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 IL TUO BAMBINO RESPIRA CON LA BOCCA?

IL TUO BAMBINO RESPIRA CON LA BOCCA?

ECCO COSA SUCCEDE QUANDO IL NASO NON LAVORA

Il tuo bambino respira con la bocca invece che con il naso? È abituato a stare spesso con la bocca aperta, anche quando non è raffreddato? Se sì, è importante capire cosa succede quando il naso non sta lavorando come dovrebbe! 

Molti pensano che respirare con la bocca e rimanere spesso con la bocca aperta sia solo un’abitudine; in realtà può essere un segnale molto importante da non sottovalutare!

Ma perché è importante respirare con il naso?  

Il naso svolge delle funzioni fondamentali:

  • Filtra l’aria grazie ai piccoli peli presenti nelle narici,
  • La riscalda,
  • La umidifica, rendendola adatta ai polmoni.

In particolare, durante il passaggio dal naso, l’aria si arricchisce di ossido nitrico, una sostanza molto importante che ha azione antibatterica, antivirale e vasodilatatrice, quindi, aiuta i vasi sanguigni a lavorare meglio.

In poche parole: respirare bene significa ossigenarsi meglio.

Cosa succede se il naso non lavora?

Le conseguenze potrebbero essere più importanti di quello che si pensa: abbiamo detto che, quando un bambino non respira con il naso, non si ossigena in modo corretto e questo inevitabilmente influisce sui diversi aspetti della crescita.

In particolare, può influire su:

  • apprendimento, con sonno non riposante, difficoltà di attenzione, memoria ridotta;
  • linguaggio, con possibile ritardo nello sviluppo causato da continue otiti, infezioni o infiammazioni delle orecchie per l’accumulo di muco; 
  • bocca e denti, con maggior rischio di malocclusione e di posizionamento scorretto della lingua e conseguenze anche a livello della deglutizione;
  • postura, che cambia, adattandosi alla respirazione orale: testa in avanti, spalle chiuse e tensioni cervicali. 

Prova anche tu: resta per un po’ di secondi con la bocca aperta… senti cosa succede al tuo corpo?

Perché mio figlio respira con la bocca?

I motivi sono molteplici e spesso si intrecciano tra loro: nella maggior parte dei casi, il bambino respira con la bocca perché c’è una ostruzione al passaggio di aria, dovuta a:

  • stati infiammatori o infezioni, come sinusiti e riniti e/o raffreddori;
  • caratteristiche anatomiche, come ipertrofia delle adenoidi e delle tonsille o setto nasale deviato;
  • ipotonia dei muscoli del viso: se la muscolatura facciale è poco tonica, il bambino farà fatica a mantenere la bocca chiusa e quindi a respirare con il naso;
  • abitudini viziate, come la suzione del dito o del ciuccio per un tempo prolungato o il morso del labbro inferiore, che possono contribuire a stabilizzare la respirazione orale.

Cosa posso fare se mio figlio non respira con il naso?

Se leggendo questo articolo ti si sono accesi dei campanelli d’allarme, è importante non aspettare!

Rivolgiti ad un medico otorinolaringoiatra, che potrà aiutarti a individuare la causa della respirazione orale, mentre un logopedista potrà valutare le funzioni orali del tuo bambino e guidarti nel percorso più adatto per correggere ed eliminare questa abitudine.

È inoltre fondamentale prendersi cura del naso anche nella quotidianità: una corretta igiene nasale, attraverso lavaggi nasali regolari, aiuta a mantenere libere le vie respiratorie, ridurre le infiammazioni e favorire una respirazione fisiologica.

E tu, avevi mai pensato che la respirazione potesse influenzare così tanto lo sviluppo del tuo bambino?

Dott.ssa Enrica Benegiamo

Logopedista

Bibliografia

  • Levrini, Aurelio. Terapia miofunzionale: rieducazione neuromuscolare integrata. Milano: Masson S.p.A., 1997. 
  • Sartori, Elisabetta. Trattamento Anelys: benessere respiratorio e globale.
E tu, dove lo metti il blu?

E tu, dove lo metti il blu?

Oggi, 2 Aprile 2026, come ogni anno si celebra la Giornata Mondiale della consapevolezza sull’Autismo.

Ma il 2 Aprile non è solo una data da segnare sul calendario, è il giorno in cui il mondo intero si tinge di blu!

Perché è stato scelto proprio questo colore?

Il blu solitamente evoca sensazioni di calma e profondità. Per chi vive nello spettro autistico, il mondo risulta troppo rumoroso e caotico… Il blu, invece, ha il potere di donare quiete e sicurezza. Ma il blu ricorda anche il colore del mare o del cielo, due simboli che richiamano l’idea di profondità e di vastità…la mente autistica non ha confini, è infinita proprio come loro, ma talmente ricca di profondità che necessita di essere compresa ed esplorata in ogni sua sfumatura.

Già, “sfumatura”… Parola chiave quando si parla di autismo. L’autismo viene, infatti, definito lungo uno spettro proprio perché ogni singola persona con autismo è unica e possiede tante sfumature diverse all’interno della propria personalità. Come dice Stephen Shore: “Se hai conosciuto una persona con autismo, hai conosciuto una sola persona con autismo”. Ogni individuo, infatti, è un mondo a sé. Quindi oggi non c’è solo il blu: c’è anche l’azzurro, il celeste, il pervinca, il cobalto, il blu notte, il blu elettrico, il color pavone e molti altri. 

