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Famiglie diverse, stessi bisogni: il ruolo della comunicazione

Famiglie diverse, stessi bisogni: il ruolo della comunicazione

Le famiglie cambiano, si trasformano, assumono forme sempre più diverse rispetto al passato. Oggi esistono famiglie tradizionali, monoparentali, ricostituite, adottive, omogenitoriali, multiculturali, famiglie composte da nonni e nipoti, oppure da legami affettivi che vanno oltre quelli biologici. La società evolve e con essa cambia anche il modo di vivere le relazioni familiari. Eppure, nonostante queste differenze, esistono bisogni che accomunano tutte le famiglie, ieri e oggi: il bisogno di sentirsi accolti, ascoltati, amati e riconosciuti.

Nella Giornata Internazionale delle Famiglie riflettiamo su ciò che realmente contribuisce al benessere familiare. Non è la struttura della famiglia a determinarne la qualità emotiva, ma il modo in cui le persone riescono a comunicare tra loro. La comunicazione rappresenta infatti il cuore delle relazioni: costruisce vicinanza, crea fiducia, permette di affrontare i conflitti e aiuta ogni componente della famiglia a sentirsi parte di un legame sicuro.

Spesso si pensa alla comunicazione come a uno scambio di parole, ma in realtà è molto di più. Comunichiamo attraverso il tono della voce, gli sguardi, il tempo che dedichiamo agli altri, la capacità di ascoltare senza interrompere o giudicare. In famiglia, soprattutto, i messaggi emotivi passano anche attraverso piccoli gesti quotidiani.

Ogni persona, indipendentemente dall’età, ha bisogno di sentirsi vista e compresa. I bambini hanno bisogno di percepire che le loro emozioni possono essere espresse senza paura di essere sminuite; gli adolescenti cercano ascolto e riconoscimento anche quando sembrano chiudersi o allontanarsi; gli adulti, a loro volta, hanno bisogno di sostegno emotivo e di spazi in cui potersi mostrare fragili senza sentirsi inadeguati.

In molte difficoltà familiari non manca l’affetto, ma la possibilità di comunicarlo in modo efficace. La vita quotidiana è spesso attraversata da ritmi frenetici, stress, lavoro, impegni continui e presenza costante della tecnologia. Si parla tanto, ma ci si ascolta poco. Le conversazioni diventano rapide, funzionali, concentrate su ciò che bisogna fare più che su ciò che si prova. In questo modo il rischio è che, lentamente, si creino distanze emotive anche all’interno di relazioni molto strette.

Ascoltare davvero significa fermarsi e concedere spazio all’altro. Significa cercare di comprendere ciò che una persona sta vivendo senza pensare immediatamente a una risposta, a una soluzione o a un giudizio. Molti conflitti familiari nascono proprio dalla sensazione di non sentirsi capiti. Dietro una reazione aggressiva, un silenzio o una chiusura emotiva, spesso si nasconde il bisogno di essere riconosciuti nelle proprie emozioni.

Anche il modo in cui si affrontano le difficoltà fa la differenza. Ogni famiglia attraversa momenti di tensione, incomprensioni e conflitti. Litigare non significa necessariamente avere una relazione sbagliata o fragile. Al contrario, il conflitto può diventare un’occasione di crescita se viene gestito con rispetto e disponibilità al dialogo. I bambini e gli adolescenti imparano molto osservando gli adulti: vedere genitori o figure di riferimento capaci di confrontarsi senza ferirsi insegna che le relazioni possono attraversare le difficoltà senza rompersi.

Le parole hanno un peso importante nel clima emotivo familiare. Critiche continue, svalutazioni, confronti o comunicazioni basate esclusivamente sugli errori possono minare la sicurezza affettiva delle persone. Al contrario, parole che accolgono e riconoscono le emozioni favoriscono relazioni più sane. Frasi semplici come “capisco che sei triste”, “parliamone”, “sono qui” possono avere un impatto molto profondo, soprattutto nei momenti di fragilità.

Naturalmente nessuna famiglia è perfetta. Non esistono relazioni prive di errori o incomprensioni. La differenza non sta nell’assenza di difficoltà, ma nella possibilità di riparare, di ritrovarsi, di mantenere aperto il dialogo anche quando è faticoso. Chiedere scusa, riconoscere un errore, ammettere una fragilità non indebolisce il ruolo educativo degli adulti, ma lo rende più autentico e umano.

Oggi più che mai è necessario superare l’idea di una famiglia “giusta” contrapposta a modelli considerati “diversi”. Dal punto di vista psicologico, ciò che sostiene davvero il benessere delle persone è la qualità delle relazioni che vivono. Una famiglia diventa un luogo sicuro quando offre ascolto, presenza emotiva, rispetto e possibilità di esprimere sé stessi senza paura di perdere il legame.

In una società sempre più veloce e individualista, recuperare il valore della comunicazione familiare significa anche recuperare il senso della vicinanza emotiva. Bastano spesso piccoli momenti di attenzione autentica per rafforzare il senso di appartenenza: una cena condivisa senza distrazioni, una conversazione sincera, il tempo dedicato ad ascoltare davvero chi abbiamo accanto.

Al di là delle differenze, tutte le famiglie condividono lo stesso desiderio profondo: essere un luogo in cui sentirsi accolti, compresi e amati. Ed è proprio attraverso la comunicazione che questo bisogno può trovare spazio, giorno dopo giorno, nelle relazioni quotidiane.

Dott.ssa Giorgia Gennari

Psicoterapeuta cognitivo comportamentale

Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Spettro autistico: comprendere la differenza, leggere il mondo

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio clinico, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei racconti che ci aiutano a dare senso alle relazioni, nei film che rendono visibile ciò che spesso resta implicito.

Ogni ultimo venerdì del mese la rubrica propone un tema psicologico attraverso libri e immagini che possano accompagnare diverse età della vita, con l’obiettivo di ampliare la comprensione del mondo interno ed esterno.

Questo mese parliamo di spettro autistico, con l’obiettivo di avvicinarci a una comprensione più ampia della neurodiversità e delle diverse modalità di percepire, elaborare ed abitare il mondo.

Comprendere lo spettro autistico

Parlare di autismo oggi non significa più guardare solo a ‘cosa manca’ o a cosa non funziona in una persona, ma riconoscere che esistono modi diversi e naturali in cui il cervello può funzionare e vedere il mondo.

Invece di concentrarci solo sulle difficoltà nel parlare o nello stare con gli altri, dobbiamo renderci conto che il cuore dell’autismo è il modo in cui i sensi percepiscono il mondo. In pratica, è come se persone diverse usassero ‘frequenze’ differenti: la vera sfida è imparare a sintonizzarsi per capirsi davvero.

Non stiamo parlando solo di limiti di una persona, ma della distanza che può crearsi tra modi diversi di sentire e vivere la realtà. Sono mondi differenti che possono arricchirsi solo se cerchiamo un punto d’incontro invece di scontrarci. Per questo, capire l’autismo significa chiederci: quanto la nostra società e i nostri spazi sono pronti ad accogliere e adattarsi a queste diversità?

