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MIO FIGLIO A SCUOLA NON STA ATTENTO. CHE COSA POSSO FARE?

MIO FIGLIO A SCUOLA NON STA ATTENTO. CHE COSA POSSO FARE?

Torni a casa dopo il colloquio con gli insegnanti e la frase che ti rimbomba in testa è sempre la stessa: “È bravo, ma non sta attento. Si distrae con tutto!”. Se questa situazione ti suona familiare, sappi che non sei solo. Molti genitori vivono questa frustrazione, oscillando tra il dubbio che il figlio sia pigro e la preoccupazione che ci sia qualcosa che non va. Spesso l’attenzione non è un interruttore che si accende o si spegne a comando, ma un muscolo che va allenato con le giuste strategie. Ecco una guida pratica per aiutare tuo figlio a ritrovare il “filo del discorso” tra i banchi e a casa.

Perché si distrae?

Prima di passare all’azione, dobbiamo capire che l’attenzione è un processo faticoso. Per un bambino o un ragazzo, restare concentrati significa ignorare il compagno che ride, il rumore dell’ambulanza in strada e i propri pensieri creativi. Spesso dietro la distrazione si nasconde una memoria di lavoro, una sorta di taccuino mentale dove teniamo le informazioni per breve tempo, che si riempie troppo in fretta. Se l’insegnante dà troppe istruzioni insieme, il taccuino si esaurisce. E il cervello stacca la spina.

Strategie da usare a casa

Il lavoro per migliorare l’attenzione inizia tra le mura domestiche, dove l’ambiente è più controllabile.

    • La regola dei “piccoli pezzi”. Quando deve fare i compiti, non dirgli “studia storia“. Aiutalo a dividere il compito in sotto-obiettivi: “Leggi questa pagina, sottolinea tre parole chiave e poi facciamo 5 minuti di pausa”.
    • L’ambiente. La scrivania deve essere un campo di battaglia pulito. Via il telefono (anche se spento, la sua presenza distrae), via troppi giochi o altri elementi che potrebbero distrarlo. Meno stimoli ci sono, più l’attenzione resta sul libro.
    • Il timer. Usa la tecnica dei piccoli passi. Imposta un timer (magari uno di quelli da cucina) per 15 o 20 minuti di lavoro intenso, seguiti da 5 minuti di movimento libero. Sapere che c’è una fine vicina aiuta il cervello a non disperdersi.

Come collaborare con la scuola

Insegnanti e genitori devono andare nella stessa direzione. Ecco cosa puoi suggerire o concordare con i docenti.

  • Posto strategico. Chiedi che tuo figlio sia seduto nelle prime file, lontano da finestre e porte, preferibilmente vicino alla cattedra dell’insegnante.
  • Contatto oculare. Suggerisci all’insegnante di chiamarlo per nome o stabilire un piccolo segnale (un tocco sulla spalla, uno sguardo d’intesa) prima di dare un’informazione importante.
  • Supporti visivi. Una scaletta scritta sulla lavagna con le cose da fare durante l’ora aiuta chi si perde a capire a che punto della lezione si trova.

Strategie Utili vs Errori Comuni

Strategie vincenti:

  • Dare istruzioni brevi e una alla volta.
  • Premiare lo sforzo, non solo il risultato.
  • Usare mappe e disegni per studiare.
  • Fare pause attive.

Cosa evitare:

  • Dare lunghe spiegazioni piene di dettagli.
  • Sgridarlo perché si incanta.
  • Pretende che imparo leggendo testi lunghi.
  • Obbligarlo a stare seduto per ore finché non finisce.

Una riflessione

Tuo figlio non è un computer che ha bisogno di un aggiornamento software, ma un individuo con i suoi tempi. A volte quello che interpretiamo come disattenzione è solo un modo diverso di elaborare il mondo. Validare la sua fatica – “vedo che oggi è difficile restare concentrati, proviamo a fare una pausa?” – è molto più efficace di una critica ed è la strategia riabilitativa più potente che un insegnante e un genitore possa mettere in campo. La realtà è che la memoria di lavoro è una risorsa finita. Se la esaurisce per cercare di stare seduto composto, non ne avrà più per capire la lezione di storia. Con pazienza e con gli strumenti giusti, quel taccuino mentale diventerà ogni giorno un po’ più capiente.

Lara Breda

Psicologa Clinica e della Riabilitazione

Bibliografia

  • Russel A.Barkley (2018). ADHD: strumenti e strategie per la didattica in classe. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Marzocchi G.M., Bongarzone E., Conti S., Ferla L., Liconti E., Tomasono E. (2024). La valutazione e l’intervento per le funzioni esecutive in età evolutiva. Il programma FEREA (3-18 anni). Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Dupaul G.J., Ervin R.A., Hook C.L., McGoey K.E.B. (1998). Peer tutoring for children with attention deficit Hyperactivity disorder: effects on classroom behavior and academic performance. Journal of Applied Behavior Analysis 331, 579-592;
  • Branstetter R. (2016). Impara a organizzarti! Come insegnare l’ordine, la gestione del tempo, la concentrazione e l’autocontrollo. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Celi F. (2025). Manuale di psicopatologia dell’età evolutiva. Assessment e terapia cognitivo-comportamentale. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.;
  • Celi F., Zagni B. (2025). Casi difficili. Cosa fare (e non) – Scuola Primaria. Guida rapida per insegnanti. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.
Mio figlio va male a scuola e le maestre mi hanno consigliato una valutazione degli apprendimenti…MA DI COSA SI TRATTA?

MIO FIGLIO VA MALE A SCUOLA E LE MAESTRE MI HANNO CONSIGLIATO UNA VALUTAZIONE DEGLI APPRENDIMENTI…MA DI COSA SI TRATTA?

Spesso accade che, nei primi anni della scuola primaria, le maestre segnalino alcune difficoltà di acquisizione dei processi legati alla lettura, alla scrittura o al calcolo. Di conseguenza, consigliano alla famiglia di effettuare una valutazione per appurare la presenza o meno di difficoltà oggettive, per poi iniziare un percorso di potenziamento mirato e la conseguente attivazione, nel contesto scolastico, delle normative atte a tutelare gli alunni con “bisogni speciali”. 

Quando, però, incontriamo voi genitori spesso ci riportate dubbi e perplessità… Eccoci qui per chiarirli una volta per tutte!

Una valutazione degli apprendimenti completa deve approfondire ognuna delle aree, indipendentemente dal fatto che la difficoltà segnalata sia specifica solo di una. Senza andare troppo nello specifico con terminologie noiose, nomi e sigle assurde, vi spiego con molta semplicità cosa andiamo ad indagare:

  • LETTURA: si parte con una classica lettura di brano ad alta voce, in cui si segnano gli eventuali errori commessi dal bambino e la velocità impiegata, per poi eventualmente approfondire attraverso la lettura di parole isolate o di parole completamente inventate, per verificare la corrispondenza tra il grafema scritto e il fonema pronunciato;
  • COMPRENSIONE: strettamente legata alla competenza di lettura, si va ad indagare quanto ciò che viene letto viene anche compreso, attraverso la lettura di un brano con le relative domande a scelta multipla a cui rispondere; questa abilità si indaga anche in modalità da ascolto, dove la lettura viene in realtà effettuata dal professionista;
  • SCRITTURA: quest’area viene indagata sia dal punto di vista ortografico, con le classiche prove di dettato, ma anche dal punto di vista della produzione scritta di un testo spontaneo; inoltre, si dedica attenzione anche al gesto grafo-motorio, per indagare la fluidità o meno nell’uso dei vari allografi (stampato e corsivo);

CALCOLO: l’area della matematica viene indagata attraverso batterie che analizzano le competenze del calcolo scritto e del calcolo a mente, oltre a prove di ragionamento logico che indagano la capacità di lavorare con materiale numerico e di saper cogliere adeguatamente il senso del numero; da non dimenticare anche l’abilità di problem-solving nella fase di risoluzione dei problemi aritmetici.

In linea di massima, queste sono le prove standard che proponiamo, ovviamente somministrate sulla base della classe frequentata dal bambino, per cui vanno ad approfondire esclusivamente quelle competenze che dovrebbero essere state acquisite in base alla programmazione scolastica. Ciò che si richiede allo studente è di svolgere i test nel miglior modo, tenendo conto che alcuni di questi prevedono anche un limite di tempo entro cui svolgerli. A noi, però, interessa vedere fino a che punto è in grado di svolgere in autonomia le prove, per comprendere dove può essere mancata l’automatizzazione di quel preciso processo. 

Successivamente alla correzione ed alla stesura della relazione, si illustrano ai genitori le prove e i risultati e si opta per un eventuale percorso di potenziamento personalizzato, oltre a prendere contatti con le insegnanti per un lavoro di squadra. Perché ricordiamoci… INSIEME SI PUÒ!

Dott.ssa Chiara Zaghini 

Psicologa dell’Età Evolutiva

MIO FIGLIO HA UN “BES”… MA CHE SIGNIFICA?!

Mio figlio ha un “BES”… Ma che significa?

Che strana sigla…scopriamo insieme cosa significa BES e perché spesso la ritroviamo “appiccicata” ai nostri ragazzi!

BES sta per “Bisogni Educativi Speciali” ed al suo interno tendenzialmente rientrano 3 grandi sotto-categorie:

  1. DISABILITÀ (tutelati dalla Legge 104/92);
  2. DISTURBI EVOLUTIVI SPECIFICI (Disturbi Specifici dell’Apprendimento – DSA tutelati dalla Legge 170/2010; Disturbo della Coordinazione Motoria ed altri disturbi evolutivi come Disturbo da Deficit di Attenzione e/o Iperattività – ADHD, Funzionamento Intellettivo Limite – FIL, Disturbo Specifico del Linguaggio – DSL, ecc.);
  3. SVANTAGGIO SOCIO-ECONOMICO, LINGUISTICO E CULTURALE.

Come possiamo intuire, rientrano tutte quelle condizioni che possono influire sull’apprendimento dei bambini nel contesto scolastico. I BES sono, però, particolari esigenze educative che possono manifestare gli alunni anche solo per determinati periodi per motivi fisici, biologici, fisiologici o psicologici e sociali, rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguata e personalizzata risposta. 

Come per i DSA, anche qui ritroviamo una normativa creata ad hoc per rispondere alle necessità di cui abbiamo parlato, ovvero la Circolare Ministeriale “Strumenti d’intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica” (C.M. n.8 del 6 Marzo 2013). La legge sancisce il diritto di ogni studente con BES a ricevere un’istruzione inclusiva che promuova la partecipazione attiva e la realizzazione del proprio potenziale. 

A questa ovviamente segue la stesura di un Piano Didattico Personalizzato ed Individualizzato (PDP) che tenga conto delle difficoltà di ciascun alunno per cui ne è richiesta l’attivazione. Il PDP definisce gli obiettivi, le strategie e gli interventi necessari per favorire l’apprendimento con indicazioni su strumenti compensativi e/o dispensativi. DEVE prevedere diversi aiuti personalizzabili in base alle esigenze del bambino, quali: interrogazioni programmate, dispensa da lettura o scrittura, maggiore tempo nelle verifiche e nei compiti, uso di mappe concettuali, calcolatrice, ecc. 

Non abbiate timore che i vostri figli possano sentirsi “diversi”…questa etichetta BES è in realtà un valido aiuto per permettere loro di fare meno fatica, in modo che sappiano sfruttare al meglio le reali risorse che possiedono. Solo così potrete assicurare loro un percorso di studi sereno e aiutarli a raggiungere gli obiettivi, anche i più impensabili che inizialmente possono apparire insormontabili! 

Dott.ssa Chiara Zaghini 

Psicologa dell’Età Evolutiva

Bibliografia

Direttiva Ministeriale 27 dicembre 2012 “Strumenti d’intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica”. Indicazioni operative

Il tutor dell’apprendimento: scopriamo insieme chi è e cosa fa!

Il tutor dell'apprendimento: scopriamo insieme chi è e cosa fa!

Il tutor dell’apprendimento è una figura professionale esperta principalmente in DSA e BES… e con questo?

Il tutor è una figura professionale che attraverso una formazione specifica ha acquisito competenze e conoscenze relative ai disturbi dell’apprendimento e ai bisogni educativi speciali e ciò che ne consegue quali strumenti, metodologie e strategie funzionali.

Il professionista ha il compito di accompagnare il bambino o il ragazzo verso un percorso di autonomia personale e scolastica guidandolo nella scelta di strumenti e strategie utili al proprio funzionamento.

L’accompagnamento di cui parlo potremmo definirlo un affiancamento strutturato basato su alcuni valori quali fiducia, collaborazione e consapevolezza. È proprio quest’ultima parola uno dei principali obiettivi di tale intervento. È opportuno, durante gli incontri, lavorare sulla consapevolezza, del bambino o del ragazzo, per quel che riguarda le sue potenzialità e in particolar modo sulle sue fragilità e difficoltà; questo per renderle fonte di successo e non fonte di stress e insuccesso scolastico.

Lo Studio Progetto Vita da quest’ anno offre questo nuovo servizio ma con una particolarità; l’intervento verrà svolto a casa vostra.

Perchè l'intervento sarà domiciliare?

La scelta dell’intervento domiciliare è dovuta all’importanza che il contesto assume in un momento di apprendimento quale lo studio o lo svolgimento dei compiti. La gestione dello spazio, del tempo e dei materiali sono fondamentali e non possono che essere stabiliti in un ambiente familiare al bambino.

Un altro obiettivo fondamentale è la ricerca e la costruzione di un metodo di studio efficace e creato su misura. È proprio dai bisogni del bambino che dobbiamo partire attraverso un potenziamento mirato.

Per scoprire il nostro servizio più nel dettaglio contattateci alla nostra mail o chiamate al 351 78 53 087.

Dott.ssa Giorgia Ghiraldini

Educatrice socio-pedagogica

Motivazione ad apprendere: tra sfida e conquista

Motivazione ad apprendere: tra sfida e conquista

Chi di voi si presta a fare volentieri qualcosa che gli riesce male o in cui sa di fare fatica?

Se a me, ad esempio, chiedessero di improvvisarmi in un balletto, risponderei rifiutandomi; la danza infatti, nonostante i corsi frequentati per diversi anni della mia infanzia, non è mai stata il mio forte e non mi sono mai sentita realmente motivata rispetto ad essa.

Ed è proprio di questo che voglio parlarvi – non di danza ovviamente – bensì di MOTIVAZIONE, parola che deriva dal latino motus (movimento) e che per definizione rappresenta la spinta verso un obiettivo predeterminato.  Due sono i tipi di motivazione che possiamo distinguere:

  • La motivazione estrinseca, ovvero la motivazione sostenuta da un rinforzo esterno quale un vantaggio tangibile (ad esempio un premio, un bel voto, ecc) o simbolico (ad esempio l’essere lodato, il ricevere un complimento); allo stesso modo, le azioni mosse dalla motivazione estrinseca possono caratterizzarsi per l’evitamento di situazioni spiacevoli (venire sgridati, fare brutta figura, ecc).
  • La motivazione intrinseca, diversamente, è quel tipo di motivazione che ci porta ad agire per il puro interesse verso ciò che si fa, senza la necessitò di ricompense o il timore di punizioni. 

Questa distinzione è già di per sé interessante ma lo diventa ancor di più se applicata rispetto al tema dell’apprendimento. La scuola infatti è il luogo per eccellenza in cui i bambini imparano ad interfacciarsi con i propri aspetti emotivo-motivazionali. Pensate ad esempio a quanto sono comuni frasi tipo “non sono capace”, “non ce la faccio” e a quanto è altrettanto comune il pensiero di genitori e insegnanti “gli manca la motivazione”. 

Ritorniamo per un momento ai due tipi di motivazione calandoli nel contesto scolastico:

  • Lo studente guidato dalla motivazione estrinseca è colui che si orienta verso obiettivi di tipo prestazionale avendo come fine ultimo l’approvazione sociale. 
  • Lo studente mosso da una motivazione intrinseca è invece colui che desidera acquisire nuove competenze, per sé stesso e per nessun altro; è colui che si pone i cosiddetti obiettivi di padronanza, mettendo da parte i timori legati alle prestazioni e l’ambizione a raggiungere necessariamente un risultato positivo. 

Se da un lato la motivazione intrinseca (“lo faccio per me”) è raramente associata a percezione di scarsa competenza e a sentimento di inadeguatezza, la motivazione estrinseca (“lo faccio per gli altri”) porta con sé non solo il rischio sentirsi poco competenti, ma anche la probabilità di non impegnarsi in maniera costante, attribuendo spesso a sé stessi la causa dell’insuccesso, e – talvolta – conducendo all’evitamento delle situazioni connesse all’apprendimento.

Come fare quindi per favorire una motivazione nell’apprendimento?

È importante sostenere una buona motivazione nell’apprendimento, ecco allora qualche piccolo consiglio da poter seguire:

  • Aiutare i ragazzi a riconoscere ed accettare i propri limiti e le proprie unicità;
  • Fornire vie alternative per raggiungere un risultato perché non esiste un modo uguale per tutti bensì il modo giusto per ognuno;
  • Introdurre un metodo di studio efficace portando i ragazzi ad alimentare il proprio senso di competenza;
  • Rinforzare i ragazzi nel momento in cui si impegnano in prima persona nel raggiungimento di un piccolo o grande obiettivo;
  • Stare vicini ai ragazzi a patto che non ci sostituiamo a loro, affinché possano trovare il loro modo per riuscire.

Perché alla fine tutti i bambini e i ragazzi che si mostrano a noi come scarsamente motivati nello studio, ci stanno in realtà chiedendo di essere supportati e accompagnati al fine di collezionare strategie e possedere adeguati strumenti per affrontare il loro cammino scolastico con maggior fiducia ed ottimismo.

Benedetta Levorato

Psicologa dell’età evolutiva

Bibliografia

  • De Beni R. e Moè A. (2000), Motivazione e apprendimento, Bologna, il Mulino.
  • Bandura A. (), Autoefficacia: teoria e applicazioni, Trento, Erickson.
  • Mason L. (2019), Psicologia dell’apprendimento e dell’istruzione, Bologna, il Mulino.
I prerequisiti della letto-scrittura: conosciamoli per sostenerli al meglio!

I prerequisiti della letto-scrittura: conosciamoci per sostenerli al meglio!

Durante la scuola dell’infanzia i bambini cominciano a sviluppare alcune abilità che consentiranno loro di imparare a leggere e a scrivere: si tratta dei prerequisiti dell’apprendimento, i quali coinvolgono diverse funzioni cognitive che rivestono un importante ruolo in termini predittivi per i futuri apprendimenti scolastici. L’acquisizione di queste abilità facilita infatti il processo di apprendimento e favorisce un positivo inizio della scolarizzazione. Già durante la scuola dell’infanzia i bambini cominciano a sviluppare idee e conoscenze sulla lingua scritta. Quando arrivano in primaria alcuni di loro procedono speditamente e acquisiscono in fretta la capacità di sintesi e analisi fonemica. Altri invece manifestano delle difficoltà già dalle prime fasi di apprendimento, poiché non possiedono, o possiedono solo in parte i prerequisiti che facilitano il processo di apprendimento della lettura e scrittura.

Andiamo più affondo e scopriamo in che cosa consistono?

Abilità metafonologiche: riguardano la capacità di percepire e riconoscere i fonemi che compongono le parole effettuando delle trasformazioni con essi. Tra queste rientrano il riconoscimento e la produzione di rimericonoscimento delle somiglianze e differenze tra i fonemi iniziali di una parola, capacità di fusione (riconoscere una parola dopo aver ascoltato i fonemi o le sillabe che la compongono), segmentazione (scomporre una parola nei suoni che la compongono), spoonerismo (invertire fonemi tra due parole date).

Analisi visiva: capacità di saper riconoscere i grafemi e individuare differenze in base alla forma e all’orientamento spaziale.

Analisi e discriminazione uditiva: capacità di discriminare i suoni linguistici e percepire le differenze.

Memoria fonologica a breve termine: mantenere in memoria suoni per un breve periodo di tempo.

Serialità visiva: elaborare gli stimoli in modo ordinato.

Coordinazione oculo manuale: coordinare l’occhio con i movimenti della mano e trascrivere graficamente i grafemi grazie alle abilità di motricità fine.

Associazione visivo verbale: denominare rapidamente figure oggetti o simboli recuperando l’etichetta lessicale.

Abilità Visuo-Percettive: le capacità di discriminazione visiva e di riconoscere lo stimolo in forma globale anche quando viene presentato solo in parte.

Denominazione rapida: nominare rapidamente una sequenza ripetuta di lettere, oggetti, numeri.

Diventa quindi importante individuare precocemente eventuali situazioni a rischio, per poter intervenire e potenziare le abilità carenti, e ricostruire così quei “mattoncini più fragili”.     

Andiamo a capire assieme quali sono i prerequisiti delle competenze di numero e calcolo…

Lo sviluppo delle competenze di numero e calcolo è permesso da due tipologie di prerequisiti:

Capacità di distinguere in modo rapido la quantità corrispondente ad un numero di oggetti ridotto (da 1 a 4). 

Insieme alle abilità di conteggio si sviluppano le competenze simboliche che permettono al bambino di riconoscere i numeri scritti, leggerli e associarli alla rispettiva quantità.

Memoria e abilità linguistiche permettono il calcolo a mente, la risoluzione dei problemi aritmetici e il recupero delle informazioni.

Come capire se qualcosa non va?

La rilevazione delle aree di difficoltà può essere svolta tramite screening, un processo valutativo svolto da professionisti specializzati. Nel caso emergano alcune lacune relative alle competenze precedentemente descritte, alla famiglia può essere consigliato un percorso mirato al potenziamento di queste abilità, per sostenere e promuovere in modo efficace l’apprendimento. 

Lo sviluppo e l’acquisizione dei prerequisiti descritti è fondamentale affinché i successivi apprendimenti possano poggiarsi su solide basi. Nei prossimi articoli vedremo alcuni giochi che genitori e insegnanti possono proporre per stimolare e potenziare i prerequisiti della lettura e della scrittura. 

A cura della Dott.ssa Mara Gazzi 

Psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale 

Bibliografia

Brignola M., Perrotta E. e Tigoli M.C. (2012), Sviluppare i prerequisiti per la scuola primaria: giochi e attività su attenzione, logica, linguaggio, pregrafismo, spazio e tempo, Trento, Erickson.

Cacopardo I., Cannici F., Raffi F. e Marotta L. (2017), I prerequisiti dell’apprendimento della lettura e della scrittura. In M. Benassi, S. Giovagnoli e L. Marotta (a cura di), Lo screening dei prerequisiti: Progettazione e valutazione per un intervento efficace nella scuola dell’infanzia, Trento, Erickson, pp. 25-35.

Marotta L., Ronchetti C., Trasciani M. e Vicari S. (2008), Valutazione delle competenze metafonologiche (CMF), Trento, Erickson.

Varvara P. (2013), Le Funzioni Esecutive: modelli neuropsicologici di riferimento. In L. Marotta, P. Varvara (a cura di), Funzioni Esecutive nei DSA – Disturbo di lettura: valutazione e intervento, Trento, Erickson, pp. 29-34.