Tutti voi in casa avrete sicuramente qualcosa di blu. L’invito oggi è di indossarlo, con l’obiettivo di dimostrare non solo di essere consapevoli che l’autismo esiste, ma giungere ad un’accettazione e soprattutto ad una vera inclusione, permettendo ad ogni persona di “spiccare il volo” verso un cielo sempre più blu, valorizzando le proprie caratteristiche uniche. 

Oggi, accendiamo il blu per non lasciare nessuno nell’ombra. Perché la diversità non è un limite, ma una preziosa sfumatura della realtà.

Dott.ssa Chiara Zaghini

Psicologa dell’Età Evolutiva

Il disturbo delle abilità visuo spaziali

Il disturbo delle abilità visuo-spaziali

Cari lettori e care lettrici,  

in questo articolo vi presento un disturbo non ancora presente nei principali manuali diagnostici internazionali ma che sta riscuotendo un crescente interesse da parte della comunità scientifica che tratta l’età evolutiva.  

Conosciuto anche come disturbo non verbale, il disturbo delle abilità visuo-spaziali è una condizione caratterizzata da una scarsa competenza nell’elaborazione visuospaziale a fronte di competenze verbali adeguate o addirittura superiori alla media. A livello scolastico, le principali difficoltà si possono riscontrare nella matematica (scorretto incolonnamento nel calcolo scritto e confusione nei riporti, scarsa comprensione di concetti di spazialità legati al numero, difficoltà nella geometria), nella scrittura (scarsa qualità del tratto grafico e inadeguata gestione dello spazio nel foglio), nel disegno e nella comprensione di testi che contengono informazioni spaziali.  

Per alcuni di questi aspetti, un ruolo cruciale sembrerebbe giocare la memoria di lavoro visuospaziale, solitamente deficitaria in queste persone. Particolarmente rilevanti possono essere anche le ripercussioni nella vita di tutti i giorni. Le persone con disturbo delle abilità visuo-spaziali infatti, possono presentare difficoltà a livello grosso-motorio (goffaggine motoria, tendenza a sbattere contro le cose, difficoltà a lanciare o afferrare oggetti, scarso equilibrio, difficoltà nelle attività che possono richiedere coordinazione come la guida della bicicletta) e fino-motorio (difficoltà con bottoni, zip, lacci, forbici, ecc.) e presentare uno scarso senso dell’orientamento. Anche la comunicazione e la socializzazione possono presentare aspetti peculiari: da un lato queste persone sono solitamente caratterizzate da eccessiva verbosità, dall’altro possono presentare criticità nella pragmatica del linguaggio, in particolare nel linguaggio non verbale. 

Sebbene, come già detto, questo disturbo non appaia ancora nei principali manuali diagnostici internazionali, negli ultimi anni, anche grazie all’apporto consistente dei ricercatori dell’Università degli Studi di Padova, si sta giungendo ad un accordo comune su quelli che possano essere i criteri per identificare questo tipo di profilo.  

Chi possiede già informazioni sul tema, si sarà infatti reso conto che le caratteristiche discusse possono essere presenti anche in altre psicopatologie del neurosviluppo, ma è proprio la combinazione di queste (e le aree celebrali compromesse) che determina la peculiarità del disturbo delle abilità visuo-spazili. 

A livello scolastico, bambini e ragazzi con disturbo delle abilità visuo-spaziali sono attualmente tutelati dalla normativa sui bisogni educativi speciali, che consente loro di godere di strumenti compensativi e dispensativi in maniera coerente con le fragilità presenti.  

Dott. Nicolò Rigato

Bibliografia

  • Cornoldi, C. (2023). I disturbi dell’apprendimento (2. ed). Il Mulino. 
  • Mammarella, I. C., & Cornoldi, C. (2020). Nonverbal learning disability (developmental visuospatial disorder). In A. Gallagher, C. Bulteau, D. Cohen, & J. L. Michaud (Eds.), Neurocognitive development: Disorders and disabilities. (Vol. 174, pp. 83–91). Elsevier Academic Press. https://doi.org/10.1016/B978-0-444-64148-9.00007-7 
LA SINDROME DI ASPERGER: cos’è, come riconoscerla e come intervenire

LA SINDROME DI ASPERGER: cos'è, come riconoscerla e come intervenire

La sindrome di Asperger, oggi ricompresa all’interno del Disturbo dello Spettro Autistico secondo i criteri del DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali,  edizione), è una condizione del neurosviluppo caratterizzata principalmente da difficoltà nella comunicazione nell’interazione sociale, a fronte di un funzionamento cognitivo nella norma (o talvolta alto) e di un linguaggio strutturalmente adeguato, sia sul versante ricettivo che espressivo. 

Come riconoscerla precocemente:

Il riconoscimento precoce è fondamentale, perché consente di attivare interventi mirati in una fase in cui la plasticità cerebrale è maggiore. 

Nei primi anni di vita possono emergere alcuni segnali, tra cui: 

  • difficoltà nel contatto oculare e nella reciprocità emotiva; 
  • scarso interesse per il gioco condiviso; 
  • tendenza a preferire attività solitarie; 
  • rigidità rispetto a routine e cambiamenti; 
  • iper/iposensibilità a rumori, luci, tessuti, odori, cibo; 
  • difficoltà nella regolazione emotiva; 
  • interessi ristretti e molto intensi su argomenti specifici; 
  • modalità comunicative peculiari (linguaggio formale, letterale, talvolta pedante). 

Nel bambino in età prescolare o scolare si possono osservare: 

  • difficoltà a comprendere le regole implicite delle relazioni tra pari; 
  • fatica nello sviluppo delle competenze socio-pragmatiche, ad esempio interpretare ironia o linguaggio non verbale; 
  • forte bisogno di prevedibilità. 

