.

Sentirsi legittimati a esistere

Parlare di diritti LGBTQ+ significa, in fondo, parlare del bisogno umano di poter esistere senza dover rinunciare a parti di Sé per sentirsi accettati.
La possibilità di essere riconosciuti nelle relazioni, nelle storie e nei contesti sociali contribuisce alla costruzione di un senso di sicurezza e di appartenenza, fondamentale per il benessere psicologico di ogni essere umano.

La domanda con cui vogliamo concludere questo mese è semplice: quanto spazio lasciamo, nella quotidianità, ai diversi modi di essere sé stessi?

Perché leggere tra le righe significa anche imparare a riconoscere le esperienze che per molto tempo sono rimaste invisibili.

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

Dispercezione corporea nei Disturbi del Comportamento Alimentare: comprendere un vissuto complesso

Dispercezione corporea nei Disturbi del Comportamento Alimentare: comprendere un vissuto complesso

La dispercezione corporea rappresenta uno degli aspetti più centrali e allo stesso tempo più fraintesi nei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). Spesso ridotta a una semplice “insoddisfazione per il proprio corpo”, essa è in realtà un fenomeno molto più articolato, che coinvolge processi percettivi, cognitivi ed emotivi profondamente intrecciati.

Che cos’è la dispercezione corporea?

Con il termine dispercezione corporea si fa riferimento a un’alterazione del modo in cui una persona percepisce, rappresenta e vive il proprio corpo. Nei DCA, questo si traduce frequentemente in una distorsione dell’immagine corporea: il corpo viene vissuto come più grande, imperfetto o inaccettabile rispetto alla realtà oggettiva.

È importante distinguere tra:

  • Componente percettiva: errori nella stima di dimensioni e forma del corpo 
  • Componente cognitivo-affettiva: pensieri, credenze ed emozioni negative legate al corpo 
  • Componente comportamentale: evitamento dello specchio, body checking, confronto sociale 

Queste dimensioni non sono indipendenti, ma si influenzano reciprocamente, contribuendo al mantenimento del disturbo.

Dispercezione corporea nei diversi DCA

La dispercezione corporea si manifesta con caratteristiche diverse a seconda del disturbo:

– Nell’Anoressia nervosa: spesso è presente una marcata sovrastima delle dimensioni corporee, accompagnata da un’intensa paura di ingrassare, anche in condizioni di sottopeso evidente. 

– Nella Bulimia nervosa: l’immagine corporea è instabile e fortemente influenzata dall’autostima, con oscillazioni tra momenti di maggiore accettazione e forte disprezzo corporeo. 

– Nel Disturbo da binge eating: prevale un vissuto di vergogna e insoddisfazione corporea, più che una vera e propria distorsione percettiva. 

I meccanismi psicologici coinvolti

Diversi processi contribuiscono alla dispercezione corporea:

  • Bias attentivi: la persona tende a focalizzarsi selettivamente su parti del corpo percepite come difettose 
  • Distorsioni cognitive: pensieri dicotomici (“o perfetto o orribile”), generalizzazioni e catastrofizzazioni 
  • Internalizzazione degli ideali estetici: modelli culturali irrealistici diventano standard personali 
  • Disconnessione interocettiva: difficoltà a riconoscere segnali corporei interni (fame, sazietà, emozioni) 

Un aspetto particolarmente rilevante è il legame tra immagine corporea e identità: nei DCA, il valore personale viene spesso fatto dipendere in modo eccessivo dal peso e dalla forma del corpo.

Il ruolo delle emozioni

La dispercezione corporea non è solo un problema “di percezione”, ma un’esperienza emotiva intensa. Vergogna, ansia, disgusto e senso di inadeguatezza contribuiscono a rafforzare il vissuto negativo del corpo.

In molti casi, il controllo del corpo diventa una strategia per gestire emozioni difficili, creando un circolo vizioso: più aumenta il disagio emotivo, più si intensifica la preoccupazione per il corpo.

Implicazioni cliniche

Comprendere la dispercezione corporea è fondamentale per il trattamento dei DCA. Gli interventi più efficaci includono: la Psicoeducazione sull’immagine corporea; la Ristrutturazione cognitiva delle credenze disfunzionali e tecniche di esposizione allo specchio; la Mindfulness e il lavoro sull’interocezione; infine interventi basati sull’accettazione.