Infanzia: dare forma all’esperienza sensoriale ed emotiva

Il libro Ad abbracciar nessuno (Uovonero, 2010) accompagna il lettore dentro l’esperienza di un bambino che vive il mondo in modo sensorialmente intenso e spesso travolgente.

Attraverso una narrazione semplice ma profondamente empatica, il libro rende visibile ciò che spesso resta invisibile: la fatica nella gestione degli stimoli, il bisogno di prevedibilità, la difficoltà nella lettura dei segnali sociali dell’Altro.

Dal punto di vista dello sviluppo, uno degli aspetti centrali nello spettro autistico riguarda proprio la diversa elaborazione delle informazioni sensoriali e sociali. Questo può tradursi in difficoltà, ma anche in forme peculiari di attenzione, percezione e memoria.

In età evolutiva, strumenti narrativi come questo diventano fondamentali per aiutare adulti e bambini a costruire significati condivisi.

Adolescenza e adulti: rendere visibile la differenza

Il libro La differenza invisibile (Edizioni LSWR,2018) offre uno sguardo prezioso sull’esperienza dello spettro autistico in età adulta.

Attraverso il linguaggio del fumetto, racconta la quotidianità di una persona neurodivergente, mettendo in luce un aspetto clinicamente rilevante: l’invisibilità della differenza.

 

Molte caratteristiche dello spettro non sono immediatamente riconoscibili dall’esterno, non si vedono a occhio nudo, ma influenzano profondamente la gestione delle relazioni, dei contesti sociali e delle richieste implicite dell’ambiente.

Dal punto di vista psicologico, questo richiama il tema della difficoltà nella decodifica delle regole sociali non esplicite, che spesso vengono date per scontate in contesti neurotipici.

Sfogliare questo fumetto ci ricorda che anche se qualcosa non è visibile, non significa che non abbia effetti, talvolta intensi, dentro gli individui.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Per esplorare queste tematiche attraverso il linguaggio visivo, la Pixar ha realizzato due brevi storie capaci di raccontare con delicatezza cosa significhi vivere e relazionarsi con la neurodivergenza. Entrambi i cortometraggi nascono da esperienze dirette e autentiche dei creatori: queste storie non sono solo semplici racconti, ma riflessioni vere di chi vive e conosce profondamente lo spettro autistico.

Questi racconti ci invitano a riflettere su come ogni persona abbia il proprio modo di sentire e abitare il mondo, ricordandoci che la differenza non dev’essere necessariamente un ostacolo, ma può diventare un’occasione per aprirsi all’Altro e crescere insieme.

In Loop (2020) due ragazzi devono imparare a navigare insieme su una canoa, nonostante comunichino in modi opposti. Renee è una ragazza autistica non verbale e il suo compagno di viaggio, Marcus, deve imparare a sintonizzarsi con lei senza usare le parole. Quando Marcus smette di pretendere che lei si comporti come lui e inizia ad ascoltare il suo ritmo e i suoi suoni, riesce a creare un ponte che mette avvicina i loro mondi diversi.

Perché non dobbiamo forzare gli altri a entrare nel nostro mondo, ma avere la curiosità di fare un passo verso il loro.

In Float (2019), un bambino vola invece di camminare. Inizialmente il papà prova a nascondere questa sua caratteristica per paura del giudizio altrui, cercando di rendere il figlio normale. Col tempo, però, capisce che la felicità arriva solo quando smette di combattere quella particolarità e decide di lasciare che il bambino si esprima così come è.

È un messaggio potente su quanto sia importante creare ambienti dove nessuno si senta sbagliato perché si muove, o vive, in modo differente

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

Lo spettro autistico ci invita a una riflessione più ampia su cosa significhi comprendere l’Altro, anche quando l’Altro non è neurodivergente rispetto a noi.

Perché leggere tra le righe, in questo caso, significa riconoscere che esistono molteplici modi di percepire, sentire e comunicare, e che la comprensione nasce sempre da un incontro tra le differenze, non dalla loro riduzione.


La domanda con cui possiamo lasciarci oggi è: cosa posso fare per capire il modo di leggere ed abitare il mondo dell’Altro?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

 

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Il padre: presenza che costruisce

Leggere tra le righe nasce dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali o nello studio professionale, ma anche nelle storie che incontriamo. Nei libri che leggiamo ai bambini, nei saggi che ci aiutano a comprendere meglio le relazioni, nei film che danno forma alle esperienze emotive.

Ogni ultimo venerdì del mese, questa rubrica affronta un tema psicologico attraverso alcune letture che possano accompagnare età diverse della vita.

Il tema di questo mese è la paternità e l’importanza di dare spazio alla presenza dei padri nella vita dei figli.

Dare spazio ai padri

Negli ultimi decenni la ricerca psicologica sullo sviluppo ha progressivamente posto più attenzione alla figura del padre, riconoscendone il ruolo significativo nella crescita emotiva e relazionale dei bambini.

Mentre fino a quel momento si era focalizzata quasi esclusivamente sulla relazione madre-figlio/a, oggi la psicologia evolutiva guarda al rapporto tra padre e figlio/a come a una relazione specifica, con caratteristiche e dignità proprie.

 

Nel lavoro clinico con le famiglie emerge spesso come alcune funzioni genitoriali – in particolare quelle legate alla cura emotiva, alla regolazione degli stati interni e alla gestione della quotidianità – vengano ancora attribuite quasi esclusivamente alle madri. Questo accade spesso per ragioni culturali, organizzative o legate alla storia familiare.

 

Eppure, lo sviluppo del bambino beneficia della presenza di più figure di riferimento, capaci di offrire modalità diverse di relazione, regolazione e sostegno.

La figura paterna, quando può esprimersi pienamente nella relazione con i figli, contribuisce spesso a sostenere l’esplorazione, l’autonomia e la fiducia nelle proprie capacità. Amplia il repertorio relazionale ed emotivo a disposizione del bambino.

Dare spazio alla paternità significa permettere ai padri di costruire il proprio modo di essere presenti, riconoscendo in loro risorse, capacità ed abilità genitoriali nella cura dei figli pari a quelle delle madri.

Nei primi anni: il padre come base di esplorazione

L’albo illustrato Papà Isola (Babalibri, 2014) racconta con delicatezza le paure di un orso che sta per diventare papà, e il legame che potrà costruire con il suo cucciolo, nei primi anni di vita. Attraverso immagini semplici e poetiche, la figura paterna appare nel suo lato più tenero e umano, e al tempo stesso come una presenza solida e accogliente, capace di offrire sicurezza mentre promuove l’apertura verso il mondo.

 

Dal punto di vista della teoria dell’attaccamento, la relazione con il padre può favorire nel bambino la possibilità di sperimentare il movimento tra protezione ed esplorazione, tanto quanto la relazione con la madre. Quando il bambino percepisce la presenza di un adulto affidabile, può allontanarsi con maggiore sicurezza per conoscere l’ambiente, con la certezza di poter tornare alla relazione quando avrà bisogno di ritrovare sicurezza.