È importante sottolineare che la presenza di uno o più di questi elementi non equivale automaticamente a una diagnosi. Molti bambini possono mostrare tratti isolati senza rientrare nello spettro autistico. La valutazione deve sempre essere globale e specialistica. 

Come si arriva alla diagnosi

La diagnosi è clinica e viene effettuata da un’equipe multidisciplinare composta generalmente da neuropsichiatra infantile, psicologo, logopedista e terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva. 

Il percorso diagnostico generalmente prevede: 

  1. Colloquio approfondito con i genitori, per raccogliere la storia evolutiva del bambino. 
  2. Osservazione strutturata del comportamento, in contesti guidati e spontanei. 
  3. Strumenti standardizzati, utilizzati da professionisti formati (es.ADOS-2, ADI-R, questionari) 
  4. Valutazione cognitiva, relazionale e del linguaggio, per delineare il profilo funzionale. 
  5. Esclusione di altre condizioni che possano spiegare i sintomi (disturbi del linguaggio, disturbo d’ansia, ADHD, ecc.). 

Non esistono esami strumentali che certifichino la sindrome di Asperger: la diagnosi si basa sull’osservazione dei comportamenti e sui criteri clinici internazionali. 

Quali trattamenti riabilitativi sono indicati

Esistono diversi interventi riabilitativi ed educativi in grado di migliorare significativamente la qualità di vita e le competenze sociali. Tra i principali: 

  • Intervento psicoeducativo e comportamentaleprogrammi strutturati che aiutano il bambino a sviluppare competenze sociali, flessibilità cognitiva e autonomia. 
  • Training sulle abilità socialipercorsi individuali o di gruppo in cui si lavora su riconoscimento delle emozioni, gestione delle conversazioni, comprensione delle regole sociali implicite e problem solving relazionale. 
  • Logopediaindicata quando sono presenti difficoltà pragmatiche del linguaggio (uso sociale della comunicazione), anche in presenza di un lessico ricco. 
  • Psicoterapiapuò essere utile soprattutto in età scolare e adolescenziale per affrontare ansia, bassa autostima o difficoltà relazionali. 
  • Supporto alla famigliafondamentale per fornire strumenti educativi coerenti, comprendere i comportamenti del figlio e ridurre il carico emotivo. 
  • Collaborazione con il contesto scolastico: è importante integrare gli interventi psicoeducativi all’interno dell’ambiente scolastico e favorire la continuità tra casa, scuola e trattamenti riabilitativi. 

L’intervento più efficace è sempre personalizzato: ogni bambino con disturbo dello spettro autistico ha un profilo unico, con punti di forza e aree di fragilità differenti. 

Gli interventi efficaci sono evidence-based, soprattutto psicoeducativi e non esiste una terapia unica e non si “cura” l’autismo, si supporta il funzionamento e il benessere. 

Uno sguardo più ampio

Negli ultimi anni si è sviluppata una maggiore sensibilità verso la neurodiversità: sempre più adulti ricevono una diagnosi tardiva e riconoscono nel proprio percorso caratteristiche che li hanno accompagnati fin dall’infanzia. 
Con l’ingresso nell’adolescenza, l’aumento delle richieste scolastiche e sociali può rendere più faticosa la gestione delle relazioni, soprattutto quando le regole implicite dei gruppi diventano più complesse. In questa fase possono comparire o accentuarsi ansia, stress, difficoltà nella regolazione emotiva e senso di solitudine, anche in ragazzi con buone capacità cognitive. Per questo è importante affiancare al lavoro sulle abilità sociali un sostegno psicologico e un accompagnamento educativo, in collaborazione con la scuola e la famiglia. 

Comprendere precocemente la sindrome di Asperger significa leggere in modo più chiaro alcune modalità di funzionamento. Con un adeguato supporto, è possibile sviluppare competenze significative, percorsi accademici brillanti e relazioni soddisfacenti. 

La chiave non è “normalizzare”, ma accompagnare. Perché riconoscere le differenze, quando vengono comprese e sostenute, può diventare il primo passo verso una crescita più consapevole e serena. 

Dott.ssa Ilaria Dissette

Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva

Bibliografia:

  • Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), Quinta Edizione (2013)
  • Linee guida ASD Bambini e Adolescenti, Osservatorio Nazionale Autismo, Istituto Superiore di Sanità, (2025)
  • Valutazione, intervento e ricerca nell’autismo, Umbrella Behavioural Model: un approccio evidence based multidimensionale – Leonardo Fava e Kristin Strauss (2022)

 

Mio figlio va male a scuola e le maestre mi hanno consigliato una valutazione degli apprendimenti…MA DI COSA SI TRATTA?

MIO FIGLIO VA MALE A SCUOLA E LE MAESTRE MI HANNO CONSIGLIATO UNA VALUTAZIONE DEGLI APPRENDIMENTI…MA DI COSA SI TRATTA?

Spesso accade che, nei primi anni della scuola primaria, le maestre segnalino alcune difficoltà di acquisizione dei processi legati alla lettura, alla scrittura o al calcolo. Di conseguenza, consigliano alla famiglia di effettuare una valutazione per appurare la presenza o meno di difficoltà oggettive, per poi iniziare un percorso di potenziamento mirato e la conseguente attivazione, nel contesto scolastico, delle normative atte a tutelare gli alunni con “bisogni speciali”. 

Quando, però, incontriamo voi genitori spesso ci riportate dubbi e perplessità… Eccoci qui per chiarirli una volta per tutte!

Una valutazione degli apprendimenti completa deve approfondire ognuna delle aree, indipendentemente dal fatto che la difficoltà segnalata sia specifica solo di una. Senza andare troppo nello specifico con terminologie noiose, nomi e sigle assurde, vi spiego con molta semplicità cosa andiamo ad indagare:

  • LETTURA: si parte con una classica lettura di brano ad alta voce, in cui si segnano gli eventuali errori commessi dal bambino e la velocità impiegata, per poi eventualmente approfondire attraverso la lettura di parole isolate o di parole completamente inventate, per verificare la corrispondenza tra il grafema scritto e il fonema pronunciato;
  • COMPRENSIONE: strettamente legata alla competenza di lettura, si va ad indagare quanto ciò che viene letto viene anche compreso, attraverso la lettura di un brano con le relative domande a scelta multipla a cui rispondere; questa abilità si indaga anche in modalità da ascolto, dove la lettura viene in realtà effettuata dal professionista;
  • SCRITTURA: quest’area viene indagata sia dal punto di vista ortografico, con le classiche prove di dettato, ma anche dal punto di vista della produzione scritta di un testo spontaneo; inoltre, si dedica attenzione anche al gesto grafo-motorio, per indagare la fluidità o meno nell’uso dei vari allografi (stampato e corsivo);

CALCOLO: l’area della matematica viene indagata attraverso batterie che analizzano le competenze del calcolo scritto e del calcolo a mente, oltre a prove di ragionamento logico che indagano la capacità di lavorare con materiale numerico e di saper cogliere adeguatamente il senso del numero; da non dimenticare anche l’abilità di problem-solving nella fase di risoluzione dei problemi aritmetici.

In linea di massima, queste sono le prove standard che proponiamo, ovviamente somministrate sulla base della classe frequentata dal bambino, per cui vanno ad approfondire esclusivamente quelle competenze che dovrebbero essere state acquisite in base alla programmazione scolastica. Ciò che si richiede allo studente è di svolgere i test nel miglior modo, tenendo conto che alcuni di questi prevedono anche un limite di tempo entro cui svolgerli. A noi, però, interessa vedere fino a che punto è in grado di svolgere in autonomia le prove, per comprendere dove può essere mancata l’automatizzazione di quel preciso processo. 

Successivamente alla correzione ed alla stesura della relazione, si illustrano ai genitori le prove e i risultati e si opta per un eventuale percorso di potenziamento personalizzato, oltre a prendere contatti con le insegnanti per un lavoro di squadra. Perché ricordiamoci… INSIEME SI PUÒ!

Dott.ssa Chiara Zaghini 

Psicologa dell’Età Evolutiva

Conosciamo il disturbo del calcolo!

Conosciamo il disturbo del calcolo!

Bentornato caro lettore,

sono la Dott.ssa Giorgia Ghiraldini e oggi affrontiamo insieme la “discalculia evolutiva”. Se sei qui forse è perché ne hai già sentito parlare o magari sei solo curioso di scoprire di cosa si tratta ma in qualunque caso… partiamo!

La discalculia evolutiva o disturbo specifico del calcolo è un disturbo specifico dell’acquisizione e/o dell’apprendimento del calcolo, degli aspetti relativi al numero e alla quantità.

Tale disturbo è caratterizzato da due differenti profili:

  • Deficit nelle componenti di cognizione numerica basale:
    • Subitizing;
    • Quantificazione;
    • Comparazione;
    • Seriazione;
    • Strategie di calcolo a mente;
  • Debolezza nelle procedure esecutive e nel calcolo.

Non solo. Può essere caratterizzata da eventuali fragilità nelle aree definite di “dominio generale” oppure nelle aree denominate di “dominio specifico”. Tra le componenti di dominio generale troviamo ad esempio le funzioni esecutive, memoria, attenzione mentre tra le componenti di dominio specifico troviamo il confronto di numeri, i fatti aritmetici, calcolo mentale, calcolo scritto, e tutto ciò che riguarda specificatamente le abilità logico-matematiche in senso stretto.

Possibili campanelli d’allarme

  • Scarse abilità nel calcolo;
  • Difficoltà nel conteggio;
  • Difficoltà nelle rappresentazioni di quantità simboliche.

Come si arriva alla diagnosi?

La diagnosi avviene tramite la somministrazione di prove standardizzate le quali vanno a valutare:

  • Abilità lessicali;
  • Processi semantici;
  • Abilità pre-sintattiche;
  • Abilità visuo-spaziali;
  • Strategie di conteggio;
  • Padronanza e fluidità con le combinazioni numeriche.

Quando si può fare diagnosi?

La diagnosi di discalculia evolutiva può avvenire a partire dalla fine della classe terza della scuola primaria. Ciò non toglie la possibilità di osservare i comportamenti del bambino relativamente alle abilità logico-matematiche nelle classi precedenti e durante l’età prescolare, attraverso la valutazione dei prerequisiti degli apprendimenti.

Non abbiate timore di chiedere aiuto nel momento in cui notate fragilità di questo tipo nei vostri bambini. Avere una diagnosi permette un maggior benessere nella vita del bambino e permette lui di affrontare la propria vita grazie all’utilizzo di strategie e strumenti funzionali alle proprie caratteristiche.

Dott.ssa Ghiraldini Giorgia

Pedagogista

Bibliografia:

  • Cornlodi C., I disturbi dell’apprendimento, Il mulino, 2023, Bologna;
  • Vio C., Lo Presti G, Tressoldi P.E., Diagnosi dei disturbi specifici dell’apprendimento, Erickson, 2022, Trento.
CAMPANELLI D’ALLARME PER LO SVILUPPO DELL’AUTISMO: COSA DOVRESTI SAPERE

CAMPANELLI D’ALLARME PER LO SVILUPPO DELL’AUTISMO: COSA DOVRESTI SAPERE

Buongiorno a tutti, mi presento sono la Dott.ssa Alessia Lazzaretto, sono una psicologa esperta in psicopatologie dello sviluppo e all’interno di Studio Progetto Vita mi occupo di percorsi di sostegno rivolti non solo a ragazzi e bambini ma, anche ad adulti.  In questo articolo vorrei parlarti dei disturbi dello spettro autistico. Anche voi genitori potete infatti avere un ruolo chiave nella diagnosi precoce di tali disturbi: vediamo insieme come poter individuare qualche segnale utile per indirizzarvi a richiedere un eventuale approfondimento diagnostico.

Per incominciare vediamo insieme in cosa consiste questo disturbo: le caratteristiche fondamentali dei disturbi dello spettro autistico fanno riferimento alla presenza di uno sviluppo deficitario o notevolmente anomalo della comunicazione e dell’interazione sociale ed alla ristrettezza del repertorio di interessi ed attività.  L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che circa 1 bambino ogni 100 abbia disturbi dello spettro autistico, con una netta prevalenza nella popolazione maschile rispetto a quella femminile e che questi possano essere diagnosticati sin dalla prima infanzia. La diagnosi precoce è di fondamentale importanza perché offre la chance di intervenire sin da subito, aumentando le possibilità di incidere nello sviluppo comunicativo, relazionale e sociale di questi bambini. Identificare segnali precoci è quindi fondamentale per poter intervenire tempestivamente. E’ importante sottolineare che i primi segnali non comportano la presenza di comportamenti anomali ma l’assenza di comportamenti normali e, proprio per questo motivo, può essere più difficoltoso riuscire ad individuarli e a darvi il giusto significato. Ma…i bambini autistici quali sintomi presentano? I primi sintomi compaiono già nella prima infanzia…

Vediamo ora insieme alcuni campanelli d’allarme che potrebbero schiarirci le idee:

  • Ritardo nella Comunicazione verbale o non verbale

 I bambini possono mostrare un ritardo nel parlare o nell’usare gesti comunicativi (es. indicazione). Se notate che il vostro bambino non risponde alle vostre parole, ai gesti o ai vostri sorrisi, potrebbe essere un campanello d’allarme.


  • Difficoltà nelle interazioni sociali

 I bambini possono avere difficoltà nell’instaurare e mantenere le relazioni sociali. Potrebbero infatti mostrarsi disinteressati agli altri, evitare lo sguardo diretto o avere difficoltà a comprendere le emozioni altrui.


  • Comportamenti ripetitivi o insoliti

E’ comune la ripetizione di movimenti (es. sfarfallio delle mani), la presenza inoltre di interessi intensi su specifici oggetti o routine fisse sono comuni nei bambini con autismo. 

Fateci caso se notate comportamenti inconsueti o eccessivamente ripetitivi. 

  • Difficoltà nell’adattarsi ai cambiamenti

 I bambini con queste caratteristiche spesso preferiscono la routine e possono avere difficoltà nell’affrontare cambiamenti improvvisi. Spesso bambini con queste caratteristiche possono mostrare resistenza e disagio di fronte a modifiche nella routine quotidiana.

  • Ritardo nel gioco sociale

Il gioco sociale è spesso un’area in cui possono mostrare ritardi. Può accadere che il bambino fatichi a partecipare al gioco condiviso con altri bambini o non riesca a sviluppare giochi di fantasia.

È importante sottolineare che questi segnali non sono necessariamente indicativi di autismo e che ogni bambino è un individuo unico con le sue caratteristiche personali. Tuttavia, se sorgono preoccupazioni, consultare un professionista è la chiave per una valutazione accurata. L’intervento precoce può infatti fare la differenza nel migliorare le abilità e la qualità della vita dei bambini con queste caratteristiche. Genitori, prendetevi cura anche di voi! in questo percorso a volte difficoltoso tenetevi a mente e fatevi supportare seguendo dei percorsi psicologici di supporto o dei parent training.

Dott.ssa Alessia Lazzaretto 

Psicologa

Bibliografia

  • DSM-V – Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (quinta edizione) (2014). Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Keller R. I disturbi dello spettro autistico in adolescenza e in età adulta. Aspetti diagnostici e proposte di intervento. Erickson (2016).
  • Volkmar F. R. I Disturbi dello spettro autistico. Edra; 3° edizione (2020).
  • Xaiz C. e Micheli E. Gioco e interazione sociale nell’autismo. Cento idee per favorire lo sviluppo dell’intersoggettività. Erickson (2013).
IL DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE E IPERATTIVITA’

IL DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE E IPERATTIVITA’

Il disturbo da deficit dell’attenzione ed iperattività (definito anche DDAI in italiano o anche ADHD in inglese, da Attention Deficit Hyperactivity Disorder) è uno dei più comuni disturbi neurocomportamentali.

Si manifesta, nella prima infanzia, principalmente con due classi di sintomi: un evidente livello di disattenzione ed una serie di comportamenti che denotano iperattività ed impulsività. Questo disturbo è considerato ora una condizione eterogenea potenzialmente cronica, che presenta sintomi rilevanti e problematiche associate che vanno a colpire diversi aspetti funzionali della vita di tutti i giorni.

Quali sono le cause dell’ADHD?

Le cause dell’ADHD possono essere di natura:   

  • Genetica
  • Neurobiologica
  • Ambientale

Studi di genetica che hanno coinvolti i bambini hanno mostrato l’esistenza di un’associazione tra l’ADHD e alcuni geni. Ad esempio, un’alterazione nel gene responsabile della produzione di un neurotrasmettitore (dopamina) potrebbe essere una delle cause di questo disturbo: la dopamina è quella sostanza che veicola le informazioni fra i neuroni e, quindi, è alla base di molti processi cognitivi, come ad esempio attenzione e memoria.

Nonostante non vi siano ancora evidenze scientifiche consistenti, la maggior parte dei farmaci utilizzati per curare l’ADHD, infatti, aumenta l’efficacia dell’attività della dopamina nella comunicazione tra neuroni, aiutando così la persona a prestare maggiore attenzione.

Ulteriori studi hanno dimostrato anche la familiarità del disturbo: un bambino affetto da ADHD ha 4 volte più probabilità di avere un parente con la stessa malattia; così come un terzo dei padri che soffrono di ADHD ha un figlio con lo stesso disturbo.

Esistono poi alcuni fattori ambientali che sono associati all’ADHD, in particolare fattori di rischio prenatali, come:

  • esposizione prolungata a fumo di sigaretta;
  • assunzione di alcool o droga in gravidanza;
  • ipertensione;
  • stress;
  • complicanze durante il parto;
  • basso peso neonatale o la nascita prematura;
  • basso peso alla nascita.

Tali fattori non causano in maniera diretta questo disturbo ma possono favorire la comparsa di alterazioni nei geni, che portano poi all’insorgenza dell’ADHD.

Le cause di natura neurobiologica che possono causare la comparsa dell’ADHD sono difetti nella struttura e nel funzionamento della parte frontale del cervello, responsabile di processi cognitivi primari come la pianificazione e l’organizzazione dei comportamenti, l’attenzione e il controllo inibitorio. I deficit strutturali possono poi interessare anche la regione cerebrale che regola le emozioni (limbo) e una parte del sistema nervoso che regola la comunicazione all’interno del cervello (gangli). Tutte queste regioni cerebrali sono interconnesse tra di loro e, quindi, un deficit anche in una sola di esse potrebbe originare il disturbo.

Sintomi del “ADHD” disturbo da deficit di attenzione ed Iperattività

I sintomi relativi alla disattenzione si riscontrano soprattutto in bambini che, rispetto ai propri coetanei, presentano un’evidente difficoltà a rimanere attenti o a lavorare su uno stesso compito per un periodo di tempo sufficientemente prolungato.

Solitamente questi soggetti non riescono a seguire le istruzioni fornite, sono disorganizzati e sbadati nello svolgimento delle loro attività, hanno difficoltà nel mantenere la concentrazione, si fanno distrarre molto facilmente dai compagni o da rumori occasionali e raramente riescono a completare un compito in modo ordinato.

Quando sono in classe sembrano disorientati e, spesso, passano da un’attività all’altra senza averne completata alcuna, si guardano continuamente attorno, soprattutto durante lo svolgimento di compiti, ma anche durante la proiezione della trasmissione tv preferita. Ciò accade soprattutto nei momenti in cui tali attività risultano noiose e ripetitive.

bambini con iperattività – impulsività giocano in modo rumoroso, parlano eccessivamente con scarso controllo dell’intensità della voce, interrompono persone che conversano o che stanno svolgendo delle attività, senza essere in grado di aspettare il momento opportuno per intervenire; i genitori e gli insegnanti li descrivono sempre in movimento e sul punto di partire, incapaci di attendere una scadenza o il proprio turno.

Inoltre, sembrano non sufficientemente orientati al compito e faticano a pianificare l’esecuzione delle attività che vengono loro assegnate.

Le manifestazioni di iperattività e impulsività sembrano essere attribuibili ad una difficoltà di inibizione dei comportamenti inappropriati. I bambini con disturbo dell’attenzione esprimono questa difficoltà con agitazione, difficoltà a rimanere fermi, seduti o composti quando viene loro richiesto.

I soggetti affetti da DDAI presentano delle difficoltà nei seguenti campi relativi all’attenzione e alle funzioni neuropsicologiche: risoluzione dei problemi, abilità di pianificazione, grado di allerta e di attenzione, flessibilità cognitiva, attenzione mantenuta, inibizione delle risposte automatiche, memoria di lavoro non verbale.

Come si manifesta in bambini e adolescenti?

La disattenzione e l’impulsività sono caratteristiche riscontrabili in un ampio range di disturbi psicopatologici in età evolutiva, come ad esempio nei disturbi d’ansia, nella depressione e nei disturbi del comportamento.  È normale per i bambini essere pieni di energia, impulsivi (agire senza considerare la conseguenza delle loro azioni) e disattenti. Le stesse difficoltà si possono riscontrare negli adulti, che sopraffatti dal lavoro, dagli impegni e dai problemi di vita quotidiana non riescono a mantenere attiva la consapevolezza di ciò che stanno facendo e di come lo stanno svolgendo. Tuttavia, per alcuni bambini e adolescenti, il livello di attività, le difficoltà nel controllare l’impulsività e l’attenzione sono talmente pervasivi da impedirgli di stare al passo con le richieste della società.

Bambini con ADHD manifestano una tale impulsività e attività da non riuscire a stare fermi, sono continuamente agitati, parlano quando dovrebbero ascoltare, interrompono i discorsi, non riescono a portare a termine un compito, sembrano non ascoltare quando gli si parla e perdono continuamente oggetti a causa della loro disattenzione.  Talvolta rischiano di farsi male a causa della loro impulsività, sono incapaci di stare seduti a lungo in classe e la loro disattenzione può essere causa di difficoltà di apprendimento. Sono labili dal punto di vista emotivo, difficilmente riescono ad autoregolare le loro emozioni. Una volta diventati adulti continuano ad avere problemi. Fanno fatica a mantenere un lavoro, compiono spesso incidenti stradali, durante le conversazioni stimolano irritazione negli altri a causa della loro difficoltà nell’aspettare il loro turno e la tendenza a parlare in momenti non appropriati. Con molta probabilità le vite di questi bambini, adolescenti e adulti saranno compromesse su più fronti, in ambito sociale, scolastico, cognitivo e familiare.

Come si manifesta a casa?

I bambini con ADHD presentano un gran numero di comportamenti che possono interferire con la vita familiare:

  • Spesso non ascoltano le istruzioni dei genitori e non gli obbediscono.
  • Sono disorganizzati.
  • Spesso dicono cose inopportune.
  • Spesso interrompono le conversazioni.
  • È difficile portarli a letto la sera.
  • Possono mettersi in pericolo a causa della loro distrazione o impulsività.
  • Hanno difficoltà a rimanere seduti a tavola durante i pasti.
  • Spesso bisogna richiamarli e assisterli per assicurarsi che portino a termine un compito.
  • Rifiutano di svolgere i compiti a casa o impiegano un tempo eccessivo per terminarli.
  • Possono manifestare una frustrazione intensa quando le loro richieste non vengono esaudite.

Il disturbo ha un forte impatto sui genitori, che sono costretti giorno dopo giorno ad affrontare le esigenze del loro bambino con ADHD e a monitorare i suoi comportamenti, questo può essere estenuante sia dal punto di vista fisico che psicologico. La frustrazione che molti genitori provano può portare a rabbia e senso di colpa verso se stessi, e irritazione verso il bambino.

Non solo i genitori, ma anche i fratelli dei bambini con ADHD devono affrontare una serie di sfide:

  • I loro bisogni spesso ricevono meno attenzione rispetto a quelli del bambino con ADHD.
  • Possono essere rimproverati in maniera più decisa quando sbagliano, ricevendo meno attenzione per i loro successi, perché dati per scontati.
  • Possono essere responsabilizzati nei confronti del fratello e accusati di non aver fatto il proprio dovere se questo si comporta male sotto la loro supervisione.

Al fine di affrontare le sfide quotidiane che un bambino con ADHD pone è necessario essere in grado di padroneggiare una combinazione di compassione e di coerenza. Vivere in una casa che fornisce al contempo amore, struttura e prevedibilità è la cosa migliore per un bambino o un adolescente che sta imparando a gestire il suo ADHD.

Come si manifesta a scuola?

L’ambiente scolastico può essere un luogo difficile per un bambino con ADHD, basta pensare alle richieste che pone: stare fermi, ascoltare in silenzio, seguire le istruzioni, rimanere concentrati e attenti. Tutte cose che riescono difficili ai bambini con questo disturbo.

Gli studenti con ADHD presentano le seguenti sfide per gli insegnanti:

 

  • hanno difficoltà a mantenere l’attenzione nei compiti richiesti;
  • non eseguono le istruzioni e non portano a termine gli incarichi;
  • difficoltà a organizzarsi nei compiti;
  • facilmente distraibili da stimoli estranei;
  • faticano a stare seduti;
  • si alzano spesso dal banco e vanno in giro per la stanza.
  • spesso dimenticano di annotare i compiti per casa, di farli o di portare quanto svolto a scuola;
  • spesso hanno difficoltà con le operazioni che richiedono passi ordinati, come ad esempio una divisione lunga;
  • rispondono alle domande senza porre sufficiente attenzione alla risposta;
  • hanno difficoltà a rispettare il turno;
  • interrompono gli altri durante le fasi di gioco e/o lavoro;
  • bassa autostima;
  • prese in giro da parte di altri compagni;
  • basse prestazioni scolastiche.

 

Nei prossimi articoli si parlerà di valutazione e del trattamento dell’ADHD e delle strategie di intervento efficaci per il bambino, genitori e scuola.

A cura della Dott.ssa Mara Gazzi

Bibliografia

  • DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali M. Biondi (Curatore) Cortina Raffaello, 2014.
  • I disturbi del comportamento in età evolutiva. Fattori di rischio, strumenti di assesment e strategie psicoterapeutiche di Pietro Muratori (Autore), Furio Lambruschi (Autore), Cristian Stenico (Illustratore), Annarita Milone (Prefazione).
  • L’intervento cognitivo-comportamentale per l’età evolutiva Strumenti di valutazione e tecniche per il trattamento Mario Di Pietro, Elena Bassi.
Scrivere proprio non mi piace. Simona e la disortografia.

Scrivere proprio non mi piace. Simona e la disortografia.

Ciao, sono Simona (nome di fantasia), ho 9 anni e scrivere proprio non mi piace.

A scuola vogliono che scriva in corsivo ma se scrivo in corsivo faccio tanti “orrori” – come li chiama la maestra – di ortografia.

Come posso fare? Molte volte non voglio ASSOLUTAMENTE scrivere.

Bentornati! Eccoci qua con un nuovo argomento. Oggi parliamo di DISORTOGRAFIA.

La disortografia è un disturbo specifico dell’apprendimento, più specificatamente della componente ortografica della scrittura. Tale fragilità emerge in particolar modo attraverso 3 errori specifici:

  1. Errori Fonologici, nei quali ciò che il bambino scrive non corrisponde a ciò che è stato detto;
  2. Errori Non Fonologici, ad esempio separazioni o fusioni illegali;
  3. Errori Fonetici, cioè accenti e doppie.

Inoltre, come la dislessia, esistono 2 parametri da osservare in sede di valutazione: la velocità di scrittura e la correttezza ortografica.

Le caratteristiche (https://www.aiditalia.org/come-si-riconoscono-i-dsa) di questo disturbo sono:

  • scarsa autonomia nella scrittura delle parole;
  • sostituzioni o elisioni di lettere;
  • difficoltà nell’atto della scrittura.

Campanelli d’allarme e diagnosi

La diagnosi di disortografia è possibile quando il bambino è in classe terza della scuola primaria (solo in casi eccezionali anche durante la fine della classe secondo) ma questo non vuol dire non riuscire ad osservare possibili campanelli d’allarme emergenti durante la classe seconda. Tra questi campanelli d’allarme troviamo:

  • commette molti errori ortografici;
  • ha difficoltà nello scrivere in corsivo;
  • fatica nel copiare alla lavagna;
  • scambia lettere graficamente o foneticamente simili, ad esempio f-v, p-b, m-n;
  • gestisce non adeguatamente lo spazio del foglio.

Riuscire ad individuare queste prime difficoltà e quindi fare un intervento precoce possiamo permettere al bambino una maggiore serenità durante le ore scolastiche e durante lo svolgimento dei compiti.

Cosa possiamo fare dopo una diagnosi di Disortografia?

Il ruolo della scuola e della famiglia

Successivamente alla diagnosi di disortografia le figure che più devono mettersi in gioco oltre al bambino sono la famiglia e la scuola. Ma in che modo?

L’insegnante è opportuno che metta in atto alcune strategie per favorire l’apprendimento del bambino. Nello specifico può:

  • dispensare il bambino dalla scrittura quando non è questo il primo obiettivo richiesto;
  • far copiare il bambino da un foglio dispensandolo dalla copiatura alla lavagna;
  • lasciare un tempo maggiore per permettere al bambino di completare il lavoro che deve svolgere;

In casi più complessi, e dove il bambino è seguito e guidato, può essere inserito l’utilizzo del computer (dettatura, rilevamento automatico dell’errore)

La famiglia può:

  • familiarizzare con il bambino nell’uso degli strumenti compensativi in accordo con la scuola e se, presente, con il clinico di riferimento;
  • comunicare, ascoltare e accogliere le esigenze e i bisogni del bambino.

Non abbiate timore di chiedere aiuto nel momento in cui notate fragilità di questo tipo nei vostri bambini. Una diagnosi di disortografia permette un maggior benessere nella vita del bambino.

Dott.ssa Giorgia Ghiraldini

Educatrice socio-pedagogica

Bibliografia:

MIO FIGLIO HA UN “BES”… MA CHE SIGNIFICA?!

Mio figlio ha un “BES”… Ma che significa?

Che strana sigla…scopriamo insieme cosa significa BES e perché spesso la ritroviamo “appiccicata” ai nostri ragazzi!

BES sta per “Bisogni Educativi Speciali” ed al suo interno tendenzialmente rientrano 3 grandi sotto-categorie:

  1. DISABILITÀ (tutelati dalla Legge 104/92);
  2. DISTURBI EVOLUTIVI SPECIFICI (Disturbi Specifici dell’Apprendimento – DSA tutelati dalla Legge 170/2010; Disturbo della Coordinazione Motoria ed altri disturbi evolutivi come Disturbo da Deficit di Attenzione e/o Iperattività – ADHD, Funzionamento Intellettivo Limite – FIL, Disturbo Specifico del Linguaggio – DSL, ecc.);
  3. SVANTAGGIO SOCIO-ECONOMICO, LINGUISTICO E CULTURALE.

Come possiamo intuire, rientrano tutte quelle condizioni che possono influire sull’apprendimento dei bambini nel contesto scolastico. I BES sono, però, particolari esigenze educative che possono manifestare gli alunni anche solo per determinati periodi per motivi fisici, biologici, fisiologici o psicologici e sociali, rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguata e personalizzata risposta. 

Come per i DSA, anche qui ritroviamo una normativa creata ad hoc per rispondere alle necessità di cui abbiamo parlato, ovvero la Circolare Ministeriale “Strumenti d’intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica” (C.M. n.8 del 6 Marzo 2013). La legge sancisce il diritto di ogni studente con BES a ricevere un’istruzione inclusiva che promuova la partecipazione attiva e la realizzazione del proprio potenziale. 

A questa ovviamente segue la stesura di un Piano Didattico Personalizzato ed Individualizzato (PDP) che tenga conto delle difficoltà di ciascun alunno per cui ne è richiesta l’attivazione. Il PDP definisce gli obiettivi, le strategie e gli interventi necessari per favorire l’apprendimento con indicazioni su strumenti compensativi e/o dispensativi. DEVE prevedere diversi aiuti personalizzabili in base alle esigenze del bambino, quali: interrogazioni programmate, dispensa da lettura o scrittura, maggiore tempo nelle verifiche e nei compiti, uso di mappe concettuali, calcolatrice, ecc. 

Non abbiate timore che i vostri figli possano sentirsi “diversi”…questa etichetta BES è in realtà un valido aiuto per permettere loro di fare meno fatica, in modo che sappiano sfruttare al meglio le reali risorse che possiedono. Solo così potrete assicurare loro un percorso di studi sereno e aiutarli a raggiungere gli obiettivi, anche i più impensabili che inizialmente possono apparire insormontabili! 

Dott.ssa Chiara Zaghini 

Psicologa dell’Età Evolutiva

Bibliografia

Direttiva Ministeriale 27 dicembre 2012 “Strumenti d’intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica”. Indicazioni operative