Approcci come la Terapia Cognitivo-Comportamentale migliorata (CBT-E) e le terapie di terza generazione si sono dimostrati particolarmente utili nel lavorare su questi aspetti.

Conclusioni

La dispercezione corporea nei DCA è un fenomeno complesso che va ben oltre l’apparenza fisica. È un’esperienza che coinvolge il modo in cui una persona percepisce sé stessa, attribuisce valore al proprio corpo e regola le proprie emozioni.

Affrontarla richiede un lavoro terapeutico profondo e multidimensionale, capace di integrare corpo e mente, percezione e significato, esperienza interna e contesto sociale.

Dott.ssa Sara Bedeschi

Bibliografia

  • Cash, T. F., & Smolak, L. (2011). Body Image: A Handbook of Science, Practice, and Prevention. Guilford Press. 
  • Fairburn, C. G. (2008). Cognitive Behavior Therapy and Eating Disorders. Guilford Press. 
  • Garner, D. M. (2002). Body Image and Eating Disorders. In T. F. Cash & T. Pruzinsky (Eds.), Body Image
  • Grogan, S. (2016). Body Image: Understanding Body Dissatisfaction in Men, Women and Children. Routledge. 
  • Keel, P. K., & Forney, K. J. (2013). Psychosocial risk factors for eating disorders. International Journal of Eating Disorders
  • Longo, M. R. (2015). Implicit and explicit body representations. European Psychologist
  • Stice, E. (2002). Risk and maintenance factors for eating pathology. Psychological Bulletin
  • Thompson, J. K. (2004). The (Mis)measurement of Body Image
Famiglie diverse, stessi bisogni: il ruolo della comunicazione

Famiglie diverse, stessi bisogni: il ruolo della comunicazione

Le famiglie cambiano, si trasformano, assumono forme sempre più diverse rispetto al passato. Oggi esistono famiglie tradizionali, monoparentali, ricostituite, adottive, omogenitoriali, multiculturali, famiglie composte da nonni e nipoti, oppure da legami affettivi che vanno oltre quelli biologici. La società evolve e con essa cambia anche il modo di vivere le relazioni familiari. Eppure, nonostante queste differenze, esistono bisogni che accomunano tutte le famiglie, ieri e oggi: il bisogno di sentirsi accolti, ascoltati, amati e riconosciuti.

Nella Giornata Internazionale delle Famiglie riflettiamo su ciò che realmente contribuisce al benessere familiare. Non è la struttura della famiglia a determinarne la qualità emotiva, ma il modo in cui le persone riescono a comunicare tra loro. La comunicazione rappresenta infatti il cuore delle relazioni: costruisce vicinanza, crea fiducia, permette di affrontare i conflitti e aiuta ogni componente della famiglia a sentirsi parte di un legame sicuro.

Spesso si pensa alla comunicazione come a uno scambio di parole, ma in realtà è molto di più. Comunichiamo attraverso il tono della voce, gli sguardi, il tempo che dedichiamo agli altri, la capacità di ascoltare senza interrompere o giudicare. In famiglia, soprattutto, i messaggi emotivi passano anche attraverso piccoli gesti quotidiani.

Ogni persona, indipendentemente dall’età, ha bisogno di sentirsi vista e compresa. I bambini hanno bisogno di percepire che le loro emozioni possono essere espresse senza paura di essere sminuite; gli adolescenti cercano ascolto e riconoscimento anche quando sembrano chiudersi o allontanarsi; gli adulti, a loro volta, hanno bisogno di sostegno emotivo e di spazi in cui potersi mostrare fragili senza sentirsi inadeguati.

In molte difficoltà familiari non manca l’affetto, ma la possibilità di comunicarlo in modo efficace. La vita quotidiana è spesso attraversata da ritmi frenetici, stress, lavoro, impegni continui e presenza costante della tecnologia. Si parla tanto, ma ci si ascolta poco. Le conversazioni diventano rapide, funzionali, concentrate su ciò che bisogna fare più che su ciò che si prova. In questo modo il rischio è che, lentamente, si creino distanze emotive anche all’interno di relazioni molto strette.