Un legame che attraversa tutta la vita

Il libro illustrato Papà (Terredimezzo, 2023) propone uno sguardo affettuoso e universale sulla figura paterna. Attraverso scene quotidiane e momenti condivisi, racconta la molteplicità dei modi in cui si può esprimere la paternità: nello sguardo amorevole su un neonato che dorme, in una melodia suonata per la figlia, diventando esempio per i propri bambini…

 

È un libro che parla a tutte le età perché mostra qualcosa di essenziale: la relazione con il padre non si esaurisce nell’infanzia, ma continua a trasformarsi nel tempo, accompagnando le diverse fasi della crescita.

Le relazioni genitoriali non sono statiche, evolvono insieme ai figli, assumendo forme diverse ma mantenendo una funzione importante nella costruzione dell’identità e del senso del Sé.

Quando i figli diventano adulti

Bye Bye Vitamine (NNeditore, 2019), un romanzo di Rachel Khong, attraverso uno sguardo ironico e profondamente umano, esplora la complessità dei legami familiari e il modo in cui la relazione con il padre possa trasformarsi nel tempo, restando presenza significativa nonostante le mancanze.
È il racconto delicato di una figlia che deve costruire un nuovo modo di vivere con un padre che perde colpi per l’Alzheimer ma ha ancora qualcosa da donarle, come genitore. 

Queste pagine amorevoli ci consegnano alcuni ingredienti per la ricetta dell’essere figli adulti: anche dopo essere fuggiti lontano “per mettere in salvo la perfezione di un ricordo” possiamo accogliere l’imperfezione dei nostri padri e delle nostre vite, e godere di ogni risata condivisa, preziosa quanto le giornate più storte insieme a loro.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Per il mese di marzo, in cui festeggiamo i nostri papà, vi proponiamo la visione di un altro film Disney Pixar: Alla ricerca di Nemo.

Marlin è un pesce pagliaccio, il papà di Nemo, e non è un eroe nè un super papà, ma un genitore che a seguito della perdita della moglie, si ritrova a crescere da solo il figlio. Viene presentato da subito come un papà ansioso e iperprotettivo, che fatica a fidarsi del mondo esterno, finendo per soffocare involontariamente la curiosità del figlio. Nemo è speciale, perché ha una “pinna fortunata”, una pinna che è rimasta più piccola dell’altra, e questo rende Marlin ancora più preoccupato che il figlio non riesca ad affrontare i pericoli del mare.

Il susseguirsi degli eventi porterà Marlin ad affrontare le proprie paure e intraprendere un lungo viaggio per ritrovare il figlio, ma soprattutto per ritrovare la fiducia in sé stesso, negli altri e nella vita.

 

Alla ricerca di Nemo è un film d’animazione che può far riflettere noi e i nostri bambini su molti temi come la fiducia, il coraggio, la diversità, la scoperta, l’accettazione, la paura; e che mostra un papà che diventa esempio, non perché sia invincibile o perfetto, ma perché riesce a mettersi in discussione per amore del figlio. Marlin è un papà che capisce di dover cambiare il suo  modo di guardare Nemo, per diventare un genitore migliore.

 

Il ruolo del papà è costituirsi come base sicura, protezione dai pericoli del mondo, che consenta ai figli di vivere le proprie esperienze, anche se potenzialmente rischiose, senza mai sostituirsi a loro, ma restando sempre fermi e presenti quando dovessero avere bisogno di aiuto o conforto. 

Questo non vuol dire comportarsi da incoscienti e lasciarli volontariamente il pericolo, ma capire che a volte le difficoltà non vanno tolte di mezzo dalla strada dei nostri figli, per aiutarli a evolvere.

Se abbiamo fiducia in loro, anche la fiducia in loro stessi aumenterà, perché “se papà (in questo caso) si fida di me, significa che posso farcela!”. 

“Prometto che non ti succederà mai niente, Nemo.”

“È una promessa bizzarra… Se non gli succede mai niente, come fa a succedergli qualcosa?”

(Dal dialogo tra Marlin e Dory) 

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

La paternità richiede presenza, possibilità di sperimentarsi, spazio per trovare il proprio modo di essere padre. Quando questo spazio esiste, i bambini crescono potendo contare su più di una figura capace di offrire sicurezza, regolazione emotiva e sostegno nello sviluppo dell’autonomia. In questo senso, dare spazio alla paternità non significa togliere qualcosa alla maternità, ma arricchire l’esperienza relazionale del bambino.

 

La domanda con cui possiamo lasciarci oggi è: in che modo possiamo ampliare lo spazio della cura affinché i bambini possano contare su piú figure significative?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale



Leggere tra le righe

Leggere tra le righe

Emozioni: dalla confusione alla consapevolezza

Leggere tra le righe è la nostra nuova rubrica, nata dall’idea che la psicologia non viva solo nei manuali e nei nostri studi professionali, ma anche nelle storie che incontriamo.
Negli albi illustrati che rapiscono i bambini, nelle righe dei libri che ci aiutano a conoscere parti di noi, nei film che parlano al nostro mondo interno. E nelle storie di ogni paziente.

Questa rubrica propone, ogni mese, un tema psicologico attraverso due lenti: la lettura e il cinema. Perché leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Per inaugurare, abbiamo scelto un tema fondamentale per il benessere psicologico lungo tutto il ciclo di vita: le emozioni.

Cosa significa davvero comprendere le emozioni?

Nel lavoro clinico con bambini, adolescenti e adulti, una delle difficoltà più frequenti è non capire (e sentire) chiaramente cosa si sta provando.

Confondiamo ansia e agitazione.
Chiamiamo rabbia ciò che è frustrazione.
Definiamo “stress” un sovraccarico emotivo più complesso.

Conoscere le nostre emozioni è un’abilità chiave per la regolazione emotiva: per gestire un’emozione, devo prima riconoscerla, nominarla, capire a cosa mi serve e cosa mi sta comunicando.

Infanzia: costruire le prime mappe emotive

Mappe delle mie emozioni, di Bimba Landmann (2019, Camelozampa) può essere per i bambini uno strumento prezioso di alfabetizzazione emotiva.

Attraverso immagini, colori e metafore visive, le emozioni diventano riconoscibili. Il bambino può associare ciò che sente nel corpo a un nome, a una forma, a un luogo sulla mappa di quell’emozione.

Questo passaggio è cruciale nello sviluppo emotivo: senza parole, l’emozione resta solo attivazione fisiologica. Con le parole, diventa un’esperienza comprensibile e quindi integrabile nel nostro mondo interno (perciò anche regolabile).

Come adulti, possiamo sfogliare questo libro insieme ai bambini e rimanere in ascolto senza correggere o minimizzare, ma mostrandoci curiosi della loro esperienza:

Tu ci sei mai stato nelle colline del tremore?
A me fa una paura il Lago Distruzione, e a te?
E l’Isola dei Desideri secondo te com’è?

Sono solo alcune delle infinite domande che possono accompagnare la condivisione di questo libro con i piccoli.
Un consiglio? Crea le tue domande personali, l’unica regola da seguire è: non suggerire tu le risposte, fai domande aperte che lascino i bambini liberi di darti la loro vera risposta.

Adolescenza ed età adulta: integrare la complessità

Con la crescita, l’universo emotivo si fa più articolato. Le emozioni si mescolano, diventano ambivalenti, a volte addirittura contraddittorie.
E possiamo sentirci in conflitto, per esempio: “come posso essere tanto arrabbiato/a con qualcuno che amo tanto?”.
Tenere insieme la complessità di tante parti di noi che provano e vogliono cose tante diverse può essere difficile, spaventoso e disorientarci.

 

Labirinto dell’anima, di Anna Llenas (2019, Gribaudo), la “mamma” del mostro delle emozioni, accompagna bambini, adolescenti e adulti in un’esplorazione delicata e visiva del mondo interiore. Attraverso le immagini evocative e i brevi testi che caratterizzano la voce dell’autrice, il libro dà forma alle emozioni e agli stati d’animo più dolorosi e complicati, aiutando a riconoscerli senza giudicarli.

 

L’Atlante delle emozioni umane di Tiffany Watt Smith (2021, Utet) propone una mappa ampia delle emozioni più strane, innominabili e nascoste, integrando alla psicologia discipline e arti umanistiche, pescando da lingue e culture di tutto il mondo.

 

La differenziazione emotiva riduce l’impulsività, migliora la comunicazione e sostiene la regolazione emotiva. Per esempio, saper distinguere tra delusione, senso di rifiuto e vergogna cambia il modo in cui reagiamo.

Diventare consapevoli delle nostre emozioni non ne eliminerà l’intensità, ma la renderà abitabile, insegnandoci a starci dentro.

Dal libro allo schermo con Marco Liviero

Iniziamo questa nostra nuova rubrica con un grande classico Pixar che probabilmente avrete già visto (e forse rivisto): Inside Out. Nello specifico parliamo del primo capitolo che, oltre ad essere uno dei più famosi e riusciti film d’animazione del nuovo millennio, ci è molto utile per iniziare a parlare con i nostri piccoli di emozioni e per dare un’immagine, un colore, un tono di voce, una caratteristica ai nostri stati d’animo.

Inside Out diventa un caposaldo per l’inizio di una sana alfabetizzazione emotiva, aiutando i bambini a identificare le diverse emozioni e il modo in cui prendono a volte il “controllo dei comandi” di noi stessi.

Con quale chiave di lettura possiamo guardare questo film e accompagnare la visione per i più piccoli? Possiamo far notare come tutte le emozioni, anche quelle più negative, siano indispensabili!
Non ci sono emozioni cattive, infatti in Inside Out non esiste  un cattivo da sconfiggere, ma una situazione imprevista da risolvere con l’aiuto di tutti. L’insegnamento finale è proprio questo: anche le emozioni che vediamo come negative, come Tristezza, che spesso cerchiamo di nascondere e reprimere, sono fondamentali per la nostra crescita e, se riusciamo ad accoglierle e gestirle, ci possono insegnare molte cose.

Qualche spunto di riflessione per guardare il film con uno sguardo più profondo:

Quanto è difficile per noi adulti vedere soffrire i nostri piccoli?
Quanto vorremmo eliminare le cause delle loro emozioni più spiacevoli?

Oppure, quante volte minimizziamo e banalizziamo i motivi della loro tristezza, della loro rabbia o vergogna?

Inside Out è un film per bambini, ma aiuta anche noi adulti a farci queste domande.

Buona visione!

Un esercizio pratico con Gaia Zanzottera

Forse la prima domanda con cui possiamo iniziare a esplorare le nostre emozioni è semplice:
quanto è preciso il mio vocabolario emotivo?

Leggere una storia significa imparare a leggere anche sé stessi.

Dott.ssa Gaia Zanzottera
Psicologa Clinica

Dott. Marco Liviero
Educatore sociale

CAPIRE IL BINGE EATING: UNA GUIDA SEMPLICE PER TUTTI

CAPIRE IL BINGE EATING: UNA GUIDA SEMPLICE PER TUTTI

Il Binge Eating Disorder (BED), noto anche come disturbo da alimentazione incontrollata, è un disturbo alimentare caratterizzato da episodi ricorrenti di assunzione eccessiva di cibo in un breve lasso di tempo, spesso accompagnati da sensazioni di perdita di controllo. 

Questo problema va oltre il semplice eccesso alimentare occasionale, trasformandosi in una condizione che può avere gravi implicazioni sulla salute fisica e mentale delle persone coinvolte. In questo articolo, esploreremo insieme che cosa significa soffrire di Binge Eating Disorder, i sintomi che lo contraddistinguono e accennerò brevemente al trattamento possibile.

 Ti capita mai di mangiare una grossa quantità di cibo in un breve lasso di tempo e poi di sentirti in colpa o di provare vergogna? Questo articolo potrebbe fare al caso tuo!

Questi episodi infatti possono essere definiti abbuffate: l’abbuffata nello specifico in ambito alimentare viene definita come un episodio di alimentazione eccessiva, incontrollata a cui segue un disagio significativo in cui l’individuo sperimenta un senso di perdita di controllo.   Questo problema può avere un impatto significativo non solo sulla salute fisica ma, anche, emotiva e sociale. Vi possono essere infatti conseguenze a livello fisico come ad esempio l’obesità, conseguenze emotive dettate da emozioni negative e bassa autostima ed infine conseguenze sociali come difficoltà relazionali sino ad arrivare a vere e proprie forme di isolamento.

Sintomi e caratteristiche del disturbo:

Come riconoscere che siamo in fase di abbuffata? Ecco di seguito alcuni segnali utili per poterla riconoscere:

– Sensazione di perdita di controllo. Questa si presenta ad esempio quando si mangia oltre il punto si sazietà e ci si sente incapace di fermarsi

– Velocità nell’assunzione di cibo. Ciò capita quando vengono assunte grandi quantità di cibo in un breve lasso di tempo, molto più di quanto la maggior parte delle persone farebbe in circostanze simili. Inoltre capita che il cibo non venga assaporato appieno.

– Consumo di grandi quantità di cibo senza un’effettiva fame. Capita di mangiare molto abbondantemente senza essere affamati.

-Sensazione di emozioni spiacevoli e di disagio fisico. Le persone dopo essersi abbuffate provano spesso emozioni negative verso se stessi come, vergogna, senso di colpa e disgusto. Il disagio è inoltre percepito anche fisicamente con conseguente senso di pesantezza e nausea.

Possiamo distinguere l’abbuffata ulteriormente in:

Abbuffata oggettiva ossia una vera abbuffata come descritto nelle righe precedenti

Abbuffata soggettiva ossia un’abbuffata dove la quantità di cibo ingerita non è oggettivamente eccessiva

La terapia per il disturbo

Per questo disturbo appartenente alla più vasta categoria dei disturbi del comportamento alimentare, è sicuramente necessario per la terapia e l’intervento un approccio di tipo multidisciplinare che coinvolga quindi più figure professionali. Le figure coinvolte saranno non solo lo psicoterapeuta per il percorso individuale, ma anche altre figure fondamentali come il nutrizionista e, in caso di necessità, anche lo psichiatra per affiancare una terapia farmaceutica. Spesso la famiglia può essere un alleato importante per il superamento del disturbo, un punto di riferimento importante all’interno del percorso per supportare il paziente ed aiutarlo a mettere in atto le strategie adeguate.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale nello specifico può fornire un approccio strutturato e mirato al trattamento del binge eating, aiutando i pazienti a identificare e affrontare i fattori emotivi, cognitivi e comportamentali alla base del disturbo alimentare. Il percorso si concentra sull’identificazione e sulla modifica dei pensieri distorti legati all’alimentazione, all’immagine corporea e alle emozioni negative.

Il processo terapeutico inizia insieme al paziente con una valutazione iniziale in cui si va a comprendere la storia personale, gli schemi alimentari, le credenze distorte e le emozioni coinvolte nel BED. Questa fase aiuta a personalizzare il trattamento e a identificare i fattori scatenanti specifici. Successivamente si collabora col paziente per aumentare la consapevolezza dei comportamenti alimentari disfunzionali messi in atto. Il terapeuta fornisce informazioni sulle caratteristiche del disturbo, sul ciclo binge-eating e sui rischi per la salute associati. Si prosegue con il riconoscimento di pensieri negativi legati all’alimentazione. Questo passo è fondamentale per interrompere il ciclo negativo e sviluppare nuove prospettive. Di fondamentale importanza sarà poi la gestione delle emozioni disfunzionali vissute dalla persona, si insegneranno nuove strategie di regolazione emotiva alternative all’abbuffata. Si aiuterà anche a modificare i comportamenti alimentari stabilendo insieme al paziente nuove abitudini alimentari più sane e sostenibili. L’obiettivo è sviluppare una relazione equilibrata con il cibo. 

Sono Alessia Lazzaretto, psicologa e psicoterapeuta presso Studio Progetto Vita. Se hai dubbi ed hai bisogno di supporto per gestire questa tipologia di problematiche non esitare a contattarmi.

Dott.ssa Alessia Lazzaretto

Psicoterapeuta cognitivo comportamentale

Riferimenti bibliografici:

 

  • American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition. Arlington, VA, American Psychiatric Association.
  • Christopher G. Fairburn. La terapia cognitivo-comportamentale dei disturbi dell’alimentazione. 
  • Christopher G. Fairburn. Vincere le abbuffate. Come superare il disturbo da binge eating. 
Come le relazioni del passato influenzano quelle future: alla scoperta degli stili di attaccamento

Come le relazioni del passato influenzano quelle future: alla scoperta degli stili di attaccamento

Quando parliamo di relazioni sappiamo che maneggiamo materiale delicato, a chi di noi non è mai capitato di vivere relazioni che finivano in modo simile alle precedenti? Oppure chi di noi non si è mai chiesto il perché finiva sempre con il solito tipo di partner?

Questo articolo vuole essere un primo spunto per permetterti di riflettere su te stesso, non ha assolutamente la prerogativa di ridurre in semplici categorie l’intero agire e sentire umano. 

Fatta questa necessaria premessa, ecco di cosa stiamo parlando: quando mi riferisco alle relazioni del passato non sto parlando della tua prima cotta ma della relazione che nascendo in questo mondo tu hai instaurato con la figura che si è occupata del tuo accudimento, che sia la mamma, il papà, la nonna o la babysitter, poco importa.

La teoria dell’attaccamento, elaborata da Bowlby secondo il quale le relazioni di attaccamento nell’infanzia costituiscono il prototipo di tutte le relazioni d’amore che il soggetto instaurerà nel corso della sua vita, evidenzia l’importanza del legame che si instaura tra bambino e genitore/caregiver nella strutturazione dei modelli operativi interni, ovvero quegli schemi comportamentali che saranno alla base delle relazioni future dell’adulto.

Infatti, il nostro modo di relazionarci con gli altri dipende dalla modalità appresa nel corso dell’infanzia. La risposta data dal caregiver all’esigenza del bambino, creatura debole e indifesa, di ricevere cure, protezione e attenzioni condiziona profondamente lo stile di attaccamento dell’individuo per il resto della sua vita, andando ad influenzare tutti i successivi rapporti affettivi, in particolare i legami di coppia e quelli che si instaurano tra genitore e figlio.

Cosa facilita il nostro creare “Buone relazioni”?

La capacità della figura di attaccamento primaria di comprendere e rispondere ai segnali del bambino consente a quest’ultimo di sviluppare un’affettività sana, correlata ad un’immagine positiva di sé stesso e ad un’idea di accettabilità delle proprie esigenze profonde che possono essere apertamente manifestate. In questo caso si parla di attaccamento sicuro: il bambino che riceve le giuste attenzioni matura un’immagine di sé come degno di amore e cure poiché il caregiver si dimostra disponibile e attento, prendendo in seria considerazione i suoi bisogni. Le forme di attaccamento sicuro, pur non essendo garanzia assoluta di salute mentale, sembrano conferire una sorta di resilienza emotiva.

L’indisponibilità della figura di attaccamento o un atteggiamento incoerente da parte del caregiver determinano, invece, uno sviluppo atipico del legame di attaccamento che potrà essere, a seconda dei casi, ansioso/ambivalente, evitante o disorganizzato. Forme di attaccamento insicuro possono rappresentare un fattore di rischio significativo per quanto riguarda il manifestarsi di condizioni psicopatologiche.

Ci sono quattro diversi stili di attaccamento al genitore che influenzano le nostre relazioni sentimentali:

  • attaccamento sicuro
  • attaccamento insicuro/evitante
  • attaccamento insicuro ansioso/ambivalente
  • attaccamento insicuro/disorganizzato

Quali possono essere gli effetti degli stili di attaccamento in età adulta?

Abbiamo già detto che quel che si sperimenta a livello di attaccamento in età infantile e, in particolare, nei cruciali anni del primo sviluppo si ripercuote nella vita adulta. L’individuo che abbia sviluppato un attaccamento sicuro, grazie alla presenza costante e rassicurante del caregiver, da adulto avrà una buona autostima e si orienterà verso persone in grado di instaurare con lui relazioni sane, durature, fondate sulla fiducia reciproca e prive di elementi ossessivi, tipici di situazioni affettive problematiche. 

Per quanto riguarda l’attaccamento insicuro possiamo dire, intanto, che non esiste una causalità lineare che lega un modello di attaccamento insicuro a specifici quadri disfunzionali; tuttavia, è possibile considerare questo fattore come una strategia di regolazione emozionale e di relazione interpersonale con un minor grado di adattamento che, di conseguenza, rende vulnerabile il bambino esponendolo a possibili deviazioni nelle traiettorie evolutive.

 

Nello specifico per i vari stili di attaccamento insicuro:

Gli individui che hanno sviluppato uno stile di attaccamento ansioso sono caratterizzati dalla necessità di continue conferme: costoro, infatti, sono stati oggetto di amore discontinuo da parte del proprio caregiver, dimostratosi volubile e presente a fasi alterne.

L’ansioso, quindi, è preda costante del timore di essere abbandonato, ha un’opinione molto negativa di sé ed è alla costante ricerca di rassicurazione attraverso la vicinanza e il contatto fisico.  

L’attaccamento evitante deriva dall’esperienza infantile di un genitore distante, tendente ad ignorare o addirittura a rifiutare le richieste di attenzioni del bambino.

Freddezza e distacco rappresentano uno schermo protettivo inconsapevole contro il pericolo dell’ennesimo rifiuto in età adulta, un blocco preventivo dell’emozionalità che viene repressa che comporta evidenti difficoltà relazionali.

In ultimo l’attaccamento disorganizzato è tipico di coloro che durante l’infanzia abbiano vissuto i traumi e le disregolazione emotive di una figura di attaccamento primaria non soltanto incapace di accudire il bambino, ma fonte per lui di timore.

Un attaccamento disorganizzato si associa spesso a storie di abusi, maltrattamenti, violenze e ad una condizione di profonda deprivazione.

Il bambino, in età adulta, potrà manifestare un disturbo complesso nella sfera personologica, caratterizzato da una forte instabilità emotiva e continue oscillazioni del tono affettivo. Un individuo con attaccamento disorganizzato può manifestare la tendenza a creare legami tossici al limite del patologico, spesso violenti e di tipo sado-masochistico.

Cosa si può fare in ambito psicologico/psicoterapico?

I soggetti con attaccamento insicuro possono evolvere e modificare in senso migliorativo la loro modalità relazionale disfunzionale. Ciò può avvenire sia in seguito a legami affettivi con partner sicuri, in grado di disconfermare le loro percezioni negative di sé e dell’altro, sia in seguito ad un percorso di consapevolezza delle proprie dinamiche affettive. Questo è ciò che viene definito effetto riparativo o correttivo delle esperienze relazionali.

 

La psicoterapia può rappresentare un valido aiuto per rielaborare l’esperienza vissuta e risolvere conflitti e difficoltà emotive generati dal particolare stile di attaccamento sviluppato in età infantile. La scoperta di sé e la comprensione intima del proprio passato rappresentano, infatti, la via privilegiata per alleviare la sofferenza.

 

Alla fine di questo articolo ciò che mi preme ribadire è il seguente messaggio:

LA SOFFERENZA PSICOLOGICA NON È MAI UN DESTINO SEGNATO! Ciò significa, che ciascuno di noi può decidere di lavorare sulle proprie esperienze passate per scrivere un proprio nuovo futuro.

 

Sono Veronica Griguoli, sono una psicologa e all’interno dello studio progetto vita mi occupo di percorsi di supporto psicologico rivolti a adulti e ragazzi. Spero che la lettura di questo articolo possa averti fornito una nuova visione sul mondo delle relazioni. Se hai dubbi o domande, non esitare a scriverci.

A presto!

Dott.ssa Veronica Griguoli

Il Work-Life Balance

Il Work-Life Balance

Il Work-Life Balance, termine inglese che indica il raggiungimento di uno stato di equilibrio tra lavoro e vita privata, è una componente fondamentale per il benessere fisico e mentale dei lavoratori e contribuisce a scongiurare l’insorgere di un “burnout”. Quest’ultimo è importante in quanto comporta una riduzione della motivazione e della produttività, e può associarsi a problemi di salute come disturbi cardiocircolatori ma anche del sonno, irritabilità, difficoltà relazionali e di concentrazione. 

Il concetto di Work-Life Balance si riferisce alla possibilità di far convivere in maniera pacifica la sfera professionale e quella privata, ambiti di vita oggi sempre meno nettamente distinti, grazie ad esempio all’introduzione dello strumento dello smart working. Quest’ultimo infatti a volte può rappresentare anche un rischio per il corretto bilanciamento dei tempi lavorativi ed extralavorativi e far sì che, se svolto a casa, il lavoro possa addirittura aumentare e occupare porzioni sempre maggiori di vita domestica e privata.

Per cercare di ridurre questo rischio, in prima battuta, è necessaria una consapevolezza su ciò che comporta maggiore stress nella nostra vita e ciò che invece allevia le nostre giornate.

In tal senso, può essere utile focalizzarsi sulle cose che riteniamo davvero importanti per noi, giorno per giorno, quando dobbiamo scegliere ad esempio tra un aperitivo con gli amici e il fare gli straordinari per la consegna di un progetto importante. 

Altro aspetto fondamentale è lasciare andare un po’ il bisogno di controllo e lasciare fare agli altri quello che non è strettamente necessario che facciamo noi, sia in ambito privato che al lavoro, concedendoci quindi del tempo libero e ritmi più sereni per svolgere le nostre attività in modo da dedicare a queste ultime la nostra piena attenzione e il valore che meritano.

Ma quindi? suggerimenti e soluzioni?

Per preservare il proprio benessere psicofisico, senza rinunciare anche alla soddisfazione in ambito lavorativo:

  • non rinunciare alle relazioni sociali, con i colleghi e con le persone all’esterno dell’ambito lavorativo;
  • godersi la possibilità di rallentare ogni tanto, dedicandosi nel tempo libero anche ad attività riposanti;
  • gestione dei limiti personali, capendo quando stiamo chiedendo troppo a noi stessi e fare in modo che gli altri rispettino tali confini;
  • parlare con i propri superiori al lavoro trasmettendo loro il concetto che meno ore non vuol dire per forza meno produttività e che quindi gli straordinari non sono sempre necessari;
  • concentrarsi sulle attività lavorative ma anche su quelle personali approcciandosi a queste ultime con attenzione e un atteggiamento fondamentalmente sereno.

Dott.ssa Diana Mabilia

Psicoterapeuta

Bibliografia

  • McCormack, N., & Cotter, C. (2013). Managing burnout in the workplace: A guide for information professionals. Elsevier.
  • McMann, P. E., Ellinger, A. D., Astakhova, M., & Halbesleben, J. R. (2017). Exploring different operationalizations of employee engagement and their relationships with workplace stress and burnout. Human Resource Development Quarterly, 28(2), 163-195.
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  • Van Heugten, K. (2011). Social work under pressure: How to overcome stress, fatigue and burnout in the workplace. Jessica Kingsley Publishers.
L’identità nella coppia

L’identità nella coppia

La ricerca di relazioni e nel caso specifico del rapporto di coppia è legata a bisogni di base dell’individuo. Siamo infatti in quanto esseri umani motivati a cercare vicinanza con un altro individuo che per noi rivesta un ruolo significativo a livello emotivo, in termini di affetto e supporto. 

La coppia in particolare è un sistema complesso, che include i partner e il loro bagaglio di vissuti, aspettative e modi di vedere il mondo; queste esperienze entrano anch’esse a fare parte a pieno titolo della relazione. È proprio poi nell’incontro tra questi due mondi che avviene la nascita della coppia e la sua storia successiva. 

Il vissuto relazionale e quello individuale, che entrambi hanno luogo anche nella coppia, rivelano alcune sovrapposizioni reciproche. La coppia rappresenta infatti anche un luogo dove ritrovare la nostra identità personale e magari riscoprire vissuti che ci hanno caratterizzato in fasi precedenti della nostra vita. 

Come dire… nella relazione in qualche modo ritroviamo noi stessi; un esempio su tutti è il feedback che l’altro ci rimanda per quanto riguarda il nostro modo di essere, inclusi pregi e difetti. Di conseguenza, a seconda di come saranno i feedback che il partner ci restituisce rispetto al nostro modo di essere, svilupperemo o comunque arricchiremo di componenti l’idea che abbiamo riguardo a come siamo e a come ci rapportiamo con gli altri. Sembrerà inutile sottolinearlo, ma ovviamente questi stessi feedback andranno a influire sulla qualità della relazione di coppia, anche in termini di grado di amore, ammirazione e desiderio percepito da parte dell’altro nei nostri confronti. Ad esempio, qualora dovesse succedere che non ci sentiamo compresi o riconosciuti per quanto riguarda aspetti della nostra persona in quanto non ce li sentiamo riconosciuti dal partner, questo potrà andare a ledere la componente di intimità e fiducia che nutriamo verso di lui.

La relazione di coppia quindi funge anche da strumento di approfondimento della conoscenza di Sé e da ulteriore luogo di sperimentazione del nostro senso di efficacia e di rafforzamento dell’autostima. 

Ovviamente il rapporto è dotato di una sua reciprocità, per cui all’interno di questo processo subentrano le nostre aspettative sugli altri, che abbiamo in gran parte appreso nel corso della nostra esperienza individuale e relazionale. Quindi, come dire, non è detto che le nostre sensazioni siano sempre oggettive, bensì possono rivelarsi anche influenzate dalla nostra percezione e dai nostri schemi appresi.

Un percorso di terapia può aiutare a rivedere insieme l’evoluzione che hanno avuto questi e altri processi per individuare eventuali aspetti di “blocco” nei quali i partner possono aver perso di vista involontariamente il focus sulla propria identità o l’attenzione nei confronti di quella dell’altro e, infine, riprendere il proprio percorso di crescita insieme, ricucendo eventuali elementi di rottura verificatisi nel corso del tempo.

Dott.ssa Diana Mabilia

Bibliografia

  • Ahmad, S., Fergus, K., Shatokhina, K., & Gardner, S. (2017). The closer ‘We’are, the stronger ‘I’am: the impact of couple identity on cancer coping self-efficacy. Journal of Behavioral Medicine, 40, 403-413. 
  • Macchioni, E. (2019). Famiglie della generazione sandwich: identità di coppia e reti di sostegno. Famiglie della generazione sandwich: identità di coppia e reti di sostegno, 161-192.
  • Parise, M. (2013). Molto più di due. Costruzione dell’identità di coppia e relazioni familiari. Vita e pensiero.
COME PRENDERSI CURA DEL PROPRIO CORPO: COS’E’ IL TRAINING AUTOGENO

COME PRENDERSI CURA DEL PROPRIO CORPO: COS’E’ IL TRAINING AUTOGENO

Ben ritrovato! Sono Veronica Griguoli, sono una psicologa e un’operatrice di Training autogeno, collaboro con Studio Progetto Vita ormai da un anno e all’interno dello studio mi occupo di percorsi di sostegno rivolti sia agli adulti sia agli adolescenti. 

Ho deciso di parlare di questo tema perché sarà che siamo vicini alle vacanze estive e la mia mente è proiettata verso le goduriose ore passate a sonnecchiare all’aperto o sarà che con il caldo degli ultimi tempi qualche ora di sonno l’abbiamo persa tutti, che ho pensato che parlarti di come esista un metodo che permetta di prendersi cura del nostro corpo e del suo bisogno di riposo quando magari la frenesia o semplicemente qualche cambiamento ci porta ad essere più “attivati” del solito.  

Un occhio alla teoria, che cos’è il TA?

Schultz (1932) con il termine Training Autogeno definì un metodo di auto distensione da concentrazione psichica che consente di modificare situazioni psichiche e somatiche. 

In particolare: “il principio fondamentale del metodo consiste nel determinare, per mezzo di particolari esercizi fisiologico-razionali, una disconnessione globale dell’organismo che, in analogia con le metodologie etero ipnotiche, permette di raggiungere le realizzazioni proprie degli stati suggestivi.”

Il Training Autogeno (TA) è un allenamento mentale, un esercizio non fisico che tuttavia agisce direttamente sul nostro fisico, sulle funzioni di base del nostro corpo e nello specifico, come vedremo, sulla sua funzionalità a livello di equilibrio neurovegetativo. Possiamo dunque ragionevolmente parlare di un allenamento che avviene a livello dell’unità psico-somatica, o della relazione mente-corpo.

In particolare, con questa tecnica si lavora su tre importanti aspetti:

  • L’aumento della consapevolezza corporea
  • L’interazione tra sistema nervoso centrale e sistema nervoso periferico
  • Gli effetti neuro-psicofisiologici del TA

Consapevolezza: quanto è importante essere consapevoli anche del nostro corpo?

Per la maggior parte della nostra vita non siamo consapevoli del nostro corpo, ce ne accorgiamo solo quando quest’ultimo ci invia dei “segnali” di mancato funzionamento. Eppure, la consapevolezza corporea è una competenza di base del nostro cervello.

Possiamo parlare di consapevolezza propriocettiva ed enterocettiva: la prima riguarda la percezione cosciente dell’articolazione e tensioni muscolari, dei movimenti, della postura e dell’equilibrio; la seconda invece è la percezione cosciente delle sensazioni provenienti dall’interno del corpo come ad esempio battito cardiaco, respirazione e sazietà.

Dati gli esercizi su cui si fonda il TA, è la consapevolezza enterocettiva ad essere particolarmente rilevante. 

Val la pena ricordare che l’enterocezione è stata di recente definita da Craig (2002) come “senso della condizione fisiologica del corpo”.

Il SNP è IL NOSTRO SECONDO CERVELLO, ma quanto conta sul nostro benessere?

Siamo spinti a credere che il nostro cervello chiuso nella sua calotta cranica, non subisca interazioni di nessuna natura. Ovviamente la realtà è diversa, non solo mente e corpo interagiscono tra loro ma addirittura si influenzano in maniera reciproca. L’effetto ideomotorio detto anche effetto Carpenter (1852) è una reazione inconsapevole generata dalla mente che produce un effetto meccanico sul corpo. Poiché non si ha l’impressione di averla generata volontariamente, si può essere convinti che una forza esterna ne sia responsabile.

 

Ideoplasia: il potenziale che la mente (ideo) ha di agire sul corpo (plasia = formazione). 

 

Il termine rende quindi bene il passaggio, la connessione tra la rappresentazione mentale di un movimento e la rispettiva implementazione a livello del sistema motorio. 

Le prove scientifiche degli scienziati Faraday e Chevreul, e degli psicologi James e Hyman, hanno in effetti dimostrato che molti fenomeni attribuiti a forze paranormali o misteriose energie, sono in realtà causa di un’azione ideomotoria.

 

La svolta di Shultz per il TA è rappresentata dal fatto di aver pensato che i processi mentali potessero avere anche la capacità opposta rispetto a quella di attivare e mandare impulsi motori. L’immaginazione diviene dunque una strategia usata per ridurre gli impulsi e raggiungere rilasciamento muscolare, per “disattivare” piuttosto che attivare. Questo viene permesso attraverso un continuo scambio di informazioni tra il sistema nervoso centrale e il sistema nervoso periferico. Il primo, infatti, è ovviamente coinvolto nel momento in cui ci apprestiamo a praticare volontariamente il TA e il relativo allenamento mentale, mentre il secondo è coinvolto in quanto “esecutore” delle risposte corporee volontarie (inibite) e involontarie che ne derivano.

Quali sono gli esercizi del TA? E come si collega al discorso del sonno?

  1. Body scan: permette di focalizzare l’attenzione dall’ambiente circostante al corpo.
  2. Esercizio della pesantezza: coinvolge la muscolatura striata, riduce il tono muscolare e permette di avvertire lo stato di profondo rilassamento.
  3. Esercizio del calore: coinvolge la muscolatura liscia poiché agisce sulla distensione del sistema vascolare grazie all’ideoplasia che agisce realizzando una dilatazione dei vasi sanguigni.
  4. Esercizio del cuore: il primo degli esercizi complementari, permette alla persona di prendere contatto con il proprio ritmo cardiaco, senza cercare di modificarlo.
  5. Esercizio del respiro: anche in questo caso l’esercizio mira a scoprire il senso armonioso del proprio respiro, lasciarsi cullare da questo ritmo. Il respiro autogeno presenta: una fase inspiratoria lunga e lenta; una espirazione passiva e rapida; una breve pausa. Realizzando così un andamento sinusoidale tipico del sonno.
  6. Esercizio del plesso solare: questo intreccio di ramificazioni nervose è importante poiché innerva la maggior parte degli organi addominali, Il soggetto deve prendere contatto con questa zona “interna” e “immaginare” una sorgente di calore che da essa si irradia.
  7. Esercizio della fronte fresca: quest’ultimo esercizio riconduce all’unità psico-somatica e richiama un senso piacevole di freschezza mentale, preparando la persona alla fase di ripresa.

 

LE SCARICHE AUTOGENE

Fin dalle prime fasi del T.A. si manifestano fenomeni fisiologici: scosse muscolari, formicolii, sensazioni d’asimmetria, sensazioni di gonfiamento e galleggiamento, ecc.

Possono essere disturbanti e portare a demotivazione.

Queste risposte sono l’effetto dello scarico di “tensioni” accumulate in varie aree del cervello; tale scarico avverrebbe automaticamente perché lo stato di autogenia permetterebbe l’avvio di meccanismi protettivi o di sicurezza che agirebbero in modo autonomo. 

 

LA RIPRESA 

Ogni volta che si esegue la procedura di T.A. in parte o nella sua interezza occorre effettuare una fase di ripresa. 

Questa consiste in un movimento lento delle dita dei piedi e delle mani, si aprono e si chiudono per almeno 2 volte le mani, flettere ed estendere più volte le braccia, dapprima in modo lento e poi via via più energico, flettere per almeno 2 volte le gambe, respirare profondamente, aprire gli occhi. 

Bene, siamo arrivati alla fine di questo articolo. Spero che questo argomento ti abbia incuriosito e abbia acceso una riflessione sull’importanza dell’interazione tra corpo e mente e del bisogno di consapevolezza corporea che ciascuno di noi può imparare e ampliare.

Buona Estate Consapevole!

Dott.ssa Veronica Griguoli

Psicologa

BIBLIOGRAFIA

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  • Craig AD (2002) How do you feel? Interoception: the sense of the physiological condition of the body. Nat Rev Neurosci. 3(8):655-66
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OSTEOPATIA IN AMBITO GINECOLOGICO: LA DISMENORREA

OSTEOPATIA IN AMBITO GINECOLOGICO: LA DISMENORREA

La dismenorrea è il termine con cui si indicano i sintomi correlati al ciclo mestruale ed interessa una grandissima parte delle donne, dal menarca alla menopausa, fino all’81% in alcuni casi.

La sintomatologia comprende una varietà di disturbi che comprendono:

  • il dolore addominale crampiforme
  • la lombalgia
  • la nausea
  • il mal di testa
  • la dissenteria 
  • la stipsi
  • la pesantezza agli arti inferiori

La dismenorrea può essere:

  • primaria (tipologia più frequente), si presenta fin dalla prima mestruazione e non è causata da alcuna patologia specifica. Può attenuarsi con il passare degli anni e scomparire a seguito della prima gravidanza.
  • secondaria, è legata a patologie ginecologiche come l’endometriosi, fibromi uterini e adenomiosi uterina. Inizia durante l’età adulta a meno che non sia causata da malformazioni congenite.

Le cause della dismenorrea primaria non sono state ancora chiarite, sembra avere un’origine multifattoriale in cui un ruolo importante sembra essere svolto dalle prostaglandine (dolore conseguente alle contrazioni uterine indotte dalle prostaglandine e riduzione del flusso ematico). Nella dismenorrea secondaria è possibile identificare un meccanismo anatomico scatenante il dolore in base al tipo di malattia pelvica presente.

La diagnosi di dismenorrea viene effettuata dal medico specialista ginecologo, il quale chiede alla paziente di descrivere i sintomi avvertiti ed esamina lo stato di salute degli organi riproduttivi attraverso la visita e l’ecografia transvaginale.

In caso di sospetta dismenorrea secondaria possono essere prescritti ulteriori accertamenti (risonanza magnetica, isteroscopia, laparoscopia).

In alcune aree geografiche quasi una donna su tre è costretta ad assentarsi per un paio di giorni al mese dalla scuola o dal lavoro. Inoltre è una condizione così presente nella nostra società, che spesso le donne scelgono di non parlarne nemmeno con il loro ginecologo o medico di base, credendo che quella sia una condizione implicita dell’essere donna.

In caso di dismenorrea primaria l’unico approccio terapeutico convenzionale possibile è quello a base di farmaci antinfiammatori non steroidei, che aiutano a contrastare il dolore, o di anticoncezionali. La pillola, infatti, impedisce l’ovulazione e, quindi, riduce l’intensità degli spasmi dell’utero. Spesso inoltre si ricorre alla supplementazione di magnesio (che riduce gli spasmi muscolari) in fase pre-mestruale.

Nel caso della dismenorrea secondaria la terapia più adatta dipende dalla patologia associata ai dolori.

La medicina Osteopatica può essere un valido alleato nel ridurre il dolore mestruale e nel miglioramento dei fattori associati. Il trattamento manipolativo osteopatico, interagendo con l’attività neurovegetativa, può migliorare la concentrazione delle sostanze pro infiammatorie responsabili del dolore mestruale. Inoltre può migliorare la congestione linfatica pelvica garantendo una corretta biomeccanica del bacino, della colonna lombare e alleviando le tensioni muscolari dell’addome e del pavimento pelvico, consentendo alla donna di vivere con maggiore serenità la propria quotidianità.

Il trattamento osteopatico si pone quindi come un approccio sicuro, efficace e complementare ad altre terapie seguite dalla Paziente per il trattamento della dismenorrea.

Andrea Viale DO – Osteopata