Ascoltare davvero significa fermarsi e concedere spazio all’altro. Significa cercare di comprendere ciò che una persona sta vivendo senza pensare immediatamente a una risposta, a una soluzione o a un giudizio. Molti conflitti familiari nascono proprio dalla sensazione di non sentirsi capiti. Dietro una reazione aggressiva, un silenzio o una chiusura emotiva, spesso si nasconde il bisogno di essere riconosciuti nelle proprie emozioni.

Anche il modo in cui si affrontano le difficoltà fa la differenza. Ogni famiglia attraversa momenti di tensione, incomprensioni e conflitti. Litigare non significa necessariamente avere una relazione sbagliata o fragile. Al contrario, il conflitto può diventare un’occasione di crescita se viene gestito con rispetto e disponibilità al dialogo. I bambini e gli adolescenti imparano molto osservando gli adulti: vedere genitori o figure di riferimento capaci di confrontarsi senza ferirsi insegna che le relazioni possono attraversare le difficoltà senza rompersi.

Le parole hanno un peso importante nel clima emotivo familiare. Critiche continue, svalutazioni, confronti o comunicazioni basate esclusivamente sugli errori possono minare la sicurezza affettiva delle persone. Al contrario, parole che accolgono e riconoscono le emozioni favoriscono relazioni più sane. Frasi semplici come “capisco che sei triste”, “parliamone”, “sono qui” possono avere un impatto molto profondo, soprattutto nei momenti di fragilità.

Naturalmente nessuna famiglia è perfetta. Non esistono relazioni prive di errori o incomprensioni. La differenza non sta nell’assenza di difficoltà, ma nella possibilità di riparare, di ritrovarsi, di mantenere aperto il dialogo anche quando è faticoso. Chiedere scusa, riconoscere un errore, ammettere una fragilità non indebolisce il ruolo educativo degli adulti, ma lo rende più autentico e umano.

Oggi più che mai è necessario superare l’idea di una famiglia “giusta” contrapposta a modelli considerati “diversi”. Dal punto di vista psicologico, ciò che sostiene davvero il benessere delle persone è la qualità delle relazioni che vivono. Una famiglia diventa un luogo sicuro quando offre ascolto, presenza emotiva, rispetto e possibilità di esprimere sé stessi senza paura di perdere il legame.

In una società sempre più veloce e individualista, recuperare il valore della comunicazione familiare significa anche recuperare il senso della vicinanza emotiva. Bastano spesso piccoli momenti di attenzione autentica per rafforzare il senso di appartenenza: una cena condivisa senza distrazioni, una conversazione sincera, il tempo dedicato ad ascoltare davvero chi abbiamo accanto.

Al di là delle differenze, tutte le famiglie condividono lo stesso desiderio profondo: essere un luogo in cui sentirsi accolti, compresi e amati. Ed è proprio attraverso la comunicazione che questo bisogno può trovare spazio, giorno dopo giorno, nelle relazioni quotidiane.

Dott.ssa Giorgia Gennari

Psicoterapeuta cognitivo comportamentale

Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Spettro autistico: comprendere la differenza, leggere il mondo

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a dare senso alle relazioni, nei film che rendono visibile ciò che spesso resta implicito.

Ogni ultimo venerdì del mese la rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare la comprensione del mondo interno ed esterno.

Questo mese parliamo di spettro autistico, con l’obiettivo di avvicinarci a una comprensione più ampia della neurodiversità e delle diverse modalità di percepire, elaborare ed abitare il mondo.

Comprendere lo spettro autistico

Parlare di autismo oggi non significa più guardare solo a ‘cosa manca’ o a cosa non funziona in una persona, ma riconoscere che esistono modi diversi e naturali in cui il cervello può funzionare e vedere il mondo.

Invece di concentrarci solo sulle difficoltà nel parlare o nello stare con gli altri, dobbiamo renderci conto che il cuore dell’autismo è il modo in cui i sensi percepiscono il mondo. In pratica, è come se persone diverse usassero ‘frequenze’ differenti: la vera sfida è imparare a sintonizzarsi per capirsi davvero.

Non stiamo parlando solo di limiti di una persona, ma della distanza che può crearsi tra modi diversi di sentire e vivere la realtà. Sono mondi differenti che possono arricchirsi solo se cerchiamo un punto d’incontro invece di scontrarci. Per questo, capire l’autismo significa chiederci: quanto la nostra società e i nostri spazi sono pronti ad accogliere e adattarsi a queste diversità?

Infanzia: dare forma all’esperienza sensoriale ed emotiva

Il libro Ad abbracciar nessuno (Uovonero, 2010) accompagna il lettore dentro l’esperienza di un bambino che vive il mondo in modo sensorialmente intenso e spesso travolgente.

Attraverso una narrazione semplice ma profondamente empatica, il libro rende visibile ciò che spesso resta invisibile: la fatica nella gestione degli stimoli, il bisogno di prevedibilità, la difficoltà nella lettura dei segnali sociali dell’Altro.

Dal punto di vista dello sviluppo, uno degli aspetti centrali nello spettro autistico riguarda proprio la diversa elaborazione delle informazioni sensoriali e sociali. Questo può tradursi in difficoltà, ma anche in forme peculiari di attenzione, percezione e memoria.

In età evolutiva, strumenti narrativi come questo diventano fondamentali per aiutare adulti e bambini a costruire significati condivisi.

Adolescenza e adulti: rendere visibile la differenza

Il libro La differenza invisibile (Edizioni LSWR,2018) offre uno sguardo prezioso sull’esperienza dello spettro autistico in età adulta.

Attraverso il linguaggio del fumetto, racconta la quotidianità di una persona neurodivergente, mettendo in luce un aspetto clinicamente rilevante: l’invisibilità della differenza.

 

Molte caratteristiche dello spettro non sono immediatamente riconoscibili dall’esterno, non si vedono a occhio nudo, ma influenzano profondamente la gestione delle relazioni, dei contesti sociali e delle richieste implicite dell’ambiente.

Dal punto di vista psicologico, questo richiama il tema della difficoltà nella decodifica delle regole sociali non esplicite, che spesso vengono date per scontate in contesti neurotipici.

Sfogliare questo fumetto ci ricorda che anche se qualcosa non è visibile, non significa che non abbia effetti, talvolta intensi, dentro gli individui.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Per esplorare queste tematiche attraverso il linguaggio visivo, la Pixar ha realizzato due brevi storie capaci di raccontare con delicatezza cosa significhi vivere e relazionarsi con la neurodivergenza. Entrambi i cortometraggi nascono da esperienze dirette e autentiche dei creatori: queste storie non sono solo semplici racconti, ma riflessioni vere di chi vive e conosce profondamente lo spettro autistico.

Questi racconti ci invitano a riflettere su come ogni persona abbia il proprio modo di sentire e abitare il mondo, ricordandoci che la differenza non dev’essere necessariamente un ostacolo, ma può diventare un’occasione per aprirsi all’Altro e crescere insieme.

In Loop (2020) due ragazzi devono imparare a navigare insieme su una canoa, nonostante comunichino in modi opposti. Renee è una ragazza autistica non verbale e il suo compagno di viaggio, Marcus, deve imparare a sintonizzarsi con lei senza usare le parole. Quando Marcus smette di pretendere che lei si comporti come lui e inizia ad ascoltare il suo ritmo e i suoi suoni, riesce a creare un ponte che mette avvicina i loro mondi diversi.

Perché non dobbiamo forzare gli altri a entrare nel nostro mondo, ma avere la curiosità di fare un passo verso il loro.

In Float (2019), un bambino vola invece di camminare. Inizialmente il papà prova a nascondere questa sua caratteristica per paura del giudizio altrui, cercando di rendere il figlio normale. Col tempo, però, capisce che la felicità arriva solo quando smette di combattere quella particolarità e decide di lasciare che il bambino si esprima così come è.

È un messaggio potente su quanto sia importante creare ambienti dove nessuno si senta sbagliato perché si muove, o vive, in modo differente

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

Lo spettro autistico ci invita a una riflessione più ampia su cosa significhi comprendere l’Altro, anche quando l’Altro non è neurodivergente rispetto a noi.

Perché leggere tra le righe, in questo caso, significa riconoscere che esistono molteplici modi di percepire, sentire e comunicare, e che la comprensione nasce sempre da un incontro tra le differenze, non dalla loro riduzione.


La domanda con cui possiamo lasciarci oggi è: cosa posso fare per capire il modo di leggere ed abitare il mondo dell’Altro?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale